XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 492




        Onorevoli Colleghi! - Dopo anni di dibattiti circa l'esigenza di una radicale riforma della legislazione del turismo in Italia e dopo un lunghissimo iter parlamentare, il Parlamento, prima di concludere la XIII legislatura, ha approvato la legge di riforma del turismo (legge 29 marzo 2001, n. 135).
        Si tratta certamente di un passo avanti rispetto alla ormai superata legge n. 217 del 1983 che pone una corretta soluzione a molteplici aspetti della complessa materia del turismo, che da anni attendevano di essere affrontati e risolti. Una legge, quindi, che si fa carico di alcune importanti questioni e che certamente contribuisce a riordinare e razionalizzare il comparto turistico nazionale ma che, allo stesso tempo, manca totalmente di quei requisiti e connotazioni necessarie a caratterizzarla come una legge avente dignità di legge quadro.
        A tale proposito priva di qualsiasi giustificazione appare l'enfasi con cui gli esponenti della maggioranza di centrosinistra, prima al Senato, con maggiore insistenza e poi anche alla Camera, anche se con toni più contenuti, hanno presentato questa legge caricandola di significati e ricadute che non solo essa non possiede, ma che sono addirittura ben lontani da quelli che, anche in una visione minimale, dovrebbe contenere per poter obiettivamente assolvere al ruolo, fondamentale e strategico, oltreché fortemente auspicato, non solo dagli operatori economici del settore, ma dall'intera collettività nazionale, di radicale trasformazione in termini di modernizzazione, razionalizzazione e conseguente rilancio della politica turistica nel nostro Paese.
        Infatti, in tutti i modi può essere definita la legge 29 marzo 2001, n. 135, tranne che come norma di riforma del turismo poiché, sotto questo aspetto, appare chiaramente come l'ennesima occasione mancata per dare un assetto moderno ed efficiente al turismo nazionale. Nessuno dei nodi fondamentali che affliggono da tempo il turismo italiano è stato infatti affrontato e risolto dal provvedimento. Un settore che soffre ormai in maniera endemica il processo della globalizzazione dell'economia, ulteriormente aggravato dal contemporaneo avvio dell'unione monetaria europea, avrebbe bisogno essenzialmente di norme capaci di eliminare le pesantissime diseconomie che gli impediscono lo sviluppo di ogni oggettiva potenzialità, a partire dalla asfissiante pressione tributaria e contributiva che costituisce una delle più formidabili condizioni di sostanziale inferiorità, in termini di competitività, dell'apparato produttivo turistico italiano, rispetto a quelli dei paesi concorrenti, soprattutto aderenti all'Unione europea. Così come, al contempo, non si può ritenere assolta una funzione riformatrice, se non si mette mano in via definitiva a risolvere il nodo relativo alle funzioni ed alle competenze che su scala nazionale, regionale e locale devono essere attribuite ai vari soggetti istituzionali, superando definitivamente illogiche impostazioni, che vedono mortificato il ruolo di comuni e province che, invece, a pieno titolo, dovrebbero costituire i veri soggetti protagonisti dello sviluppo turistico, in luogo di un sempre più invadente neocentralismo regionale che, piuttosto, è il principale ostacolo allo sviluppo delle enormi potenzialità che il settore potrebbe esprimere. Così come, sempre nell'ambito delle competenze istituzionali, è fortemente avvertita l'esigenza di una riforma tendente ad esaltare la naturale trasversalità del settore, la cui mancata soluzione è un ulteriore elemento di indebolimento complessivo del comparto.
        Altrettanto fondamentale è poi anche l'annoso e, purtroppo, anch'esso rimasto irrisolto, tema della promozione, da concretizzare con un forte salto di qualità e che, pur partendo dall'esperienza dell'ENIT, sappia dare luogo a una svolta in un campo dove il modo con cui viene proposta una meta turistica diventa sempre più rilevante rispetto alle intrinseche qualità della proposta stessa.
