Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 679 del 28/9/2005
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...
Si riprende la discussione.

(Ripresa esame dell'articolo unico - A.C. 6053)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lolli. Ne ha facoltà.

GIOVANNI LOLLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi dispiace che questa discussione si svolga in un clima di scontro politico molto acceso in Parlamento. Anche questa materia, dunque, finisce nel tritacarne della contesa politica.
Il mio intervento non sarà affatto ostruzionistico. Cercherò di entrare nel merito della questione. Spero di riuscirci. Vorrei che le mie osservazioni non venissero considerate frasi dette solo per perdere un quarto d'ora. Vorrei piuttosto confrontarmi su una questione ...

PRESIDENTE. Si tratta di impiegare un quarto d'ora, non di perderlo.

GIOVANNI LOLLI. Poiché esprimerò qualche critica alle politiche che ci proponete, vorrei in premessa fare una dichiarazione,


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al fine di eliminare ogni equivoco tra di noi: ritengo che la violenza negli stadi sia una delle forme di violenza più odiose che esistano e che lo Stato faccia bene a colpire nel modo più duro e più efficace queste forme di violenza presenti nel nostro paese.
Tanto per intenderci, non sono tra coloro che cercano, come pure qua e là ogni tanto si sente fare, giustificazioni di carattere sociologico, che, in ogni caso, non giustificherebbero niente e che comunque sono anche false. Tutti gli studi più recenti, svolti in Italia e anche in altri paesi europei, dimostrano, ad esempio, che tra le frange più violente di una certa tifoseria europea ed italiana non vi sono giovani provenienti dai quartieri periferici e popolari, bensì molto spesso fior di professionisti. È evidente, quindi, che la radice non deve essere cercata in semplificazioni sociologiche: essa comunque non può trovare da parte nostra indulgenze su questo piano.
Tra l'altro, i dati su tali fenomeni - sentiremo a tale proposito quello che ci dirà il Governo, se avrà intenzione di dirci qualcosa - purtroppo non sono rassicuranti, nonostante i ripetuti interventi realizzati nel corso dell'ultimo periodo.
Vorrei, anzi, chiedere al sottosegretario, se è in grado di farlo, di fornirci dei dati possibilmente disaggregati, perché potrebbe darsi che sia solo una mia impressione o che io disponga di dati sbagliati o parziali; potrebbe darsi che tutta la stampa sportiva italiana si sbagli, ma il dato che risulta in parte diminuito - e naturalmente me ne rallegro - è quello relativo agli scontri tra tifoserie e forze dell'ordine, che comunque rimane un dato inquietante, mentre sembrerebbe essere incrementato quello degli scontri tra tifoserie, cosa che non ci può in alcun modo tranquillizzare.
In ogni caso il fenomeno è gravissimo, anche per i costi economici, oltreché sociali, che comporta al nostro paese: non so quanti siano, forse circa 10 mila, gli uomini delle forze dell'ordine che (stavo per dire «ogni domenica» ma - come si sa - non c'è più neanche questo rito domenicale, poiché si gioca anche durante la settimana) vengono sottratte alla tutela dell'ordine pubblico sul territorio e impiegate negli stadi con gli effetti che si possono guardare in televisione.
Aggiungo un'altra notazione. Si tratta di una mia idea e mi rendo conto del fatto che l'argomento sia un po' forzato, ma ve lo propongo lo stesso. Secondo me, nella violenza negli stadi vi è un altro aspetto odioso. Credo che in Italia da qualche anno, forse anche in Europa, ma in Italia sicuramente più che in altri paesi, vi sia la tendenza, sollecitata da poteri e interessi abbastanza corposi, a svuotare gli stadi ed a trasformare il calcio in uno sport unicamente televisivo.
Aggiungo che non sono affatto tra coloro che considerano la televisione come la rovina di tutto e dicono che si stava meglio tanti anni fa. Ritengo che la televisione, ove ben utilizzata, potrebbe essere un mezzo in grado di aiutare lo sport e il calcio. Naturalmente, dovrebbe essere organizzata secondo un sistema di regole che non c'è: quindi, finisce semplicemente per occupare tutti gli spazi e, oggettivamente, forse anche al di là delle volontà, per stravolgere il fenomeno calcistico nel nostro paese e per proporsi come obiettivo, forse oggettivo, quello dello svuotamento degli stadi. Non interessano più gli spettatori che pagano il biglietto e che vanno allo stadio: interessano molto di più i cittadini che stanno a guardare la televisione e che si collegano alla diversa offerta televisiva esistente.
È questo un fenomeno italiano; in altri paesi tale problema è stato posto in modo molto serio. Vorrei ricordarvi che in Germania, dove il calcio è altrettanto importante che in Italia, la Bundesliga, cioè quella che potrebbe essere equiparata alla Lega professionistica di serie A, ha deciso di non giocare la domenica pomeriggio prima delle 17,30 per dare la possibilità, ad esempio, a molti atleti di partecipare al calcio minore dilettantistico: questo perché è sentito come sistema!
In Italia tutto questo non c'è: ho letto che oggi il presidente della Federazione,


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Carraro, si è lamentato del fatto che gli stadi si svuotino, attribuendo tale processo all'onerosità dei biglietti.
In parte forse è anche vero; tuttavia il presidente Carraro si dovrebbe chiedere se non vi sia qualcosa di più complesso dietro al fenomeno dello svuotamento degli stadi, compresi la violenza e gli interessi televisivi!
Vorrei rappresentare, in altri termini, che esiste una complicità oggettiva, poiché i tifosi violenti contribuiscono a svuotare gli stadi italiani. Oltre ad essere un fatto odioso, vorrei dire che ciò francamente mi dispiace, poiché credo che la magia di questo sport - come di altri - sia costituita anche dal fatto che vi sia un pubblico che assiste, compresa una tifoseria accesa.
Dal momento che in tutti i provvedimenti che adottate lo fate poco, vi chiederei pertanto di distinguere i tifosi, perché non tutti gli ultras sono dei violenti! Guardate che le cose non stanno così! Infatti, c'è una frangia di violenti che, ripeto, deve essere colpita senza alcuna indulgenza, ma se gli stadi italiani fossero svuotati di quella tifoseria così «coreografica» rappresentata dagli ultras, alla fine l'intero fenomeno si indebolirebbe sul piano dello spettacolo!
Mi rendo conto che, in questa sede, dobbiamo occuparci di questioni molto più serie, ma visto che ci fate discutere di questo argomento, vorrei rilevare che stiamo parlando di un problema che andrebbe affrontato con maggiore attenzione e cura!
D'altra parte, il sottosegretario Pescante, che mi dispiace non vedere presente in aula (e che è una persona che stimo molto), fin dall'inizio della legislatura assunse un impegno solenne. Infatti disse che, siccome (Commenti)... Lo so, ne ha presi anche altri, ma io intendo parlare di questo impegno!
Ebbene, siccome disse che....

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, per cortesia, un po' di silenzio!

GIOVANNI LOLLI. Signor Presidente, non vorrei che fosse il nome di Pescante a suscitare questa ilarità, perché mi dispiacerebbe...

PRESIDENTE. No, non dipende da lei...

GIOVANNI LOLLI. Non è associato alla parola Pescante...?

PRESIDENTE. ....ma dalle doti ironiche dei colleghi, che sono più intime che reali!

GIOVANNI LOLLI. Mi fa piacere, perché è bastato pronunciarlo...

DONATO BRUNO. No! Stiamo parlando di un'altra cosa! Scusami!

GIOVANNI LOLLI. Come dicevo...

PRESIDENTE. Onorevole Lolli, le chiedo scusa per conto terzi...!

GIOVANNI LOLLI. Signor Presidente, si immagini: lei può fare ciò che vuole! Lei sa benissimo che io l'ammiro sopra ogni altra cosa!
Come stavo dicendo, il sottosegretario Pescante si assunse l'impegno di varare un provvedimento organico, poiché sostenne che era necessaria una legge in grado di trattare gli aspetti repressivi e quelli preventivi, nonché il problema della cultura sportiva. Tuttavia, una volta preso tale impegno, in questo settore il Governo ha varato un primo decreto-legge, poi l'anno successivo ne ha adottato un altro, un mese fa ha emanato tre decreti legislativi attuativi di una delega ed adesso ha presentato un quarto decreto-legge, ma siamo ancora in attesa di un provvedimento organico!
Tutti i decreti citati, infatti, recano norme che sono in parte condivisibili, ma vorrei osservare che non sono collegati tra loro. Mi sembra, onorevole sottosegretario, che questi decreti-legge siano stati adottati così tempestivamente più per rispondere agli allarmi che si registrano periodicamente, quando accadono fenomeni terribili, nell'opinione pubblica, che per affrontare


