XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 763
Onorevoli Colleghi! - A circa ventitre anni
dall'applicazione della legge 22 maggio 1978, n. 194, occorre
riflettere sul se e come i propositi proclamati al primo comma
dell'articolo 1 della legge ("Lo Stato garantisce il diritto
alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il
valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo
inizio") abbiano trovato concreta realizzazione:
1) gli aborti "clandestini", cavallo di battaglia per la
legalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza, non
solo non sono diminuiti, ma negli ultimi anni sono aumentati
(fonte AIED: 70-100 mila nel 1986; 87 mila nel 1987; intorno
agli 80.000 nel 1990);
2) nel 1986 il 27,2 per cento delle gestanti che hanno
abortito aveva già fatto ricorso all'aborto in precedenza
almeno una volta, nel 1990 il 28,9 per cento: una "recidività"
così diffusa conferma il carattere meramente propagandistico
proprio del compito dichiarato di rendere "cosciente" e
"responsabile" la procreazione;
3) si registra una pratica abortiva capillare che non è
spiegata da situazioni eccezionali, da pericoli seri o reali
per la salute o da difficoltà economiche familiari: dalla
relazione ministeriale del 1990 si deduce che le donne che
abortiscono sono in gran parte coniugate (62,5 per cento), in
età compresa fra i 20 e i 39 anni (63,9 per cento), con
sufficiente livello di istruzione (75,3 per cento), e con non
più di due figli (81,3 per cento); aumentano tuttavia i dati
riferiti alle donne nubili (33,3 per cento) che nel nord
raggiungono il 40 per cento; l'aborto è diventato cioè una
scelta di cultura;
4) è mancata qualsiasi tutela per le "maternità
difficili": i consultori pubblici si limitano, nella maggior
parte dei casi, a rilasciare la certificazione per abortire e
a smistare le donne verso i centri a ciò abilitati;
5) la legge n. 194 del 1978, ha contribuito a
incrementare il terribile calo della natalità e ad aggravare,
quindi, i problemi ad esso connessi: immigrazione dai Paesi
del sud-Mediterraneo, aumento della popolazione anziana,
eccetera;
6) l'aspetto più grave: posto che i dati scientifici
attestano inconfutabilmente che il nascituro è "un essere
umano" fin dal momento del concepimento, dieci anni di aborto
"legale" in Italia hanno significato quasi 2 milioni e mezzo
di omicidi "legali" e sovvenzionati col denaro pubblico.
Da queste schematiche considerazioni, dobbiamo dedurre che
occorre ristabilire con fermezza e senza ambiguità il
principio che l'aborto è da ritenersi illecito e che lo Stato
deve prevenirlo con tutti i mezzi, creando strutture di
sostegno alla famiglia ed incoraggiando la maternità.
La discussione parlamentare del giugno 1988 delle "mozioni
sul diritto alla vita" è stata illuminante, sotto questo
aspetto, perché ha evidenziato una serie di posizioni
politiche, alcune chiare e coerenti, altre ambigue e di
compromesso. Un dato è certo: il caso-aborto non può essere
considerato definitivamente archiviato; la stessa legge, con
l'articolo 16, lo impedisce. L'articolo 16, infatti, nel
prevedere la relazione annuale del Ministro della sanità e del
Ministro della giustizia, non risponde secondo noi ad una
sorta di curiosità del Parlamento, ma impone a questo di
riflettere sui dati, evidentemente per assumere, poi,
decisioni conseguenti.
La drastica affermazione di quanti sostengono che "la
legge non si tocca", si pone allora al di fuori di ogni
logica, specialmente se si tiene conto del fatto, assai
rilevante, che nel momento in cui si dibatte - con onestà
intellettuale, ci pare - sull'opportunità di modificare
addirittura il dettato costituzionale, sarebbe quanto meno
anomalo che non ci si dovesse accingere a por mano a eventuali
modifiche legislative motivate da una serie di circostanze che
si sono verificate nell'arco di un ventennio.