        Nulla di tutto ciò è contenuto nella citata legge. Ecco perché essa non può in alcun modo essere definita una legge quadro e, meno che mai, intestarsi l'esaltante obiettivo di riformare il turismo. Eppure, con tutti i suoi limiti, anche grazie alla battaglia che il gruppo di Alleanza nazionale ha condotto, ottenendo l'approvazione di molte proposte emendative che hanno contribuito non poco al miglioramento del testo, la legge contiene una fondamentale novità, il "sistema turistico locale" che, se ben compresa, da sola potrebbe rivoluzionare i meccanismi di intervento nelle politiche di settore e determinare quel salto di qualità che da tempo si attende, per far diventare il turismo italiano il settore più idoneo al recupero di larghe fasce di disoccupazione, nonché capace di strappare alla palude del sottosviluppo vaste aree del Paese, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno.
        L'approvazione della proposta avanzata da Alleanza nazionale sui "sistemi turistici locali" non può non essere salutata con grande soddisfazione, anche se, la ex-maggioranza di centrosinistra non ha rinunciato ad infarcire di dirigismo ed eccessivo carico del ruolo del settore pubblico questi nuovi strumenti di intervento, perché essa va nella direzione giusta di modernizzazione del sistema Paese. Una modernizzazione che, però, per la mancanza di coraggio dei settori della ex-maggioranza si è limitata solo a questa importante novità, tralasciando altre fondamentali questioni, come la creazione di un sistema orientato al potenziamento del turismo attraverso l'elaborazione ed attuazione delle cosiddette "politiche di contesto", insieme alla "trasversalità della gestione del settore" che, al contrario, costituiscono il fondamento della visione e della proposta politica di Alleanza nazionale.
        Soprattutto questo ultimo aspetto, relativo alla "trasversalità gestionale", è stato lungamente dibattuto nella passata legislatura, con risultati a dir poco deludenti. Non si è voluto in alcun modo prendere atto che politica sociale, politica delle ferie e politica della domanda internazionale mirate a rendere crescenti, continui e sistematici i flussi turistici sono momenti unitari, come unitari sono i problemi di riequilibrio dell'offerta, delle risorse economiche del turismo, dei collegamenti e delle accessibilità turistiche. Questi sono momenti trasversali che, per la loro natura, suggeriscono modelli organizzativi della cosa pubblica del turismo necessariamente svincolati dalle logiche industriali, ma piuttosto legati all'ambiente, ai beni culturali, alle risorse naturali, alle sintesi politiche di più alto livello di quanto non lo siano quelle di una semplice impostazione legata alla politica di incentivo economico alle imprese.
        L'arretratezza culturale della sinistra è poi sconfinata sino a confondere l'autonomia e la competenza amministrativa delle regioni, che nessuno mette in discussione, con l'interesse nazionale di una politica economica orientata al turismo, che sia in grado di superare la territorialità e perfino lo stesso carattere settoriale del turismo. A fronte di queste delicate quanto urgenti problematiche la ex-maggioranza e il Governo hanno deciso di non decidere, condannando l'organizzazione turistica centrale a mantenere la sua condizione precomatosa e di sostanziale inutilità, mortificata ulteriormente dall'ultima riforma dell'amministrazione dello Stato che su 11 Ministeri, 33 Dipartimenti, 10 Agenzie e chissà quanti Sottosegretariati, ha relegato il turismo all'interno del Ministero delle attività produttive, senza riconoscergli neanche la dignità della intestazione di un dipartimento: niente male per una compagine governativa che ha vinto le elezioni anche sulla base dell'impegno solenne ad operare per il rilancio dell'economia in generale e del settore turistico in particolare. Un grande, imperdonabile errore strategico, considerata l'unanime convinzione delle potenzialità di crescita massiccia del settore che, con questa collocazione sbagliata, potrà solo "tirare a campare", ma certamente non avrà, come i fatti finora hanno ampiamente dimostrato, alcuna concreta possibilità di rilancio.