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in maniera seria e organica il problema: come dire, tanto per dare un contentino!
Peraltro, si è sempre trattato, inevitabilmente, di decreti-legge unicamente repressivi. Vorrei ribadire che la repressione è sì necessaria, tuttavia, se si intraprende unicamente la strada repressiva, è ovvio che vi sarà una perdita di efficacia delle misure adottate, e mi sembra che, purtroppo, ciò sia accaduto. Cosa si dovrebbe fare, invece, a nostro avviso?
Vorrei innanzitutto rilevare che una buona parte delle misure che voi adottate in quest'ultimo decreto-legge sono state mutuate da altri paesi. Tuttavia, non ritengo possibile copiare solo alcune tipologie di intervento da altri paesi che hanno adottato politiche organiche. Allora, perché non prendere in considerazione l'intero modello, anche se solo per discuterne o per modificarlo?
Vorrei segnalare che in Inghilterra, ad esempio, dove il fenomeno è stato effettivamente contrastato con grande efficacia (almeno all'interno degli stadi), sono state adottate non solo le misure che voi avete in parte copiato, ma anche altre. In particolare, vorrei segnalare che, in Inghilterra, gli stadi sono di proprietà delle società calcistiche: in questo modo, esse hanno la possibilità di utilizzare lo stadio in maniera polivalente durante l'intera settimana. In altri termini, è lo stadio ad essere modificato, poiché non è più solo il contenitore della partita della domenica, ma diventa un luogo che viene fatto vivere durante tutta la settimana, anche grazie all'esercizio di attività commerciali collegate al fenomeno sportivo. Si tratta, oltretutto, dello strumento adatto per finanziare le società di calcio in un modo più serio.
In questo modo, si rompe una complicità che - badate, colleghi, è inutile nascondercelo - esiste tra le società di calcio ed una parte della tifoseria la quale, spesso, viene aiutata ed accade peraltro che dirigenti sportivi diventino prede di una sorta di ricatto da parte di queste tifoserie. Taluni di questi tifosi hanno girato l'Italia - e temo continuino a farlo - con pullman pagati dalle società sportive; se non interrompiamo tale complicità e non mettiamo in chiaro tali rapporti, sarà difficile intervenire.
In Inghilterra, dunque, la proprietà degli stadi - non solo di quelli grandi ma anche di quelli delle medie città - è delle società le quali, a loro costo - con loro risorse! - debbono far fronte al problema della violenza e a tutti gli altri; è un modo organico di affrontare la questione.
È un anno che questo Parlamento, all'unanimità, a conclusione di una indagine sulle competizioni sportive, svolta in VII Commissione, ha affidato al Governo il compito di istituire un «tavolo» per coinvolgere insieme i protagonisti del mondo del calcio e gli di enti locali - sappiamo bene infatti che in Italia i processi sono complessi e le misure legislative vanno concertate con comuni, province e regioni - e indicare così una strada da percorrere. In ipotesi, si potrà individuare la soluzione non nel diritto di proprietà ma in quello di superficie e, tuttavia, la situazione va affrontata organicamente.
Avete affidato, con il precedente decreto intervenuto in materia, a soggetti generici - poi, specificherò quali - alcune indicazioni; ad esempio, quelle di mettere i tornelli, le barriere mobili, addirittura i fossati, gli impianti tecnologici. Lo avete fatto indiscriminatamente, per quasi tutti gli impianti: all'aperto, per quelli superiori a 10 mila spettatori; al chiuso, per quelli superiori ai 4 mila. Ma chi paga le spese? Stiamo parlando di decine, centinaia di situazioni nelle quali tale costo si scarica sui comuni; non considerate Milano, Torino e Roma - dove, peraltro, lo stadio è di proprietà del CONI - ma pensate a quanto sta accadendo in tante piccole e medie città italiane. Ebbene, tali provvedimenti non si stanno attuando perché, appunto, inattuabili.
Venendo all'altra misura da voi ideata, il biglietto nominativo, è chiaro che chi, in ipotesi, comprerà il biglietto per un posto nella curva nord, e vedrà una serie di signori seduti con striscione e tamburi sul suo posto, non potrà presentarsi e chiedere gentilmente che glielo si lasci libero.


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È ridicolo! Misure così congegnate non si attueranno; e infatti non si stanno attuando.
Poi, vi è la flagranza differita; su questa norma vi devo confessare che ho sempre avuto una mia riserva. Ritengo che sarebbe bene operare nel nostro paese secondo il dettato costituzionale; avete invece compiuto una forzatura. Tuttavia, pur mantenendo su ciò una mia obiezione, voglio anzitutto chiarire come, a mio avviso, se si vara un provvedimento, questo deve avere carattere organico. Modifichiamo dunque gli stadi italiani.
Dobbiamo poi intervenire sulla cultura sportiva; al riguardo, introducete due novità apprezzabili: l'osservatorio ed una certa iniziativa nelle scuole. Apprezzo e condivido, ma anche in tal caso, sotto il profilo della cultura sportiva, bisognerebbe prendere un'iniziativa alquanto più incisiva. In questo paese, non bisogna prendersela solo con l'ultrà che è violento; l'ultrà e l'ultimo soggetto deviato di una cultura secondo la quale si può solo vincere e, quando si perde, la colpa è sempre di qualcuno, di un arbitro, di chi ha fatto un imbroglio. Quando a trasmettere tale cultura sono spesso i presidenti, gli allenatori o i giocatori, è chiaro che poi giunge allo spettatore - soprattutto allo spettatore più debole - un'idea falsa dello sport, non più inteso come gioco divertente e appassionante nel quale qualcuno perde e qualcuno vince. È stato provato che una cultura sportiva può nascere e si può sviluppare in modo positivo soprattutto se la gente ha praticato lo sport.

PRESIDENTE. Onorevole Lolli...

GIOVANNI LOLLI. Concludo, signor Presidente.
Vogliamo dunque contrastare la violenza negli stadi; facciamo in modo che vi sia l'insegnamento delle attività motorie in questo paese, che invece manca nelle scuole elementari. Questo è anche un modo di fare prevenzione.
Infine, l'ultimo argomento che voglio portare è il seguente; il Presidente Biondi ne sarà buon testimone...

PRESIDENTE. Onorevole Lolli, per così dire: sono parte lesa, piuttosto.

GIOVANNI LOLLI. Occorre una cultura della legalità in tutto il sistema perché un sistema nel quale l'arbitrio regna sovrano e le regole scritte poi regolarmente vengono infrante ed i primi ad infrangerle sono i più potenti trasmette un messaggio che autorizza lo stupido ed il violento a comportarsi così come si comportano.
Quindi, mi auguro che finalmente possiamo affrontare questa discussione in modo organico (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Nannicini. Ne ha facoltà.

ROLANDO NANNICINI. Signor Presidente, penso alla sua battuta sulla «parte lesa». Almeno il Genoa gioca la domenica! In serie C1 può, infatti, giocare la domenica e non ritrovarsi la «trappola» del sabato, legata ai diritti televisivi...

PRESIDENTE. Avrei preferito stare nella «trappola», a dire la verità!

ROLANDO NANNICINI. Signor Presidente, forse la famiglia e molte altre cose trovano, in tal modo, più spazio, e la città è più vivibile!
Al di là delle facili battute, questo provvedimento - come è già stato rilevato, in precedenza, dai colleghi e, in particolar modo dall'onorevole Lolli - manca di una visione organica. Si prendono, infatti, provvedimenti e non li si discutono con gli interlocutori reali, ossia con gli enti locali, che si vedono «cadere» dall'alto determinati impegni, pur non avendo la capacità, né strutturale né finanziaria, di risolvere i problemi che deriveranno dall'attuazione di questo decreto-legge.
La prima obiezione di fondo che muovo a questo provvedimento è che quella della violenza negli stadi è una manifestazione grave: alcuni dati ne offrono una testimonianza. Ne ricordo alcuni, sul numero dei feriti tra le Forze di polizia: 760 nel


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campionato 2004-2005; 907 nel campionato 2003-2004 e 1.500 nel campionato 2002-2003. Tale dato testimonia un elemento positivo, perché i feriti tra le Forze di polizia sono diminuiti negli ultimi campionati. Se, tuttavia, si considerano gli ultimi due campionati, si evidenzia un aumento del numero dei tifosi feriti: 300 nel campionato 2003-2004 e 326 nel campionato 2004-2005. Inoltre, il dato riferito agli ultimi due campionati evidenzia un aumento del numero degli incontri in cui è stato fatto uso di lacrimogeni. Quando, rispetto ad un fenomeno sportivo così interessante - l'indagine conoscitiva le cui analisi ha ricordato l'onorevole Lolli evidenzia che circa 43 milioni di cittadini italiani, anche in giovane età, su un totale di 57 milioni, sono interessati a tale fenomeno sportivo -, si è fatto uso di lacrimogeni - in 339 incontri nel campionato dell'anno in corso e 268 nel 2004-2005 - si scoraggia la fruizione degli impianti sportivi in occasione di tali manifestazioni da parte dei cittadini e delle famiglie in particolare.
Deve veramente essere respinta la discussione sui ritardi e sulla protesta messa in atto dai sindaci italiani. Ho assistito ad alcune trasmissioni televisive sull'argomento, nelle quali i commentatori si sono sempre divertiti a chiedersi: «ma cosa vogliono questi sindaci?». Sarebbe ora che l'Italia smettesse di chiedere cosa vogliano i sindaci, perché è giunta l'ora che gli impianti sportivi siano di proprietà delle società che svolgono attività sportive nel settore professionistico. Questa sarebbe una tra le prime modifiche da attuare. In tal modo, infatti, le società sarebbero patrimonializzate non solo nel capitale delle plusvalenze - o delle valenze - nel rapporto giocatori-società. A tale riguardo, voglio rilevare che non è un buon esempio tenere un giocatore e non farlo giocare nel caso, ad esempio, il suo contratto scada nel 2007, per valorizzare tale «patrimonio». Le società professionistiche si dovrebbero preoccupare di investire nel capitale e dare agli stadi lo spazio spettacolare e di fruizione di tempo libero necessario.
Non si possono scaricare sugli enti locali queste contraddizioni. Il provvedimento non tiene conto del tessuto nazionale. Non viene menzionato alcun sindaco, non viene menzionata alcuna partecipazione degli enti locali riguardo agli oneri. Non trovo mai la parola «credito sportivo». Non ho mai riscontrato la possibilità dell'accesso a tassi agevolati o anche a contributi parziali al credito sportivo per lo Stato o per le società che promuovono investimenti.
Ricordo alcune misure sugli impianti superiori a diecimila spettatori: si tratta di interventi strutturali, sistemi di separazione tra tifoserie e tra zona spettatori e zona attività sportive; aree di sicurezza antincendio; nuove modalità per l'emissione, la distribuzione e la vendita dei biglietti delle partite di calcio; installazione dei sistemi di videosorveglianza per le partite.
Chi si fa carico di queste scelte? Chi sta promuovendo gli investimenti in questa fase? Si scaricano sui sindaci e sugli enti locali le contraddizioni di un provvedimento che non ha previsto affatto, sotto il profilo finanziario, il modo di realizzare queste misure. Lo ripeto: si tratta di misure adottate senza specificare a chi spetti farsi carico dei relativi oneri (i comuni o le società), che hanno provocato disagi in ogni città italiana.
Dopo il discorso del Presidente del Consiglio dei ministri di ieri, non è a Cassandra che diciamo queste cose, perché tutti si lamentano.

PRESIDENTE. Il bello è che Cassandra diceva la verità: erano i troiani che non ci credevano.

