XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 708
Onorevoli Colleghi! - Nel giugno 1992 a Rio de Janeiro
(Brasile) si è svolta la Conferenza delle Nazioni Unite
sull'ambiente e lo sviluppo, primo importante convegno a
livello mondiale avente come tema l'ambiente e le misure da
adottare per la sua tutela. Alla Conferenza hanno partecipato
i Capi di Stato e i rappresentanti di tutto il mondo, nonché
numerosi delegati e rappresentanti delle istituzioni delle
Nazioni Unite, di organizzazioni internazionali e di
organizzazioni non governative.
Questo avvenimento ha tracciato un sentiero per affrontare
il futuro. La dichiarazione di Rio de Janeiro stabilisce i
princìpi sui quali gli Stati dovranno fondare le loro
decisioni nell'ambito di un approccio integrato delle
politiche in materia di sviluppo e di ambiente.
Una delle convenzioni più importanti sulle problematiche
ambientali, quella sulla biodiversità, causa la rigidità degli
Stati Uniti, è stata firmata solo due anni dopo: in Italia è
stata recepita con la legge 14 febbraio 1994, n. 124, recante:
"Ratifica ed esecuzione della convenzione sulla biodiversità,
con annessi, fatta a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992".
La convenzione, focalizzando l'attenzione sulla necessità
ed urgenza di salvaguardare l'integrità e la diversità del
patrimonio genetico quale bene comune dell'umanità, si è posta
l'obiettivo principale di proteggere la "biodiversità", cioè
la molteplicità di varietà animale e vegetale i cui delicati
meccanismi di interrelazione nell'ecosistema garantiscono il
mantenimento dell'equilibrio ambientale e la sua
sopravvivenza.
Gli altri obiettivi, che fanno corollario al primo, sono
l'uso durevole dei componenti della diversità biologica e la
ripartizione giusta ed equa dei benefìci derivanti
dall'utilizzazione delle risorse genetiche. Ciò significa che
l'economia mondiale deve essere indirizzata nel senso di uno
sviluppo sostenibile, che sia compatibile con l'ambiente, a
vantaggio delle generazioni sia presenti che future.
E' ormai un dato acquisito che la società e l'economia non
possono più essere prospere in un mondo afflitto dalla povertà
e dal degrado ambientale. Se lo sviluppo economico non può
arrestarsi, esso deve assolutamente cambiare corso per
divenire ecologicamente meno distruttivo. La sfida del terzo
millennio è quella di mettere in pratica questo concetto e di
effettuare la transizione verso forme di sviluppo e modi di
vita sostenibili. Saranno necessari radicali cambiamenti
ovunque: dai campi ai consigli di amministrazione, dalla lista
della spesa ai budget nazionali.
Si è consapevoli che la diversità biologica è in fase di
depauperazione a causa di talune attività umane e la sua
conservazione deve essere una preoccupazione comune
dell'umanità. Per poterla conservare bisogna prima di tutto
preservare in situ gli ecosistemi e gli habitat
naturali, nonché, ove necessario, ricostruire le popolazioni
di specie vitali nei loro ambienti naturali.
Gli strumenti legislativi, se pur incompleti e parziali,
permettono di iniziare una prima fase di salvaguardia della
biodiversità. Tra l'altro la citata Convenzione di Rio de
Janeiro fornisce la definizione di diverse espressioni, di cui
le più importanti sono "diversità biologica", intesa come la
"variabilità degli organismi viventi di ogni origine, compresi
gli ecosistemi terrestri, marini ed altri ecosistemi
acquatici, ed i complessi ecologici di cui fanno parte";
"ecosistema", inteso come complesso dinamico formato da
comunità di piante, animali e micro-organismi e dal loro
ambiente non vivente le quali, grazie alla loro interazione,
costituiscono un'unità funzionale.
