XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 16
Onorevoli Deputati! - 1. All'alba del terzo millennio,
si confrontano, in Europa, due opposti modelli di società:
a) il modello "neo-giacobino" della società
universale multirazziale, standardizzata dal "mercato", attore
politico dominante che utilizza gli Stati (quel che resta
degli Stati) come cinghie di trasmissione;
b) il modello "cristiano", di una società
equilibrata tra presente, futuro e passato, tra locale e
globale, tra in e out, tra forze nuove che premono
dall'esterno e valori storici radicati nella tradizione.
I due modelli sociali si identificano nel punto di
partenza, ma si differenziano radicalmente nel punto di
arrivo.
Entrambi i modelli emergono infatti dalla crisi storica
dello "Stato-nazione", ma si sviluppano lungo direttrici
opposte.
2. Il primo modello sociale si basa prima sulla scissione
fra Stato e nazione e poi sull'idea del primato dello Stato
sulla "nazione" (sulle "nazioni").
Per questa ragione, nell'economia politica del modello
"neo-giacobino", l'immigrazione non è un problema, ma una
"opportunità".
Si assume infatti che lo Stato esista a prescindere dalla
"nazione" (dalle "nazioni") e che, per questo, possa vivere
(sopravvivere) producendo ed attribuendo titoli "statali" di
cittadinanza, che prescindono dalla appartenenza alla
"nazione" (alle "nazioni").
Nell'economia politica di questa modello, la quantità dei
"cittadini" dello Stato può conseguentemente ed
artificialmente, e su vasta scala, superare la quantità dei
cittadini della "nazione" (delle "nazioni").
L'immigrazione è conseguentemente utilizzata come un
grimaldello; per rompere l'ordine sociale (aumentando
conseguentemente il potere di arbitraggio tra le forze sociali
destrutturate) e così per mettere le mani sul bottino
elettorale (costituito da un nuovo "lumpen proletariat",
fatto da una massa di immigrati che speculativamente si
ipotizza disposta a votare per la sinistra).
Paradossalmente, più forte è la crisi dello
"Stato-nazione", e perciò di riflesso più forte è la crisi
dello Stato tout-court, più si fa forte il tentativo di
tenerlo in vita con mezzi artificiali.
Et pour cause, perché lo Stato è la macchina
politica giacobina per definizione (ubi patria, ibi
bene, alla Rousseau).
E' questo in realtà un modello filisteo, che si alterna
tra visioni escatologiche (tipo: "il tramonto dell'occidente")
e curve demografiche, tra solidarismo "terzomondista", alibi
umanitari e cinismo "mercatista", sintetizzandosi nella
formula: "essere buoni, conviene".
Gli immigrati devono venire in Italia, e su vastissima
scala, ma a liberarci dallo sforzo demografico, a fare i
lavori più faticosi, a pagarci le pensioni.
E' un modello che funziona in base a quattro princìpi
essenziali:
a) assenza di prevenzione. Il messaggio che si
trasmette all'esterno (da ultimo, con spettacolari
tournees politiche africane) è, all'opposto della
prevenzione, un messaggio di accoglienza;
b) simmetricamente, riconoscimento del diritto di
immigrazione in Italia, esercitabile di fatto su iniziativa
degli interessati;
c) conservazione di frontiere "colabrodo";
d) riduzione dell'azione di contrasto a forme
erratiche e casuali, saltuarie e poco esemplari, di
repressione dell'immigrazione illegale già avvenuta.
3. Il secondo modello sociale si basa invece, ed
all'opposto, sul primato della "nazione" (delle "nazioni")
intesa tanto in senso "romantico", come nucleo e fondo di
valori e di religione, di cultura e di lingua, di costumi e di
tradizioni, quanto in senso "democratico", come "plebiscito di
ogni giorno".
Nell'economia politica di questo modello, la crisi dello
"Stato-nazione" non porta con sé la crisi della "nazione"
(delle "nazioni").
All'opposto, la crisi dello "Stato-nazione" riporta la
"nazione" (le "nazioni") alla sua vitalità originaria e piena,
non soffocata dallo Stato.
La memoria sta infatti all'individuo come la storia sta
alla "nazione" (alle "nazioni").