ROLANDO NANNICINI. Perfetto! Ho visto oggi che anche lei è su una linea corretta.
Non ci è dato conoscere come e quando si stiano rispettando queste norme. Sono norme già entrate in vigore e non sappiamo ancora, signor sottosegretario, quanti stadi con una capienza superiore ai 10 mila spettatori hanno adottato queste misure. E non conosciamo le conseguenze


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di queste misure, perché non sappiamo ancora nel dettaglio se i comuni e le società hanno trovato un accordo in ordine a questi interventi.
Quindi, di nuovo un annuncio, di nuovo una politica che riguarda determinati settori e fa propaganda in determinati momenti. Si apre il campionato: c'è bisogno di dire che occorre una determinata misura; realizziamo tale misura, senza prevedere alcun rapporto con le realtà territoriali per l'attuazione di questo provvedimento. Non conosciamo nemmeno i tempi per l'attuazione del decreto-legge stesso, sebbene sia entrato in vigore il 18 agosto.
Allora, perché non promuovere interventi di legge molto più organici, che vanno alla sostanza del problema? Perché intervenire solo su vari aspetti, con una politica di declamazione di intervento finale, prima del campionato, e non promuovere quell'azione necessaria per rinnovare gli stadi e per dare ai cittadini la possibilità di fruirne? Perché non promuovere un programma che consideri lo sport anche nella sua fase dilettantistica e di partecipazione?
Occorre chiedersi se vogliamo un calcio che faccia spettacolo, dal punto di vista televisivo, che riguardi solo il tema dei diritti e allontani i cittadini dallo stadio. Si tratta di misure disorganiche: esse riguardano una manifestazione negativa, come quella della violenza negli stadi, che è da reprimere, ma non certo con misure di questo tipo.
Quindi, la nostra esigenza non è solo quella di intervenire e di costringere il Parlamento a discutere di questa materia, in una fase così difficile della politica nazionale in cui, con la riforma elettorale, si rischia di non andare davanti agli elettori, al popolo sovrano, con lo stesso strumento. Ogni tanto si cambiano le regole per riportare a proprio vantaggio anche la condizione fondamentale di equilibrio fra di noi, ossia la legge elettorale. Non è questa la nostra esigenza!
Invece, avvertiamo l'esigenza che questo Parlamento e il Governo adottino misure molto più organiche e più legate fra di loro. E che non lo faccia tutti gli anni, all'apertura del campionato! Sono misure copiate nell'ambito legislativo europeo e non collegate fra di loro da un disegno che dia finalmente la possibilità di partecipare con intelligenza e passione alle varie manifestazioni sportive che si tengono sul piano nazionale.
Vorrei svolgere un'ultima riflessione. Si dice che non siano influenzati dai rapporti televisivi. Se i diritti di Novantesimo minuto non fossero passati a Mediaset con una gara, forse non vi sarebbe stata la necessità di far giocare la serie B il sabato, creando confusione. Al riguardo, si chiede di fare silenzio, con riferimento a manifestazioni già presenti ed a spazi programmati per il sabato in alcune città italiane.
Si pretende di mettere il silenziatore a quei sindaci che hanno protestato, perché tutto è collegato ad interessi particolari nella dimensione dei diritti sportivi. Inoltre, si scarica sugli enti locali il costo di decisioni assunte ad agosto, perché bisogna dire agli italiani che, anziché aver fatto l'80 per cento del programma, si è fatto l'81 per cento, perché si è inserita anche la violenza negli stadi. Si tratta di provvedimenti disorganici, anche se necessari, e copiati dalla legislazione europea, senza la definizione degli oneri e della partecipazione di un sistema regolare e del mondo a ciò interessato.
Perché non promuovere ciò che di cui si discute da più parti, ossia che gli stadi del settore professionistico siano proprietà delle società sportive? Esse capitalizzerebbero, in questo momento di incontro di massa promuoverebbero non solo manifestazioni sportive e si impegnerebbero, senza scaricare le responsabilità, come sta avvenendo con queste misure certamente disorganiche, anche se necessarie (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rusconi. Ne ha facoltà.

ANTONIO RUSCONI. Signor Presidente, rispetto al provvedimento in esame, ritengo anche a nome dei colleghi della VII


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Commissione, devo manifestare un'amarezza ed una delusione. Infatti, questo provvedimento non ha ottenuto il parere della Commissione competente per lo sport, ossia della Commissione che, poco più di un anno fa, aveva svolto un'indagine conoscitiva particolarmente approfondita sul calcio professionistico, dedicando particolari sedute e numerosi incontri al tema degli stadi e della loro proprietà, e aveva ascoltato il parere del presidente del CONI, del presidente della Lega calcio, del presidente della Federazione e di alcuni dei presidenti dei più autorevoli club della serie A.
Temo di sapere perché la nostra Commissione è stata ignorata. Infatti, questo provvedimento doveva fare i conti con le relazioni, con gli impegni che il sottosegretario Pescante aveva assunto a nome del Governo e con la relazione finale della Commissione, che presupponeva da parte del Parlamento e del Governo un disegno organico, che affrontasse il tema della violenza negli stadi all'interno di uno studio e di risposte concreti, e - come ricordava prima il collega Nannicini - anche prevedendo finanziamenti concreti.
Ciò non è stato fatto ed ora ci troviamo ad analizzare un ennesimo decreto-legge, alla vigilia di un campionato che cerca affannosamente più di dare una risposta ad episodi che colpiscono l'opinione pubblica e - lo sottolineo e lo evidenzierò più tardi - di rispondere con ritardo ad alcune normative europee, piuttosto che di analizzare con profondità il fenomeno italiano dando delle risposte organiche.
Il provvedimento si compone di quattro articoli. L'articolo 1 interviene sulla legge 13 dicembre 1989, n. 401, contenente la disciplina quadro in materia di violenza nelle manifestazioni sportive. L'articolo 2 aggiunge tre nuovi articoli al decreto-legge n. 28 del 24 febbraio 2003, convertito dalla legge n. 88 del 24 aprile 2003. L'articolo 3, che forse è il più interessante, prevede una serie di iniziative per i giovani nelle scuole. L'articolo 4, infine, è relativo all'entrata in vigore del provvedimento.
Già prima alcuni colleghi sottolineavano il fatto che questo decreto-legge rincorre con un certo ritardo la normativa europea del 17 marzo 2003, che, nella diceria comune, in questi mesi è passata sotto la numerazione dei biglietti agli stadi. Prima giustamente si ricordava che questo decreto, che obbliga tutti gli stadi italiani con capienza superiore alle 10 mila unità a dare risposte sulla numerazione dei biglietti e sull'uso del metal detector - quindi non parliamo solo dello stadio Olimpico o di San Siro, bensì di stadi ubicati in piccole e medie comunità, che si trovano (tra società e comuni) a dover affrontare improvvisamente una serie di nuovi oneri -, coincide casualmente con la presentazione di una finanziaria che dà agli enti locali, province e comuni la buona novella che ci saranno tagli sui trasferimenti dal 6 al 7 per cento. Ovvero il Governo, senza stabilire alcun finanziamento al riguardo, impone ai comuni una serie di spese aggiuntive, ma negli stessi giorni annuncia ai comuni medesimi che ci saranno nuovi tagli alle entrate dei comuni per il prossimo anno (in questo c'è una grande coerenza con la finanziaria dello scorso anno e con quella di due anni fa).
Vorrei oltretutto rilevare che, mentre l'obbligo di rilevazioni televisive era previsto a decorrere dal 1o agosto 2004, le disposizioni relative alla numerazione dei biglietti, all'uso del metal detector e alla separazione delle tifoserie si sarebbero dovute applicare decorsi due anni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge, e cioè a partire dal 25 febbraio 2005. Dobbiamo purtroppo sottolineare non solo il ritardo nei termini non rispettati, così come previsti, ma domandarci quando il decreto verrà attuato dai comuni e dalle società, dal momento che mentre imponiamo tali obblighi in capo ai comuni, si preannuncia in questi giorni, come dicevo prima, che vi saranno tagli consistenti dei fondi da destinare ai comuni.
Di interessante vi è l'articolo 3 del decreto-legge, che parla dell'iniziativa nelle scuole, al fine di diffondere tra i giovani il tema della prevenzione della violenza in occasione delle manifestazioni sportive. Ritengo che questo sia un aspetto molto


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interessante, ma anch'esso limitato, se non avremo il coraggio di una vera opera educativa, che porti avanti finalmente in questo paese una «cultura dello sportivo» rispetto ad una «cultura del tifoso». Dovremo operare nelle scuole affinché vi siano più ragazzi che praticano lo sport, invece di avere ragazzi che giocano solo a fare il tifoso dello sport. Questo è un passaggio fondamentale, perché se educheremo i ragazzi a praticare lo sport, essi probabilmente accetteranno di più il senso della sconfitta, il valore del lavoro di gruppo, così come accetteranno maggiormente il fatto che arrivare secondi è comunque un successo e non una vergogna. Questo è dunque il passaggio importante per limitare il fenomeno della violenza negli stadi.
In secondo luogo, quando l'anno scorso avevamo affrontato un provvedimento sulla violenza negli stadi, che recepiva tra l'altro numerose osservazioni e numerosi progetti di legge portati avanti negli anni scorsi dall'opposizione, ci era stato detto che si sarebbero riferiti puntualmente alle Commissioni competenti i dati verificatisi nelle manifestazioni sportive. Ecco, noi in Commissione VII attendiamo con ansia questi dati. Li attendiamo con un'ansia particolare, anche perché basta ricordare la vergognosa follia del campionato nazionale dilettanti di dieci giorni fa, quando ad Eboli l'arbitro è stato costretto a sospendere la partita tra Ebolitana e Cosenza, dopo solo 46 secondi di gioco, a causa di un'aggressione premeditata, a seguito di scontri tra le tifoserie. Questo mi permette di sottolineare un altro aspetto. Noi parliamo di sicurezza negli stadi ma abbiamo presente gli stadi del campionato nazionale dilettanti, del campionato eccellenza, del campionato promozione? Eppure, alcuni di questi stadi vantano diecimila, ottomila presenze, a fronte di una capienza di 5 mila posti.
Si considera il fatto che l'ultimo investimento significativo nelle strutture degli stadi italiani si riferisce ai mondiali del Novanta? Tutto questo dovremmo affermarlo perché se, da una parte, adottiamo un provvedimento, lo presentiamo con grande enfasi con l'obiettivo di frenare la violenza negli stadi, poi, dall'altra, nessun comune ha la possibilità di accedere con facilità a fondi che siano reperibili, non nuovi mutui che gravano in maniera pesante sui loro bilanci. Non si può fare una legge che, ancora una volta, è parziale.
In secondo luogo, mi permetto di ricordare un episodio. Lunedì 19 settembre ero presente a Torino durante un'occasione importante per l'Unione e la coalizione che rappresento perché si stava studiando il programma elettorale sullo sport da presentare alle prossime elezioni. La scelta positiva di quella occasione è stata di ascoltare gli attori protagonisti, invece di proporre, cercando di imparare qualcosa da coloro che lo sport lo praticano davvero. È stata un'esperienza estremamente importante e penso che non debba essere sfuggito al sottosegretario Pescante, al Governo o al ministro quanto affermato dall'amministratore delegato di una delle società più importanti, il dottor Giraudo, il quale ha sostenuto che il decreto Pisanu sulla sicurezza negli stadi è al limite dell'inapplicabilità perché in Italia si gioca in impianti obsoleti, che non permettono di avere ricavi e portano violenze.
Allora, penso che, dopo una dichiarazione così autorevole ed importante, il Governo avrebbe dovuto ritirare il decreto, ampliarlo e procedere ad una riflessione seria perché il presidente di una delle società più importanti della nostra serie A, uno di quelli che era stato ricevuto nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul calcio professionistico, ha parlato di inapplicabilità di questo decreto.
Il decreto serve a frenare la violenza negli stadi o come panacea per essere presentato sui giornali sportivi e dimostrare che il Parlamento e il Governo fanno qualcosa? Penso che la risposta che avevamo dato in Commissione, ovvero di guardare all'esempio inglese oppure di passare attraverso la proprietà diretta degli stadi da parte delle società, non soltanto offrendo una possibilità di fare del mero business attraverso ristoranti o negozi, bensì concretizzando quel dato fondamentale


