XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 485
Onorevoli Colleghi! - La fine dell'intervento
straordinario per il Mezzogiorno e l'avvio dell'intervento
ordinario non hanno risolto i gravissimi problemi connessi al
riequilibrio territoriale delle aree depresse rispetto al
resto del Paese, registrando, al contrario, perfino una
accentuazione del divario sia in termini di prodotto interno
lordo pro capite che, conseguentemente, di livello di
disoccupazione, mentre sono apparse perfino devastanti le
scelte di politica economica del Governo di sinistra che, per
centrare l'obiettivo dell'unione monetaria, ha fatto pagare il
prezzo più alto proprio al Mezzogiorno soprattutto in termini
di drastica riduzione degli investimenti, di strozzatura dei
flussi di cassa e con il conseguente abnorme aumento dei
residui passivi.
E' quindi aumentata considerevolmente l'area del disagio
sociale, soprattutto nelle aree meridionali, e, con la
disoccupazione, è fortemente cresciuta anche la povertà,
mentre la politica stenta a comprendere e a farsi carico fino
in fondo della estrema gravità della situazione e,
soprattutto, a elaborare strategie per ribaltare la pesante
situazione.
Il dibattito politico, infatti, che da tempo ha posto al
centro la questione lavoro, risente di una sorta di
arretratezza culturale circa le ragioni vere e profonde che,
in oltre quaranta anni di intervento straordinario prima e
ordinario poi, non hanno consentito di aggredire i nodi del
sottosviluppo e di garantire il superamento delle tradizionali
differenze e dei gap produttivi e infrastrutturali delle
aree più marginali del Paese. Questa incapacità di una
corretta e spietata analisi sugli errori e responsabilità del
passato è alla base della enorme confusione di linguaggi,
terapie e proposte che caratterizza il dibattito sulla
questione meridionale, che risente, peraltro, di un tasso
intollerabile di rigurgiti ideologici che rischiano di rendere
impraticabile qualunque possibile soluzione. Da qui le più o
meno balzane proposte di dare vita a strumenti e strutture
miracolistici che siano in grado di colpo di risolvere antiche
contraddizioni e vecchi squilibri, affrontando e risolvendo,
magari in pochi mesi, l'enorme problema della disoccupazione
strutturale del Mezzogiorno, che è tra le più alte
d'Europa.
In questo senso si inserisce l'ormai evidente fallimento
della Società "Sviluppo Italia", che a parere della ex
maggioranza di Governo avrebbe dovuto svolgere una serie di
funzioni per il rilancio infrastrutturale, imprenditoriale ed
occupazionale delle aree depresse, e che si è rivelata, come
peraltro da Alleanza nazionale sempre sostenuto, una struttura
del tutto incapace di svolgere un ruolo positivo in materia di
politiche di riequilibrio.
Le aree depresse, piuttosto che di strumenti
miracolistici, hanno bisogno soprattutto di fortissime dosi di
"normalizzazione" e, quindi, della creazione di un ambiente
economico e sociale idoneo all'attrazione degli investimenti.
In altre parole, prima di andare a caccia della domanda,
bisogna costruire l'offerta. E' questa, anche per le
consolidate esperienze di tutti i Paesi europei con
problematiche similari, la chiave che si è rilevata
determinante in tutte le politiche di riequilibrio. Sono,
infatti, essenzialmente gli investimenti privati che possono
garantire l'avvio di un processo di consolidamento produttivo,
la creazione di una diffusa rete imprenditoriale e la
crescita, con il conseguente mantenimento a regime, di posti
di lavoro collegati ad una solida e durevole attività
produttiva.
Allora il tema è: come fare ad attrarre capitali privati
dal resto d'Italia e, soprattutto, dall'estero? E poi ancora:
perché finora ciò non è stato possibile, malgrado appunto le
politiche di incentivi, agevolazioni e sgravi a sostegno delle
attività produttive che, pur tuttavia, sono state avviate? La
risposta a quest'ultima domanda ci aiuta a comprendere le
ragioni di un fallimento annunciato ed anche a rispondere al
primo quesito.
Le politiche di intervento nelle aree depresse finora
attuate si sono essenzialmente fondate su tre capisaldi e cioè
incentivi a pioggia alle attività produttive, sgravi fiscali
e/o contributivi, investimenti pubblici, quasi sempre del
tutto avulsi da un qualsivoglia progetto di sviluppo e calati,
quindi, in una realtà fortemente degradata, che rimaneva
sostanzialmente inalterata.
