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PRESIDENTE. Grazie, signor ministro.
Prima di dare la parola all'onorevole Antonio Leone, si consenta anche a me di esprimere grande solidarietà umana e personale al segretario generale della CISL Pezzotta e a quella grande organizzazione democratica dei lavoratori che è la CISL, come mi sia consentito di esprimere, al tempo stesso, il fermo dissenso rispetto ad atti brutali, incivili ed antidemocratici compiuti nei confronti di Pezzotta e della sua organizzazione.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Antonio Leone. Ne ha facoltà.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, la lunga, precisa, completa e preoccupante elencazione di episodi e circostanze fatta stamane in quest'aula dal ministro Pisanu - che ringrazio non solo per la disponibilità, ma anche la prontezza con cui interviene in quest'aula ogni volta che viene richiesto -, fanno ritenere che le minacce di tipo terroristico rivolte al segretario generale della CISL, Savino Pezzotta, e gli atti di intimidazione nei confronti di questa e di altre organizzazioni sindacali rappresentano una evoluzione estremamente preoccupante nel quadro dei rapporti politico-sindacali ed un pericolo di involuzione della nostra stessa società. La sistematica delegittimazione degli avversari che viene portata avanti dalla sinistra politica e sindacale crea obiettivamente, lo dico in maniera pacata, un terreno favorevole alla ripresa di un certo tipo di violenza, forse anche terroristica, che credevamo confinata in un passato che non vorremmo più rivedere.
Le libertà politiche e sindacali sono elemento essenziale di una sana democrazia ed è quindi inaccettabile che un sindacalista possa essere contestato violentemente e pubblicamente per le proprie scelte, o meglio per le scelte della confederazione di cui è stato eletto segretario.
Noi riteniamo che tutte le posizioni in campo politico e sindacale siano lecite e rispettabilissime, nella misura in cui vengono espresse con metodo democratico e soprattutto senza ledere i diritti e la sicurezza altrui. Questo è un criterio di carattere generale, va applicato a tutti ed è in questo spirito che noi riteniamo del tutto inaccettabili le minacce e le intimidazioni che sono state ripetutamente rivolte a Savino Pezzotta e ad altri sindacalisti per le loro prese di posizione da quella parte del sindacato più legata a vecchi schemi settari. Tali minacce ed
intimidazioni sono ingiuste e pericolose: ingiuste, in quanto non tengono conto delle buone ragioni su cui si fondano determinate scelte sindacali; pericolose, in quanto creano un clima favorevole alla ripresa della violenza di matrice terroristica.
Fortunatamente, non ci sono più le condizioni che portarono nei decenni passati alla diffusione del terrorismo brigatista, dal momento che è completamente cambiato il contesto internazionale da cui in parte traeva ispirazione e forse alimento. Del resto, quella dolorosissima e sanguinosa esperienza dovrebbe costituire una vaccinazione permanente per il nostro intero paese. Comunque, il pericolo che frange violente possano approfittare del clima di contrapposizione e di forte polemica all'interno del sindacato esiste ed è grave, come hanno dimostrato gli assassini del professor D'Antona, del professor Biagi, i quali hanno pagato con la loro vita il loro contributo a soluzioni moderne dei problemi del lavoro. Non dobbiamo dimenticare anche la recente scoperta di un gruppo brigatista nelle vicinanze di Cortona e lo scontro a fuoco che ne è seguito in cui hanno perso la vita un poliziotto ed un pericoloso terrorista, gruppo che con ogni probabilità stava preparando un nuovo attentato. Numerosi sono stati poi gli atti di intimidazione diretta o indiretta nei confronti di esponenti e sedi sindacali per cui si è determinato un clima inquietante che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore i principi democratici, la sicurezza e la stessa tranquillità dei cittadini.
