XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 352
Onorevoli Colleghi! - Negli ultimi quarant'anni
l'esperienza del parto è diventata più sicura, ma è stata
declassata a momento di malattia e solitudine. La
medicalizzazione, il ricovero in luoghi asettici, l'intervento
chirurgico, l'eccesso di uso di farmaci adoperati sulla donna
e sul bambino hanno preso il sopravvento. Uno degli eventi più
emozionanti della vita è trattato quasi come malattia che
relega la donna e il bambino in un ambito passivo, dove la
sensibilità del neonato e i suoi bisogni sono spesso
trascurati e dove al padre e agli altri membri della famiglia
si toglie ogni ruolo.
Lo scenario tradizionale del parto fisiologico (la casa,
il vicinato) e le antiche modalità di assistenza alla nascita
sono stati dimenticati e poi omologati a quei parti che
presentano caratteristiche di patologia. La tradizione di
partorire a casa è stata del tutto accantonata a favore di una
ospedalizzazione di massa e di un uso massiccio di tecniche
che moltiplicano il parto operativo rispetto a quello
fisiologico.
Non c'è dubbio che il passaggio alla fase ospedalizzata, a
decorrere dalla fine degli anni cinquanta, sia stato
necessario per aumentare la sicurezza di mamme e bambini.
Difatti, il rischio, negli ultimi decenni, è stato abbattuto.
Ma proprio oggi che le condizioni igienico-sanitarie sono
mutate e lo standard di vita si è adeguato a livelli
qualitativamente alti, si affermano nuovi orientamenti
culturali e si riconsidera la possibilità di partorire secondo
criteri naturali, più calorosi, sia in strutture adibite allo
scopo dal Servizio sanitario nazionale, sia nella propria
casa.
Il fenomeno della denatalità dovrebbe farci riflettere.
Sicuramente tra le cause che la determinano ci sono
l'indifferenza e la disaffezione che si provano rispetto al
significato della "nascita". Per interrompere questa tendenza
bisogna cercare di non ospedalizzare i soggetti sani. La
medicalizzazione della nostra società ha raggiunto punti
troppo elevati, gli ospedali sono diventati come una industria
della malattia, un enorme ingranaggio che lavora a pieno
regime e che talvolta trasforma i soggetti in oggetti da
riparare. Questa situazione ha determinato alcune involuzioni
nel vissuto individuale e collettivo, ha inciso
sull'affettività e sull'aggressività, sulla capacità
relazionale e sul senso di fiducia in se stessi.
Il mutamento del modo di nascere ha oscurato le
potenzialità insite nella natura umana e il nostro sentirci
parte di questa natura. Donne e uomini si rendono oggi conto
della necessità di un cambiamento di rotta. Anche le
ostetriche, i medici, gli assistenti stanno chiedendo di
ripensare le regole del parto per riportarlo a connotati
umani. E' una voce comune in parte dei Paesi industrializzati
occidentali, dove molti richiedono attenzione per gli aspetti
relazionali, affettivi e culturali del "mettere al mondo", e
auspicano che si nasca senza violenza.
Alcune strutture ospedaliere, cliniche private,
associazioni e centri extra-ospedalieri, recependo questa
domanda, stanno praticando formule di parto alternativo a
quello medicalizzato. Molte cose buone sono state fatte, ma,
in alcuni casi, si sono create delle giungle di pratiche e
tecniche che, nonostante le definizioni, si allontanano dalla
spontaneità. E questo perché siamo in una situazione di
assenza di regole. Qualche esperienza, pur proponendosi
l'obiettivo del parto fisiologico, ricorre a una sua
definizione - parto alternativo, parto naturale, nascita
fisiologica, parto sereno, parto attivo - nella quale può
ritrovare ogni tipo di pratica. Quindi, occorre un chiarimento
su cosa sia il parto naturale, con quali modalità si debba
svolgere e, soprattutto, con quali parole si debbano indicare
le varie fasi della nascita. E' anche questo il senso della
presente proposta di legge: promuovere la conoscenza e la
diffusione di una nuova cultura del parto e della nascita. Le
stesse direttive dell'Organizzazione mondiale della sanità
(OMS), rispetto al monitoraggio tecnologico della gravidanza,
alla posizione della gestante, alla induzione farmacologica
del travaglio, all'episiotomia e al taglio cesareo sono in
Italia molto disattese. L'OMS raccomanda per i tagli cesarei
percentuali di tolleranza del 10-15 per cento. Molti esperti
sostengono che in una società sanitariamente evoluta i tagli
cesarei non debbano superare il 7 per cento. In Italia siamo
ancora ad un livello altissimo di intervento chirurgico: circa
il 28,5 per cento con punte del 50 per cento in Campania, una
percentuale che mette l'Italia al primo posto in Europa ed al
secondo nel mondo. Come se il taglio cesareo fosse diventata
la modalità più "tranquilla" e più "sicura" per mettere al
mondo un bambino in modo "indenne".