Sono stati creati importanti strumenti incentivanti,
alcuni dei quali sicuramente tra i migliori d'Europa, pensando
(e purtroppo ancora si pensa) che bastassero per indurre gli
investitori a venire nel sud, lamentando magari la presunta
incapacità ad utilizzarli da parte del mondo imprenditoriale,
senza riuscire a comprendere, piuttosto, la oggettiva
insufficienza di tali strumenti a creare inversioni concrete
dei flussi di investimento. Infatti, dov'è mai la convenienza
a investire nelle aree depresse italiane, anche a fronte di
interessanti incentivi, quando gli investitori potenziali
sanno benissimo che dovranno fare i conti con un sistema
mortificante sul piano della pressione fiscale, dirigista ed
estremamente condizionante sul terreno della libertà
d'impresa; con una pubblica amministrazione ottocentesca che
pone in essere pratiche di gestione unicamente finalizzate a
giustificare la propria esistenza, gratificare il proprio
potere e rendere impossibile la vita agli utenti; con uno
Stato che non ha il controllo del territorio, se non per poche
e limitate aree, mentre la criminalità organizzata e mafiosa
funge da incontrastata interlocutrice dell'imprenditoria; con
una assenza cronica di aree attrezzate e fornite di tutti i
servizi essenziali per fare impresa, dalla fornitura di acqua,
alle condotte fognarie e annessi depuratori, all'energia
elettrica, con un gap infrastrutturale semplicemente
scandaloso, che rende impossibile realizzare collegamenti
rapidi con i mercati interni e internazionali; nonché con
costi del lavoro e contributi pari al resto del Paese e,
quindi, tra i più alti del mondo?
Una situazione quindi "kafkiana", quella delle aree
depresse meridionali, che vede circa il 40 per cento del
territorio nazionale nel bel mezzo del processo di
globalizzazione dell'economia, nella incredibile situazione di
avere un apparato di incentivi più o meno competitivo con
quello delle altre aree deboli dell'Unione europea, ed una
situazione d'insieme, un "sistema", cioè, del tutto fuori
mercato, che non può garantire le più elementari condizioni di
competitività alle aziende che vi operano. Da qui la
drammatica constatazione che non solo l'Italia in generale e
le aree del sud in particolare non riescono ad ottenere
capitali dall'estero ma, perfino, non riescono a trattenere i
capitali nazionali che in maniera sempre più serrata prendono
la via della cosiddetta "delocalizzazione produttiva" fuori
dai confini del nostro Paese. Il Governatore della Banca
d'Italia Fazio aveva stimato in ben 500 mila (pari al 10 per
cento degli addetti) le unità lavorative nel settore
industriale create all'estero da investimenti italiani, mentre
appariva del tutto insignificante la percentuale di capitali
esteri investiti nel nostro Paese, circa l'1 per cento del
totale annuo di investimenti, che ammontava intorno ai 300
miliardi di dollari, rispetto all'8,6 per cento del Regno
Unito e al 6 per cento della Francia. Se a ciò si aggiunge che
quel poco di presenza di capitale estero in Italia per ben
quattro quinti si concentra nelle regioni settentrionali, si
ha ben chiaro il quadro assolutamente disastroso che si ricava
per le prospettive del Mezzogiorno.
Da qui il fallimento delle vecchie politiche di
riequilibrio e l'esigenza di mettere il Mezzogiorno d'Italia a
"sistema", cioè di definire e attuare una serie di scelte
politiche che consentano di recuperare condizioni di
"normalità" reali e diffuse.
La prima condizione di normalità, che riguarda il sud del
Paese, come area debole, ma che attiene alla strategia
complessiva per la competitività dell'intero Paese, è la
riduzione della pressione fiscale, la cui attuale virulenza
rischia di mettere fuori competizione la gran parte delle
imprese nazionali.
Un secondo livello di intervento, anche questo più utile
al sud, ma necessario all'intero Paese, è la
deregolamentazione e la semplificazione amministrativa, con
l'eliminazione di passaggi e, soprattutto, di controlli, la
cui sostanziale inutilità ai fini della trasparenza è stata
già ampiamente dimostrata dalle vicende di "tangentopoli".
Mentre appare evidente l'esigenza di una forte ripresa del
controllo del territorio da parte dello Stato, che deve
rivedere il suo modo di porsi in ordine alla prevenzione e
alla repressione dei fenomeni criminali che, malgrado gli
indiscutibili colpi inferti nei tempi recenti ai vertici delle
organizzazioni mafiose e camorristiche, evidenzia purtroppo
ancora una inadeguatezza insopportabile per un Paese civile.