Crediamo sia necessario un comportamento responsabile di tutti i soggetti che hanno un peso nella vita politica e sindacale affinché i grandi problemi che riguardano il mondo del lavoro e la tenuta stessa del welfare non siano presi a pretesto da frange irresponsabili per portare il nostro paese in una condizione di imbarbarimento: in questo, il punto toccato dal ministro Pisanu è essenziale a proposito dell'attenzione che si pone alla riforma del mercato del lavoro.
In tutti i paesi europei, non solo in Italia, sarà probabilmente indispensabile rivedere le regole del mercato del lavoro al fine di introdurre quote di maggiore flessibilità e sarà probabilmente inevitabile apportare ulteriori e limitate integrazioni all'assetto del sistema pensionistico per poter rendere finanziariamente sostenibile nel tempo il nostro modello sociale che rappresenta, sia chiaro, una conquista irrinunziabile e da difendere. Si tratterà di misure inevitabili, se vogliamo garantire un futuro di sviluppo economico e sociale al nostro paese ed evitare i pericoli di un declino. Per fare queste inevitabili riforme occorrerà un clima di rapporti sociali e sindacali sereno e consapevole e soprattutto occorrerà evitare che la soluzione di questi problemi sia presa a pretesto da frange estremiste irresponsabili per seminare insicurezza e violenza.
In una democrazia matura, come è la nostra, le tensioni politiche e sindacali, anche le più forti, si risolvono con il leale e costruttivo confronto delle idee e con la ricerca di conciliazione di interessi che spesso sono solo apparentemente contrapposti. Per superare con successo l'attuale fase economica non facile, derivante dalla stagnazione mondiale, è necessario un clima sociale sereno e collaborativo ed è proprio per tale motivazione che il Governo ha promosso la conclusione con le parti sociali del patto per l'Italia, che per noi rappresenta un sistema di consultazione essenziale e da salvaguardare.
Non vorremmo, ancora una volta, che frange numericamente limitate di violenti e di irresponsabili turbassero il difficile processo di rilancio dell'economia del paese.
È per tali ragioni che ci appelliamo al senso di responsabilità di tutti gli esponenti politici e sindacali, anche di quelli che si trovano su posizioni contrapposte rispetto alle nostre.
Vi è un interesse comune affinché il paese non subisca turbamenti e non si deteriori ulteriormente il clima dei rapporti politico-sindacali.
Comunque, va sottolineato che la prudente ed efficace opera del ministro dell'interno
merita tutto il nostro appoggio e la nostra riconoscenza che, naturalmente, estendiamo alle forze dell'ordine impegnate in una difficile opera quotidiana a tutela della sicurezza dei cittadini e delle garanzie politico-sindacali.
Non è per spirito di appartenenza che oggi ho detto questo, ma per un riconoscimento vero ed autentico; infatti, è nell'interesse di tutto il paese che non riviva, neanche in minima parte, la tragica esperienza del terrorismo politico che ha portato tanti lutti e tante lacerazioni.
Il terrorismo per potersi sviluppare ha bisogno di un terreno di coltura favorevole, ma noi crediamo fermamente che la maturazione politica del paese precluda una tale possibilità. In ogni caso, sarebbe sbagliato, dopo quanto è avvenuto di recente, abbassare la guardia e farsi cogliere impreparati.
Ognuno di noi di fronte a questi pericoli deve fare per intero la propria parte: l'opposizione deve evitare le tentazioni di cavalcare l'estremismo sindacale solo per accrescere il proprio consenso politico; il Governo deve - come, peraltro, sta facendo egregiamente - usare moderazione e fermezza nel contrastare la violenza di natura estremistica. Deve soprattutto indirizzarsi verso un'opera di prevenzione attraverso un potenziamento delle attività di intelligence.
Fortunatamente il paese non è più quello degli anni settanta e degli anni ottanta, per cui non vi dovrebbe essere un contesto favorevole allo sviluppo della violenza terroristica che, comunque, è tipica delle società instabili ed immature.
