XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 641




        Onorevoli Colleghi! - Da moltissimi anni, ormai, i tanti governi che si sono succeduti adottano le loro manovre di contenimento del fabbisogno statale all'insegna di politiche fortemente restrittive. Con frequenza sempre più ossessiva e provvedimenti sempre più gravi hanno certamente tamponato le emergenze e, sino ad ora hanno anche evitato la bancarotta del Tesoro. Un merito indiscutibile, ma non una prospettiva per il futuro.
        Tutti abbiamo la sensazione che il fisco è ad un punto in cui ogni ulteriore aggravio deprime l'economia e riassorbe in breve l'aumento illusorio delle entrate. Quanto ai tagli di spesa, sono sicuramente possibili ulteriori economie e molte razionalizzazioni. Ma dopo tanti anni di pressione diretta sulla spesa sociale questo settore non assorbe facilmente altri tagli indiscriminati. E' tempo di politiche positive di trasformazione in modo da offrire nuove possibilità e nuovi standard. Il primo Governo Berlusconi aveva aperto queste prospettive mirando a favorire il risanamento dello Stato con lo sviluppo dell'economia. Non si deve qui ricordare come e perché ciò gli è stato impedito.
        Al contenimento del fabbisogno statale le regioni a statuto speciale - ed in particolare modo la Sicilia - hanno partecipato con pesanti riduzioni del loro bilancio. A partire dal 1989 sono stati ridotti progressivamente tutti i finanziamenti aggiuntivi che venivano versati alla regione per spese di investimento: per la sanità, l'agricoltura, i trasporti. Da anni, oramai, la regione riceve poco più della metà dei finanziamenti correnti per la spesa sanitaria rispetto a quanto - pro capite - viene assicurato alle altre regioni. Il fondo di solidarietà per la Sicilia, poi, è stato cancellato del tutto. Con buona pace di un preciso obbligo costituzionale. Una media di 1.200 milioni di lire annue sono una stima molto prudente dell'onere che da nove anni la legge finanziaria impone al bilancio della regione Sicilia. In aggiunta a quanto lo Stato deve ancora alla regione per rispettare integralmente le norme statutarie sull'autonomia finanziaria della regione.
        Anche questo è un contenzioso che ormai - con sagacia levantina - Tesoro e Finanze trascinano dall'epoca della riforma tributaria (1971). Complessivamente, siamo ad una cifra molto vicina ai 20.000 miliardi di lire che, ovviamente, è destinata a crescere per il futuro. Non si aggiungono qui le cifre e le difficoltà provocate dalla cancellazione dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno.
        Proseguire su questa strada significa condannare ancora per moltissimi anni l'economia siciliana alla precarietà ed alla marginalità. Senza un intervento qualificato che promuova lo sviluppo dell'economia siciliana andremo incontro ad una nuova fase di distacco dell'isola dal resto del Paese. Non intervenire è insensato e demagogico. La regione non ha bisogno di assistenza, ma di investimenti per lo sviluppo. Anche per consolidare l'economia italiana con una grande risorsa produttiva quale può essere la Sicilia.
        Si propone, pertanto, un piano quinquennale di sviluppo dell'economia siciliana. Il piano parte dall'osservanza dell'obbligo di solidarietà nazionale fissato nell'articolo 38 dello statuto siciliano. Dal 1988 il Parlamento non approva la legge di rifinanziamento quinquennale prevista dallo statuto. Da allora l'ammontare del fondo è stato drasticamente ridotto e - dal 1990 - definitivamente annullato. Per non perdere del tutto un po' di pudore istituzionale, ogni anno la legge finanziaria iscrive l'accantonamento - per cifre ormai irrisorie - in tabella B. Ma sistematicamente non viene approvata la norma di merito e quelle cifre vengono portate in economia o stornate altrove. Non vogliamo rispolverare antiche od, ormai, accantonate questioni sulla natura pattizia di taluni statuti speciali. Anche lasciando da parte le sottili questioni costituzionali, è una via sterile e pericolosa.
        Ma è altrettanto sterile negare che lo statuto siciliano è anche un patto costituzionale stabilito dalla collettività nazionale con la popolazione di quella regione. Non può essere disatteso ad libitum secondo la "prudente valutazione del Governo".
        Si propone, perciò, questo piano inteso a fornire alla regione indirizzi e mezzi per sviluppare l'economia dell'isola e - man mano - colmare il divario che esiste con il reddito medio del resto d'Italia.
        Solidarietà, dunque, come sviluppo e non come copertura di inefficienze e sprechi. La formulazione del piano è affidata alla regione, per rispettare l'autonomia statutaria, ma anche perché un intervento dirigistico dall'alto, inteso ad uniformare i criteri di sviluppo della regione alle politiche nazionali, rischierebbe di riprodurre ancora una volta i guasti della industrializzazione forzata che conosciamo bene in tutto il meridione d'Italia.
        L'articolo 1 della presente proposta di legge definisce la durata del piano ed il suo finanziamento. Questo è ancorato al gettito delle imposte sugli olii minerali riscosso dalla regione. Come era precedentemente per il progetto del fondo di solidarietà. Le aliquote sono state, però, drasticamente ridotte in modo da indurre un finanziamento pari a circa lire 1.200 miliardi nel primo anno, con un leggero incremento (2 per cento) in ciascuno degli esercizi successivi, così da adattare gradualmente il piano alla capacità di spesa della regione. Il riferimento è ora alle accise che hanno sostituito le precedenti imposte di fabbricazione. Poiché il finanziamento è stato contenuto in limiti molto lontani dalle precedenti aliquote, le somme sono valutate al netto delle spese di riscossione.
        Con l'articolo 2 si propone di chiudere il contenzioso relativo ai mancati versamenti del Fondo di solidarietà per gli anni a partire dal 1991. Come ulteriore contributo al risanamento del bilancio statale in luogo delle somme parametrate alle imposte di fabbricazione.
        L'articolo 3 definisce gli strumenti e gli indirizzi del piano. Oltre al piano pluriennale la regione deve approvare programmi annuali sui quali sia possibile esercitare - da parte dello Stato e da parte della collettività nazionale - il controllo sulle destinazioni e realizzazioni. I settori di intervento indicati sono quelli tipici di una economia diffusa basata soprattutto su strutture piccole e medie, ma localizzate territorialmente e poco connesse. Un particolare riguardo è posto per gli interventi volti a ridurre la separatezza dell'isola. Sono favorite le aziende che esportano i loro prodotti fuori dall'isola. In questo caso, trasporti e comunicazioni devono costituire i punti nodali degli interventi. Per stabilire pienamente la responsabilità della regione nell'impiego delle somme versate dallo Stato, il presidente della regione invia al Presidente del Consiglio dei ministri un rendiconto annuale degli impieghi e delle realizzazioni. Le somme sono accreditate alla regione solo dopo l'adempimento di quest'obbligo.
        Con l'articolo 4 si propone di avviare a definizione la rilevazione dei criteri stabiliti dall'articolo 38 dello statuto siciliano per la definizione dell'ammontare quinquennale del finanziamento stabilito dal Fondo di solidarietà.
        Infine, l'articolo 5 indica i mezzi di copertura.
        Onorevoli colleghi! Presentiamo questa proposta di legge fiduciosi che il Parlamento vorrà non solo sanare lo sfregio costituzionale posto dal mancato rifinanziamento del Fondo di solidarietà, ma anche convenire sulla necessità ed urgenza di sostenere lo sviluppo dell'economia siciliana, invertendo la politica miope dei tagli indiscriminati che stanno affossando definitivamente quella regione.




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