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per cui la società diventa la prima responsabile e il primo attore protagonista dell'ordine pubblico, dovrebbe essere presa in considerazione. Questo è un passaggio che si deve affrontare per evitare di trovarsi di fronte ad un provvedimento comunque monco.
Da ultimo, vorrei ricordare il dato relativo alla tifoseria. Il 16 settembre scorso, sul Corriere della sera, c'era una intera pagina dedicata al problema degli ultras. Vorrei che questo argomento fosse oggetto di riflessione almeno nelle Commissioni che si occupano di questo provvedimento.
Vorrei anche ricordare cosa è successo nel primo mese di campionato. Penso agli episodi di Lecce, dove un presidente è stato costretto alle dimissioni ed agli episodi di Cagliari dove un giocatore - Langella - è stato assediato, dove una società è stata costretta a dimettere un ulteriore allenatore.
Penso che questi dati debbano far riflettere e, soprattutto, portare ad un'analisi seria da parte del Governo sul fenomeno calcio.
Su un ultimo punto vorrei che lei, Presidente Biondi, fosse d'accordo con me.
Vorrei augurare al mondo del calcio finalmente un'estate di autonomia, vale a dire un'estate senza più processi, senza più ricorsi, un'estate dove le partite e i campionati si vincono e si perdono allo stadio.
Domenica scorsa ero allo stadio per seguire la partita della mia squadra, la Fiorentina, e vorrei che ovunque i campionati si giocassero anzitutto sui campi. Dico ciò perché, quando parliamo dell'autonomia della giustizia sportiva rispetto alle altre giurisdizioni, vorrei che questa fosse effettiva. Se si pensa di risolvere il problema degli stadi aumentando il numero delle forze dell'ordine presenti, non si risponde alla causa del problema, ma si cerca semplicemente di arginare il problema. A me sembra che ciò rappresenti il limite del provvedimento in esame.
Invece di prendere in considerazione la relazione finale dell'indagine conoscitiva sul calcio professionistico, come il Governo e il sottosegretario Pescante avevano promesso di fare, l'esecutivo ha fornito l'ennesima risposta limitata, frettolosa, una risposta più all'emergenza che non ad un progetto organico.
Probabilmente, il nostro atteggiamento sul testo in esame non sarà negativo, in quanto ne comprendiamo l'urgenza; tuttavia vorremmo che il Governo e la maggioranza avessero la consapevolezza che il fenomeno del calcio è troppo importante per meritare continuamente solo rappezzi e non la volontà da parte del Parlamento di affrontare in maniera organica il problema (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Onorevole Rusconi, vorrei precisare che l'autonomia delle discipline sportive non deve essere mai in contrasto con l'ordinamento giuridico dello Stato, altrimenti non sarebbe un'autonomia, ma un arbitrio.

ANTONIO BOCCIA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BOCCIA. Signor Presidente, per fornire certezza ai nostri lavori, le chiedo se può informarci sull'orario di fine seduta.

PRESIDENTE. Ritengo si possa concludere intorno alle 20,30.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Nieddu. Ne ha facoltà.

GONARIO NIEDDU. Signor Presidente, volevo anch'io fornire un contributo al dibattito su un provvedimento che riteniamo utile, anche se probabilmente sarebbe stato più opportuno prevedere un percorso diverso e un momento diverso. Infatti, la situazione che si è venuta a creare in quest'aula grazie al vostro intervento sulla legge elettorale non consente un sereno lavoro da parte dell'Assemblea non solo sul testo in esame, ma anche con riferimento agli altri provvedimenti. Non


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vi è dubbio che lo spettacolo cui abbiamo assistito negli ultimi anni - mi riferisco anche agli incidenti avvenuti in uno stadio caro per un tifoso dell'Inter, come il sottoscritto - con atti di vandalismo e violenza, rendono necessario un intervento legislativo. Tale intervento deve avere l'obiettivo di contrastare i fenomeni di violenza in occasione di manifestazioni sportive, soprattutto per quanto riguarda il gioco del calcio, sport che nel nostro paese coinvolge molte persone.
Non si tratta di un fenomeno soltanto italiano, né soltanto europeo, perché negli anni scorsi siamo stati abituati ad attribuire fenomeni di particolare violenza ad alcune nazioni, sopportando incidenti che sembrava possibile tenere sotto controllo nel nostro paese. Quindi, si tratta di uno fenomeno che va al di là delle dimensioni europee perché accade da tutte le parti e su di esso ritengo che occorra riflettere con grandissima attenzione. Non si tratta neppure di un fenomeno proprio di strati sociali caratterizzati da particolare degrado: infatti, non si può attribuire la violenza negli stadi ad una parte della società, magari più marginale ed in maggiore difficoltà. Se così fosse, probabilmente, l'intervento sarebbe anche più semplice da svolgere perché basterebbe intervenire alla radici delle motivazioni che lo creano.
Vi è una trasversalità sociale e culturale, anche se credo che gli atti di violenza non possano essere attribuiti esclusivamente nemmeno a rivalità di carattere sportivo, intese come appartenenza a squadre diverse, anche se quasi sempre esse si manifestano come i fenomeni che determinano lo scatenamento della violenza stessa. Per tali ragioni sono convinto che una risposta che parta da una pur giustificata reazione emotiva a ciò che è successo negli ultimi mesi, in particolare nel corso dell'ultimo campionato, non sia risolutiva. Perfino lo strumento adottato dal Governo, il decreto-legge, in qualche modo risponde ad una metodologia frutto dalla necessità di dare una risposta immediata. Quindi, ci si fa prendere la mano da quanto accade e questo probabilmente ci impedisce di riflettere con maggiore serenità e di affrontare le questioni nella maniera migliore.
In realtà, nella mia esperienza parlamentare di questa legislatura - per me la prima - tale metodologia adottata dall'attuale maggioranza sicuramente non consente di sviluppare i problemi, come invece dovrebbe avvenire. Allora, si sarebbe dovuto ricorrere ad un diverso percorso legislativo che sicuramente avrebbe consentito un maggiore coinvolgimento - come meglio di me hanno chiarito i colleghi che si occupano specificamente del problema - di tutti i soggetti che ruotano intorno al mondo del calcio, a partire dalle società che non considero - e non mi pare di essere il solo a pensarla così - immuni da responsabilità rispetto al fenomeno della violenza.
Lo stesso ruolo del Parlamento, con una diversa tempistica e con una diversa disponibilità - che normalmente non vi appartiene perché ciò comporterebbe tempi congrui per poter discutere di un tema così delicato - che tuttavia la maggioranza non ha manifestato nemmeno in questa occasione, sicuramente avrebbe consentito di legiferare all'interno di un progetto più organico. E proprio l'elemento dell'organicità manca al decreto, aspetto che motiva la nostra contrarietà al provvedimento e la presentazione di alcuni emendamenti per apportare modifiche ad un testo di cui tutto si può dire fuorché che sia collocato all'interno di un progetto organico.
Avete scelto la strada del decreto-legge con misure che consideriamo di modesta portata e che evidenziano la sostanziale incapacità del Governo di legiferare su una materia così delicata.
Si tratta di misure che si inseriscono nel solco di una politica repressiva, alla quale ci siamo opposti, anche in altre occasioni, e alla quale continueremo ad opporci. Mi viene un dubbio, che voglio esprimere con grande serenità: che si tratti del vostro modo di intervenire, e che alla fine la vostra volontà di reprimere, nei


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confronti di particolari categorie della nostra società, vada oltre il modo corretto di affrontare le questioni.
Del resto, in questa legislatura, su una materia così delicata, il Governo è già intervenuto con altri tre decreti-legge, impegnandosi ogni volta a presentare una legge organica che non abbiamo ancora visto. Continuate dunque, anche su una materia così delicata, a forza di spot, così come in numerosi altri campi. Ritengo infatti appartengano alla categoria degli spot anche gli eccessivi entusiasmi che manifestate in relazione all'intervento compiuto e ai risultati che si iniziano a conseguire. Credo che i risultati derivino, più che dalle misure adottate, dal fatto che gli stadi sono sempre più vuoti, in quanto i meccanismi che avete introdotto nell'ambito di questo provvedimento non consentono di ragionare sui risultati attribuibili alle misure stesse. Se gli stadi saranno completamente vuoti e ciascuno di noi vedrà le partite a casa in televisione, probabilmente vi sarà qualche lite familiare, ma certamente non i fenomeni ai quali intendiamo porre rimedio.
Su tutto ciò dovremmo aprire una riflessione più seria, a mio avviso in condizioni e in momenti diversi da questo. L'apporto dell'opposizione certamente non mancherà, come non è mai mancato in occasione di altri provvedimenti, tuttavia in un contesto di maggiore organicità di intervento che non si riscontra nel decreto-legge in esame. Proseguiremo nel nostro ostruzionismo, ma anche nel fornire un positivo contributo alla definizione di un provvedimento che riteniamo debba essere migliorato. Nel corso del dibattito parlamentare valuteremo quale sia la disponibilità della maggioranza e del Governo ad un intervento diverso da quello adottato, in quanto si tratta di una materia che sta certamente a cuore a molti cittadini, che vorrebbero poter continuare a recarsi allo stadio con le loro famiglie e con i figli per assistere a manifestazioni sportive di notevole importanza; queste muovono tuttavia, come è noto, interessi rilevanti nel paese, nei quali potrebbero essere ricercate e trovate responsabilità e possibilità di intervento che consentano di realizzare un sistema sportivo diverso da quello che abbiamo visto in questi anni (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mosella. Ne ha facoltà.

