XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 897
Onorevoli Colleghi! - Il mutamento degli ambiti
tradizionalmente scenario del parto (la casa, la contrada, il
vicinato) e delle modalità di assistenza alla nascita, in poco
più di trenta anni, hanno di fatto assimilato tutti i parti,
tutte le nascite (anche se la maggioranza di essi sono eventi
del tutto fisiologici) a quella percentuale largamente
minoritaria che presenta caratteristiche patologiche.
A partire dalla fine degli anni cinquanta, abbiamo
assistito alla progressiva confluenza dell'evento nascita
verso le strutture ospedaliere.
La nascita, per secoli, per millenni, presenza quotidiana
nella vita sociale, momento impegnativo, ma vissuto
convivialmente all'interno della famiglia, sostenuto dalla
solidarietà delle altre donne e della comunità, di cui donna e
bambino erano i protagonisti, si è progressivamente
trasformata in un evento avulso dalla quotidianità, confinato
in una "istituzione" la cui gestione è stata progressivamente
sempre più delegata ad operatori e tecnici, che si sono resi
protagonisti sulla scena del parto, relegando la donna a un
ruolo passivo, spesso dimenticando le sensibilità del neonato
e i suoi bisogni, escludendo del tutto gli altri membri della
famiglia, privando di ogni ruolo la comunità.
Le motivazioni sanitarie alla base di questa scelta,
inizialmente comprensibili per le precarie condizioni di vita,
igieniche, sanitarie, abitative, sociali ed economiche, hanno
poi finito per prevalere sugli altri aspetti del
parto-nascita, quali l'emotività, l'affettività, l'amore, la
realizzazione delle scelte personali. E' stato privilegiato
l'aspetto tecnico-sanitario e questo non sempre ha consentito
di rispettare i fondamentali diritti dei protagonisti della
nascita: diritto al rispetto delle scelte personali, dei ritmi
naturali del corpo della donna, della gravidanza e del parto;
diritto alla vicinanza e alla conoscenza tra madre e figlio
nell'immediato dopo parto; diritto alla presenza di persone
amiche; diritto alla scelta della donna circa i luoghi dove
partorire.
Questa situazione, protraendosi per decenni, ha
determinato profonde trasformazioni nel vissuto, individuale e
collettivo, dei momenti centrali della vita di ciascuno di
noi. E la sommatoria di questi vissuti personali ha
determinato cambiamenti culturali di vasta portata, incidendo
sull'affettività e sull'aggressività, sulla capacità
relazionale e sul senso di fiducia reciproco,
sull'interpretazione stessa della nascita e della morte,
sull'accettazione dei limiti insiti nella nostra natura umana,
sul nostro stesso sentirci parte di questa natura.
Negli ultimi decenni, però, le condizioni socio-economiche
della popolazione sono profondamente mutate e, nella generale
riflessione sulla "qualità della vita", è emersa una
sensazione di malessere legata a questo senso di
"espropriazione"; un movimento culturale e di opinione che
richiede qualità anche nell'evento della nascita.
In gran parte dei Paesi industrializzati occidentali
giuste voci si levano a richiedere attenzione e cittadinanza
anche per gli aspetti relazionali, affettivi e culturali del
"mettere al mondo"; a chiedere una nascita senza violenza.
Alcuni Ospedali già negli anni 80 (fa esempio Zevio
(Verona); Poggibonsi (Siena); Gavardo (Brescia); Villaggio
della madre e del fanciullo di Milano) hanno cercato di agire
in modo da restituire maggiore attenzione e umanità alla
nascita, modificando le loro pratiche routinarie di
assistenza, restituendo centralità ai soggetti della nascita e
limitando allo stretto necessario gli interventi sanitari,
farmacologici, tecnici considerato anche che costituiscono un
ulteriore fattore di rischio per la salute della donna e del
nascituro. Consultori, associazioni culturali, movimenti di
opinione, gruppi di volontariato e cooperative ormai da
diversi anni lavorano e si impegnano su questo terreno,
diffondendo un po' ovunque una nuova cultura della nascita che
si è tradotta in alcuni reparti nascite in una diversa
attenzione e in tentativi di umanizzazione della gestione
dell'evento.