Individuo e memoria, storia e "nazione" ("nazioni") sono,
infatti, tutti insieme, parti inscindibili di un'unica
struttura sociale che, nella nuova geopolitica del mondo, è
l'unico possibile antidoto al caos.
Per questo, la nostra visione politica è radicalmente
diversa da quella della sinistra.
Perché è una politica di difesa della "nazione" (delle
"nazioni"). Intesa la "nazione" (le "nazioni") come baluardo
della civiltà europea.
Nell'economia politica del nostro modello di società, il
quantum di immigrazione non è dunque funzione della
conservazione dello Stato, come macchina politica assoluta. Ma
è un quantum che va calcolato essenzialmente in rapporto
alla sopravvivenza della "nazione" (delle "nazioni").
E, per questa ragione, è un quantum che va calcolato
in misura proporzionale alla oggettiva e naturale capacità di
assorbimento dell'immigrazione all'interno della (delle)
comunità nazionale.
E' un modello sociale, il nostro, che funziona in base a
sette princìpi essenziali:
a) la "frontiera" va spostata, dall'interno
all'esterno. Il messaggio che va trasmesso all'esterno non può
essere un messaggio di accettazione sostanzialmente
incondizionata. E' infatti soprattutto all'esterno, e non
all'interno, che va gestito il fenomeno;
b) non basta la repressione, occorre la
prevenzione. La politica dell'immigrazione non può essere
casuale ed ex post. Deve essere razionale ed ex
ante. E' essenziale passare dalla logica della "sanatoria"
alla logica della programmazione, da un lato, e della
repressione degli illeciti, dall'altro lato;
c) il diritto di immigrazione non preesiste: si
conquista;
d) chi immigra illegalmente va respinto e non può
rientrare;
e) la chiave di ingresso (in una Repubblica
fondata sul lavoro) è il lavoro: può entrare solo chi lavora
nella "nazione" (nelle "nazioni"), e per la "nazione" (per le
"nazioni"), adempiendo tutti i doveri, a partire dal dovere
fiscale;
f) i costi dell'immigrazione sono a carico dei
beneficiari;
g) può diventare "cittadino" solo chi ha lavorato
ed ha pagato le tasse per un congruo numero di anni, senza
commettere illeciti.
In questa strategia, le norme che compongono la presente
proposta di legge producono una profonda riforma dell'intera
normativa in materia di immigrazione.
Si tratta in particolare di norme di principio (articoli
2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9), quanto alle relazioni con i Paesi
interessati dal fenomeno e quanto al necessario ruolo di
pianificazione e di controllo e - soprattutto - quanto alla
condizione giuridica dell'immigrato (nei suoi fondamentali
aspetti del diritto/dovere al lavoro, della soggezione
all'ordinamento fiscale, della prima accoglienza e della
successiva integrazione).
Ovviamente, il completo e concreto dettaglio è rinviato ad
appositi negoziati con i Paesi interessati (per la parte
internazionale) e (articolo 12) ad un apposito regolamento di
attuazione (per la parte interna).
Le norme penali (articoli 10 e 11), coerentemente e
conseguentemente, disciplinano gli strumenti (amministrativi
e/o penali) necessari per garantire, sul piano dei poteri e
dei rimedi coattivi, la concreta effettività degli obblighi,
dei comandi e dei divieti previsti per legge. In particolare,
si prevede l'introduzione di un più rigoroso e completo
catalogo delle ipotesi di reato nell'economia di un apparato
sanzionatorio realmente deterrente. Non solo, ma anzi
prioritariamente, nella nostra visione geopolitica del
fenomeno.
Dato che l'immigrazione non è una fatalità ineluttabile,
deve essere sostenuto lo sviluppo dei Paesi di origine
dell'immigrazione.
Per iniziare questo processo (articolo 1) è in specie
necessario introdurre la detassazione dei contributi erogati a
favore di iniziative "missionarie" ed umanitarie, di
assistenza, istruzione, eccetera, tanto religiose quanto
laiche, nei Paesi di emigrazione. Ciò per aiutare a
costituire, in questi Paesi, un livello accettabile di
condizioni sociali di fondo, base necessaria per lo
sviluppo.