        Se infatti c'era un settore in cui il turismo non avrebbe mai dovuto essere inserito, questo era proprio il Ministero delle attività produttive che, in Italia, è essenzialmente il Ministero dell'industria. L'ipotesi di promuovere il turismo al rango di uno dei settori industriali del Paese riflette la mediocre considerazione che si ha del settore a livello politico. A parte il rilievo che nessuno dei nostri diretti concorrenti europei, che peraltro sono le principali potenze dal settore, come la Spagna, la Francia, il Regno Unito e la Grecia, governa il turismo con logiche industriali e che solo nei Paesi in cui il turismo non è un comparto strategico, esso viene legato come appendice dei ministeri degli affari economici, appare fuori d'ogni dubbio che specialmente in Italia il turismo ha nei beni culturali e ambientali i veri fattori caratterizzanti e distintivi che fanno la differenza. Una differenza da sempre preziosa, ma oggi diventata perfino inestimabile, se è vero che nell'era della globalizzazione vince chi riesce a realizzare un prodotto competitivo, originale ed irriproducibile, che riesce a imporsi nel mercato proprio per la sua impareggiabilità.
        Da tali considerazioni è più che evidente l'utilità di legare l'elaborazione di politiche di sviluppo del turismo alle politiche di valorizzazione, conservazione, recupero e fruizione dei beni culturali e ambientali e, conseguentemente procedere alla unificazione in un unico Ministero dei due strategici settori, oltre alla necessità di costituire un organo autorevole capace, sia a livello nazionale che ai livelli regionali, di mettere a sistema le decisioni in grado di incidere sulla politica del settore. Questa impostazione, ovviamente, non solo non mette in discussione l'attuale gamma di incentivi ed agevolazioni per le imprese di settore, ma, addirittura, ne costituisce un ulteriore possibile ampliamento e conseguente razionalizzazione, potendo mettere a sistema gli incentivi non solo di natura più propriamente "produttiva", ma anche quelli destinati ai beni culturali, oggi quasi interamente utilizzati da soggetti pubblici, nonché quelli destinati a politiche di recupero e conservazione ambientale, mentre al contempo porrebbe fine all'equivoco di ridurre la politica del turismo ad una semplice distribuzione di crediti agevolati a pochi fortunati operatori.
        Anche sul piano regionale l'attuale struttura organizzativa lascia molto a desiderare e si avverte sempre di più l'esigenza di un modello regionale organizzato da concordare, se si vuole anche in sede di linee guida, in modo tale da riuscire, con una puntale riforma dell'ENIT e la contemporanea gemmazione dei "sistemi turistici locali", a mettere a sistema l'apparato pubblico del turismo italiano, insieme ad un concreto e massiccio impegno di investimenti privati. Ciò che serve veramente all'Italia è un progetto di sviluppo del turismo basato sulla esaltazione degli elementi di competitività rispetto a tutti i concorrenti esteri, che sappia articolarsi su sostenuti livelli di attrazione di nuovi investimenti, soprattutto stranieri, e punti alla realizzazione, con il turismo, di un diffuso sviluppo economico ed alla conseguente creazione di nuova occupazione su scala nazionale ed, in particolare, nelle aree economicamente più marginali, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno.
        Mai come in questi anni, grazie ad una fortunata coincidenza di fattori sociali, economici e di ordine culturale, il turismo ha suscitato tante positive aspettative, tanto che il World travel and tourism council prevede che nei prossimi anni sarà il settore economico a più alto sviluppo, in cui raddoppieranno gli investimenti e gli occupati passeranno dai circa 280 milioni del 2000 ai 385 milioni del 2006, con un incremento previsto di oltre 100 milioni di unità, pari ad oltre il 35 per cento, in appena sei anni. Un dato impressionante, che deve spingere a non perdere ulteriore tempo prezioso sulla strada dell'ammodernamento del settore, che ha già pagato prezzi insostenibili all'improvvisazione ed all'assenza di linee serie e coerenti di sviluppo. In tale direzione va la presente proposta di legge, tesa a promuovere gli indirizzi ai quali Alleanza nazionale ha da tempo ispirato la propria battaglia politica per il rilancio dello strategico comparto.
