XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 522
Onorevoli Colleghi! - Anche in Sardegna, come nel resto
del Paese, negli ultimi tempi cominciano ad intravedersi in
campo economico dei segnali positivi di inversione di
tendenza. A tenere conto delle più aggiornate rilevazioni
disponibili saremmo di fronte ad un timido inizio di ripresa
(+17 mila occupati tra i mesi di gennaio-aprile 2000; 515 mila
occupati su una forza lavoro di 645 mila unità - dati ISTAT,
giugno 2000).
Ciononostante i problemi della Sardegna restano gravi e
preoccupanti. In primis per l'altissimo tasso di
disoccupazione, attorno al 21 per cento, quasi doppio rispetto
alla media nazionale, con punte che in qualche area interna
all'isola e in particolari fasce di popolazione (giovani e
donne) sfiorano e anche superano il 30-35 per cento.
Anche se nel secondo semestre del 2000 il tasso di
disoccupazione è sceso al 20,2 per cento, si è molto lontani
dalla media nazionale, per non dire da quella europea, e
rimangono desolatamente stabili le cifre sul lavoro sommerso,
che resta attestato sulle 50 mila unità.
Il prodotto interno lordo (PIL) sardo è cresciuto appena
dello 0,8 per cento contro una crescita a livello nazionale
dell'1,4 per cento e nel Mezzogiorno dell'1,1 per cento.
Ma per capire meglio l'entità della variazione è
indispensabile fare qualche riferimento.
Nel 1999 il PIL per abitante in Sardegna era di 26.493.000
lire, mentre il PIL pro capite in Italia era di
36.966.800 lire; il PIL regionale era quindi pari al 71,64 per
cento della media nazionale.
Il reddito pro capite in Sardegna nel 1998 era di
lire 16,4 milioni, contro una media nazionale di lire 20,6
milioni (Prometeia, 1998), i consumi di appena lire 14,9
milioni per abitante, contro i 16,6 milioni di lire, in media,
dell'Italia. Inoltre non sono poche le fasce di popolazione
nell'isola che, ancor oggi, continuano a stazionare ai limiti
della soglia della povertà.
L'estrema debolezza - quantitativa e qualitativa - del
sistema economico sardo è testimoniata anche da altre cifre,
per esempio da quelle relative alle dinamiche industriali.
In Sardegna l'industria ha, negli ultimi anni, espulso 9
mila lavoratori, al ritmo di 3 mila unità all'anno, e con una
riduzione annua del 7,3 per cento, la più elevata in assoluto
nel Paese, pur restando l'occupazione nell'industria circa il
23 per cento dell'occupazione globale (110 mila unità sul
totale di 515 mila occupati).
In questo quadro di luci ed ombre è necessario il pronto
dispiego di nuovi incentivi, per consolidare nel medio periodo
i modesti segnali di ripresa prima accennati. Così, se è pur
vero che i modelli di sviluppo locale devono valorizzare le
risorse e le potenzialità endogene, tenendo conto delle
tendenze di un mercato a carattere globale, essi devono, a
nostro avviso, poter contare su punti di partenza che non
siano penalizzati da gap energetici ed infrastrutturali
gravi al punto da minare la tenuta e le prospettive del
sistema in termini di opportunità e di capacità di stare nel
mercato.
L'insularità è una specificità che è senz'altro un valore,
ma è anche un handicap in un'area debole che deve ancora
fare fronte a gravi carenze strutturali, per lo più legate
alla situazione dei trasporti e dell'energia e, parimenti,
soggiacere ad un mercato comune dominato in larga misura dalla
logica della concorrenza.
La regione Sardegna paga, per esempio, a tutt'oggi una
bolletta energetica sensibilmente più elevata rispetto alle
altre regioni italiane a causa della scarsa diversificazione
delle fonti.
Nel merito si ricorda che la Sardegna non ha risorse
interne di idrocarburi mentre è dotata di significativi
giacimenti di carbone che, insieme alla produzione di limitati
quantitativi di energia idroelettrica e di combustibili
vegetali, permettono di soddisfare solo poco più del 5 per
cento dei fabbisogni di energia primaria.
E' inoltre l'unica regione europea ancora priva di una
rete di distribuzione di gas per usi civili ed industriali.
Allo stato attuale il bilancio energetico regionale della
Sardegna evidenzia una progressiva riduzione del contributo
dei prodotti petroliferi a vantaggio dell'energia elettrica e
la riduzione degli usi industriali.
La domanda di energia in Sardegna è stata nel 1997 pari a
7,4 Mtep; di questi ben il 79 per cento è coperto da prodotti
petroliferi, quota molto più elevata rispetto al resto
d'Italia (56 per cento) per l'assenza di gas naturale.
La domanda pro capite regionale è di circa 3 tep
contro un valore medio nazionale leggermente più basso, con
elevata componente relativa all'elettricità.
La produzione di energia elettrica è basata essenzialmente
sugli impianti termoelettrici (97 per cento della produzione)
con un'incidenza dei prodotti petroliferi dell'89,6 per cento
(Italia 64 per cento).
Dal punto di vista dei consumi, l'industria consuma oltre
la media nazionale (61 per cento contro il 36 per cento)
mentre il civile consuma decisamente meno della media (16 per
cento contro il 36 per cento) per ovvie ragioni climatiche.
Nel 1999 i consumi totali di energia elettrica in Sardegna
sono stati pari a 8.501 Gwh, per una media di 7.587 Kwh per
utente e di 3.923 Kwh per abitante, con introiti ENEL pari a
1.287 miliardi di lire e un costo medio per Kwh di lire 174,9
così ripartito: lire 74,2 Kwh per utenze ad AT (alta tensione:
45,7 per cento) lire 144 Kwh per utenze a MT (media tensione:
16 per cento) lire 248,8 per utenze a BT (bassa tensione: 37,8
per cento dove vanno a collocarsi per lo più i consumi
domestici).
Con la presente proposta di legge si intende quindi dare
corso, nel rispetto della disciplina comunitaria, quale
risulta dall'articolo 87, paragrafo 3, lettera c), del
Trattato istitutivo della Comunità europea, come modificato
dal Trattato di Amsterdam, di cui alla legge 16 giugno 1998,
n. 209, e compatibilmente con le direttive europee in materia
di aiuti regionali, a quei correttivi che possono assolvere
una seppure parziale compensazione delle diseconomie sopra
enunciate, derivanti tanto dall'insularità quanto dall'onerosa
bolletta energetica che, sempre più per la perversa spirale
dei costanti aumenti dei prezzi dei prodotti petroliferi,
viene a gravare sia sui privati che sulle imprese che
risiedono nel territorio sardo.
Le misure contenute nella proposta di legge devono perciò
essere considerate sostanzialmente come una forma di incentivo
al complessivo equilibrio socio-economico della regione
Sardegna, considerata un territorio svantaggiato; un
riequilibrio che non può che passare anche attraverso la
significativa riduzione del peso di questi costi energetici
sulle famiglie e sugli investimenti produttivi in grado di
creare lavoro e sviluppo.