Lo si voglia o no, è cambiata la qualità del dibattito, ed
è cambiata anche sulla scorta dell'esperienza fatta attraverso
l'attuazione della vigente legislazione. La passata scarsa
attenzione per il fattore umano cede oggi il posto ad un
dibattito che potremmo a giusta ragione definire esistenziale,
dibattito generato in gran parte dalle riflessioni sulla
denatalità e sulla disgregazione della famiglia.
I valori di comunicazione e di solidarietà incominciano a
prevalere sulla società dei singoli, dalle caratteristiche
così lontane dalla reale natura dell'essere umano. La
denatalità, con tutte le sue implicazioni di carattere etico,
economico, culturale e sociale, è tema al quale non si può
continuare ad accostarsi attraverso articoli di stampa o
tavole rotonde, ma è tema degno della più profonda ed accurata
analisi da parte di uno Stato che (senza smentite sino ad
oggi) ha affermato, nella conferenza demografica mondiale
tenutasi a Città del Messico nell'agosto 1984, insieme agli
Stati Uniti d'America e ad alcuni Paesi del terzo mondo, di
essere nettamente contrario al controllo delle nascite, ed in
particolare alle pratiche abortive come metodo per limitare e
contenere la crescita della popolazione mondiale.
Ancora più urgente si pone allora per noi, per questo
Parlamento, una riflessione sul tipo di società nella quale
viviamo: una società attraversata da mille inquietudini,
travagliata da mille mali, una società che rifugge dal dolore
e che tendenzialmente rifiuta la rinuncia, il sacrificio e
l'abnegazione come parametri di riferimento comportamentale o
decisionale, una società che non sa affrontare i problemi e
cerca di superare la sua incapacità attraverso una sorta di
decisionismo irriflessivo e non ponderato che le consente in
qualche modo di superare il problema stesso per la
scorciatoia, come direbbe Corrado Guerzoni, attraverso cioè
l'assunzione di metodi radicali. Sicché nel caso specifico
dell'aborto, ad esempio, non si potenzia la via
dell'educazione, della crescita culturale, dell'aiuto alla
famiglia, ma si procede con metodi di assai rapido impiego. E
così di seguito, per l'eutanasia o per la droga, quando si
propone di liberalizzarla invece di impedirne il
diffondersi.
Diciamo pure, e con coraggio, che viviamo in una società
sopita verso i valori morali, una società che più che protesa
ad evitare l'insorgere e l'affermarsi della violenza tende a
giustificare, con fuorvianti motivazioni di carattere
sociologico, la violenza stessa. La realtà è che è difficile
intervenire ormai su un tessuto sociale che assorbe tutto: gli
scandali, la violenza sui minori, sulle donne e sugli anziani,
l'eutanasia, il razzismo emergente nelle sue forme palesi e
nei suoi aspetti più sofisticati (attraverso, per esempio, le
manipolazioni genetiche), il riaffiorante terrorismo, la
delinquenza comune, la prostituzione minorile, la pornografia,
la violenza della disoccupazione, la violenza
dell'immagine.
E' difficile intervenire, ma è nostro compito farlo, prima
che sia troppo tardi. Non è mai tardi, comunque, per una
società che ha necessità di risorgere soprattutto nella sua
espressione giovanile, alla quale noi, proprio noi, non siamo
stati in grado di fornire certezze, di tutelarla, di
difenderla, di trasmettere valori.
E' proprio dai giovani che viene la sollecitazione
maggiore ad intervenire per evitare che l'egoismo continui a
prevalere sul bene collettivo. E' soprattutto da loro che
derivano la volontà di affermare il coraggio della verità
nell'analisi della situazione attuale e la forza del giudizio
morale sulla realtà.
Non possiamo più assistere colpevolmente inerti al
calpestamento quotidiano del diritto fondamentale della
persona alla vita e, ancor più, ad una degna qualità della
vita; non possiamo neppure trovare giustificazioni alle
trappole insidiose che vengono tese alle libertà dei singoli
ed alle istituzioni, prima fra tutte la famiglia che, a nostro
avviso, dev'essere una volta per tutte tutelata con adeguati
interventi.
Non possiamo, quindi, ridurre la nostra attenzione alla
decisione di mantenere, non mantenere o modificare la legge n.