L'altro tema di interesse rilevante è contenuto
nell'articolo 3 che recita: "In conformità con lo Statuto
delle Nazioni Unite e con i princìpi di diritto
internazionale, gli Stati hanno il diritto sovrano di
sfruttare le loro risorse in conformità con le loro politiche
ambientali (...)".
Merita particolare attenzione l'articolo 8, lettera
g), che recita: "<Ciascuna Parte contraente> istituisce
o mantiene i mezzi necessari per regolamentare, gestire o
controllare i rischi associati all'uso ed al rilascio di
organismi viventi e modificati risultanti dalla
biotecnologica, che rischiano di produrre impatti ambientali
negativi suscettibili di influire sulla conservazione e l'uso
durevole della diversità biologica, anche in considerazione
dei rischi per la salute dell'uomo;".
Questa Convenzione, originariamente intesa a proteggere le
specie animali e vegetali a rischio di estinzione, si è poi
focalizzata sui criteri per lo sfruttamento equilibrato del
patrimonio genetico e per la brevettabilità dei geni di piante
ed animali.
La FAO ha stimato che dall'inizio del XX secolo sia andato
perduto circa il 75 per cento della diversità genetica delle
piante agricole e pertanto l'uniformità genetica rischia di
rendere i raccolti vulnerabili alle malattie e agli insetti
nocivi. Quello che resta, se non si pongono immediatamente dei
limiti e delle regole severi, lo distruggeranno le
biotecnologie avanzate attraverso la manipolazione del DNA,
ovvero del codice genetico degli organismi. Le nuove tecniche
di laboratorio, oggi, permettono di isolare singoli geni,
modificarli ed introdurli in altre cellule, spesso diverse da
quelle di origine, modificando in questo modo la struttura
genetica degli organismi oggetto dell'intervento.
E' ormai scientificamente possibile inserire nel
patrimonio genetico di un organismo vivente dei geni ereditari
che non gli appartengono, o si possono creare animali
transgenici, nei quali sono introdotti dei geni provenienti da
altre specie, o trasferire in piante dei geni provenienti da
animali o viceversa.
Le biotecnologie avanzate hanno un'influenza notevole in
molti settori produttivi: sanitario, agricolo, zootecnico,
alimentare, chimico, nei quali si realizzano come prodotti del
materiale organico od organismi biologici.
Nel 1993 sono entrati in vigore due decreti legislativi
(il n. 91 ed il n. 92 del 3 marzo 1993), attuativi delle
direttive 90/219/CEE e 90/220/CEE, concernenti,
rispettivamente, l'impiego confinato di microorganismi
geneticamente modificati e l'emissione deliberata
nell'ambiente di organismi geneticamente modificati, ed atti a
stabilire le misure volte a proteggere la salute dell'uomo e
dell'ambiente. Il primo decreto legislativo è stato poi
abrogato dal decreto legislativo 12 aprile 2001, n. 206,
recante attuazione della nuova direttiva 98/81/CE,
sull'impiego confinato di organismi geneticamente
modificati.
Ai sensi delle citate normative si intende per
"microorganismo" ogni entità microbiologica cellulare o non
cellulare capace di replicarsi o di trasferire materiale
genetico; per "microorganismo geneticamente modificato" (OGM)
si intende un microorganismo il cui materiale genetico è stato
modificato in un modo che non avviene in natura, mediante
incrocio e/o ricombinazione naturale. Per "emissione
deliberata" si intende l'uso di un OGM fuori dai laboratori
attraverso l'emissione (o liberazione) intenzionale
nell'ambiente di un OGM o di una sua combinazione o dei
prodotti che derivano da OGM o che ne contengono.
Nell'emissione volontaria nell'ambiente di OGM sono
essenziali i meccanismi di prevenzione dei pericoli o dei
danni alla salute ed agli ecosistemi e quindi di monitoraggio
e controllo della diffusione dell'OGM nell'ambiente.