Queste misure, insieme a una fortissima ripresa delle attività
di investimento specie nel comparto infrastrutturale, non solo
ricorrendo alle risorse pubbliche, ma realizzando un reale
coinvolgimento del capitale privato attraverso un serio e
finalmente incisivo utilizzo del project financing e
lanciando una grande iniziativa per il superamento in pochi
anni del gap infrastrutturale del Mezzogiorno, sono
essenziali per costituire il terreno di coltura per l'avvio di
una politica di attrazione degli investimenti che ha però
bisogno di uno strumento specifico che, per sua natura, non
può che essere agile e di forte collegamento tra le varie
realtà territoriali interessate ed i Paesi potenziali
investitori.
Uno strumento in parte simile a quelli da decenni operanti
in altre realtà europee come, in particolare, il Galles,
l'Irlanda, la Scozia e la Francia, che possa svolgere funzioni
di promozione territoriale, attrazione e coordinamento di
investimenti produttivi dall'estero, e che riesca anche a
farsi carico di peculiarità proprie della situazione italiana,
dando il giusto ruolo alle autonomie regionali, oltre ad
avviare una politica di sana competizione tra le varie realtà
territoriali interessate alle politiche di riequilibrio.
In questa direzione va la presente proposta di legge che
punta essenzialmente a dare una soluzione alla principale
irrisolta questione di una strategia per l'attrazione dei
capitali, per investimenti produttivi provenienti sia
dall'Italia che dall'estero.
La presente proposta di legge, all'articolo 1, autorizza
il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica a costituire una società per azioni, denominata
"Società per gli investimenti e lo sviluppo Spa", al fine di
realizzare una efficace politica per l'attrazione degli
investimenti privati sia nazionali che esteri nelle aree
depresse. Il capitale iniziale è fissato, proprio per la
caratteristica di struttura leggera della Società, in 10
miliardi di lire, eventualmente incrementabili su apposita
delibera del Comitato interministeriale per la programmazione
economica (CIPE).
Con l'articolo 2 si afferma lo strategico obiettivo che la
Società svolgerà le proprie funzioni ed erogherà i propri
servizi nei confronti dell'intero territorio nazionale,
coordinandosi con le società regionali costituite allo stesso
scopo dalle regioni. Si ipotizza quindi uno strumento che non
opera solo per il Mezzogiorno, ma che svolge lo strategico
ruolo di attrazione degli investimenti per favorire lo
sviluppo dell'intero Paese.
L'articolo 3 stabilisce in cinque persone i componenti del
consiglio di amministrazione e limita a venti unità la
dotazione organica per i servizi di amministrazione. Lo stesso
articolo fissa in centocinquanta le unità operative,
stabilendo il principio che la società potrà avvalersi
unicamente di consulenti esterni, specializzati nelle materie
professionali connesse all'oggetto dell'attività e, in
particolare, in materia di investimenti, finanziamenti,
marketing territoriale e gestione di imprese, di cui
almeno cento residenti nei Paesi ritenuti strategici come
fonti di provenienza dei capitali. Tali operatori potranno
appoggiarsi nell'espletamento delle loro attività alle
ambasciate e agli uffici di rappresentanza italiana
all'estero. I rimanenti cinquanta consulenti saranno
utilizzati in Italia con funzione di controllo degli
investimenti e coordinamento tra le sedi estere e il
territorio nazionale, anche attraverso le agenzie regionali
per lo sviluppo.
Con l'articolo 4 si stabilisce che la Società dipenderà
direttamente dal CIPE che ne definirà le linee di intervento
attraverso la elaborazione, su proposta del Ministro
dell'industria, del commercio e dell'artigianato, di un piano
di politica industriale, elaborato su scala nazionale, ed un
piano di politica turistica, elaborato di concerto con la
Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni
e le province autonome di Trento e di Bolzano, nonché da un
programma di utilizzo di fondi dell'Unione europea, elaborato
su proposta del Ministro del tesoro, del bilancio e della
programmazione economica, di concerto con il Ministro dei
lavori pubblici e sentita la Conferenza permanente per i
rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di
Trento e di Bolzano. Il CIPE verificherà annualmente la
rispondenza delle azioni agli obiettivi e riferirà al
Parlamento.
Con l'articolo 5 sono stabilite le funzioni della Società
per gli investimenti e lo sviluppo Spa che consisteranno in
attività finalizzate ad attrarre capitali dall'estero,
svolgendo azioni di coordinamento e indirizzo degli
investimenti privati verso l'intero territorio nazionale, in
sintonia con le società regionali; a fornire incentivi alle
attività imprenditoriali, attraverso l'informazione e la
promozione all'estero del territorio nazionale, per l'avvio di
attività produttive; a garantire collaborazione e consulenza
per la localizzazione di attività produttive in tutte le fasi
dell'investimento; ad emanare linee di indirizzo operativo
alle società regionali per l'ottimizzazione dell'utilizzo dei
fondi comunitari e di tutte le risorse pubbliche destinate
allo sviluppo delle aree depresse, nonché a garantire il
monitoraggio e il controllo dei tempi di attuazione dei
programmi, con possibilità di proporre al CIPE
commissariamenti o riprogrammazioni degli stessi; nonché a
proporre al CIPE iniziative amministrative, legislative o
regolamentari per l'accelerazione delle procedure.