        Entrando nel merito della proposta, con l'articolo 1 vengono definiti i princìpi fondamentali di una politica nazionale del turismo finalizzata a rendere competitiva l'offerta del sistema turistico italiano. In particolare il comma 2 pone l'esigenza di riconoscere i "comuni a prevalente economia turistica", intesi come ambiti bisognevoli di politiche turistiche unitarie e coordinate, capaci di promuovere un miglioramento qualitativo e quantitativo delle politiche dell'accoglienza. Con un atteggiamento incomprensibile, la maggioranza, nella scorsa legislatura, ha ritenuto di bocciare l'istituzione ed il riconoscimento per legge dei comuni caratterizzati da una prevalenza, nell'ambito delle proprie attività produttive, del turismo e quindi di farsi carico della necessità in un Paese come l'Italia, dove gli oltre 8 mila comuni hanno tutti una storia, una radice culturale ed un contesto ambientale che determina una oggettiva potenzialità di sviluppo turistico, di una selezione mirata a concentrare e ottimizzare risorse e politiche per una più razionale e moderna strategia di sviluppo.
        L'articolo 2 costituisce il fulcro giuridico dell'intero provvedimento ed è senza dubbio la parte più importante e significativa della proposta di legge. Con il citato articolo, si cerca innanzitutto di risolvere uno dei problemi fondamentali che affliggono il turismo nel nostro Paese e cioè l'incapacità di individuare strumenti e luoghi istituzionali per una gestione "trasversale" del comparto. La risposta a questa fondamentale esigenza viene offerta con la individuazione del Comitato per le attività turistiche (CAT) presieduto dal Ministro con delega per il turismo e costituito dai Ministri per i beni e le attività culturali, dei lavori pubblici, dell'ambiente, delle comunicazioni, delle politiche agricole e forestali, dei trasporti e della navigazione e delle politiche comunitarie, nonché da un rappresentante designato dalla Conferenza degli assessori regionali al turismo, con funzioni di indirizzo e di coordinamento, oltreché di rappresentanza unitaria degli interessi turistici italiani a livello internazionale e presso l'Unione europea, fermo restando l'assoluto rispetto del ruolo e delle funzioni delle regioni in materia turistica, così come garantito dalla Costituzione. Ciò che viene proposto, a parere di Alleanza nazionale, è appunto l'esigenza di creare un luogo istituzionale di concertazione obbligatoria tra soggetti con corresponsabilità di governo in settori che hanno incidenza sul turismo, in guisa tale da determinare una armonizzazione nelle linee di indirizzo. Tra i compiti del CAT, previsti nella proposta, vi è anche la definizione delle modalità di acquisizione dei dati statistici relativi alle attività turistiche con il cosiddetto metodo allargato, ovvero "conto satellitare", che è il modo più moderno per accertare l'esatta incidenza del turismo nella formazione del prodotto interno lordo.
        L'articolo 2 della presente proposta, quindi, tenta di mettere a sistema l'apparato pubblico del nostro Paese individuando da un lato gli organi, e le relative competenze, di livello nazionale, tra cui, oltre al CAT, l'ENIT ed il Consiglio nazionale degli operatori del turismo con funzione consultiva, dall'altro i ruoli e le competenze delle regioni, nonché degli enti locali. Si mantiene integralmente, con qualche aggiunta di competenze, il comma 5 dell'articolo 2 della legge 25 marzo 2001, n. 135, relativo al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che approva il documento contenente le linee guida, con cui si definiscono princìpi ed obiettivi per la valorizzazione e lo sviluppo del sistema. Con il comma 6, si ripropone l'esigenza di definire i comuni a prevalente economia turistica, oltreché prevedere, tra le questioni di competenza del decreto di cui al comma 5, l'istituzione di una rete di case da gioco in deroga alle disposizioni del codice penale.
