Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 358 del 18/9/2003
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(Iniziative per la concessione della grazia ad Adriano Sofri - n. 2-00883)

PRESIDENTE. L'onorevole Filippo Mancuso ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00883 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4).

FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento, senatore Ventucci, ha facoltà di rispondere.

COSIMO VENTUCCI, Sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, la grazia al signor Sofri è uno dei temi che più appassiona il ceto acculturato nazionale, a cui si aggiunge una parte politica più attenta alla condizione carceraria, oltre a coloro che della politica ne fanno una tifoseria e ogni argomento che sia in grado di porre in essere l'hegeliana contrapposizione è valido per tuffarcisi dentro. A nessuno degli stereotipi suddetti appartengono Filippo Mancuso, uomo probo, magistrato di altissima cultura giuridica, onorevole di questo Parlamento, né l'onorevole Marco Boato, uomo di innegabile obiettività e


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ugualmente esperto di diritto, ed è difficile in risposta ad una loro interpellanza mettere in atto quella che potrebbe essere definita un'esercitazione scolastica di diritto costituzionale sulla interpretazione applicativa del potere di concedere la grazia e commutare le pene di cui all'articolo 87 della Costituzione, correlato con l'assunto dell'articolo 89, che perentoriamente recita che nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Proprio dal dettato di quest'ultimo articolo deriva la decisione del ministro Castelli che, in assenza dell'atto formale e sostanziale di richiesta della grazia da parte dell'avente diritto o dei suoi rappresentanti così come disciplinato dall'articolo 681 del codice di procedura penale, non ha inteso attivare l'istituto della grazia ed assumerne la responsabilità.
Le parole del Presidente del Consiglio dei ministri, che si ispirano a valutazioni equitative da voi citate nell'interpellanza urgente, possono appartenere alla sfera delle considerazioni personali ma rimangono allo stato fuori di un'agibilità procedurale secondo il testo costituzionale, così come si ritiene che sia fuori dall'agire in merito il Presidente della Repubblica se il ministro della giustizia non inoltra la prescritta richiesta di grazia. D'altra parte l'ostinazione del signor Sofri, encomiabile per un verso ma eccessiva per un altro, non agevola un intervento decisionale e proprio in ossequio al dettato costituzionale e ad una sentenza definitiva, di cui è opportuno ricordare dei passaggi stilati in una nota fattaci pervenire dal gabinetto del ministro della giustizia.
Leggo testualmente: «Dalla posizione giuridica di Adriano Sofri risultante dagli atti di questo Ministero emerge una vicenda processuale particolarmente complessa, con vari giudizi di cognizione e due di revisione. Con sentenza della corte di assise di Milano in data 2 maggio 1990, confermata l'11 novembre 1995 dalla corte di assise di appello di Milano, Sofri è stato condannato alla pena di 22 anni di reclusione (di cui due condonati) per concorso in omicidio. La sentenza è divenuta irrevocabile il 22 gennaio 1997, l'inizio della pena detentiva decorre dal 14 gennaio 1997 ed il fine della pena è attualmente fissato al 30 marzo 2017.
L'esecuzione della pena è stata sospesa, su disposizione della corte di appello di Venezia, dal 24 agosto 1999 al 24 gennaio 2000 nelle more del giudizio di revisione, e la custodia cautelare è durata 2 mesi e 22 giorni (dal 28 luglio al 18 ottobre 1988). Deve inoltre evidenziarsi - continua la nota - che la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo lo scorso 11 giugno ha respinto il ricorso presentato contro lo Stato italiano da Sofri, Bompressi e Pietrostefani».
Conclude la nota: «Nel caso in esame, il ministro della giustizia ha ritenuto di non trasmettere al Presidente della Repubblica la pratica relativa alla domanda di grazia di Adriano Sofri, avendo posto a fondamento della propria valutazione la mancanza di pentimento del reo ed il fatto che lo stesso non abbia mai avanzato richiesta di grazia». E qui finisce la nota.
Appare, da quanto sopra, che i poteri delle alte cariche dello Stato siano limitati da un non agire dell'unico ministro citato nella Costituzione, il quale così ritiene di comportarsi nel rispetto della stessa Costituzione; condivisione che potrebbe creare quello stupore aristocratico che loro - lei e l'onorevole Boato - ben conoscono e che troviamo nelle Supplici di Euripide circa le argomentazioni sostenute nel colloquio tra Teseo e l'araldo che viene da Tebe, inviato dal re Creonte.
Ma siamo in democrazia, e le regole, soprattutto quelle costituzionali, è bene rispettarle, e se esse non sono più adeguate al comune sentire del popolo, che determina chi governa, vanno modificate nell'intesa che si adeguino ai mutati rapporti che regolano le istituzioni e la società, fermi restando i valori inderogabili che formano il sostrato costituzionale di una democrazia conquistata dai cittadini.
È noto che Sofri ha molti anni di carcere da scontare, e sarebbe sufficiente per lui, e per altri meno noti, una norma interpretativa che non intacchi i princìpi costituzionali,