I parlamentari del nostro gruppo condividono pienamente l'informativa del Governo; inoltre, confidiamo che i pericoli di un ritorno del terrorismo e della violenza politica possano essere scongiurati nell'interesse del paese e di tutti coloro che, come noi, hanno a cuore la salvezza della nostra democrazia e la sicurezza dei cittadini.
L'esasperazione e il tentativo di delegittimazione delle istituzioni democraticamente elette producono azioni allucinanti e vergognose come quella intrapresa ieri da alcuni senatori nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri.
La violenza politica verbale, lo scontro per lo scontro, non giovano a nessuno, né a chi deve stare alle regole della stessa democrazia, né, principalmente, a chi della parola «democrazia» si riempie solamente la bocca: riflettiamoci tutti (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro).
PRESIDENTE. Prima di dare la parola all'onorevole Guerzoni saluto un gruppo di studenti dell'università «La Sapienza» che hanno collaborato con la Camera dei deputati attraverso un corso di formazione; sono guidati dall'onorevole Rodeghiero e dal professor Gui, il cui nome evoca una qualche prestigiosa presenza in quest'aula (Applausi).
Ha chiesto di parlare l'onorevole Guerzoni. Ne ha facoltà.
ROBERTO GUERZONI. Signor Presidente, la puntuale ed estesa informativa che il ministro ha fornito al Parlamento conferma le forti preoccupazioni che ci avevano spinto ad associarci alle richieste degli altri gruppi per avere un quadro preciso e puntuale delle notizie riguardanti episodi di intimidazione e attentati veri e propri che si sono determinati nell'ultimo anno contro le organizzazioni sindacali, in modo particolare contro l'organizzazione della CISL e i suoi dirigenti.
La preoccupazione nasceva e nasce dall'importanza del problema; stiamo parlando delle organizzazioni sindacali, di una grande organizzazione sindacale confederale con milioni di lavoratori iscritti e pensionati aderenti.
Si tratta di una organizzazione che per la sua storia rappresenta uno dei soggetti della vita democratica del nostro paese.
Il problema è delicato in quanto non sfugge a nessuno che, a differenza di una fase della storia del nostro paese che ha avuto inizio a partire dagli anni sessanta - durante i quali si erano avviati rapporti di unità ed intesa fra le grandi organizzazioni
sindacali -, nell'ultimo anno si sono avuti momenti di difficoltà e di differenziazione su punti importanti, quali la scelta del Patto per l'Italia, l'articolo 18 e le stesse vertenze contrattuali come, ad esempio, quelle che hanno interessato i metalmeccanici.
Quindi, è necessario avere un orientamento politico fermo, saldo e chiaro, anche in questa sede autorevole del Parlamento, perché non vi siano equivoci e si intervenga in modo adeguato per sconfiggere il terrorismo e la violenza. In entrambi casi, terrorismo e violenza sono antagonisti della scelta democratica e collettiva dell'associazionismo sindacale. È per tale ragione che innanzitutto colgo l'occasione, a nome del nostro gruppo, di ribadire ancora una volta la nostra solidarietà a Savino Pezzotta, leader della CISL, ed a tutti quei dirigenti sindacali della CISL e delle altre organizzazioni che sono stati o possono essere oggetto di attacchi, di intimidazioni che nulla hanno a che fare con il confronto democratico.
Questo è il punto: non bisogna fare questo regalo al terrorismo, ai gruppi eversivi. Occorre distinguere. Ciò appartiene alla storia del sindacato, è il sale della democrazia; appartiene alla vita stessa, nel lavoro, nelle fabbriche e nei luoghi in cui il sindacato è organizzato. Quando vi è un contrasto, una differenza di opinioni, noi rivendichiamo il diritto che ciò appartenga alla libera dialettica del dissenso, della differenziazione politica; sarebbe tragico compiere l'errore di accomunare dissenso, diversità di opinione, contrasto su alcune scelte di fondo alle scelte che, invece, sconfinano nelle intimidazioni, nella illegalità diffusa e nella violenza terroristica.