La possibilità di cambiare il programma genetico di un
organismo, agendo sul suo DNA, poiché offre all'uomo la
possibilità di creare nuove forme viventi e di modificarne
altre già esistenti, pone enormi problemi di natura etica,
ancor oggi assai dibattuti.
Se per molti secoli lo scopo della scienza è stato quello
di aiutarci a comprendere i meccanismi di funzionamento della
natura, negli anni più recenti le scienze, in modo particolare
le scienze naturali, hanno assunto un carattere che potremmo
definire manipolatorio: cercano di ingannare o raggiungere la
natura tutte le volte che ne hanno l'opportunità. Processi
che, in condizioni "naturali", avrebbero richiesto migliaia di
anni per verificarsi, oggi possono venire realizzati nell'arco
di una notte. Gli aspetti genetici e di sviluppo della vita
vengono ora manipolati ed è possibile produrre nuovi organismi
viventi con caratteristiche alterate. Il destino della nostra
specie, viste queste premesse, potrebbe quindi riservarci
enormi cambiamenti.
"L'ingegneria genetica - come afferma J. Rifkin -
rappresenta, allo stesso tempo, sia le nostre più
entusiasmanti speranze e aspirazioni, sia le nostre paure e
apprensioni più profonde".
Il secolo delle biotecnologie ci si presenta sotto forma
di un grande patto faustiano. Davanti a noi brilla il miraggio
di grandi progressi, di scoperte e di un grande futuro pieno
di speranza. Ma, per ogni passo avanti che compiamo nel "mondo
nuovo", la domanda "a quale prezzo?" ci assilla.
I rischi che accompagnano il secolo delle biotecnologie
sono sinistri almeno nella stessa misura in cui le
gratificazioni sono seducenti. Confrontarci con le luci e le
ombre della biotecnologia aiuterà ciascuno di noi a prevedere
il cammino che ci attende.
Nella sua storia l'umanità non si è mai trovata
impreparata come oggi di fronte a nuove opportunità, a sfide
ed a rischi tecnologici ed economici. Nei prossimi decenni il
nostro stile di vita sarà trasformato molto più radicalmente
di quanto non sia avvenuto nei precedenti cento anni.
L'intera agricoltura potrebbe ritrovarsi nel bel mezzo di
una grande transizione, con una quantità sempre maggiore di
cibo e fibra fatta crescere con l'aiuto di batteri all'interno
di giganteschi bagni di coltura, il tutto ad un prezzo molto
inferiore a quello delle varietà che crescono sul terreno. Se
da un lato l'agricoltura indoor potrebbe significare
maggiori disponibilità di cibo a costi contenuti, dall'altro
milioni di contadini, sia nei Paesi in via di sviluppo sia in
quelli già sviluppati, potrebbero essere sradicati dalla loro
terra, incentivando uno dei più grandi sconvolgimenti sociali
nella storia del mondo.
Decine di migliaia di nuovi batteri, virus, piante e
animali transgenici potrebbero essere immessi negli ecosistemi
della Terra per scopi commerciali che vanno dal rimedio
biologico alla produzione di combustibili alternativi. Alcune
di queste innovazioni, tuttavia, potrebbero distruggere la
biosfera del pianeta, diffondendo nel mondo un inquinamento
genetico assai pericoloso e con effetti, a volte, addirittura
mortali.
L'ingegneria genetica rappresenta lo strumento "finale".
Estende i poteri dell'umanità sopra le forze della natura come
nessun'altra tecnologia ha mai fatto precedentemente nella
storia, forse con la sola eccezione della bomba atomica.
Con la tecnologia genetica noi assumiamo il controllo del
nostro patrimonio ereditario individuale, ossia del nostro
programma genetico. Sempre più spesso ci chiediamo: "può una
persona ragionevole pensare, anche solo per un momento, che un
simile potere non comporti alcun rischio?".