Con l'articolo 6 si stabilisce il principio che le
regioni, al fine di consentire l'avvio di una azione di
sviluppo territoriale armonico, possono costituire,
nell'ambito della loro autonomia legislativa, una società
regionale per lo sviluppo, sempre secondo le forme della
società per azioni. Tali società regionali dovranno operare in
raccordo alla Società operante su scala nazionale, ma in
regime di concorrenza tra loro.
L'obiettivo che ci si propone è di creare un virtuoso
sistema di promozione fondato sulla sana competizione tra
strutture operanti nell'ambito delle politiche attive per
l'attrazione di capitali che, nel caso delle società
regionali, potranno provenire sia dall'estero che, ovviamente,
anche dalle altre regioni d'Italia, e il cui elemento
fondamentale di azione ruoterà attorno alla sistematica e
funzionale offerta del territorio, in materia di aree
attrezzate e idonee agli insediamenti produttivi, oltreché,
ovviamente, ad un sistema integrato di opportunità, il cui
obiettivo principale sarà l'abbattimento al minimo delle
diseconomie per la creazione di attività imprenditoriali,
capaci di costruire nuove e stabili opportunità di lavoro.
Con l'articolo 7 sono fissate le funzioni delle società
regionali che, tra l'altro, potranno istituire sedi di
rappresentanza nelle altre regioni d'Italia e all'estero,
bonificare i terreni e istituire siti industriali attrezzati;
sviluppare aree per insediamenti produttivi e turistici, ivi
comprese le opere di urbanizzazione; creare distretti
scientifici; svolgere funzioni di sportello unico e di centro
di confluenza di tutte le autorità locali al fine del
rilascio, nel termine massimo di tre mesi dalla richiesta, di
tutte le autorizzazioni, licenze e permessi necessari per
qualsivoglia attività produttiva; offrire servizi di
consulenza alle imprese; svolgere funzioni di banche d'affari
e di gestione delle partecipazioni dei disciolti enti
strumentali per le aree depresse; svolgere un ruolo di
coordinamento e verifica in ordine ai tempi di attuazione
degli interventi cofinanziati dall'Unione europea; elaborare
un piano regionale sia nel comparto industriale che turistico
che, in sintonia agli indirizzi nazionali e alle direttive
della Società per gli investimenti e lo sviluppo Spa,
contribuisca a definire le strategie di sviluppo della
regione, alla corretta e tempestiva attuazione dei progetti
cofinanziati, nonché alla interazione tra i vari settori della
pubblica amministrazione ed i soggetti privati.
Con l'articolo 8 si stabilisce che le regioni che
costituiranno le società regionali debbano sciogliere
contemporaneamente società, enti e strutture operanti nel
settore degli incentivi alle attività imprenditoriali o della
realizzazione di aree attrezzate per insediamenti produttivi,
ivi compresi i consorzi di sviluppo industriale, le cui
funzioni sono assorbite per intero dalle società regionali.
Con l'articolo 9 è stabilito che il Ministro del tesoro,
del bilancio e della programmazione economica, su proposta del
CIPE, assegna annualmente alla Società per gli investimenti e
lo sviluppo Spa una dotazione destinata unicamente al suo
funzionamento, ferme restando le attuali normative circa la
gestione ed erogazione degli incentivi e delle agevolazioni a
carico di Stato o regioni. Il Ministro del tesoro, del
bilancio e della programmazione economica, sempre su proposta
del CIPE, assegna altresì una dotazione annuale anche alle
Società per lo sviluppo regionale, quale parziale contributo
al loro funzionamento, sulla base dei criteri indicati.
Con l'articolo 10, infine, si stabilisce la norma di
copertura finanziaria che, per il primo anno, si avvale
parzialmente delle somme stanziate per l'istituzione del fondo
rotativo per il finanziamento dei programmi di promozione
industriale di cui alla legge 30 giugno 1998, n. 208, e per la
rimanente parte e per l'anno successivo, mediante l'utilizzo
dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale
2001-2003, nell'ambito dell'unità previsionale di base di
conto capitale "Fondo speciale" dello stato di previsione del
Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione
economica per l'anno 2001. Per gli anni successivi si
provvederà attraverso la legge finanziaria.
Data l'importanza degli obiettivi che la presente proposta
di legge si pone e in considerazione della gravità della
situazione economica e sociale delle aree depresse, se ne
raccomandano il celere esame e l'approvazione.