Credo che le minacce e le aggressioni, per non parlare degli attentati alle varie sedi, appartengano a questo secondo campo; non si può certo fare riferimento a niente di ciò che è la storia, la tradizione della sinistra politica, della sinistra sindacale, per non vedere come, insieme, le grandi correnti democratiche hanno trovato la forza per sconfiggere in momenti difficili il terrorismo; anche oggi la devono trovare nella vita civile, in forte unità con le istituzioni e con un alto senso della democrazia e dello Stato.
Come ha affermato il ministro - vorrei sottolinearlo - chi mette una bomba, chi cerca di intimidire, chi attacca una sede, chi assale un sindacalista è nemico, in primo luogo, dei lavoratori, del sindacato e della sua valenza politica e democratica; non vi può essere alcun alibi. Il «no» alla violenza sotto ogni forma deve essere forte come il «no» al terrorismo.
Noi proveniamo da una terribile storia, come è stato affermato: il mondo del lavoro, a partire dall'assassinio di Guido Rossa, di Massimo D'Antona e del professor Biagi che lavoravano nel mondo del lavoro, ci deve dire che, per sconfiggere il terrorismo, la risposta è, in primo luogo, la ricerca dell'unità nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nella società; non è un caso che, anche nel corso di quest'ultimo anno, nel momento più alto di difficoltà, di tensione e di differenziazione di opinioni tra le organizzazioni sindacali, mai tra le grandi organizzazioni sindacali (la CGIL, la CISL e l'UIL) è venuto meno l'impegno a schierarsi, immediatamente ed unitariamente, laddove si manifestavano questi atti.
È molto importante il fatto che la scelta di una barriera sindacale unitaria nei luoghi di lavoro contro il terrorismo sia stata anche di recente ribadita a Praga attraverso una serie di iniziative e di impegni unitari adottati dai massimi dirigenti della CGIL, della CISL e della UIL. Sarà, inoltre, importante capire se, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, così come sta accadendo sui temi delle pensioni, dello sviluppo e dell'occupazione, si potrà rispondere a quelle tematiche politiche sulle quali vi era stata una differenziazione, perché la ricerca, il ritrovamento dell'unità sindacale dà comunque una sponda politica importante di forza ai lavoratori per battere le frange più estremiste e per trovare una strada di conferma di un orientamento determinato e saldo nella lotta contro il terrorismo.
In questo senso noi prendiamo atto delle misure che sono state assunte dal
Governo e ci auguriamo che non possa ripetersi quanto accaduto nel passato (mi riferisco a quanto accaduto al professor Marco Biagi). Occorre avere scorte e adottare le misure necessarie per una vigilanza adeguata rispetto all'attacco terroristico perché non si può sottovalutare che vi sia una recrudescenza dell'azione terroristica ed in tal senso vi sono segnali. Questa preoccupazione è anche nostra ed è diffusa. Per questa ragione vorrei ribadire ancora una volta, nel momento in cui riconfermiamo questa nostra piena solidarietà ai dirigenti della CISL e delle altre associazioni sindacali, che per i Democratici di sinistra-l'Ulivo la battaglia contro il terrorismo è un impegno solidale ed unitario delle forze politiche e delle istituzioni, in questa sede e nella società italiana. (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e della Margherita, DL-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cristaldi. Ne ha facoltà.
NICOLÒ CRISTALDI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, l'applauso rivolto al ministro Pisanu al termine della sua relazione, proveniente da parte di tutti i settori dell'Assemblea, è la dimostrazione della completezza dell'informazione che il Governo ha inteso dare al paese.
