XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 47 - 147 - 156 - 195 - 406 - 562 - 639 - 676 - 762 - 1021 - 1775 - 1869 - 2042 - 2162 - 2465 - 2492-A-quater
Onorevoli Colleghi! - L'Italia è notoriamente l'unico
Paese in cui si attuano da almeno vent'anni le tecniche di
procreazione medicalmente assistita, praticamente senza alcuna
regolazione dei centri che realizzano tali tecniche. Gli unici
testi di riferimento per i centri pubblici e privati, che
operano in questo campo sono due circolari emanate dall'allora
Ministro della sanità:
1) la circolare Degan, del 1985, che vieta la
fecondazione impropriamente definita "eterologa" nei centri
pubblici, senza nulla dire nel merito dei centri privati, dove
niente è vietato e quindi, nella pratica, tutto è consentito.
Da tempo alcuni di questi centri si sono dati codici di
autoregolamentazione buoni ma sicuramente non sufficienti a
garantire ai cittadini una univocità di comportamenti e di
diritti;
2) la circolare Donat-Cattin, di pochi anni successiva,
che auspica la rapida definizione di una disciplina organica
in materia e regolamenta la raccolta e la conservazione dei
gameti ai fini della fecondazione attuata con l'intervento di
un donatore o una donatrice esterni alla coppia. La
definizione dei requisiti dei centri è ancora una volta
rinviata a tempi successivi. La fecondazione tramite donazione
di gameti - o eterologa - oggetto di accanite controversie
parlamentari e non, è dunque allo stato dell'arte ampiamente
praticata e socialmente acquisita.
Le ragioni del grande ritardo nella regolazione di questa
materia sono da ricercare, a nostro avviso, in due ordini di
problemi:
1) da un lato gli interessi dei centri privati che
costituiscono una potente lobby di opinione e che certo
non vedono di buon occhio un intervento legislativo
restrittivo rispetto a tecniche ormai invalse;
2) dall'altro le continue ingerenze delle gerarchie
cattoliche che impongono forti condizionamenti etici su
qualsiasi progetto legislativo riguardante la procreazione
artificiale. Posizioni, queste, contrastate da un fronte laico
ampio, anche se non omogeneo, costituito da una notevole parte
della comunità scientifica, da personalità di spicco in campo
medico, giuridico e filosofico, nonché da esponenti del mondo
femminista, singole o associate, tra cui molte si sono date un
luogo di elaborazione e confronto su questi temi nel "Tavolo
di donne sulla bioetica".
Il 27 gennaio 1998, nella XIII legislatura, dopo un lungo
periodo di sofferta gestazione, la Commissione affari sociali
della Camera dei deputati ha varato un testo unificato poi
approvato in Aula, con sostanziali modifiche, il 26 maggio
1999 e trasmesso al Senato della Repubblica con il titolo:
"Disciplina della procreazione medicalmente assistita" (Atto
Senato n. 4048).
Nel corso dell'infuocata discussione sul testo, si è
aperto nel Paese un ampio dibattito che ha coinvolto media,
comunità scientifica, operatori di centri pubblici e
privati, giuristi, gerarchie ecclesiastiche, associazioni
cattoliche e laiche nonché scienziate, filosofe e giuriste di
grande prestigio intervenute sia a titolo personale, sia come
esponenti di gruppi e associazioni che si richiamano a vari
percorsi del pensiero femminista.
L'intervento di queste donne ha consentito di focalizzare
l'attenzione su aspetti fino a quel momento ignorati, come il
grave rischio di trasformare il soggetto e il corpo femminile
da protagonisti dell'evento procreativo a strumenti passivi di
sperimentazione scientifica e a meri incubatori di embrioni.
Ma ha anche aperto lo scontro sul tema delle libertà
individuali che il progetto di legge, con i suoi sconfinamenti
indebiti nella delicata sfera dei rapporti tra i sessi e delle
scelte di maternità e di paternità, chiaramente minaccia,
ignorando del tutto che tali scelte e tali rapporti hanno
trovato una definizione più rispettosa delle opzioni personali
nella legislazione più recente, dalla legge sul divorzio al
nuovo diritto di famiglia, alla legge n. 194 del 1978. Queste
complesse tematiche, che investono problemi di ordine
giuridico, etico e sociale, non hanno tuttavia pienamente
coinvolto la società civile dove, invece, attraverso gli
strumenti di informazione di massa, è filtrato un messaggio di
tipo prevalentemente scandalistico: madri-nonne, fecondazione
post-mortem, embrioni orfani, bambini venuti dal gelo e
quant'altro.
Si rende quindi indispensabile ricostituire un contesto
della ragione, fornire all'opinione pubblica informazioni
scientificamente corrette, senza eludere i problemi che le
possibilità aperte dalle nuove tecnologie pongono ai singoli e
alle singole e alla società nel suo complesso. Possibilità che
interrogano il senso del limite, ma al tempo stesso chiamano
in causa la responsabilità soggettiva, soprattutto femminile,
rispetto alle scelte riproduttive e inducono a porre legittime
domande su ciò che è normabile per legge e ciò che non lo è,
perché riguarda, appunto, l'ambito strettamente privato delle
opzioni individuali. Tutto questo avrebbe richiesto adeguati
tempi di riflessione e di rielaborazione da parte del corpo
sociale, mentre gli aspetti tecnico-normativi del
funzionamento dei centri, dovrebbero essere tranquillamente
stabiliti per regolamento.