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ma li renda applicabili e non soggetti formalmente al veto singolo. In pochi mesi, se il Parlamento lo vuole, possono essere realizzate, con i contributi di tutti, in una materia oggettivamente delicata, quelle iniziative atte alla soluzione della problematica da voi prospettata.

PRESIDENTE. L'onorevole Filippo Mancuso ha facoltà di replicare per dichiarare se sia soddisfatto o meno della risposta del Governo.

FILIPPO MANCUSO. Questo, signor Presidente, lo si desumerà dalle cose che mi accingo a dire.
Non sono le dotte citazioni quelle che rafforzano la bontà di un ragionamento politico e giuridico, tuttavia, signor sottosegretario, nel ringraziarla della delicatezza dei modi della sua risposta, devo notare in premessa quanto segue.
Io potrei svolgere questa mia replica secondo mille toni, a cominciare da quello ironico, dicendo, ad esempio, che potevo attendermi, dopo l'affermazione generosa del Presidente del Consiglio a favore della grazia di Sofri, che egli ci dicesse che era stato malinteso, malinterpretato e che voleva dire un'altra cosa, forse il contrario.
Ma di ciò potremmo dilettarci in altra sede. In questo caso, il problema esiste non solo perché sfiora il destino di una persona colpevole e condannata, come in effetti è il signor Sofri, ma perché si tratta di una persona, e così come si trattano le persone singole nella coscienza degli individui, dei governanti e degli Stati, si intuisce come essi sono in grado di trattare le collettività.
Il Presidente del Consiglio nella sua continua ricerca di piacere, in questo caso anche di ammirazione morale, ha già in modo inequivoco manifestato la propria intenzione, corrispondente ad una propria valutazione, che questo condannato non solo possa ma, per ragioni giuridiche ed etiche, debba formare oggetto di un atto di clemenza. Non sono io, che non conosco il processo, che non conosco la persona, che non conosco se non superficialmente la vicenda, a dire se il signor Sofri è meritevole o meno di questa grazia. Il problema in coscienza lo ha risolto il Presidente del Consiglio, rispetto non soltanto al momento in cui sente ma anche a quello in cui ragiona; anzi, dovrebbe ragionare come sente e non soltanto come gli appare di volta in volta conveniente ragionare ed esprimersi.
Il problema della grazia a Sofri, sotto questi aspetti, dunque, non è il problema della competenza, come lei ha cortesemente spiegato, del Presidente della Repubblica né è il problema del ministro; è il problema dei poteri del Presidente del Consiglio, dei suoi obblighi di coordinamento, di direzione e di responsabilità nei confronti del Ministero e dei singoli ministri che, come dice la disposizione costituzionale, egli coordina in funzione dell'unità dell'azione di Governo.
Questa azione di Governo ha, nel caso presente, due polarità contrapposte: il sì del Presidente del Consiglio, che resta sempre tale sia quando scrive sia quando presiede il Consiglio dei ministri, è contrapposto all'idea del ministro che è negativa sotto il profilo di un'interpretazione della Costituzione che giudichiamo erronea. Il recente seminario svoltosi la settimana scorsa proprio nella sede di Montecitorio, credo con la partecipazione di giuristi consapevoli e di coscienze vigili, lo ha dimostrato. Però, lo ripeto, non è in discussione il potere malamente interpretato dal ministro né quello purtroppo puramente ventilato, per così dire alluso, della massima carica dello Stato; ma è in discussione il modo in cui il Presidente del Consiglio, uno e bino, possa dissociare i propri valori interiori di coscienza e giuridici (perché ha affrontato anche questi) in ordine alla posizione del detenuto e condannato Sofri da quelli che lo investono nella pubblica funzione che ricopre. È possibile questa scissione così profonda, questa contraddizione, quando il Presidente del Consiglio ha, invece, come ho già premesso, la possibilità in questa veste di conciliare le contraddizioni e le contrapposizioni che vi sono nel Governo, in questo caso fra lui stesso ed il ministro della giustizia?