Credo che l'applauso sia stato anche rivolto al Governo per le considerazioni espresse dal ministro Pisanu con riferimento all'auspicio espresso da questi nel momento in cui, rivolgendosi alla società, e non soltanto al mondo della politica, chiedeva una sorte di fronte di quella che una volta veniva chiamata società civile contro una forma perversa di partecipazione al mondo della politica. La completezza delle informazioni mi induce a qualche ulteriore considerazione e mi pone qualche interrogativo. Il fenomeno è esteso: quelli della mia generazione hanno conosciuto le ragioni nate nell'università, nel mondo della scuola e delle fabbriche che hanno portato alla nascita del terrorismo nel nostro paese. Eppure, nel momento in cui nasceva, con l'intensità che oggi è possibile toccare in Italia, non mi sembrava, e non credo possa essere smentito, che fosse esteso territorialmente dal punto di vista geografico nella misura in cui è stato ricordato in quest'aula. Probabilmente siamo ancora nella fase iniziale, e mi auguro che sia anche quella finale, dal momento che ci auguriamo che non si amplifichi un fenomeno di questa natura. Certo apprendere che i fenomeni più o meno gravi si muovono nel territorio italiano da Milano a Gorizia, da Pontedera a Cortona, da Mestre a Cagliari, da Lecce a Olbia, da Parma a Sesto San Giovanni e ad altre città piccole o grandi d'Italia, offre una dimostrazione dell'estensione del fenomeno anche dal punto di vista geografico.
Si sa poi che esiste una sorta di proliferazione di sigle che possono anche sembrare irrisorie, soggetti quasi individuali ma che purtroppo tra qualche mese o fra qualche anno potrebbero essere in numero maggiore. Credo tuttavia che nel momento in cui il Governo offre una informazione non soltanto in questa sede circa la quantità di sigle, si debba esprimere una qualche preoccupazione e lanciare qualche interrogativo.
Sentiamo parlare di Nuclei armati per il comunismo, Fronte di liberazione, Nuclei territoriali antiimperialisti, - torna la sigla delle Brigate rosse -, Nuclei comunisti rivoluzionari, Nuclei proletari per il comunismo, Nuclei proletari e rivoluzionari, Fronte rivoluzionario per il comunismo, Nuclei proletari combattenti. Se anche fossero soltanto qualche unità i soggetti che si muovono all'interno di ciascuna organizzazione, siamo di fronte ad un fenomeno pericoloso nella realtà ed in potenza. Certo siamo anche preoccupati nell'apprendere come passi ormai inosservata persino nel dibattito politico una certa terminologia adoperata da questi terroristi.
Torna, così come all'inizio degli anni ottanta e al termine degli anni settanta, il termine «giustiziato», per cui Biagi non è stato assassinato o più moderatamente ucciso, Biagi è stato giustiziato. D'Antona
non è stato assassinato o più moderatamente ucciso, D'Antona è stato giustiziato.
Mettere in parallelo l'assassinio di una persona con il termine giustizia, non significa soltanto procedere in base a una logica che è all'interno di alcuni soggetti che si muovono nel mondo terroristico, significa anche lanciare dei messaggi soprattutto alle nuove generazioni, a quelle generazioni che delle Brigate rosse conoscono le fondamenta storiche per averle lette da fonti parziali e per avere appreso delle cosiddette «battaglie rivoluzionarie» di soggetti che poi nel tempo in parte si sono pentiti e in altra parte sono scomparsi dalle scene politiche italiane e ancora governano nell'informazione e nei rapporti con altri soggetti ciò che può accadere nel mondo estremistico della società e non soltanto della politica.
Credo che anche l'analisi fatta dal ministro Pisanu e dal Governo sulle ragioni che portano ad una rottura dei rapporti tra un certo mondo sindacale sia una cosa da approfondire. Richiamare il piano Marshall, rivendicare un ruolo del mondo sindacale, che deve essere sempre e comunque contrapposto in tutte le forme alle istituzioni, contestare il ruolo di un certo mondo sindacale, che, invece, persegue il dialogo con le istituzioni pur non rinunziando al momento della tensione, allo sciopero e a prese di posizione anche dure, individuare la CISL come colpevole di una posizione che è in contrasto con quella che, invece, si riconosce, per esempio, in alcune parti estreme di un certo mondo sindacale, significa lanciare anche qui un inquietante messaggio, che scoraggia i lavoratori non soltanto nei confronti del sindacato CISL o UIL, ma anche nei confronti di tutto il sindacato.