        L'articolo 3, relativo ai "sistemi turistici locali", è un altro degli articoli più significativi dell'intera proposta e costituisce la vera novità, da qualche decennio a questa parte, in materia di innovazione delle politiche del turismo. La proposta, originariamente presentata da Alleanza nazionale già nel 1996 all'interno della proposta di legge C. 2001, relativa alla modifica della legge quadro, è stata condivisa dalla ex-maggioranza e votata all'unanimità dal Parlamento, che però ne ha "liberamente" interpretato alcuni non secondari risvolti, riducendone in qualche modo la potenzialità. Con la definizione di "sistema turistico locale" si fa riferimento ad unioni pubblico-private che mettono insieme le risorse turistiche e i beni culturali localizzati in un ambito territoriale omogeneo e delimitato, con le progettualità imprenditoriali interessate per organizzare, gestire e promuovere il prodotto turistico locale. I sistemi turistici locali hanno quindi il compito di progettare e valorizzare i fattori del richiamo turistico locale, sia in termini di offerta ricettiva, che di prodotti tipici dell'agricoltura e dell'artigianato locale, nonché del patrimonio culturale, ambientale, storico, artistico e monumentale, componendo il tutto in un'offerta omogenea e specifica dell'area. Insomma un modo veramente nuovo per mettere a sistema i mille e più "sistemi turistici locali italiani" e promuovere una gamma di prodotti turistici davvero originali e fortemente competitivi, finalmente costruiti attorno ad una visione unitaria che sappia farsi carico delle necessità per una completa, efficiente ed economicamente sostenibile politica dell'ospitalità. Il testo della legge attualmente in vigore, che pure ha recepito l'istituto, risente però pesantemente dei condizionamenti ideologici della sinistra al punto da evidenziare un indirizzo fortemente dirigista che, appunto, rischia di ridurne sensibilmente le potenzialità; se ne propone, quindi, con l'articolo in questione l'opportuna correzione.
        Con l'articolo 4 vengono disciplinate le modalità di utilizzo del "fondo di cofinanziamento dell'offerta turistica", istituito dall'articolo 6 della legge n. 135 del 2001, destinato a migliorare la qualità dell'offerta turistica e quindi a qualificare la politica nazionale del turismo. A differenza delle previsioni della legge in vigore, si dispone che la Presidenza del Consiglio ripartisca integralmente le risorse del fondo, attraverso bandi annuali di concorso aperti alle regioni, che dovranno predisporre piani di intervento coperti con fondi propri, in una misura non inferiore al 50 per cento della spesa prevista. In tal modo non solo si raddoppierà l'importo degli investimenti pubblici del settore, ma si metteranno in concorrenza tra loro tutte le regioni italiane, che dovranno necessariamente attrezzarsi per migliorare la rispettiva competitività.
        L'articolo 5 della proposta di legge affronta invece una questione di grande rilevanza strategica che, stranamente, la ex-maggioranza non ha voluto esaminare e cioè l'esigenza, non più rinviabile, di un piano per la localizzazione dei porti e degli approdi turistici nel nostro Paese. E' infatti scandaloso che l'Italia, con oltre 8 mila chilometri di costa, conti appena 50 porti turistici, peraltro tutti concentrati da Napoli in su, con la sola eccezione di "Portorosa" a Milazzo, in Sicilia, contro i 300 porti della Francia ed i 250 della Spagna. Rispetto alle 130 mila barche italiane in circolazione, alla fine del 1999 vi erano appena 111 mila posti-barca, con la conseguenza che circa 20 mila barche italiane sono costrette a ricorrere ai porti stranieri. Non solo, ma la cosa più grave è che appunto a causa di tale deficit il nostro Paese non è in grado accogliere i diportisti stranieri, lasciando agli altri questo fondamentale segmento di domanda turistica che ha, inoltre, la caratteristica di avere un alto moltiplicatore economico, oltre ad una elevata incidenza sul piano occupazionale. Per tutte queste ragioni appare assolutamente irragionevole non disciplinare lo specifico settore, così come di fatto ha voluto la ex-maggioranza.