Ogni volta che un organismo trattato geneticamente viene
liberato, esiste almeno una piccola probabilità che esso
diventi pericoloso perché, come le specie non-indigene, è
stato introdotto artificialmente in un ambiente complesso, che
ha sviluppato una complessa rete di relazioni integrate
attraverso un lungo periodo nella storia evolutiva. Introdurre
nell'ambiente esseri nuovi significa innescare una specie di
"roulette ecologica": se esiste anche solo una piccola
probabilità di scatenare un'esplosione ambientale, e se questo
dovesse davvero accadere, le conseguenze potrebbero essere
significative ed irreversibili.
Si prevede che le società che si occupano di biotecnologie
introdurranno nell'ambiente, nel prossimo decennio, centinaia
di nuovi OGM. Molti di questi saranno benigni, ma i calcoli
statistici sulle probabilità suggeriscono che almeno una
piccola percentuale di essi si dimostrerà pericolosa e
altamente distruttiva per l'ambiente.
L'impatto cumulativo dell'introduzione di migliaia di OGM
potrebbe a lungo termine ampiamente superare il danno che è
risultato dalla liberazione dei prodotti petrolchimici negli
ecosistemi della Terra. Con questi nuovi prodotti biologici,
il danno risulterebbe essere non facilmente contenibile, gli
effetti distruttivi continuerebbero a sommarsi e gli organismi
non potrebbero essere riconvertiti poiché l'intero processo
risulterebbe irreversibile.
In nessun campo come nell'agricoltura biotecnologica i
campanelli d'allarme stanno suonando all'impazzata a causa del
fatto che l'industria si sta muovendo velocemente per rendere
l'ingegneria applicata all'alimentazione e agli animali una
realtà commerciale entro la fine della prima decade del XXI
secolo. Anche se gli ecologi non sono sicuri degli impatti che
si potrebbero ottenere oltrepassando i confini delle specie,
introducendo nelle piante coltivate geni presi da specie
animali e vegetali non correlate. Il fatto è che nella storia
non esiste alcun precedente per questo tipo di sperimentazione
esplosiva. L'introduzione di nuovi geni nei genomi delle
piante coltivate potrebbe creare nuove caratteristiche
imprevedibili e incontrollabili. E' un tentativo ad alto
rischio, con poche regole base e pochi punti di riferimento.
Stiamo navigando al buio nella nuova era della biotecnologia,
con grandi speranze, poche costrizioni e nessuna idea dei
potenziali risultati.
L'idea del grande numero di specie animali che si cibano
di piante e di frammenti di piante contenenti un vasto
assortimento di composti chimici ai quali normalmente non
sarebbero mai stati esposti è una prospettiva sconvolgente.
I geni sono l'"oro verde" del secolo della biotecnologia.
Le forze politiche ed economiche, che oggi controllano le
risorse genetiche del pianeta, domani potranno esercitare
poteri praticamente assoluti sul futuro del mondo economico.
Multinazionali e governi stanno già esplorando i continenti
alla ricerca del nuovo oro verde, peraltro in progressiva fase
di diminuzione, nella speranza di individuare i microbi, le
piante, gli animali e gli esseri umani con tratti genetici
rari che in futuro potrebbero avere un mercato. Una volta
individuati i tratti desiderati, le imprese biotecnologiche
potranno modificarli e chiedere un brevetto che protegga le
loro nuove invenzioni. Brevettare la vita è la seconda regola
della matrice operativa del secolo della biotecnologia.
La lotta per il controllo delle risorse genetiche ha
dominato per più di un decennio i programmi della United
nations food and agricolture organization (FAO). Alcuni
rappresentanti del Terzo mondo accusano le imprese
multinazionali e le nazioni dell'emisfero settentrionale di
voler impadronirsi del patrimonio biologico comune, che per lo
più si trova nelle regioni tropicali dell'emisfero
meridionale.