Creare una condizione di non credibilità del mondo sindacale significa amplificare le posizioni estremistiche e creare condizioni di pericolosità nella politica e nella società.
Concludo, signor Presidente. Mi permetto di richiamare una frase che è stata diffusa attraverso le agenzie di stampa soltanto qualche giorno addietro. Non è un soggetto che si riconosce nella mia parte politica né nello schieramento di centrodestra, ma credo che tutti noi si possa condividere le cose che ha scritto, a dimostrazione che la cultura e la civiltà stanno da tutte le parti. Si dice in questa frase: «Le critiche sono il sale della democrazia, ma c'è un confine tra la critica e l'ingiuria che non può essere superato. Bisogna cambiare modo di parlare, di contrastare e di manifestare opinioni diverse, se no favoriamo un clima pericoloso, come dimostra la tensione che c'è nelle fabbriche e tra gli uomini del sindacato sotto tutela».
Io credo che questa sia la base di un ragionamento, perché quando, invece, si va fuori dalla logica di questo pensiero, si finisce con il creare un terreno fertile per interpretazioni estremistiche e pericolose per la società.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Castagnetti. Ne ha facoltà.
PIERLUIGI CASTAGNETTI. Signor Presidente, riconosciamo volentieri al ministro dell'interno non solo di avere svolto una relazione molto seria e dettagliata, ma anche di avere dato atto di impegni assunti e anche realizzati nella lotta al terrorismo, di cui l'opposizione non ha mai rinunciato a dare pubblico riconoscimento. Ancora oggi noi ribadiamo questa posizione.
Anche noi utilizziamo questa occasione per ribadire e rinnovare la nostra solidarietà alla CISL, a Savino Pezzotta in particolare, al quale abbiamo, purtroppo ripetute volte, dovuto esprimere solidarietà, e ai dirigenti periferici della CISL, vittime anche di azioni vandaliche o terroristiche, che abbiamo anche personalmente visitato e incontrato, da ultimo i dirigenti di Cagliari.
La violenza verbale e materiale che ha colpito uomini e sedi della CISL è sicuramente un segnale di qualcosa che si è spezzato o si sta spezzando nel tessuto della nostra democrazia.
C'è sicuramente qualche prodromo di nascenti forme di violenza che tendono a strutturarsi con possibili sbocchi quanto
meno preterroristici, sicuramente eversivi, come testimoniano, non solo i fatti, ma anche i comunicati deliranti delle varie sigle che hanno rivendicato gli attentati e che, in questa sede, sono state richiamate dal ministro.
C'è sicuramente, in questi fatti, il segnale di una rottura nella base del mondo del lavoro operata da chi cerca di ricostruire la tela dell'odio di classe che colpisce, prima di tutto, chi è più vicino, trasformato in un traditore. In questo senso, quanto è accaduto deve indurre tutto il mondo del lavoro, tutte le sigle sindacali, non solo ad una maggiore vigilanza interna, ma ad una doverosa responsabilità, in primo luogo, nell'uso del linguaggio.
C'è un clima, in alcuni ambienti, in alcune fabbriche, molto grave ed inquietante. Tutto questo non può essere accettato o anche solo sottovalutato.
Poiché si sa - tutti sappiamo - che, sotto la coltre dei discorso unitari, hanno continuato a vivere, in questi anni, piccoli, rari, isolati fuochi di violenza che attendevano solo di essere liberati dalla sabbia che li comprimeva, nessuno può invocare l'inconsapevolezza che, a volte, è potuta bastare la durezza e la forza di certi giudizi e certe parole per disperdere quella sabbia e liberare quei focolai.
In questa violenza agita contro la CISL, c'è poi il segno della lenta consumazione di una delle principali virtù della nostra democrazia: il rispetto delle posizioni degli altri; non parlo della tolleranza (Montanelli diceva che, per quella, ci sono le case apposta), ma del rispetto, ossia del riconoscimento del valore che si annida in ognuna delle posizioni diverse dalla propria.