Invece il lavoro svolto nella XIV legislatura,
caratterizzato da una rigidità di posizioni e da una totale
incapacità di ascolto delle ragioni dell'altro, ha visto la
mera riproposizione come testo unificato del testo uscito e
già fallito nella precedente legislatura e una riduzione dei
tempi del dibattito che ha di fatto impedito ogni confronto.
E' proprio questa rigidità di posizioni ad aver costretto vari
gruppi dell'opposizione compresa Rifondazione Comunista a
presentarsi alla discussione dell'Aula con testi di
minoranza.
Il testo che qui riproponiamo riprende la proposta di
legge 2162, assolutamente non presa in considerazione dalla
relatrice di maggioranza nella predisposizione del testo
unificato, e ne inserisce i principi in un quadro generale di
regole il più "leggero" possibile rispetto alla vita e alle
scelte delle persone e di ricerca di norme precise e di
garanzia per l'organizzazione dei centri.
La nostra proposta di separare i due ordini di problemi,
da una parte l'istituzione di una commissione, attraverso lo
strumento legislativo, che operi con la finalità di promuovere
ed estendere in tutto il paese il dibattito sulle nuove
domande sociali poste dalla ricerca scientifica e clinica nel
campo delle biotecnologie riproduttive, dall'altra di
devolvere al Ministro della Salute l'emanazione di un
regolamento che formuli regole certe e comuni sul
funzionamento dei centri pubblici e privati, non è stato
invece presa in considerazione nel testo unificato proposto
dalla relatrice.
I punti più "caldi" dello scontro politico-ideologico che
ha accompagnato l'iter parlamentare del progetto di
legge in esame, quali il riconoscimento degli embrioni come
soggetti portatori di diritti (fino alla proposta estrema
della loro adottabilità), l'accesso alle tecniche da riservare
alle coppie eterosessuali unite da vincoli, la condanna della
fecondazione eterologa legata ad una concezione tutta
biologica della paternità e della maternità hanno prodotto nel
testo di maggioranza norme inquietanti e contraddittorie nella
parte dedicata all'applicazione delle tecniche. Norme tutte
ispirate dal concetto principe dell'intangibilità
dell'embrione, a discapito della salute, non solo della madre,
ma dello stesso "nascituro". Ad esempio, l'obbligo di non
produrre più di tre embrioni per tentativo di fecondazione
(processo peraltro non governabile allo stato attuale delle
ricerche), da impiantare tutti contemporaneamente, ma anche
immediatamente, nell'utero materno. Questa norma pregiudica
seriamente la salute della donna perché, se il primo tentativo
fallisce, si dovranno ogni volta ripetere le stimolazioni
ovariche, che a lungo andare rischiano di provocare
l'insorgenza di formazioni tumorali. Costringe inoltre a
effettuare il trasferimento dell'embrione in tempi brevi
rispetto alla stimolazione ovarica, mentre la prudenza
suggerisce un adeguato intervallo di tempo per consentire un
pieno ristabilimento delle condizioni di salute della donna.
E' oltretutto incongrua e contraddittoria perché non si può
prevedere quanti ovuli si produrranno ad ogni stimolazione, né
quanti embrioni si formeranno da questi ovuli, né cosa si
dovrebbe fare di eventuali embrioni eccedenti.
Altrettanto incongrua risulta la norma che consente di
effettuare la ricerca clinica e diagnostica su ogni embrione,
purché abbia fini esclusivamente terapeutici e diagnostici
diretti "alla tutela della salute e allo sviluppo
dell'embrione stesso". In parole povere, è consentito l'esame
pre-impianto che permette di stabilire se l'embrione è
portatore di gravi patologie genetiche o infettive. Ma per
altro verso si vieta l'aborto selettivo in gravidanze
plurigemellari. In conseguenza di ciò, se l'esame pre-impianto
stabilisse che un embrione fosse affetto da qualche grave
malattia genetica, il medico sarebbe costretto a trasferirlo
comunque nell'utero della madre.
In breve, il testo licenziato dalla Commissione è
naufragato al Senato della Repubblica in virtù delle sue
stesse contraddizioni, come evidenziato dal fatto che in tale
sede sono stati approvati emendamenti talmente contraddittori
da indurre l'onorevole Mancino, all'epoca Presidente di
quell'Assemblea, a sospendere la discussione. Oggi quello
stesso testo viene ripresentato in quest'Assemblea.
Siamo profondamente convinti che non compete al Parlamento
la facoltà di regolare per legge i comportamenti e le scelte
di vita delle donne e degli uomini di questo Paese, almeno
finché vige uno stato laico e di diritto; né pensiamo che si
possano stravolgere a colpi di maggioranza princìpi fondativi
dell'ordinamento giuridico (a partire dall'articolo 1 del
codice civile) o emanare norme contraddittorie e
approssimative sul piano scientifico e tecnico, perché viziate
all'origine da pregiudizi ideologici ed etici.
Da qui il significato della nostra proposta alternativa al
testo unificato approvato dalla Commissione Affari sociali che
riteniamo debba essere valutata con senso di responsabilità da
questa Assemblea.
Tiziana VALPIANA, Relatore di minoranza.