Molti governi hanno già messo a punto una serie di
impianti per lo stoccaggio dei geni allo scopo di preservare i
ceppi rari delle piante con caratteristiche genetiche
suscettibili di acquisire in futuro un valore commerciale. Il
National seed storage laboratory di Fort Collins, nel
Colorado, conserva più di 400 mila semi provenienti da tutto
il mondo. Molte nazioni stanno cominciando a creare banche
genetiche per conservare rari microrganismi ed embrioni
surgelati di animali. Nei prossimi anni, il valore commerciale
della maggior parte di queste rare varietà di piante e di
razze animali aumenterà enormemente, visto che il mercato
mondiale si baserà sempre di più sull'impiego delle nuove
tecnologie genetiche.
Dal 1987, quando l'Ufficio dei brevetti e dei marchi
registrati negli Stati Uniti (Pto) aprì alle enclosure
della commercializzazione del pool genetico della Terra,
segnando l'inizio di una nuova era economica nella storia del
mondo, è iniziata una vera e propria biopirateria. Il Pto
emise un'ordinanza in cui dichiarava che tutti gli organismi
viventi pluricellulari che erano stati manipolati
geneticamente, inclusi gli animali, erano potenzialmente
brevettabili. Il Pto con una sola decisione ha orientato
l'economia globale verso un nuovo corso: ci ha portato
dall'era industriale nel secolo della biotecnologia.
Nonostante nessun biologo molecolare abbia mai creato ex
novo un gene, una cellula, un tessuto, un organo od un
organismo, resta ancora aperta la possibilità di brevettare
tutte le parti separate di un essere umano; non l'intero
organismo, poiché è vietato considerare invenzioni le scoperte
dei prodotti della natura. Nessuna persona ragionevole si
azzarderebbe a suggerire che ad uno scienziato che abbia
isolato, classificato e descritto le proprietà chimiche
dell'idrogeno, dell'elio o dell'ossigeno, debba essere
garantito il diritto esclusivo, per vent'anni, di considerare
la sostanza come sua invenzione. Il Pto, invece, ha affermato
che la classificazione della proprietà e delle funzioni di un
gene basta a fare della scoperta un'invenzione.
Garantire brevetti che coprono tutte le varietà
geneticamente manipolate di una specie, non tenendo conto dei
geni interessati e del mondo in cui questi vengono trasferiti,
mette nelle mani di un singolo inventore la possibilità di
controllare quello che cresce nelle nostre fattorie e nei
nostri giardini. Con un colpo di penna, è stato potenzialmente
negato il lavoro di innumerevoli contadini e scienziati: un
atto giuridico ha autorizzato una rapina.
Mentre l'abilità tecnologica necessaria a manipolare il
nuovo "oro verde" risiede nei laboratori scientifici e nei
consigli di amministrazione delle aziende del nord del mondo,
la maggior parte delle risorse genetiche necessarie ad
alimentare la nuova rivoluzione risiede negli ecosistemi
tropicali del sud. La battaglia per il controllo delle risorse
genetiche comuni tra le società multinazionali del nord e i
Paesi del sud probabilmente diventerà uno degli scontri
economici e politici decisivi del secolo della
biotecnologia.
I Paesi del sud del mondo affermano che quelle che le
società del nord chiamano "scoperte" sono in realtà veri e
propri furti delle conoscenze accumulate dai popoli e dalle
culture indigene; essi sostengono che una piccola modifica
genetica di un seme o di un'erba è del tutto insignificante se
la si confronta con i secoli di diligente amministrazione
richiesti per allevare e per preservare gli organismi
contenenti quelle caratteristiche uniche e preziose così
desiderate dagli scienziati per le loro ricerche.
Abbiamo la netta impressione che le società
biotecnologiche stiano sfruttando gratuitamente secoli di
conoscenze indigene.