La CISL ha assunto, nei tempi recenti, posizioni coraggiose, proprio perché rischiose. Ogni volta che un sindacato si mette attorno ad un tavolo dichiarando di volere vedere le carte assume un rischio. La CISL l'ha fatto più volte, convinta che questa fosse la scelta giusta per difendere i lavoratori. Alcune volte anche la mia parte politica non ha condiviso politicamente questi passi (mi riferisco, in particolare, alla vicenda del cosiddetto Patto per l'Italia), ma mai abbiamo espresso parole che non fossero di grande rispetto, non solo del valore dell'autonomia (valore cardine della dialettica tra le parti sociali), ma - lo ripeto - anche del valore della diversità di giudizio. È questo che rischia lentamente di scomparire; chi dice cose diverse dalle mie è mio nemico.
Quando si alimenta quotidianamente la logica, non già della dialettica (lo dico anche alle parti politiche), ma del conflitto amico-nemico, allora non ci si può sorprendere se qualcuno eccede nella misura e nei modi di trattare il nemico. Perché, se chi pensa cose diverse è nemico, poi può accadere.
Ma questi episodi, signor ministro, signor Presidente, si inseriscono in un contesto di delegittimazione del sindacato, del suo ruolo e dei suoi uomini, in atto da tempo nel nostro paese.
Se il sindacato sostiene o non contrasta la propria parte politica è buono, altrimenti non lo è. Da anni, alcuni giornali della destra conducono una battaglia spietata ed infondata contro i sindacati, contro i loro dirigenti descritti come fannulloni, profittatori di beni pubblici, parassiti e causa del non funzionamento dello Stato.
Ancora in questi giorni, si è indirettamente e autorevolmente censurato il ruolo e il lavoro del sindacato quando lo si è additato come responsabile delle difficoltà della nostra economia per il presunto eccesso di scioperi. È stata tutta acqua per il mulino del qualunquismo e della delegittimazione morale del sindacato.
Se non si riconosce l'essenzialità del ruolo del sindacato nel coltivare i legamenti vitali e di base della nostra comunità, se non si riconosce la sua rappresentatività del mondo del lavoro negando il metodo della concertazione, se lo si ritiene, nei fatti, al di là delle parole, espressione di una concezione democratica non compiutamente liberale (anzi, è stata definita sovietica la pretesa della nostra Carta costituzionale di dare finalità sociale al mercato), se non si fa questo, giorno dopo giorno, passo dopo passo, forse anche non intenzionalmente, si alimenta
un qualunquismo antisindacale che, assieme all'odio di alcune frange intrasindacali, può preparare il terreno di cultura di quelle violenze che oggi denunciamo.
Dunque, signor ministro, bene l'incremento della protezione ad uomini e sedi degli altri sindacati e della CISL, quest'ultima indiscutibile bersaglio, oggi, di una violenza inquietante; bene l'incremento del lavoro di intelligence per saperne di più su questi uomini violenti in tuta o in giacca e cravatta (non li conosciamo); nondimeno, più rispetto, più riconoscimento, più valorizzazione, non solo nelle parole, ma nelle scelte e nei comportamenti del Governo, del ruolo del sindacato, di tutto - e sottolineo tutto - il sindacato! Grazie (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e Misto-Verdi-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Volontè. Ne ha facoltà.
LUCA VOLONTÈ. Onorevole presidente, onorevoli colleghi, onorevoli rappresentanti del Governo, abbiamo chiesto noi che si discutesse, oggi, del caso CISL; e molti gruppi, di maggioranza e di opposizione, hanno assecondato la nostra richiesta. L'abbiamo fatto, diversamente da quanto è stato fatto in quest'aula negli ultimi due anni, prima che possa accadere - ma tutti speriamo di no - qualcosa di drammatico.
