XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 344
Onorevoli Colleghi! - Nel marzo 1995, in uno scantinato
di Francavilla Fontana, centro del brindisino, venivano
sorprese ventidue operaie poco più che bambine, intente alla
confezione di camicie che sarebbero poi state commercializzate
da grandi marchi della moda pronta nazionale.
Secondo le indagini compiute dai carabinieri queste
bambine lavoravano, tutti i giorni, dalle ore 8 di mattina
alle ore 7 di sera, per una paga giornaliera di 14 mila
lire.
Tale situazione, emersa in questo episodio di cronaca, non
risulta essere però frutto di circostanze isolate e limitate
ma, anche a distanza di qualche anno, continua ad essere
drammaticamente attuale. In quella cittadina, infatti, decine
di laboratori sono destinati a questa forma di produzione
decentrata, tanto che Francavilla Fontana viene definita la
"patria delle camicie" ed i fenomeni di sfruttamento sembrano
essere diffusi. Già nel 1994 due imprenditori tessili furono
arrestati con l'accusa di sequestro di persona per avere
segregato le operaie fino al termine del lavoro, chiudendole a
chiave nel laboratorio.
Si tratta di episodi gravi, collocati in un contesto di
estremo disagio economico sociale, entro modelli di sviluppo
economico distorto, dove alla necessità di percepire un
reddito vengono sacrificati i più elementari diritti mettendo
a rischio soprattutto i soggetti più deboli, ed in particolare
le giovani donne.
Si tratta di un contesto ove le illegalità nel mercato del
lavoro sono diffuse, non solo nel settore tessile, ma anche in
agricoltura e nella cantieristica meccanica ed edile. Un
contesto ove è difficile persino un censimento delle attività
economiche e dell'occupazione, data la condizione di
clandestinità di molti laboratori ed officine o l'abusività
dei cantieri determinata dall'intreccio della loro attività
con l'economia criminale ed il riciclaggio di denaro
sporco.
Emerge dunque un quadro in cui il confine fra legalità ed
illegalità è estremamente sottile mentre la condizione di
lavoro, in particolare dei minori, rappresenta la cartina di
tornasole di una situazione in cui la ricerca esasperata del
profitto ad ogni costo, intrecciata con il disagio e
l'esclusione, contribuisce a creare quella miscela esplosiva
che mina sempre più alla radice il livello di coesione sociale
del nostro Paese.
L'episodio di Francavilla Fontana dell'ormai lontano 1995
è dunque solo la punta di un iceberg di un fenomeno
ancora troppo poco conosciuto in tutte le sue dimensioni ed
implicazioni di natura sociale, che non coinvolge soltanto il
Mezzogiorno ed è oggi drammaticamente connesso anche con il
fenomeno dell'immigrazione.
Negli anni passati si è registrata, dunque, l'assenza di
azioni politiche specificatamente rivolte a ridurre il disagio
sociale dell'infanzia ed in grado quindi di contrastare
efficacemente il fenomeno, a partire da una decisa battaglia
contro lo sfruttamento del lavoro minorile.
Solo a decorrere dagli ultimi anni novanta l'impegno dello
Stato si è fatto più concreto e sono state approvate delle
norme specificamente a tutela dei minori. Si ricordano, in
breve, le fasi più rilevanti di questo "cammino" legislativo:
la legge 23 dicembre 1997, n. 451, recante l'istituzione della
Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza e
dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza; la
legge 24 aprile 1998, n. 128 (legge comunitaria 1995-1997)
che, all'articolo 50, reca disposizioni per la protezione dei
giovani sul lavoro, dettando princìpi e criteri direttivi per
la delega al Governo ai fini dell'attuazione della direttiva
94/33/CE del Consiglio, del 22 giugno 1994 in materia; il
recente Piano nazionale di azione e di interventi per la
tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva
per il biennio 2000/2001, di cui al decreto del Presidente
della Repubblica 13 giugno 2000, pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 194 del 21 agosto 2000, che, testualmente,
recita: "Grande attenzione deve suscitare infine il tema del
lavoro dei bambini e delle bambine e nel mondo, che deve
essere oggetto di un'azione diversificata ed ampia in grado di
contrastare ogni forma di sfruttamento. L'Italia, poi, vuole
continuare con determinazione e coerenza il suo impegno
affinché venga affrontato in tutte le sedi il fenomeno del
lavoro in condizioni disumane di bambini in Paesi anche molto
lontani dal nostro. (...) Per quanto riguarda lo sfruttamento
dei minori nel lavoro il Governo si impegna: a proseguire la
lotta contro le forme più intollerabili di lavoro minorile e
contro il lavoro nero degli adolescenti attuando un'azione
sinergica tra ispettorati di lavoro, pubblica sicurezza,
insegnanti, eccetera; a promuovere programmi di sostegno alla
frequenza scolastica, prevedendo forme flessibili di rientro a
scuola e percorsi di formazione mirati, con metodi e forme di
apprendimento che possano vincere l'atteggiamento di scarsa
motivazione di coloro che hanno sperimentato insuccessi
scolastici; a riformulare, grazie anche alla riforma dei cicli
dell'istruzione, un sistema formativo flessibile che consenta
processi di sinergia tra scuola e lavoro e/o esperienze di
alternanza scuola-lavoro; corsi e nei programmi scolastici
precisi momenti di conoscenza del mondo del lavoro e di
educazione ai propri diritti e doveri anche nel futuro settore
lavorativo; a porre attenzione ai lavori femminili non sempre
considerati tali; ad appoggiare l'autonomia scolastica che
permette di far fronte alle diversità del fenomeno nei
differenti territori; a sostenere la formazione di operatori
che, in diversi settori, si occupano della problematica, in
particolare ispettori del lavoro, assistenti sociali,
educatori, insegnanti, ma anche agenti di pubblica sicurezza,
eccetera; ad incentivare interventi di tutoraggio
nell'inserimento lavorativo degli e delle adolescenti; a
rilanciare il tavolo di concertazione tra Governo e parti
Sociali; a proseguire in ambito internazionale le attività già
previste nella Carta degli Impegni, in particolare a
promuovere il ricorso a forme di incentivi/disincentivi
affinché gli investimenti industriali all'estero comportino
l'assunzione da parte delle imprese dell'impegno a non
ricorrere allo sfruttamento del lavoro minorile".