DONATO RENATO MOSELLA. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, signor sottosegretario, mi muoverò nel solco tracciato dai colleghi che mi hanno preceduto, sottolineando il momento particolare in cui cade l'esame del provvedimento, e che ci vede tutti impegnati a tentare di conciliare i contenuti con un'azione fortemente ostruzionistica a cui siamo arrivati per i motivi noti a tutti.
Dunque, come ho detto, rimarrò nel solco tracciato dai colleghi, affrontando un argomento che ci sta a cuore, che ci preme non far passare in secondo piano e rispetto al quale intendiamo assumere un atteggiamento costruttivo.
Noi concordiamo sul fatto che gli stadi non debbano essere zona ad alto rischio, a cui accedere con mille timori per il presagio di possibili violenze. Se andare a vedere una partita di pallone si trasforma in un appuntamento al buio, lo sport perde di senso, perde il significato profondo per cui è nato, per cui è cresciuto e si è sviluppato nel nostro paese e nel mondo. Di fatto, esso cessa di esprimere quelle valenze positive che lo rendono un fenomeno significativo. Siamo però anche convinti che la soluzione al problema della violenza negli stadi non sia semplicemente quella di inasprire ancora, e poi ancora le misure repressive. Il fenomeno della violenza da stadio non è figlio della modernità, non è un fenomeno di questo nostro tempo, molto contraddittorio, molto difficile. Basta sfogliare le pagine delle cronache sportive dei quotidiani di inizio novecento per trovare resoconti di incidenti a margine delle partite di calcio.
La vera novità dei nostri tempi è che, ad un certo punto, la violenza da stadio, che era spontanea, sporadica, occasionale e veniva attuata da individui isolati, è


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diventata organizzata, ricorrente e gestita da gruppi di giovani tifosi. Sono nati fenomeni nuovi, come le alleanze trasversali di matrice politica tra le tifoserie rivali. E l'avversario comune da bersagliare è diventato, purtroppo, il tutore dell'ordine. Abbiamo tantissimi episodi di cronaca dei nostri giorni che lo attestano.
Dopo una fase di recrudescenza degli atti violenti, vissuta negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, gli incidenti da stadio sono diminuiti di frequenza e anche di intensità. Lo testimoniano i dati della polizia. Si tratta di una conseguenza diretta dei tanti di giri di vite repressivi? Noi non ne siamo affatto sicuri, visto che, comunque sia, siamo ancora qui a parlare della questione e la polemica sulla violenza degli ultras è ancora, purtroppo, tristemente attuale. Eppure, nessun fenomeno di sociologia dello sport è stato così studiato negli ultimi 25 anni come i comportamenti degli ultras. Proprio questo genere di studi ci dice, concordemente, che nel suo modo di essere, di manifestarsi, questo fenomeno è strettamente collegato ai problemi, alle inquietudini e alle culture giovanili che si vanno affermando di volta in volta. L'errore più grande che possiamo commettere è considerare quello delle frange estreme della tifoseria come un qualcosa di sganciato dalla realtà, che può essere contrastato agendo solo nello specifico del calcio.
Capisco che, spesso, i dirigenti sportivi, volendo allontanare dalle proprie responsabilità il fenomeno, lo etichettano come un fatto che nulla ha a che vedere con il mondo dello sport. Un esempio: sono state varate misure per reprimere comportamenti razzisti nello stadio, che colpivano le società per responsabilità oggettiva, con multe e squalifiche. Si tratta di misure certamente lodevoli nelle intenzioni, ma che nella realtà appaiono deboli come curare la polmonite con i pannicelli caldi: si consegnano, sostanzialmente, le società sportive al tifo organizzato, che le minaccia, e spesso le ricatta. Quei comportamenti razzisti, che negli stadi stanno ad indicare che una certa quota della gioventù italiana tende ad assumere ideologie e comportamenti razzisti, sono fenomeni che non possiamo considerare in maniera marginale. Il male nasce fuori dallo stadio ed entra nelle curve e nel calcio, dimorando all'interno delle teste e dei cuori dei giovani ultras. Perciò, è un'utopia pensare che per educare i reprobi alla tolleranza razziale basti comminare multe e squalifiche alla loro squadra del cuore. Al limite, potremmo ottenere di non avere quei comportamenti razzisti dello stadio, ma continueremmo ad averli nelle stazioni, nelle strade, negli autobus e nei luoghi in cui il popolo ultras si raduna per incamminarsi verso lo stadio.
Questa, francamente, è una visione miope e anche un po' ipocrita. Miope perché sta crescendo nella società italiana un fenomeno preoccupante, e guardandolo solo quando si manifesta nelle curve degli stadi non facciamo che sottovalutarlo. Ipocrita, perché riteniamo che lo sport sia puro e bello e che la sua sacralità renda ancora più intollerabile ciò che già inquina la società civile. Invece, lo sport è lo specchio fedele di ciò che la società del suo tempo mostra di essere, ed oggi è spesso un affare senza scrupoli, molto lontano dagli ideali olimpici. Sarebbe invece ora di considerare le dinamiche ultrà nel quadro più vasto delle dinamiche delle culture giovanili, nella consapevolezza che nessun rimedio efficace ai comportamenti aberranti degli ultrà è possibile se non si interviene a costruire, anche soprattutto fuori dallo stadio, personalità giovanili improntate alla tolleranza, al rispetto di chi la pensa diversamente, all'osservanza delle regole del vivere civile.
Per fare un altro esempio, il gruppo ultrà che allo stadio bada anzitutto a proclamare e ribadire la propria identità di gruppo per mezzo di slogan, bandiere, striscioni, cori e tamburi, è composto da quegli stessi giovani per i quali il grande orizzonte di idealità nella vita quotidiana è staccarsi dalla massa, acquisire notorietà, salire su un palcoscenico qualunque. Però, siamo qui a discutere di ulteriori giri di vite. Mi chiedo e vi chiedo se tutto questo serve davvero. Il nocciolo del problema, alla fine, è che ciò che si palesa


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negli stadi come comportamenti ultrà rispecchia fenomeni che interessano la società nel suo complesso. Leggo un brano di un lavoro sul tifo di Giorgio Triani: «Solo se le condotte aggressive e violente degli ultrà vengono messe in relazione con una precisa e definita strategia di comportamento» - ovvero le ragioni profonde delle condotte degli ultrà - «si esce dal vicolo cieco del fatalismo e del moralismo. Perché ciò sia possibile occorre, in primo luogo, ricondurre il fenomeno alle sue cause, non sollevando attorno ad esso un vero e proprio clima di allarme sociale e nemmeno coltivando per un momento l'idea che questo possa essere affrontato ricorrendo a drastiche misure repressive». E ancora: «È evidente che la risoluzione di tale problema non è facile né semplice perché sollecita un ripensamento radicale e globale del nostro attuale modello di organizzazione societaria e parimenti del sistema sportivo». Ripensamento globale del sistema sportivo, dunque, che invece se ne lava le mani e delega la questione alle forze di polizia, scaricando ogni domenica una grande responsabilità.
È indubbio che interventi di contenimento realistici siano utili e necessari, ma occorre che siano più preventivi che repressivi. Se è vero che i giovani ultrà presentano, come dire, un difetto di socializzazione sportiva, ci si deve chiedere quanti di loro hanno avuto modo di fare sport e di giocare a calcio. Il problema non è solo dell'educazione giovanile tout court ma, nello specifico, anche dell'educazione allo sport attraverso la sua pratica. Ma di questo, nel nostro paese, chi se ne fa carico? Quando ci si avviava ai mondiali di calcio di Italia '90, la teoria del momento era che l'unico modo per contrastare la pericolosità ultrà era di avere stadi sicuri, con posti numerati e tutti a sedere. L'assicurazione era che i nuovi stadi avrebbero consentito di abbassare i prezzi dei biglietti riportando così le famiglie alle partite domenicali. Oggi quegli stessi stadi li dichiariamo insicuri e li indichiamo fra le concause della pericolosità del fenomeno ultrà. Per cui, si chiedono da più parti - come riportato dagli organi di stampa - (vedi, per esempio, le affermazioni del presidente della federazione giuoco calcio) stadi nuovi e diversi in vista degli europei prossimi venturi.
La politica e le istituzioni non potranno forse negare stadi nuovi, ma dovranno porre, tra le altre, la condizione che quegli stadi vengano gestiti secondo standard e modelli europei che li rendano autosufficienti. Forse, non sarebbe male se, intorno ad ogni stadio miliardario, dove centomila persone guardano e ventidue giocano, nascesse anche qualche centinaio di impianti sportivi gratuiti all'aperto - così come avviene in tanti paesi europei - affinché i cittadini italiani possano entrarvi, giocare, fare sport, muoversi, senza dover mettere mano al portafoglio o senza cadere negli eccessi (come accade, oggi, nei grandi centri sportivi che stanno proliferando in Italia).
Le nuove norme per regolamentare l'afflusso degli spettatori allo stadio, presentate come mezzo per riportare le famiglie sugli spalti in condizioni di sicurezza, hanno già mostrato la loro labilità. Infatti, mentre le curve dove si assiepano gli ultras sono piene come prima, si sono svuotati proprio i settori tradizionalmente più tranquilli dove siedevano le famiglie, le quali - l'hanno evidenziato i colleghi che mi hanno preceduto - a forza di vedersi sventolare in faccia il pericolo degli ultras e di dover superare enormi difficoltà per acquistare un biglietto, alla fine stanno mostrando di preferire la veste di tifosi «da salotto»: restano a casa e si siedono davanti ad un televisore munito di decoder e scheda a pagamento!
La tendenza viene evidenziata da dati recentissimi secondo cui mentre, nelle prime giornate di campionato, si sono contati, sugli spalti degli stadi, 200 mila spettatori in meno, si è ampliato a dismisura il numero degli abbonamenti. Vogliamo un popolo di seduti, con tutte le conseguenze che un popolo di seduti provoca: ad esempio, una spesa sanitaria che schizza in alto.
Crediamo che, per contrastare efficacemente il fenomeno della violenza negli


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stadi, occorrano strategie di medio e lungo periodo, che attivino programmi di prevenzione mirati anche alla diffusione della cultura sportiva. Deve passare l'idea di acculturare, in termini sportivi, il nostro paese!
Tutto ciò comporta risorse finanziarie ...