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Signor sottosegretario, questo è l'argomento. Sono d'accordo con lei quando dice che non è il caso di affrontare problemi costituzionali; sono d'accordo perché per farlo bisogna essere in due e lei si ritrae. Allora, io cavallerescamente pongo lo questione sull'unico campo, a mio avviso, incontrovertibile: con questa interrogazione è chiamata in causa l'inerzia - oggi dico l'inerzia inumana - del Presidente del Consiglio che, per «rappattumare» all'interno del Governo dissidi che potrebbero essere anche fatali, gioca sulla testa, sulla libertà, sulla vita di un uomo colpevole o meno.
Il ministro cambia sempre ragioni in ordine al suo atteggiamento negativo. Una che ho sentito è questa: Sofri è omicida! Ma la grazia a chi si dà? Agli innocenti? Quindi, non solo vi è un'erronea percezione della posizione del ministro in rapporto a quella del Presidente del Consiglio, ma anche un'erronea percezione dei doveri concorrenti di queste due cariche.
Quanto, poi, alla valvola di chiusura che lei ha posto, cioè una norma interpretativa, vorrei esprimere due ragioni. Le norme interpretative sono tali perché lavorano all'esplicazione di normative già esistenti. Abbiamo detto che la normativa già esistente, studiata da chi ha il diritto di studiarla e di comunicarne i risultati, va nel senso che il Presidente della Repubblica è l'autore unico dell'atto di grazia e non vi è bisogno né di proposta, né di domanda, né d'altro.
In secondo luogo, proprio il sottoscritto, insieme al collega Boato, ha di recente presentato una proposta di legge. Ci siamo piegati, di mala voglia, ad assecondare questa tendenza alla norma interpretativa formulandola noi stessi e depositando la suddetta proposta la settimana scorsa. Il Governo, dunque, oggi ci sollecita ad un atto che abbiamo già compiuto mostrando, così, di ignorarlo. Ci aspettiamo che prenda subito, se possibile immediatamente, posizione favorevole sul procedimento e sul destino definitivo di tale proposta di legge.
Tutto il resto, signor sottosegretario, non turberà mai i nostri ottimi rapporti personali, né la stima che ho di lei, oggi confermata, in questo sforzo, purtroppo vano, di piegarmi all'insopportabile. La prego, tuttavia, se le sarà possibile, di dire al Presidente del Consiglio che non si governa con la menzogna, con il sistema di disonorare la parola, di turbarne continuamente il significato, di tradirla, di smentirla, di giocarla come fosse un oggetto di capriccio.
Il Presidente del Consiglio è di tutti - e non c'era bisogno di dirlo - proprio perché da tutti deve recepire, in questo caso, la sensibilità diffusa, presente anche nel suo movimento, nel Governo, nel paese, in quest'aula e nel Parlamento in genere, che osserva non un atteggiamento di merito tra il «sì» e il «no» il caso di Sofri, ma che osserva dolorosamente l'inerzia che accompagna le sofferenze di questo individuo che solo per questo, indipendentemente dall'ipotetica colpa, diventano martirio.

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