194 del 1978; dobbiamo invece partire dal suo esame, dopo
ventitrè anni di applicazione, per chiederci che senso abbia,
alla luce dell'analisi dei dati contenuti nella relazione del
Ministro, mantenere così com'è una legge che, lungi
dall'eliminare quella che fu definita la "piaga dell'aborto
clandestino", si viene a collocare in una società
profondamente segnata dalla denatalità, dall'incalzante
sterilità, da un alto tasso di mortalità giovanile, dalla
droga e dall'AIDS; una società popolata da anziani ma
soprattutto ormai tendenzialmente non più avvezza a difendere
il valore "vita"; una società ricca di contraddizioni: pronta
a marciare per la pace ma intimamente razzista, pronta ai
cortei in difesa della qualità della vita e dell'ambiente ma
disponibile alle tangenti dei "palazzinari", pietosamente - e
a giusta ragione - protesa ad eliminare la vivisezione ma
abortista; una società in una parola forse soltanto amaramente
e dolorosamente ipocrita.
A che cosa serve, allora, questo tipo di legge, se non a
mascherare di ipocrisia quello che potrebbe essere un gesto
finalmente e seccamente rivoluzionario: dare la vita?
La legislazione vigente, così com'è impostata, e
soprattutto nella sua pratica attuazione, non tutela, come
qualcuno si ostina a sostenere, le fasce più emarginate, più
povere, socialmente e culturalmente meno evolute; lo si legge
dai dati. Ne fruiscono soprattutto - lo riportiamo tra
virgolette - "donne dai trent'anni in su, con uno o più figli,
e con un livello di istruzione medio", come dice il Ministro
della sanità. L'aborto, cioè, è proprio il male della media
borghesia, volta al consumismo, al benessere economico,
inquinata dalla cultura utilitaristica, lontana ormai anni
luce dal concetto di amore. Non perdiamo, allora, l'occasione
di riflettere su uno strumento legislativo che abbiamo tutti
il dovere di rendere adeguato ad una società priva di
orientamento, che richiede certezze con sempre maggiore
insistenza.
L'impegno del nostro gruppo non nasce oggi: non abbiamo
avuto ripensamenti improvvisi; fin dal 1981 ci siamo impegnati
nel referendum concernente la legge sull'aborto. Nel
1983, in sede parlamentare, nella mozione sulle donne,
ripresentata e purtroppo mai discussa, avevamo già posto il
problema dei consultori (e della revisione della legge n. 405
del 29 luglio 1975), che svolgono un intervento squisitamente
sanitarizzato e che sono, quindi, volutamente ed
intenzionalmente privati degli strumenti che avrebbero dovuto
sostenerli nell'attuazione dei loro fini istituzionali. Una
proposta di modifica della legge n. 405 è stata da noi
nuovamente avanzata all'inizio della XI legislatura. Abbiamo
presentato una specifica mozione sulla legge n. 194 del 1978,
e sulla sua attuazione già negli anni passati, come pure una
risoluzione in Commissione sanità; nel 1986 un ordine del
giorno, in parte accolto dal Governo, contenente una richiesta
di riqualificazione della spesa anche attraverso una analisi
attenta della politica dei servizi sociali. L'8 marzo 1988,
abbiamo avanzato la proposta di istituire una Commissione di
inchiesta sulla condizione della donna e della famiglia. Vi
sono state altre analoghe proposte inerenti, in modo
specifico, al diritto alla vita. Del 29 aprile 1988 è la
proposta di legge per una Commissione di inchiesta
parlamentare sulla violenza verso i minori.
Tuttavia sino ad oggi nessuna decisione concreta è stata
assunta in questa sede. Non sono stati presi in considerazione
non diciamo uno dei documenti citati, ma neanche, per esempio,
la proposta di Maria Eletta Martini, di istituire una
Commissione bicamerale sul funzionamento dei consultori: una
proposta che nella IX legislatura è andata abbondantemente
avanti nel suo iter legislativo ma che inspiegabilmente
non è stata ripresa, proprio nel momento in cui da altra parte
politica si sostiene - secondo un'ottica naturalmente ben
diversa e diametralmente opposta alla nostra - che vanno
rifinanziate le leggi per il funzionamento dei consultori e
per la piena attuazione della legge n. 194.
