Onorevoli Colleghi! - È chiamata l'«oro nero» dell'Italia, il suo «vero petrolio». Si tratta della cosiddetta «economia sommersa» su cui da tempo vari organismi internazionali, dal Fondo monetario internazionale alla Commissione europea continuano a richiamare l'attenzione. Uno studio di un autorevole istituto italiano, l'EURISPES, pubblicato proprio in questi giorni, aggiunge una ulteriore conferma sulla grave entità e sulle complesse caratteristiche del fenomeno che investe lavoratori ed imprenditori con particolari accentuazioni nel Mezzogiorno.
Secondo le stime fornite e le elaborazioni effettuate su dati, in gran parte anche già disponibili, nel triennio 2001-2003, il peso dell'economia sommersa sugli andamenti ufficiali del prodotto interno lordo, la ricchezza nazionale, oscillerà intorno al 29-30 per cento con un valore pari a 295.802 milioni di euro nel 2001, 306.125 milioni di euro nel 2002 e in 16.852 milioni di euro nel 2003. A produrre questa enorme massa di ricchezza sono circa 5.600.000 lavoratori che operano in nero, ben 2 milioni e 100 mila lavoratori in più, secondo l'EURISPES, ma anche secondo l'Istituto nazionale di previdenza sociale (INPS), ad esempio, dei tre milioni e mezzo stimati dall'ISTAT.
Dopo queste cifre, che giungono in concomitanza con la presentazione del Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2003-2006 sarebbe logico che innanzitutto si verificassero ed, eventualmente, si correggessero i parametri di riferimento dello sviluppo italiano perché obbiettivamente la realtà produttiva del nostro Paese, alla prova dei fatti, è ben diversa da quella che si registra ufficialmente. Non è cosa di poco conto apprendere che in fondo siamo circa un terzo più ricchi di quello che si pensa ma anche che i produttori di questa ricchezza, imprese e lavoratori del sommerso, non partecipano allo sforzo collettivo, ad esempio con il fisco, per sostenere le politiche ed i servizi dello Stato.
È una questione politica ed economica di prim'ordine. Dal punto di vista strettamente economico e sociale è importante rilevare che questa grande parte del nostro sistema produttivo con gli anni si è stabilizzata. Non risulta essere un fenomeno effimero, legato a situazioni eccezionali; ma è diventato una componente stabile, profondamente radicata, dell'economia nazionale, che anche recenti leggi dello Stato non sono riuscite a recuperare in modo significativo. Dagli andamenti economici si rileva che il grande balzo in avanti del sommerso è stato compiuto in Italia negli anni compresi tra il 1990 e il 1994 quando, di fronte alla difficile congiuntura, lo Stato portò il prelievo fiscale ad una incidenza sulla ricchezza nazionale pari al 40-42 per cento, giungendo a dei livelli mai raggiunti prima.
È da allora che molti italiani cominciarono a rifugiarsi nel sommerso, ad operare di nascosto, arrivando a produrre in tale modo quasi un quarto del reddito nazionale. Da allora è stato un crescendo. La causa di tale fenomeno sta solo nel fisco eccessivo? Prevalentemente si, ma essa non è certo la sola. Le indagini incrociate fatte da diversi organismi e istituti pubblici e privati, tra i quali citiamo l'INPS e la Guardia di finanza, mettono in luce che la scelta del sommerso è fortemente influenzata, oltre che dal carico fiscale ritenuto eccessivo, anche dalle troppe rigidità che si registrano, ad esempio, nel mercato del lavoro, così come dalla complessità delle norme e delle procedure burocratiche.
Fra i settori che si contendono la palma del sommerso spiccano l'agricoltura e i servizi. Per un rimedio efficace, affermano autorevoli economisti, occorrerebbe una drastica riduzione fiscale generalizzata, quasi uno schock che inducesse chi opera di nascosto ad uscire allo scoperto. Ma i bilanci dello Stato per ora non lo consentono. In questo caso, allora, la strada consigliata è quella di puntare sulla competitività dei vari territori, promuovendo lo sviluppo economico locale con una serie di vantaggi operativi che compensino i gravami dello Stato. È una strategia di recupero dell'economia sommersa nella quale le regioni e gli enti locali potrebbero svolgere un ruolo molto importante.
Sono ipotesi e suggerimenti per possibili interventi di cui si discute molto nel Paese e in sedi autorevoli. In ogni caso la entità e la complessità del fenomeno sono tali che si ritiene utile proporre l'istituzione di una Commissione di inchiesta della Camera dei deputati per acquisire gli elementi necessari per la predisposizione di ulteriori interventi correttivi e, nel contempo, supportare ulteriormente le azioni già intraprese dallo Stato in materia.
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