La normativa citata si muove, quindi, verso una sempre
maggiore attenzione e tutela dei diritti dei minori, ma,
ancora, è carente per quanto concerne disposizioni specifiche
in materia di lavoro minorile; pertanto la proposta di legge
mira a colmare tale vuoto legislativo, prevedendo
l'introduzione di apposite norme ed, in particolare, della
nuova fattispecie di reato in tema di sfruttamento del lavoro
minorile (articoli 602-bis, 602-ter e
602-quater del codice penale).
La presente proposta di legge, quindi, pur non
intervenendo sugli aspetti sociali più ampi che motivano il
fenomeno dello sfruttamento dei minori, individua le
indispensabili misure per colpire in maniera penalmente
rilevante coloro che sfruttano il lavoro minorile sia
individualmente che in maniera associata. Questa misura si
rende necessaria quale deterrente, mentre l'introduzione del
reato di tipo associativo vuole sottolineare la contiguità fra
la criminalità organizzata e le organizzazioni che sfruttano
in forma di attività economica, formalmente legale, il lavoro
dei minori.
Una nuova frontiera viene inoltre aperta per colpire
l'utilizzo dei minori in spettacoli cinematografici o
televisivi che possono essere gravemente lesivi della
formazione psichica e morale. Si tratta di una necessità
indotta in particolare dall'espandersi sempre più preoccupante
dell'impiego di minori in spettacoli di carattere
pornografico.
Altro elemento strettamente intrecciato con lo
sfruttamento del lavoro minorile è il fenomeno della
dispersione scolastica che, in particolare in alcune regioni
del Mezzogiorno, è quasi raddoppiato o addirittura triplicato
rispetto al tasso medio nazionale. Quale termine di paragone
si noti che nelle regioni del nord-est tale tasso è
praticamente vicino allo zero, ed in tutto il centro-nord non
supera mai la media nazionale.
Appare evidente che tale questione necessita di interventi
di natura legislativa complessi, che riguardano sia la sfera
del funzionamento dell'istruzione pubblica che di sostegno
sociale. La presente proposta di legge si limita ad una misura
che, pur non agendo sulle cause più profonde del fenomeno,
introduce tuttavia il deterrente dell'arresto fino ad un anno
e l'ammenda fino a lire 2 milioni.
Ancora è vivo nella memoria di tutti noi l'assassinio,
avvenuto nel 1995, del dodicenne pakistano Iqbal Masih,
divenuto simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro
minorile nella confezione di tappeti, e che ha disvelato al
mondo intero una situazione intollerabile. Iqbal, dopo essere
stato incatenato per dieci anni ad un telaio, con l'obbligo di
intrecciare 10 mila nodi al giorno per una paga quotidiana di
55 lire, si era ribellato al suo stato di schiavitù diventando
un leader del "Fronte di liberazione del lavoro forzato"
in nome di altri otto milioni di suoi coetanei che lavoravano
in Pakistan in analoghe condizioni. Per questo è stato
ucciso.
Questo fenomeno, di proporzioni immani, secondo il
Rapporto globale sul lavoro minorile pubblicato il 6 maggio
2002 dall'Ufficio internazionale del lavoro, interessa circa
246 milioni di ragazzi tra i cinque e i diciassette anni
costretti al lavoro, e di questi ben 179 milioni sono esposti
alle forme peggiori e dannose per la loro salute fisica,
mentale e morale.
Tutto ciò è chiaramente il frutto di uno sviluppo
diseguale e distorto sul piano internazionale; è l'altra
faccia dell'esasperata ondata liberista che, nell'estrema
mobilità di capitali e merci, basa la possibilità di
competizione sulla compressione dei costi di produzione e del
lavoro in primo luogo. Ciò avviene troppo spesso in spregio di
normative di protezione sociale, di sicurezza, di diritti
sindacali. Il "dumping sociale" rischia di essere così
pratica normale nell'economia di mercato.