La discussione avvenuta nel giugno 1988 e la conseguente
decisione (ma quale poi?) - è amaro constatarlo - scaturiscono
da una necessità sinceramente avvertita di discutere, con
serenità ed impegno, su una legge che nel panorama legislativo
italiano si delinea come fortemente datata. Ma essa, proprio
perché datata, necessita di una attenta rilettura, che deve
avvenire in un ambiente ormai, lo si voglia o no,
culturalmente diverso. Intendiamo dire che in tale ambiente i
nodi delle stridenti differenziazioni ideologiche vengono al
pettine giornalmente; è lo stesso ambiente in cui - per
esempio in tema di scuola - si discute attraverso la
discriminante fra qualità e quantità del lavoro. In tema di
ora di religione e norme concordatarie occorre assumere
posizioni chiare ed inequivocabili. In tema di aborto si deve
scegliere tra una impostazione - legittima, sia chiaro, per
chi ne è convinto - materialistica ed edonistica ed un'altra
esattamente opposta.
Ormai siamo al redde rationem. Anche chi ha creduto
a una cultura nichilista, e di essa si è alimentato, deve
concludere che è fallita e che occorre ricostruire subito un
sistema di valori. Crediamo anche alla buona fede di quanti,
laici, operarono per l'approvazione della legge n. 194 del
1978 nell'intento di approntare un provvedimento che evitasse
l'aborto clandestino - fu l'argomento maggiore di propaganda
che si agitò in favore di quella legge - e rendesse più
responsabili padre e madre nella loro scelta di essere
genitori. Tuttavia la legge è fallita.
Lo stesso Gozzini - non appartenente certo all'area della
destra: tutt'altro! - affermava che l'interruzione volontaria
della gravidanza burocratizzata ed analizzata è usata come
mezzo di regolamentazione delle nascite, cioè contra
legem. Gozzini in ciò si distingueva dalla Turco e dalla
Golfanelli, ma forse si avvicinava molto a Natta il quale, in
un'intervista, pure ammise la possibilità - a suo tempo - di
una revisione della legge.
Giglia Tedesco ha invitato a non assumere più vecchie e
"passatiste" posizioni e a far dispiegare alla legge "tutte le
sue potenzialità positive"; il che è in linea con alcune
richieste della sinistra di rifinanziare le leggi n. 194 del
1978 e n. 405 del 1975. Ma si pensa onestamente di poter fare
una cosa del genere di fronte ad una situazione che evidenzia
il fallimento di fondo della legge?
Il fatto è che l'equivoco è iniziale: dobbiamo sapere chi
intenda salvare solo la dignità della donna, e come, e chi
intenda salvaguardare l'esistenza dell'essere umano, donna o
feto che sia, in quanto tale. Si ritiene che la dignità della
donna sia salva soltanto per il fatto che certi problemi si
affrontano alla luce del sole? Anche qui ci permettiamo di
chiedere come si spieghi che persistano gli aborti
clandestini, soprattutto per le minorenni, cioè, per chi,
evidentemente, vuole tutelare il suo privato sempre e comunque
come colpa da nascondere.
Crediamo, allora, che quell'obiettivo sia fallito e che il
vero obiettivo debba essere quello di invitare alla vita, di
creare le condizioni per viverla, di operare per una crescita
culturale in virtù della quale si comprenda che concepire un
essere umano è l'unico vero atto che giustifica l'esistenza
stessa dell'uomo. Ciò che bisogna stabilire, dunque, è come
far compiere responsabilmente quell'atto, come rendere tutti
consapevoli del grande compito che ha l'essere umano.
Che significato, allora, può assumere l'affermazione
secondo la quale quella legge "non si tocca"? Il Parlamento ha
il dovere di rivedere una legge i cui obiettivi non siano
assolutamente stati conseguiti. Non dovremmo allora rivedere
nessuna delle leggi precedenti, nonostante il loro fallimento?