        Con l'articolo 6 viene in parte modificata la disciplina di cui all'articolo 10 della legge n. 135 del 2001, istitutivo del "fondo di rotazione per il prestito ed il risparmio turistico" che, mira a realizzare opportuni sostegni al turismo sociale.
        In particolare, l'articolo 6 della proposta di legge prevede che il Fondo eroghi le risorse di cui è dotato alle regioni e che queste le utilizzino per la concessione di prestiti a soggetti in possesso di redditi al di sotto di certi limiti, per l'acquisto di pacchetti vacanza preferibilmente collocati in periodi di bassa stagione, in modo da contribuire concretamente a sostenere gli sforzi per la destagionalizzazione dei flussi turistici nel Paese. Un ulteriore elemento di diversità, rispetto alla attuale normativa, è costituito dalla introduzione del principio della competizione tra le regioni aspiranti all'utilizzo dei suddetti contributi che, in tal modo, concorrerebbero alla ripartizione delle risorse attraverso piani di intervento appositamente predisposti ed opportunamente cofinanziati con risorse proprie.
        L'articolo 7 è relativo alla copertura finanziaria e prevede risorse che vengono quantificate in 1.600 miliardi nel triennio 2001- 2003, mentre a decorrere dall'anno 2004 gli stanziamenti verranno determinati con la legge finanziaria.
        Con l'articolo 8, anch'esso aggiuntivo rispetto al testo della legge n. 135 del 2001, in coerenza con l'esigenza di non assolvere l'impegnativo compito di elaborare una proposta di legge quadro senza affrontare il delicatissimo tema della radicale modifica dell'asfissiante sistema tributario nazionale, viene proposta una serie articolata di agevolazioni fiscali, ivi comprese le riduzioni delle aliquote IVA applicate nel settore, con l'obiettivo di ridurre gli ostacoli alla competitività che affliggono il sistema turistico italiano, rilanciare gli investimenti ed attuare una seria politica di attrazione dei capitali in tutto il territorio nazionale ed, in particolare, nelle aree depresse.
        Un aspetto particolare contenuto nell'articolo 8 è poi la istituzione della "imposta turistica locale", da parte dei "comuni a prevalente economia turistica" che, allo scopo unicamente di realizzare opere pubbliche e servizi destinati a migliorare la qualità della vita e a potenziare le politiche dell'accoglienza, potranno applicare sugli imponibili delle prestazioni alberghiere ed extra alberghiere, nonché sulla somministrazione di alimenti e bevande nei pubblici esercizi aventi sede nel territorio comunale, una aliquota fino a un massimo del 2 per cento. Allo scopo di non causare alcun incremento dei costi tributari delle prestazioni e servizi turistici, la norma prevede che l'istituzione del citato tributo locale possa avvenire unicamente in presenza e, comunque, successivamente alla concessione da parte dello Stato della riduzione delle aliquote IVA applicate sulle attività produttive del settore.
        Con l'articolo 9 si dispone l'abrogazione di tutte le norme contenute nella legge 29 marzo 2001, n. 135, che siano incompatibili con le disposizioni della proposta di legge.
        In conclusione, la presente proposta di legge rispetto all'attuale normativa, presenta una gamma di ipotesi di intervento sicuramente più ampia e comprensiva delle principali tematiche che l'attuale congiuntura pone a carico del complesso settore economico che, proprio per la estrema delicatezza del momento, ha bisogno di una attenta valutazione da parte delle istituzioni legislative circa le misure che devono essere adottate, per scongiurare errori che ne potrebbero causare l'irrimediabile declino, soprattutto in termini di incapacità del sistema Paese a fronteggiare la sempre più insidiosa sfida internazionale. Per tali ragioni e con la profonda convinzione della validità della impostazione proposta, mirata a disegnare il più ampio e soddisfacente possibile quadro normativo di riferimento per lo strategico comparto, ne auspichiamo il celere esame e la conseguente veloce approvazione.




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