Tuttavia secondo la Convenzione n. 182 dell'Organizzazione
internazionale del lavoro e l'allegata raccomandazione n. 190,
esistono forme di sfruttamento peggiori che minano la salute,
la sicurezza o la moralità dei minori e forme meno peggiori
che possono e devono essere accettate e regolamentate. A tale
proposito, nel corso di varie audizioni con organizzazioni di
minori lavoratori (Ninos y Adolescentes
Trabajadores- NATS) presso la Commissione parlamentare per
l'infanzia, si è evidenziata la necessità sociale dei Paesi in
via di sviluppo di forme protette di lavoro minorile che
permettano ai minori/adolescenti stessi ed alle loro famiglie
di accedere al minimo vitale.
Dal momento che il lavoro durante l'infanzia toglie ai
bambini e alle bambine la possibilità di avere condizioni di
vita consone alla loro età, nonché un'adeguata formazione
scolastica e professionale e di conseguenza riduce la
possibilità di far crescere generazioni pienamente consapevoli
dei propri diritti, è fondamentale tutelare eventuali forme di
lavoro che permettano ai minori di avere un'istruzione
scolastica e uno spazio per le libere attività creative.
Sono state studiate proposte possibili a partire dalla
necessità di promuovere meccanismi di controllo e codici di
condotta più rigidi nella fabbricazione di prodotti italiani e
di aziende straniere (soprattutto multinazionali) che
commercializzano in Italia, specialmente nelle catene di
subappalto e nella loro commercializzazione internazionale,
per favorire la diffusione e la definizione di regole per la
proliferazione di marchi di qualità, stimolando le imprese
alla trasparenza riguardo alle condizioni sociali e ambientali
della loro produzione. Inoltre, sarà importante collaborare
con le organizzazioni di bambini e adolescenti lavoratori
presenti in molti Paesi del mondo per prendere in
considerazione le loro esperienze e sostenere progetti e
iniziative.
L'oggettiva difficoltà ad intervenire su una problematica
così complessa non può fare venire meno l'esigenza di
interventi da parte degli Stati nazionali e degli organismi
internazionali affinché l'attività economica non produca, nel
suo sviluppo, così palesi ed evidenti violazioni della dignità
umana. Si avverte, in altri termini, l'esigenza di atti, anche
segnati dall'unilateralità e dal volontarismo, che tuttavia si
propongano di indicare soluzioni possibili ai fini di
un'inversione di tendenza.
La questione dell'introduzione di una "clausola sociale"
negli accordi commerciali internazionali era stata già
dibattuta in seno ai negoziati dell'Uruguay Round,
adottati a Marrakech il 15 aprile 1994, i cui atti sono stati
resi esecutivi con legge 29 dicembre 1994, n. 747, non
trovando sufficienti consensi e punti di equilibrio fra gli
interessi del mondo industrializzato e quelli dei Paesi del
terzo mondo, timorosi, questi ultimi, che una normativa
eccessivamente vincolante finisse per vanificare i vantaggi
derivanti dalla caduta di barriere protezionistiche da parte
dei Paesi sviluppati.
Esiste tuttavia un precedente significativo, costituito
dall'articolo 22 dell'Accordo generale sulle tariffe e sul
commercio comunemente noto con la sigla "GATT", che impone
misure restrittive per i beni prodotti con il lavoro
carcerario. Il senso della "clausola sociale" è quello di
estendere tali restrizioni a tutti i beni prodotti in assenza
del rispetto di quelle convenzioni dell'Organizzazione
internazionale del lavoro che costituiscono il corpus
dei diritti fondamentali del lavoro: interdizione del lavoro
minorile, del lavoro forzato, garanzia dei diritti sindacali,
assenza di discriminazioni di razza, sesso, religione o credo
politico.
La presente proposta di legge raccoglie dunque questa
ispirazione proponendo che l'Italia, in via unilaterale e come
contributo ad una necessaria ed auspicata soluzione di
carattere internazionale, bandisca dal proprio territorio
merci prodotte in assenza di tali garanzie minime.
La presente proposta di legge non contraddice l'impegno
alla ricerca di soluzioni più articolate che si propongano non
solo azioni sanzionatorie ma anche di promozione di migliori
condizioni nei Paesi terzi, oltre che la definizione di
strumenti internazionali di monitoraggio, controllo ed
informazione, evitando i rischi, sempre presenti, che nel
quadro così distorto dell'economia mondiale i vincoli di
giustizia sociale finiscano per produrre, sulle popolazioni
più povere, effetti ancor più negativi dei mali che abbiamo
denunciato. Resta tuttavia davanti al nostro Paese una grande
battaglia di civiltà e giustizia, che deve essere combattuta
con ogni mezzo ed a cui la proposta di legge vuole portare un
contributo.