Dovremmo ostinarci, per esempio, ancora sulla legge n. 180 del
13 maggio 1978 o mantenere le unità sanitarie locali così come
sono? Non dovremmo andare a riguardare l'intera politica dei
servizi sociali, con la contestuale riqualificazione della
spesa per gli enti locali? Si tratta di servizi sociali della
cui validità, peraltro, non siamo affatto convinti.
D'altro canto, dicevamo, il cedimento politico della DC
all'epoca del varo della legge n. 194 del 1978 fu legato, fra
l'altro, alla garanzia che la legge avrebbe avuto un controllo
e una verifica annuali: è questo l'elemento contenuto
nell'articolo 16 della legge stessa, in virtù del quale ogni
anno dovremmo discutere sui contenuti della relazione, non per
il gusto di discuterne, ma per il dovere di assumere poi
decisioni conseguenti.
Possiamo dire che i consultori funzionano, che le
équipes dimostrano professionalità, che le regioni si
sono date da fare per creare professionalità e specialisti;
che vi sono psicologi, che vi sono realmente assistenti
sociali, che il consultorio risponde effettivamente al suo
fine istituzionale che è quello di tutelare e incentivare la
famiglia?
Possiamo dire che il personale scelto in virtù delle leggi
regionali risponde all'esigenza proclamata dalla legge n. 194
del 1978, all'articolo 1? Oppure esso è ormai impegnato
soltanto nel lavoro di routine, di rilascio di
certificati per l'aborto? L'aborto può essere un atto
moralmente indifferente, se si intende realmente rispettare e
tutelare la vita umana?
Abbiamo avuto una serie di perplessità ma anche l'approdo
a certezze sui convincimenti che nel tempo abbiamo maturato.
Si tratta di una serie di certezze che sono state avallate
proprio dal dibattito così acceso che si è svolto a seguito
dell'ordinanza (non della sentenza) della Corte
costituzionale. Intorno ad essa vi è stato un gran parlare,
tant'è che anche i mass-media hanno avvertito la
necessità di chiarire quello che in fin dei conti avevamo
capito tutti quanti, cioè che la Corte costituzionale ha
preferito comportarsi come fece a suo tempo, nel momento in
cui talune forze politiche e il Movimento per la vita
presentarono due proposte di referendum (una minimale,
l'altra massimale) della quale la Corte accettò la minimale,
per cui dei dieci referendum proposti dal partito
radicale ne ammise cinque. La Corte costituzionale ancora una
volta non volle esprimersi sull'articolo 5, forse per
quell'atteggiamento un po' "pilatesco" che Carlo Casini già
aveva evidenziato nel libro Gli anni di Erode pubblicato
alcuni anni addietro. Il problema della scelta di chi deve
abortire e di come debba farlo non ci sembra possa essere
ricondotto alla sfera del personale. Anche al riguardo esiste
una contraddizione tra quanti da un lato vorrebbero ricondurre
il tutto alla sfera personale, dall'altro chiedono la
procedibilità d'ufficio (per esempio, in materia di violenza
sessuale): occorre coerenza per dare un indirizzo alla
società!
Noi pensiamo che la normativa esistente debba essere
rivista e si debbano adottare nuovi interventi a sostegno
delle maternità difficili, ivi compresa la condizione delle
ragazze madri, delle quali non si parla mai. Non si è
adeguatamente affrontato lo spinoso problema di chi intende
assumersi fino in fondo la responsabilità di una situazione
che oggi forse è meno difficile da affrontare, ma che tale era
certamente fino a qualche tempo addietro.
Occorre creare le condizioni per ricondurre la società
nella sua interezza al rispetto della vita e al rifiuto della
violenza nelle sue varie espressioni, palesi ed occulte;
promuovere una impegnata azione educativa (è questa che manca
essenzialmente), coinvolgendo la scuola, gli organi di
informazione e tutte le strutture territoriali; disegnare, con
un preciso raccordo fra enti locali, ASL e consultori, una
rete di strutture socio-assistenziali che siano anche di
supporto economico alla famiglia o alla donna che voglia
accogliere una nuova vita.