PRESIDENTE. Onorevole Mosella ...

DONATO RENATO MOSELLA. ... che sembrano essere neglette nel progetto in esame.
Da una parte, esso sembra cogliere il senso di queste sfide là dove prevede, all'articolo 2-bis, l'istituzione dell'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive o i programmi scolastici a carattere preventivo contro la violenza; dall'altra, lasciando inalterate le risorse finanziarie, i mezzi, le strutture e gli obiettivi dichiarati, le disposizioni da esso recate rischiano di rimanere lettera morta. Si dice: «Ci vorrebbe questo», ma il rischio è che non si faccia mai! Invece, ogni città avrà un suo bunker dove, ogni domenica, le forze di polizia, dovranno sovrintendere al grande «gioco» delle organizzazioni sportive!
Riteniamo che le disposizioni andrebbero meglio precisate sul piano delle sanzioni e della imputabilità, con particolare riferimento alla modifica dell'articolo 6-bis: troppo poco per un fenomeno che richiederebbe un maggiore intervento affinché gli enti locali non vengano lasciati da soli ad investire in programmi di natura preventiva. Con i tagli, già annunciati, della prossima legge finanziaria, immaginiamo cosa potranno fare gli enti locali sul piano del rafforzamento di misure di natura preventiva e di intervento!
Proprio con riferimento alle risorse, sono da accogliere alcune proposte del centrosinistra che, da una parte, sono volte a correggere alcuni aspetti incongrui del provvedimento e, dall'altra, a migliorarlo, segnatamente mediante la creazione di un fondo di solidarietà sportiva - da istituire presso l'Osservatorio nazionale - allo scopo di erogare risorse in favore delle vittime di reati commessi con l'uso della violenza negli stadi e l'incremento dei fondi e contributi per il personale della Polizia, dell'Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e dei Corpi di polizia municipale, con finalità inerenti alla sicurezza delle manifestazioni sportive.
Concludo, signor Presidente, con un'ultima notazione e con lo sguardo rivolto verso l'Europa. Ormai, siamo parte integrante di un grande disegno europeo nel quale però rischiamo di essere la Cenerentola, e non solo per il monopolio che ci caratterizza. Difatti, il nostro sistema sportivo è concentrato nelle mani di pochi: si veda quel che accade nel Comitato olimpico nazionale italiano, dove le grandi associazioni, quelle che potrebbero risolvere il problema della prevenzione, ricevono contributi ridicoli, se non irrisori. Guardando alle risoluzioni, in ambito europeo ci viene indicata la strada: molte delle cose che vogliamo ottenere in Italia sono già scritte, sono già indicate e solo per mancanza di tempo evito di menzionarle! Grazie (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dorina Bianchi. Ne ha facoltà.

DORINA BIANCHI. Signor Presidente, onorevole sottosegretario, onorevoli colleghi, molto è già stato detto su questo provvedimento riguardante ulteriori misure per contrastare fenomeni di violenza in occasione di competizioni sportive.
Vorrei sottolineare la nostra preoccupazione sui dati, che restano ancora allarmanti nonostante le numerose leggi introdotte in questi ultimi anni, tutte incentrate su disposizioni urgenti. Vorrei sottolineare che, nonostante le normative repressive, purtroppo i fenomeni di violenza, soprattutto negli stadi durante le partite di calcio, non sono in diminuzione.
Ciononostante, questo provvedimento merita, a mio parere, una particolare attenzione per il ruolo che il fenomeno dello sport, in particolare del calcio professionistico, riveste nel nostro paese.
Con questo provvedimento, il Governo ha inteso rispondere all'esigenza di introdurre,


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in vista dell'avvio della stagione calcistica 2005-2006, alcune misure urgenti volte ad assicurare un maggior livello di sicurezza in occasione delle competizioni sportive.
L'adozione di tali misure deriva, oltre che dall'esigenza di assolvere obblighi sanciti a livello comunitario, anche dalla necessità di un coordinamento della normativa con la disciplina introdotta dai tre decreti emanati dal Ministero dell'interno del 6 giugno scorso, nonché con le direttive impartite dalle federazioni internazionali sulla sospensione, interruzione e cancellazione delle gare.
Va sottolineato, inoltre, che il 17 marzo 2003 il Consiglio affari generali dell'Unione europea ha adottato una risoluzione che invita gli Stati membri ad assumere misure per interdire l'accesso agli impianti ove si svolgono partite di calcio di rilevanza internazionale ai soggetti già resisi responsabili di fatti di violenza in occasione di incontri calcistici.
In particolare, mi sembra opportuno sottolineare come il decreto-legge preveda il differimento divieto di manifestazioni sportive da parte del prefetto per urgenti e gravi responsabilità pubbliche connesse allo svolgimento di manifestazioni sportive, l'introduzione di precise disposizioni in ordine all'organizzazione delle gare e ai requisiti dell'impianto sportivo nonché all'emissione di biglietti in numero congruo alla capienza dell'impianto.
La conseguenza di ciò sarà la numerazione dei biglietti d'ingresso agli impianti sportivi con capienza superiore a 10 mila unità e l'ingresso agli impianti mediante varchi dotati di metal detector per la rilevazione di strumenti di offesa, nonché di apposite apparecchiature per la verifica elettronica della regolarità del titolo di accesso; la presenza negli impianti di strumenti video sorveglianza delle aree riservate al pubblico all'interno degli impianti e nelle sue immediate vicinanze; l'installazione nell'impianto di mezzi di separazione che impediscono che i sostenitori delle due squadre vengano in contatto tra loro o possano invadere il campo.
Dico tutto questo perché molte sono state le ricerche svolte su questo argomento. Vorrei richiamare delle ricerche effettuate da Salvini, autore del libro «Il rito aggressivo» e da altri psico-sociologi ed alcuni criminologi anche stranieri, secondo cui la motivazione prevalente per gli scontri dentro e fuori gli stadi per ultras ed hooligans sarebbe quella di volere impaurire o intimorire i tifosi avversari con minacce ed aggressioni anche violente, tali da poter decidere di potersi misurare o scontrare con loro.
Perciò, i tifosi violenti che seminano il panico fra quelli moderati e spesso tra gli spettatori molto giovani - i bambini, ad esempio, in compagnia di familiari (genitori e nonni) - sembrano motivati da spinte ripetitive e inconscie autopunitive e masochistiche o punitive sadiche.
La ingente mobilitazione e presenza di forze dell'ordine all'interno degli stadi, dentro e fuori, potrebbe rappresentare per ultras, hooligans, e per tutti i gruppi di giovani, un motivo di ulteriore compiacimento e allontanare lo sport dalle sue funzioni primarie, da cui l'occasione di divertimento si può alla fine trasformare in episodi spiacevoli, che segnano in alcuni casi anche il resto della vita delle persone che hanno partecipato a tali eventi.
Sempre maggiore è la violenza che viene rivolta anche verso i corpi di polizia (tali sono i rilevamenti scaturiti dalle ultime statistiche) e contro le forze dell'ordine. Colgo questa occasione per ringraziare e riconoscere l'enorme lavoro svolto dalle forze di polizia, che dimostrano grande responsabilità durante lo svolgimento delle partite di calcio.
Dico questo perché oggi, secondo me, bisogna risorgere, ripensare e guardare al fenomeno della violenza negli stadi anche da un altro punto di vista; si tratta ormai di un fenomeno di carattere sociale e culturale, ancor prima che di ordine pubblico.
È indispensabile risolvere a monte i problemi. Dovremmo chiederci come mai in Italia vi siano sempre meno giovani, che, tra i 17 e i 19 anni, si dedicano ad una attività sportiva; bisogna rilanciare le