Un sempre maggior numero di organizzazioni non
governative, così come molti Paesi, sostengono che il
pool genetico non può essere messo in vendita a nessun
prezzo, ma deve rimanere un bene pubblico aperto a tutti ed
essere usato liberamente dalla generazione attuale e da quelle
future. Al riguardo viene citato un precedente nella decisione
storica di mantenere il continente dell'Antartide come un bene
collettivo e non soggetto a sfruttamento commerciale.
Nel Congresso degli Stati Uniti, molti progetti di legge
studiati per limitare l'attribuzione di brevetti sulla vita o
per imporre una moratoria sull'emanazione di ulteriori
brevetti, sono stati approvati sia dal Senato sia dalla
Camera. Tuttavia, al momento, le due Camere non hanno
raggiunto l'accordo su un testo comune e ciò ha impedito
l'approvazione definitiva di una legge.
Il Parlamento europeo, nel 1995, si pronunciò contro la
possibilità di brevettare geni umani, cellule, tessuti, organi
ed embrioni, e ciò per ragioni etiche, religiose e
filosofiche, affermando che il genoma umano non può essere
ridotto a proprietà commerciale oggetto di compravendita sul
mercato mondiale, mettendo nello stesso tempo in rilievo che
il materiale genetico dell'uomo è un prodotto della natura e,
quindi, deve essere considerato una "scoperta", non
un'"invenzione". Infine, il Parlamento ha insistito
particolarmente sull'idea che garantire il monopolio dei
brevetti vorrebbe dire scoraggiare il libero scambio di
informazioni vitali e rallentare o impedire l'impegno comune
di ricerca sul terreno delle terapie e dei nuovi trattamenti
medici.
La rilevanza della questione dei brevetti ricorda il
grande dibattito che ci fu nel XIX secolo sul problema della
schiavitù. Gli abolizionisti affermavano che ogni essere umano
ha un valore intrinseco, possiede "dei diritti dati da Dio" e
che non può diventare proprietà commerciale di un altro essere
umano.
La maggior parte degli attuali sforzi fatti nella
biotecnologia agricola viene indirizzata verso la creazione di
piante transgeniche che resistono agli erbicidi, ai pesticidi
ed ai virus. Più di un terzo tra i campi delle
produzioni liberate negli anni 1993-1994 dalle nazioni
dell'Organizzazione per la cooperazione per lo sviluppo
economico (OCSE) riguardava le piante che tollerano gli
erbicidi, mentre il 32 per cento dei settori di prova
coinvolgeva i pesticidi e il 14 per cento dei test era
inerente alle piante resistenti ai virus.
Per incrementare la loro quota di guadagni nel mercato
degli erbicidi, sempre più in crescita, le industrie chimiche
hanno creato colture transgeniche tolleranti ai loro stessi
erbicidi. L'idea è quella di vendere ai contadini semi
brevettati tolleranti alla loro marca di erbicidi, e nello
stesso tempo convincerli che le nuove colture
erbicida-tolleranti permetteranno una disinfestazione più
efficiente. I contadini potranno spruzzare gli erbicidi in
qualsiasi momento durante la stagione della crescita,
uccidendo le erbacce senza distruggere i raccolti. Gli ecologi
avvertono che con le nuove colture che resistono agli
erbicidi, i contadini saranno in realtà più propensi all'uso
di maggiori quantità di erbicidi per tenere sotto controllo le
erbacce, visto che saranno meno preoccupati di danneggiare i
loro raccolti nel processo di irrorazione.
I potenziali impatti deleteri sulla fertilità del terreno,
sulla qualità delle acque e sugli insetti utili che risultano
dal crescente uso di erbicidi velenosi, sono inquietante
promemoria del sempre maggiore costo ambientale che molto
probabilmente accompagnerà l'introduzione di raccolti
resistenti agli erbicidi.
Le nuove colture transgeniche tolleranti ai pesticidi
pongono problemi ambientali simili.
La resistenza ai bio-pesticidi del Bacillus
thringiensis (BT) si è manifestata più di un decennio fa.