Avevamo chiesto, inascoltati, nel giugno 1988, che lo
stesso Governo promuovesse, entro novanta giorni dalla
votazione sulle mozioni parlamentari, una conferenza nazionale
sul diritto alla vita, a nostro avviso propedeutica rispetto
agli interventi da adottare. Qualunque dibattito si svolga in
Parlamento, infatti, non è necessariamente quello che la
società vuole in realtà. La nostra è una società in
evoluzione, profondamente cambiata, molto più riflessiva
rispetto a dieci, quindici, vent'anni addietro: perché non
coinvolgerla, prima che il Parlamento continui ad assumere
ostinatamente posizioni già prese, o ne assuma di nuove,
irriflessive o fortemente ideologizzate?
In tal senso abbiamo presentato negli anni scorsi
nuovamente una proposta di risoluzione che, anche a seguito
del vivace dibattito sul caso della clinica Mangiagalli, e
delle diverse posizioni assunte all'interno dei partiti di
Governo, ci auguravamo potesse essere accolta: nulla!
Avvertiamo, intanto, il dovere di presentare la presente
proposta di legge, con cui chiediamo che venga sancito un
principio irrinunciabile: l'illiceità della pratica
abortiva.
Con ciò risulta subito evidente come sia completamente
ribaltato l'impianto della legge n. 194 di cui, peraltro, con
l'articolo 11 si chiede l'abrogazione.
Con l'articolo 1 si elimina l'ambiguità intorno
all'"inizio della vita umana", chiarendo che esso va inteso
"dal momento del concepimento". I commi 2 e 3 dello stesso
articolo 1 individuano nell'intervento sinergico di Stato,
regioni e enti locali l'impegno all'assistenza delle donne,
nel periodo antecedente e successivo al parto, e del neonato.
Gli articoli 2 e 3 sono infatti, più chiaramente specificati
rispettivamente per gli interventi speciali a carattere
sanitario e socio-assistenziale e per gli interventi di
sostegno economico e familiare.
I compiti dei consultori sono puntualmente definiti
all'articolo 4: ad essi sono conferiti altri compiti, oltre a
quelli previsti dalla legge n. 405 del 1975, in rapporto alle
tipologie di intervento ipotizzate nei precedenti articoli 2 e
3.
I consultori sono sottratti alla loro attuale
caratterizzazione di strutture troppo sanitarizzate.
Gli articoli 6, 7 e 8 definiscono una chiara casistica in
merito ai casi di interruzione della gravidanza di donna non
consenziente, di donna consenziente o di interruzione colposa.
Le cause di non punibilità, riferite al solo "grave pericolo
per la vita o la salute della donna" (che dovrà comunque
essere consenziente) sono contemplate nell'articolo 9, nel
quale è compreso il caso previsto dall'articolo 54 del codice
penale. All'articolo 10 è, in maniera chiara, definita la
possibilità della obiezione di coscienza.
Un procedimento snello, che rimette ordine e chiarezza in
una normativa (quella della legge n. 194) che, a distanza di
ventitrè anni, ha chiaramente mostrato la inadeguatezza e la
inefficacia.
La mistificazione della eliminazione dell'aborto
clandestino ha fatto il suo tempo. La cultura della vita, cui
sentiamo di ispirarci con totale convinta adesione, impone
paternità e maternità responsabili, ma impone altresì che per
il conseguimento di tale obiettivo convergano più forze
istituzionali e sociali che offrono elementi di certezza al
nascere delle nuove famiglie.
L'aborto fa parte di una visione rozza della vita, del
rapporto fra gli individui, e dell'individuo con se stesso:
all'uomo ed alle donne, in particolare del duemila, è
richiesto con forza ed urgenza, il recupero della dignità di
essere uomo. Aver rispetto per se stessi è un ottimo inizio
per imboccare la strada del vivere civile.
Aver paura di stabilire norme chiare che ripristinino la
sacralità della vita, non è certo un passo indietro per
quanti, dopo una sbornia di progresso, intendano riprendere la
via della civiltà.
E' quanto avrebbero dovuto comprendere quei colleghi
cattolici e, fra essi, quei democristiani, fra cui Carlo
Casini, che nella X legislatura negarono alla nostra parte
politica la possibilità di discutere con urgenza il
provvedimento.