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attività sportive e avviare un cambiamento che tenga conto dei mutamenti che si sono realizzati nella domanda e nello sport. Manca un progetto e, soprattutto, una visione chiara di quanto lo sport sia importante e di quanto possa contribuire al processo di formazione positiva delle giovani generazioni.
Al riguardo, basterebbe pensare alla mancanza di insegnanti specialisti in educazione fisica nella scuola primaria e alle ore di lezione di attività fisica nelle scuole italiane, differenti da quelle europee.
Ebbene, se l'obiettivo fosse quello di formare atleti, prima che tifosi, di condannare esplicitamente con forza ogni forma di violenza dello sport, di far crescere una cultura dove la sconfitta è una realtà da accettare, senza per forza trovare colpevoli certi (dopo le infinite e sfinite trasmissioni di moviole e giudizi arbitrali), forse la violenza nel calcio sarebbe un fenomeno più limitato. Occorrerebbe promuovere o sviluppare la diffusione della pratica sportiva nella scuola, aiutare e sostenere l'associativismo e il volontariato che riaccende lo sport: e invece si affronta il problema violenza soltanto considerandone l'aspetto repressivo.
Sapete quanti sono i giovani oggi in Italia che praticano sport? Sapete quanti sono i giovani in Italia che oggi soffrono di obesità? Perché non promuovere la promozione attraverso lo sport? I rapporti che ci vengono forniti, e che ci offrono una fotografia e un'idea dello sport in Italia, ci dicono che il CONI rappresenta un monopolio assoluto in questo paese. L'Italia è l'unico esempio in Europa dove la torta viene divisa per il 95 per cento agli sport di prestazione e soltanto per il 5 per cento allo sport di tipo sociale.
Vince il mercato, è questa la verità; il mercato, oggi, in Italia, vince sullo sport.
A questo punto, voglio riferirmi soprattutto agli sport minori e soffermarmi su quelli femminili. Troppo spesso, questi ultimi - che pure danno lustro alla nostra nazione nelle diverse competizioni - non vengono finanziati; troppo spesso, poi, gli sport minori non trovano sponsor e soldi nel nostro paese.
Vorrei, inoltre, evidenziare la necessità di costruire nel paese alcuni nuovi stadi; non solo quelli grandi, legati alle grandi manifestazioni, ma anche quelli delle piccole città, delle province, delle regioni. Provengo da una città, Crotone, in Calabria, dove la squadra di serie D è costretta a giocare in uno stadio piccolissimo, con scarsa possibilità, per la cittadinanza e per l'intera provincia - provincia che ha già pochissime risorse - di veder giocare la propria squadra e, in ipotesi di vittoria, partecipare alla festa settimanale.
Quindi, ritengo vi sia la necessità di trovare risorse per i piccoli stadi, per gli sport minori e, altresì, per tutte quelle attività svolte all'aperto le quali siano di tipo dilettantistico.
Tre sono gli elementi sui quali soffermo la mia attenzione: il riconoscimento di una realtà diffusa sul territorio, composta di quanti fanno attività motoria in modo individuale, comunque svincolati dall'organizzazione sportiva così come la conosciamo oggi in Italia; la necessità di garantire a tutti l'accesso allo sport come diritto dei cittadini e non solo come diritto degli sportivi; la ridefinizione del ruolo degli enti locali nelle politiche sportive rivolte ai cittadini.
Dare risposta a tali istanze comporta obbligatoriamente un nuovo approccio alla materia; lo sport si riferisce sempre più alle politiche sociali, ambientali e culturali; necessità, quindi, di riferimenti, operatori e risorse che non possono essere funzionali alla sola sopravvivenza nel sistema.
È chiaro che il provvedimento in esame è indispensabile; a nostro parere, però, è mancata un'autorevole risposta da parte del Governo. Infatti, il provvedimento, comunque utile ed auspicabile, risulta pur sempre troppo limitato rispetto al progetto globale che avevamo invocato e a cui, purtroppo, non risponde. La necessità di risorse finanziarie è maggiore; purtroppo, probabilmente, non si avranno (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Merlo. Ne ha facoltà.

GIORGIO MERLO. Signor Presidente, sono contento che vi sia lei a presiedere anche perché, discutendo di calcio, tifo, ultrà e di quanto ruota intorno al pianeta calcio, sappiamo di avere quale conduttore dei nostri lavori e Presidente dell'Assemblea un'espressione alta e nobile del tifo calcistico nel nostro paese, nonché un veterano della cultura calcistica.
Dico ciò perché, quando si parla di un provvedimento che dovrebbe prevenire le degenerazioni nel mondo del calcio, credo sia opportuno anche domandarsi - e qualche collega lo ha già fatto - come oggi sia governato il calcio stesso. Desidero svolgere tale premessa, seppur brevemente, poiché ritengo che da un malgoverno del sistema calcio talvolta dipenda indirettamente l'insorgere di difficoltà nella sua gestione. Formulo tali considerazioni perché alcune scelte, compiute recentemente da chi governa il mondo del calcio nel nostro paese, hanno creato situazioni incresciose.
Spiace ricordarlo, tuttavia a volte i criteri parziali e la disparità di trattamento perpetrati, negli ultimi mesi, dal presidente Carraro nei confronti di diverse squadre di calcio hanno creato difficoltà in numerose piazze italiane. Anche se credo che all'origine della violenza negli stadi non vi sia solo questo, vorrei osservare come occorra considerare anche tale elemento! Ecco il motivo per cui i problemi di ordine pubblico hanno diverse radici e molti padri! Ritengo non sia inutile ricordarlo, soprattutto quando si tratta di governare il pianeta calcio cercando di prevenire atteggiamenti di profonda degenerazione.
Ricordo, ad esempio, come è stato trattato quest'estate il problema riconducibile ad una blasonata società calcistica: mi riferisco al Torino. Ebbene, all'inizio tale problema è stato gestito in maniera alquanto approssimativa, facendo riferimento, ad esempio, ad un concetto - la «tolleranza zero» - che, guarda caso, non è stato applicato nei confronti di altre società calcistiche e che ha creato, per numerose settimane, problemi di ordine pubblico non soltanto nel capoluogo subalpino, ma anche in molti altri centri del nostro paese.
Non intendo citare altre società calcistiche, perché non le ho conosciute direttamente, ma credo sia sufficiente ricordare tale vicenda per renderci conto del caso emblematico di un «non governo» del pianeta calcio! Ecco perché, a volte, le degenerazioni, le violenze e le devianze che fanno da sfondo al mondo del calcio portano nomi e cognomi, riconducibili direttamente a chi ci governa attualmente!
Credo che non possiamo non ricordarlo, e ritengo che, se il pianeta calcio non si darà regole precise - mi riferisco, soprattutto, a chi attualmente lo dirige -, difficilmente riusciremmo a prevenire il problema di cui stiamo discutendo. È vero quanto affermato dal collega Lolli, vale a dire che non si tratta soltanto di una questione di ultras: infatti, non possiamo ricondurre il problema del calcio nel nostro paese a dei gruppi, ben individuati e circoscritti, presenti in alcune tifoserie! Se si trattasse soltanto di questo, la questione sarebbe facilmente risolvibile, ma non è così!
Il problema, allora, investe direttamente le società calcistiche, la loro organizzazione ed il motivo per cui dette società hanno talvolta supportato - non so se anche finanziato - i gruppi più violenti appartenenti alle loro tifoserie. Mi chiedo anche perché il governo del calcio, alternando «tolleranza zero» da un lato e permissivismo dall'altro, non sia stato capace di applicare rigorosamente le regole e, soprattutto, per quale motivo, a livello politico-governativo, non si sia riusciti a prevenire fenomeni che, come tutti ben sanno (frequentatori di stadi e non), sono ripetitivi e destinati a riproporsi nel corso degli anni.
Entrando brevemente nel merito di tale aspetto, allora, vorrei dire che credo che stiamo scontando un certo ritardo a livello di prevenzione. Ad esempio, l'obbligo di rilevazioni televisive era previsto a decorrere dal 1o agosto 2004. Le disposizioni


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relative alla numerazione dei biglietti, ai metal detector ed alla separazione delle tifoserie, inoltre, si sarebbero dovute applicare decorsi due anni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge n. 28 del 2003, vale a dire dal 25 febbraio 2005.
Dobbiamo, purtroppo, rilevare il ritardo nel mancato rispetto dei termini previsti. Se l'obiettivo del legislatore fosse quello di formare atleti prima che tifosi - tema che è stato affrontato nel corso di altri interventi -; se l'obiettivo fosse, quindi, quello di formare persone che apprezzano la sportività e non si limitano soltanto a essere tifosi; se l'obiettivo fosse anche quello di condannare esplicitamente, con forza, ogni forma di violenza nello sport, di far crescere la cultura per cui la sconfitta è una realtà da accettare, senza per forza trovare colpevoli certi, in seguito ad infinite trasmissioni di moviola e di giudizi arbitrali, forse la violenza nel calcio sarebbe un fenomeno più limitato.
Per quanto riguarda il provvedimento in esame, credo che sia importante, anche sotto tale profilo, rilevare come esso accolga in alcuni punti - seppur circoscritti - determinate sollecitazioni dell'opposizione, che noi avevamo già formulato in tempi passati. Servono, tuttavia, dati precisi circa l'andamento dei fenomeni criminosi verificatisi in occasione di manifestazioni sportive negli ultimi anni per verificare se le norme di natura preventiva e repressiva approvate dal Parlamento negli ultimi tempi siano state in grado di ridurre il fenomeno. Si tratta di elementi che noi abbiamo richiesto al Governo e che, a tutt'oggi, non ci sono ancora stati forniti.
Ritengo inoltre che sia importante capire come alcuni fenomeni denunciati siano affrontati. Ricordo alcune affermazioni fatte in occasione di un recente convegno svoltosi a Torino, da parte dell'amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, sulla positività, ma anche sull'inapplicabilità di questo provvedimento. Il dottor Giraudo ha affermato in tale convegno - cui ero presente - che il provvedimento Pisanu sulla sicurezza negli stadi è al limite dell'inapplicabilità. Infatti, in Italia si gioca in impianti obsoleti, che non permettono alle società di contare su ricavi certi e che incentivano le violenze. Aggiungeva, il dirigente di quella società calcistica, che gli stadi determinano violenze e registrano minori incassi perché non offrono alcun servizio quale la ristorazione e l'intrattenimento, al contrario di ciò che accade nel resto d'Europa. Ecco perché credo sarebbe importante sapere - ad esempio, dal sottosegretario Pescante, stasera non presente in quest'aula - come mai, a fronte di tale richiesta, formulata da buona parte del settore calcistico e dalla sua dirigenza, nel corso dell'indagine conoscitiva sul calcio professionistico, nessuno degli impegni assunti sia stato rispettato. Gli stadi, infatti, non sono solo obsoleti, ma rimangono di proprietà pubblica; non appartengono alle società - tranne in pochi casi -, al contrario di quanto avviene, ad esempio, nel Regno Unito, in cui è possibile realizzare business, con ristoranti, negozi, gadget ed in cui - soprattutto - la società sportiva è la prima e principale responsabile dell'ordine pubblico.
Oltre a tale aspetto, resta aperto anche un altro problema grave, cui non è stata data una risposta altrettanto convincente: quello delle risorse da destinare al finanziamento per il riadeguamento delle strutture degli stati dei centri minori. È chiaro che se il derby di Champions League Inter-Milan dello scorso aprile è stato sospeso, ciò rappresenta un'immagine negativa in campo internazionale per tutto il nostro calcio, ma non possiamo dimenticare la storia di ordinaria follia che ogni domenica costella il mondo del calcio nel nostro paese: 3 persone arrestate e 250 identificati e denunciati in stato di libertà e 7 carabinieri feriti sono il bilancio di uno dei tanti momenti di follia che caratterizzano il fine settimana nel nostro paese; è avvenuto allo stadio Dirceu di Eboli, nel corso dell'incontro Ebolitana-Cosenza, valevole per la seconda giornata del campionato nazionale di serie D, girone I. Ho ricordato tale episodio perché manifestazioni di questo genere non salgono alla ribalta nazionale, ma rappresentano