Da quel momento, le otto maggiori specie di insetti, inclusi
lo scarafaggio delle patate del Colorado, la falena dalla
schiena di diamante e il verme del tabacco, hanno sviluppato
la resistenza alla tossina BT sia in situazioni circoscritte
ai laboratori sia nell'ambiente.
Le piante transgeniche resistenti ai pesticidi e agli
erbicidi aumenteranno nei prossimi anni la probabilità di
creare nuovi ceppi resistenti sia di "supererbe infestanti"
sia di "superinsetti".
La rapida globalizzazione del commercio e il rapido flusso
dei viaggi internazionali garantiscono di fatto che le erbe
infestanti contaminate con i transgeni in una parte del mondo
possano trovare la loro via verso altre regioni, diffondendo
l'inquinamento genetico in tutto il pianeta.
Gli esseri umani potrebbero alla fine rivelarsi come le
cavie di quell'esperimento, davvero singolare, che vorrebbe
ripopolare la Terra con i frutti di una nuova genesi da
laboratorio.
Molti dei geni che vengono trasferiti nel codice genetico
dei prodotti alimentari derivano da microrganismi di piante e
animali che non hanno mai fatto parte della dieta umana e che
possono scatenare nuove e violente allergie.
L'industria biotecnologica, benché abbia l'inquietante
capacità di trasformare la natura di un bene commerciale,
rimane tuttora completamente dipendente dalla natura stessa
per quanto riguarda l'approvvigionamento carente delle risorse
grezze. Al momento è infatti impossibile creare in laboratorio
un nuovo gene "utile". In questo senso la biotecnologia rimane
un'industria estrattiva: può estrarre il materiale genetico,
ma non può crearlo ex novo.
Il fatto curioso è che gli strumenti biotecnologici,
incluse le monoculture, la propagazione dei cloni, le colture
dei tessuti e la manipolazione genetica, otterranno, molto
probabilmente, il risultato di aumentare l'uniformità
genetica, cioè una limitazione della totale quantità di geni e
la perdita della reale diversità genetica così essenziale per
garantire il successo dell'industria del futuro.
Il valore della diversità biologica è sottolineato dai
devastanti danni che hanno colpito la moderna agricoltura per
più di 150 anni. L'indebolimento delle piante,
nell'agricoltura moderna, è il risultato dell'aver piantato
nei campi ceppi di linee pure. Le monocolture rendono i
raccolti vulnerabili a particolari malattie virali, batteriche
ed a micosi.
Un sempre maggior numero di scienziati e di osservatori si
sta preoccupando del fatto che la perdita della diversità
genetica sulla Terra stia diminuendo le prospettive di fornire
nuovi farmaci, alimenti e fibre alla razza umana e che la
situazione richieda una politica urgente di protezione da
parte dei governi. La FAO stima che 40 mila specie di piante
di valore si estingueranno verso la metà del XXI secolo: il
direttore generale della FAO ammonisce che la loro perdita
costituisce una pericolosa minaccia per la sicurezza
alimentare del mondo. Inclusa nella lista ci sarà la maggior
parte delle specie selvatiche di pomodori, di granoturco,
arachidi, fagioli, pepe, melopone e cacao.
Se la distruzione delle foreste pluviali continuerà a
questi regimi fino al 2022, metà delle foreste verrà persa.
Attualmente stiamo perdendo 27 mila specie all'anno. Il valore
commerciale di queste perdite è potenzialmente enorme, negli
Stati Uniti si aggira intorno al 4,5 per cento del prodotto
interno lordo.
Nel campo dell'agricoltura, la perdita della diversità
genetica è fortemente legata alle moderne pratiche di
coltivazione che enfatizzano la monocoltura sui metodi di
coltivazione differenziati. Le forze del mercato, sia nei
Paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo, hanno
congiurato allo scopo di forzare i contadini a passare dalla
coltivazione di varie specie alle eccellenti potenzialità
della monocoltura. L'abbandono dell'enorme numero delle
tradizionali varietà a favore dei nuovi ceppi ha seriamente
indebolito la diversità genetica, creando un'eccessiva fiducia
nei confronti di un numero inferiore di genomi vegetali.