Vengono sottovalutati i rischi per la madre e gli effetti
deleteri della brusca separazione tra la madre e il figlio.
Alcuni Paesi stranieri sono molto più avanti: in Olanda
oltre l'80 per cento dei parti è fisiologico, in Danimarca gli
ospedali hanno attrezzato specifici ambienti-casa per parti
naturali. Anche in alcune regioni e province in Italia si
stanno facendo scelte concrete per aiutare la donna a non
perdere la propria identità e a recuperare gli aspetti di
bellezza, di intimità e di tenerezza della nascita. Anche
nella fase immediatamente successiva al parto è fondamentale
far sentire la madre a proprio agio perché sia più percettiva
nel suo ambiente e aumenti la fiducia in se stessa, rendendo
possibile, anche agli uomini che lo vogliono, di vivere la
propria paternità. Partorire in modo umano, secondo modalità
familiari più consone alle esigenze della donna, è possibile
solo grazie ad una nuova cultura e ad una riorganizzazione
medico-sanitaria specifica.
Uno dei primi passaggi da affrontare è la formazione del
personale: la motivazione delle ostetriche, e in generale del
comparto socio-sanitario, è punto fondamentale per un buon
rendimento delle prestazioni. Servono quindi incontri
pluridisciplinari, confronti, corsi di formazione e di
riqualificazione del personale, innanzitutto ostetrico, perché
sia in grado di sostenere la donna selezionando le gravide ad
alto rischio e inviandole in un reparto bene attrezzato.
Bisogna permettere alle mamme con gravidanze fisiologiche di
scegliere, se lo desiderano, di partorire con sicurezza a casa
o in ambienti accoglienti e umani, come le case di maternità
organizzate secondo le indicazioni della presente proposta di
legge.
La proposta di legge prevede un meccanismo di incentivi
per le strutture ospedaliere e accreditate che vogliano
promuovere la demedicalizzazione delle nascite, incentivi
erogati a quelle strutture che si impegnano nella diffusione
di una cultura della nascita, rispettosa di ciascun nuovo nato
e del suo divenire persona, di ciascuna donna che ha scelto di
diventare madre, di ciascun padre che voglia davvero esserlo.
Ma anche incentivi erogati perché siano investiti dalle
strutture ospedaliere in iniziative di formazione e in
riconoscimenti di avanzamento di carriera per quegli operatori
che abbiano lavorato nel senso della legge.
L'articolo 1 indica la finalità della legge: sostenere le
strutture ospedaliere pubbliche e accreditate che promuovono
il parto fisiologico al fine di demedicalizzare l'evento della
nascita.
L'articolo 2 demanda alle aziende sanitarie locali (ASL)
la promozione degli interventi idonei al raggiungimento delle
finalità della legge.
L'articolo 3 definisce il parto fisiologico e le modalità
da assicurare.
L'articolo 4 stabilisce che il parto può svolgersi a
domicilio, nelle case di maternità e nelle unità ospedaliere
secondo opportune condizioni organizzative.
L'articolo 5 specifica che, qualora non sussistano le
condizioni di parto fisiologico, le donne dovranno riferirsi
alle strutture attrezzate per i parti patologici.
L'articolo 6 definisce la misura e le modalità di
erogazione degli incentivi anche in direzione di investimenti
da parte delle strutture ospedaliere a favore delle iniziative
di formazione e di riconoscimenti di avanzamento di carriera
agli operatori impegnati per l'attuazione della legge.
L'articolo 7 stabilisce i compiti delle regioni, di intesa
con le ASL.
L'articolo 8 definisce i contenuti dei corsi di formazione
a cura delle regioni.