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fenomeni che contribuiscono a ridurre il calcio ad un problema di mero ordine pubblico. Ho citato una partita che, tra parentesi, è durata appena 46 secondi. Ho richiamato tale episodio, perché ritengo che il problema del finanziamento degli impianti sportivi minori debba essere affrontato ma esso non trova adeguata attenzione nel provvedimento in esame. Del resto, in questo momento, il problema delle tifoserie e del rapporto con le società è talmente serio da costringere club anche blasonati (mi riferisco al Lecce o al Cagliari) ad assumere decisioni che devono far riflettere in ordine alle prospettive del mondo del calcio professionistico.
Signor Presidente, mi avvio a concludere. Questo è il motivo per cui gli stadi dovrebbero essere soprattutto luoghi di divertimento, come abbiamo detto molte volte; luoghi di svago per giovani, ragazzi e famiglie. Ciò, però, a tutt'oggi, non avviene: questa continua ad essere una questione decisiva per restituire credibilità, prestigio e, soprattutto, sicurezza e tranquillità ad una dimensione importante, quale quella del calcio nel nostro paese.
Vorrei, infine, ricordare che, come opposizione, già in precedenza avevamo richiesto, reclamandola come necessaria, l'adozione di un provvedimento globale ed organico, che tuttora manca.
A nostro parere, sotto questo profilo, è mancata un'autorevole risposta del Governo. Meglio il provvedimento in esame che, comunque utile ed auspicabile, risulta pur sempre troppo limitato rispetto al progetto globale che avevamo invocato e che, purtroppo, le notizie di ogni domenica ci dicono rendersi sempre più necessario (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Frigato. Ne ha facoltà.

GABRIELE FRIGATO. Signor Presidente, cercherò di svolgere un intervento piuttosto breve, anche perché l'annuncio che i nostri lavori stanno per concludersi mi sembra un invito in questa direzione.
Tuttavia, prima di esprimere qualche valutazione rispetto al provvedimento in esame, che reca ulteriori misure per contrastare fenomeni di violenza in occasione di competizioni sportive, vorrei svolgere due brevi premesse.
La prima è un pensiero di gratitudine nei confronti di tutte le forze dell'ordine che, rispetto alle diverse manifestazioni sportive e del calcio, sono sempre in prima fila. Un pensiero di gratitudine mi sembra doveroso, nel momento in cui - come è stato ricordato da diversi colleghi - i segnali di violenza vanno aumentando e chi è in prima fila, alla fine, paga spesso il prezzo più alto.
La seconda riflessione la faccio volendo lasciare agli atti di questo nostro dibattito un senso di gratitudine anche nei confronti di tutte quelle società, quelle persone, quelle organizzazioni sportive che, sostanzialmente, si occupano del cosiddetto sport minore, che nei numeri sappiamo essere quello maggiormente diffuso nel nostro territorio, dalle grandi alle piccole città: mi riferisco agli sport più conosciuti, come quello del calcio, ed a quelli meno praticati, ma indubbiamente importanti per quanto riguarda la crescita fisica ed anche umana dei nostri ragazzi e complessivamente della nostra società.
Con specifico riferimento ai contenuti del provvedimento in esame, mi sento di ringraziare certamente il sottosegretario Mantovano, per la sua presenza, ma non per motivi di simpatia. Credo che in questo dibattito l'assenza del sottosegretario Pescante, cui è attribuita la delega alle attività sportive, la dica lunga rispetto al modo in cui il Governo si atteggia nei confronti di queste tematiche.
Qualche collega lo ha già sottolineato e lo voglio fare anch'io: la violenza negli stadi è sicuramente un elemento preoccupante, ma è l'effetto di alcune cause che vanno rintracciate altrove.
C'è un disagio, c'è un senso di protesta e c'è una difficoltà spesso legata al mondo giovanile, ma non solo, che trova una sua espressione e un suo sfogo in queste manifestazioni sportive. Allora, credo che siamo chiamati certamente a porre in


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essere dei provvedimenti che, come reca il testo di questo disegno di legge di conversione, adottino misure per contrastare i fenomeni di violenza in occasione di competizioni sportive, ma anche strumenti per indagare maggiormente sulle cause e verificare quali sono gli elementi e le modalità, le forme e gli atteggiamenti, che possono prosciugare quello stagno nel quale la violenza trova la sua forza.
Lo dico senza alcuna nota polemica, ma davvero avremmo preferito che in questo dibattito fosse presente il sottosegretario Pescante, proprio come segno di un atteggiamento diverso.
La violenza negli stadi e nello sport in genere - è stato già detto da qualche collega che mi ha preceduto - è certamente la più odiosa, perché, in definitiva, lo sport è un incontro, una festa e una sana competizione. Quindi, condividiamo davvero l'obiettivo di questo provvedimento, ma abbiamo qualcosa da ridire e qualche preoccupazione. Vorremmo che ci fosse qualche approfondimento maggiore, proprio affinché l'obiettivo venga raggiunto. Infatti, ci pare che, attorno al tema della violenza negli stadi, siano stati proposti alcuni interventi e siano state approvate molte leggi anche in passato. Purtroppo, però, sono le società sportive stesse e gli operatori dello sport che ci dicono che tali interventi sono rimasti senza una reale e concreta applicazione.
Ritengo, signor Presidente, che si tratti di interventi sostanzialmente parziali e occasionali, dettati dall'urgenza e dalla drammaticità di alcuni fatti. A nostro avviso, manca quella organicità, quel largo orizzonte e quel respiro generale, che dovrebbero essere un elemento fondante di ogni buona norma e di ogni legge seria.
Lo dico con un pizzico di rammarico, perché ciò mi porta a rivolgere una critica più generale nei confronti del Governo. Infatti, mi pare che la mancanza di organicità nel legiferare, nel proporre i propri disegni di legge e i propri decreti-legge, sia una pecca sostanzialmente ripetuta da parte di questo Governo.
Se pensiamo al tema della giustizia, credo che tutti gli italiani ormai abbiano abbinato a tale tema la dicitura «leggi ad personam», che certamente non hanno nulla a che fare con la organicità di una proposta.
Se pensiamo anche alle riforme, discuteremo nuovamente la prossima settimana o nel prossimo mese di ottobre la cosiddetta devolution. Si parla di federalismo, ma ci siamo dimenticati di conferire alle regioni il federalismo fiscale. Eppure tutti affermiamo che, senza una fiscalità autonoma, sicuramente non esiste un reale federalismo.
Se parliamo anche di economia e di altri provvedimenti che il Governo ha proposto in questi anni, certamente c'è un decreto che intende tagliare le spese, ma poi ce n'è uno per la competitività, un altro per vendere gli immobili e poi, infine, ci accorgiamo - perché lo dicono fonti internazionali - che complessivamente il nostro paese non è riuscito a far fronte ad una difficoltà e ad una crisi in cui, purtroppo, siamo ancora immersi.
Questa mancanza di organicità, anche in questo decreto ci porta ad affermare che stiamo agendo in modo parziale e, io aggiungo, anche con un pizzico di confusione. Mi consenta, Presidente, di concludere con un'ultima annotazione. Se volgiamo lo sguardo verso l'Unione europea, ci accorgiamo che il Consiglio si occupa da vent'anni del problema della violenza nello sport, in particolare a margine delle partite di calcio, ed ha emanato nel tempo non poche raccomandazioni e risoluzioni. Vorrei solo citarne un paio. La raccomandazione n. 1 del 2003, sul ruolo delle misure educative e sociali per prevenire la violenza nello sport, afferma esplicitamente che la violenza nello sport è parte di un più largo fenomeno sociale e dunque deve essere affrontata con un approccio integrato, sviluppando misure educative e sociali. Alcune di queste possibili misure sono espresse nel cosiddetto manuale sulla prevenzione della violenza nello sport, che è accluso a tale raccomandazione. Nel manuale si afferma che l'opera di prevenzione deve coinvolgere tutti: i club, le autorità locali, le tifoserie organizzate, i giocatori, gli allenatori, i media e le forze


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dell'ordine. Tutti devono essere co-responsabili. Il manuale in questione è molto dettagliato; anche nei suoi suggerimenti, esso contiene spunti particolarmente interessanti. Varrebbe almeno la pena di provare a mettere in atto alcuni di tali suggerimenti.
Cito inoltre la raccomandazione n. 144 del 2004, in base alla quale prevenire la violenza nello sport non è soltanto una questione di polizia né la stessa può essere ridotta a misura di sicurezza e logistica. La prevenzione della violenza in generale, e nello sport in particolare, ha una significativa dimensione sociale ed educativa e si raccomandano quindi politiche che stimolino l'integrazione sociale e la partecipazione delle fasce giovanili. Si raccomanda anche di inserire strutture appropriate nel fornire linee di indirizzo sul contrasto alla violenza nello sport, ovvero commissioni anche locali, di cui siano parte attiva esperti di marginalità giovanile, forze di polizia, rappresentanti dei club e delle leghe calcio, in collaborazione con l'associazionismo sportivo e le agenzie educative. Queste commissioni dovrebbero studiare il fenomeno, che nel tempo cambia e trova motivazioni diverse, e quindi fornire pareri e proposte per specifici programmi di prevenzione.
Vede, signor Presidente, anche la VII Commissione di questo Parlamento ha studiato e lavorato, arrivando a formulare una proposta a seguito dello svolgimento di un'indagine conoscitiva sul mondo dello sport e del calcio in particolare. Noi riteniamo che quella possa essere un'utile base, dalla quale elaborare in maniera organica una proposta, per dare una risposta complessiva che metta insieme i diversi soggetti, le diverse energie e che provi a far tornare in questo paese uno sport che sia per le persone e non uno sport che fa paura alle persone (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L'Ulivo e dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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