L'erosione genetica è già ad uno stadio avanzato nella
maggior parte dei Paesi, un esempio su tutti: in India i
contadini, solo cinquanta anni fa, facevano crescere più di 30
mila varietà tradizionali di riso. Oggi, 10 varietà moderne
rendono conto di più del 75 per cento del riso coltivato in
quel Paese.
Una "manciata" di compagnie agricole e chimiche sta
circoscrivendo piano piano la nuova torba biotecnologica,
ognuna sta vendendo aggressivamente al mercato i propri marchi
brevettati dei super-semi e presto, allo stesso modo, anche
degli animali da cortile transgenici, e questo eroderà
ulteriormente la totale quantità di geni non appena i
contadini abbandoneranno la coltivazione delle varietà e
l'allevamento delle razze tradizionali a favore dei prodotti
transgenici, più competitivi commercialmente.
I raccolti transgenici minacciano di drenare le riserve
genetiche mondiali anche in altri modi. Contrariamente alle
consuete razze, nelle quali la resistenza è stata costruita
durante lunghi periodi di tempo e spesso coinvolge centinaia
di geni, gli ingegneri genetici fanno affidamento
sull'introduzione di uno o due ceppi resistenti nella speranza
di respingere qualsiasi assalto ambientale. Poiché facendo
affidamento sulla resistenza conferita da un singolo gene si
rende la vita facile ad insetti, virus e funghi,
rendendo il gene inutile in un brevissimo periodo di tempo.
Nel frattempo, le tradizionali varietà, che potrebbero
contenere centinaia di geni che collaborano in milioni di modi
al fine di combattere le malattie, vengono abbandonate e fatte
estinguere per spianare il cammino alle super piante
transgeniche. Nel rincorrere il singolo gene che conferisce la
resistenza, il complesso genico, ovvero l'intero gruppo di
geni che può fornire una solida resistenza in un territorio,
viene spesso ignorato e qualche volta distrutto, a dispetto
del fatto che esso rappresenti il lavoro che la natura ha
mandato avanti in migliaia di anni per creare tutte le razze
vegetali. La perdita delle risorse genetiche delle colture a
causa dell'estinzione riduce in futuro le nostre possibilità
di contrastare con successo i danni e le malattie.
I raccolti transgenici arrecano, inoltre, un'ulteriore
minaccia ai cosiddetti "centri di diversità" dei raccolti
rimasti al mondo. Esiste la preoccupazione che questi centri
possano essere contaminati dall'introduzione su vasta scala di
colture geneticamente modificate.
La restrizione commerciale dei semi del mondo, che una
volta erano la comune eredità di tutti gli esseri umani, è
avvenuta in poco meno di un secolo. Prima i contadini
controllavano i propri rifornimenti di semi,
commercializzandoli liberamente fra amici e vicini. Oggi quasi
tutti i rifornimenti delle sementi sono stati comprati,
manipolati e brevettati dalle compagnie e considerati come
proprietà intellettuale. I contadini devono sborsare dei soldi
per utilizzare quello che poco tempo fa era un bene comune.
Le industrie biotecnologiche minacciano di distruggere la
restante biodiversità al fine di controllare la distribuzione
dei semi brevettati resistenti ai loro stessi erbicidi e
pesticidi, assicurando così alle compagnie chimiche
un'egemonia virtuale sulla maggior parte dell'agricoltura
globale.
Quest'ultima considerazione da sola giustifica
l'approvazione della presente proposta di legge per
l'istituzione di una Banca nazionale per la biodiversità. Il
fine della proposta di legge è che il patrimonio genetico sia
fonte di ricchezza per tutti e sia preservato anche per le
generazioni future.