Ma questo rinnovamento va generalizzato, offrendo a tutte
le donne, a tutti i nuovi nati, a tutti gli operatori
socio-sanitari pari opportunità nell'intervenire
coscientemente in questo grande mistero che è la nascita.
D'altra parte, anche la ricerca scientifica ha ormai
dimostrato come il più delle volte il rispetto dei ritmi, dei
legami naturali e dei bisogni personali, vada di pari passo
con un migliore e più fisiologico espletamento del parto.
L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ancora nel 1985,
approvava le raccomandazioni "Tecnologie appropriate per la
nascita" e, nel 1986, le "Tecnologie appropriate per il
dopo-parto", che rimettono in discussione la maggior parte
delle pratiche ostetriche e pediatriche oggi comunemente
accettate in ostetricia, proponendo migliori livelli di
assistenza con minor utilizzo di tecnologie, il recupero delle
modalità di assistenza tradizionali appropriate di ogni
popolazione, la riconversione delle risorse attualmente
disponibili.
In questo senso si è già avviato il decreto-legge 1^
dicembre 1995, n. 509, convertito, con modificazioni, dalla
legge 31 gennaio 1996, n. 34, che, nell'ambito delle
disposizioni in materia di strutture e di spese del Servizio
sanitario nazionale, ha riservato una quota di 200 miliardi di
lire per i consultori e per l'attivazione e il sostegno delle
strutture che applicano le tecnologie appropriate previste
dall'OMS alla preparazione e all'assistenza al parto, come
primo riconoscimento e sostegno ai luoghi del parto che
riservano attenzione sia agli aspetti scientifici, sia
relazionali nella preparazione e nell'assistenza al parto, e
ai primi giorni di vita del nuovo nato.
Più recentemente, nel quadro degli obiettivi salute
individuati dal Piano sanitario nazionale per il triennio
1998-2000, è stato adottato dal Ministro della sanità il
Progetto obiettivo materno-infantile in cui è sviluppato un
piano di azioni dirette alla tutela della salute della donna,
in tutte le fasi della vita e negli ambienti di vita, (decreto
del Ministro della sanità 24 aprile 2000, pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale n. 131 del 7 giugno 2000).
Il Progetto indicava, tra gli altri obiettivi da
perseguire allo scopo di salvaguardare le fasce più deboli e
di garantire maggiore uniformità dei livelli di assistenza,
quello di "assicurare processi assistenziali tendenti alla
sempre maggiore umanizzazione dell'evento nascita, coniugando
la possibilità di far coesistere la sicurezza per la
partoriente e il nascituro e il rispetto di quanto desiderato
dalla donna in una fase delicata per il ciclo vitale".
La presente proposta di legge intende, perciò, promuovere
la conoscenza e la diffusione di una nuova cultura della
nascita e delle conseguenti pratiche ostetriche rispettose di
ciascun nuovo nato e del suo divenire persona, e di ciascuna
donna che ha scelto di divenire madre. Inoltre, si vogliono
rendere concrete e universali scelte e modalità pratiche che
oggi sono frutto solo di impegno personale e volontario di
alcuni operatori del settore, promuovendo un'ostetricia che
"opera con scienza ed intelletto d'amore" (Maria
Montessori).
La pratica del parto non violento è già una realtà in
molti Paesi del mondo, così come il graduale superamento della
ospedalizzazione generalizzata della donna.
Ricordiamo l'esperienza americana, dove i parti che
avvengono nelle case di maternità rappresentano ormai la
maggioranza rispetto ai parti ospedalizzati, e quella olandese
dove oltre il 60 per cento dei parti avviene a domicilio.
Anche in Italia si sono fatte scelte così come il graduale
superamento della ospedalizzazione generalizzata della donna
scelte concrete: nelle regioni Lombardia, Lazio, Basilicata,
Marche, Abruzzo e Liguria si è già legiferato in questo senso,
così come nelle province autonome di Trento e di Bolzano;
mentre in Emilia-Romagna, a favore delle donne che scelgono di
partorire a domicilio è erogato un rimborso da parte della
azienda sanitaria locale che copre quasi interamente la spesa
documentata.