Lei stesso, onorevole ministro Pisanu, nel corso di quest'ultimo anno, in occasione di risposte ad atti di sindacato ispettivo o di comunicazioni del Governo, ha più volte intrattenuto quest'Assemblea su molti argomenti che riguardano un nodo sostanziale dei rapporti all'interno della società italiana, ancora caratterizzati dalla violenza. L'ha ricordato parlando della violenza negli stadi e di come questa non sia più esclusivamente limitata alle tifoserie, ma possa riguardare, all'interno di tale fenomeno, anche elementi legati all'eversione. L'ha ricordato parlando del fenomeno del terrorismo, quello interno e quello internazionale. L'ha ricordato, sempre in quest'aula, rammentando a tutti noi i fatti di Arezzo.
Lo scenario dello scorso anno, che portò, purtroppo, all'omicidio di Marco Biagi, presenta, per molti aspetti, similitudini con quello che ha caratterizzato la prima parte di quest'anno 2003. È uno scenario ricco di scontri, di polemiche, di linguaggio violento, di stigmatizzazione delle opinioni altrui non come giudizio diverso dato nella ricchezza di un dialogo tra le parti politiche e tra le parti sociali, ma, piuttosto, come giudizio diverso dato su un nemico che si accusa, via via, di essere simile a Pinochet o servo dei padroni, evidentemente con l'intenzione, esplicita o, peggio ancora, implicita, di indicarlo come un nemico in qualche modo da limitare, se non da abbattere!
Uno scenario analogo portò, dopo alcuni mesi di dibattito e di grande polemica, all'interno del Governo e della maggioranza, tra la maggioranza ed alcuni partiti che ne facevano parte, tra maggioranza ed opposizione, oltre che tra le parti sociali, all'omicidio del professor Marco Biagi. Non era il primo; spero sia l'ultimo!
Noi che, allora, lavorammo - e continuiamo a prendere a modello quel lavoro - per il dialogo sociale e per la concertazione che portarono al patto per l'Italia, siamo e continueremo ad essere, anche in futuro, tutori e custodi di quella modalità di dialogo politico e di dialogo tra le parti sociali per il Governo del paese.
Anche a ridosso di questo referendum, abbiamo sentito toni sopra le righe, ci si consenta almeno questa espressione, con riferimento al mancato computo, ai fini dell'applicazione dell'articolo 18 - come previsto nel patto per l'Italia, peraltro in conformità a quanto è stato fatto dai Governi precedenti (ricordo solo tre ministri: Salvi, Bassolino e Treu) - dei lavoratori socialmente utili e dei collaboratori coordinati e continuativi. Tale mancato computo diventa, oggi, l'occasione per dire che chi ha firmato quel patto - Governo e parti sociali - è a favore dei licenziamenti! Ma sostenendo questo, si dice, evidentemente, una falsità storica e non si dà un giudizio opinabile sul piano politico! Quel patto per l'Italia, nato dal dialogo sociale, ha introdotto - lo farà il
prossimo Consiglio dei ministri - una nuova strategia per dare circolarità e flessibilità al lavoro, come proposto e deciso dai paesi europei al vertice di Lisbona una anno fa.
Veniamo allo scenario di quest'anno. Lei ha dato grandi tratti rispetto a quest'ultimo anno di cosa è capitato in Italia e cosa capita nel mondo che può avere riflessi sulla sicurezza nazionale. Evidentemente, c'è un rigurgito di tensioni dopo la firma del contratto dei metalmeccanici da parte di due sindacati su tre, c'è un'attenzione importante in vista di un accordo tra le parti, primo in Italia, sulla politica industriale, che non riguarda direttamente il Governo, ma che appunto per questo è di grande innovazione di metodo oltre che di contenuto per il nostro paese. C'è nell'aria un nuovo patto per il futuro, che riguarderà la politica della competitività, della produttività e della fiducia nel futuro che avranno le giovani generazioni e il nostro paese nei prossimi anni.
Tutto questo a fronte - lo ripeto senza muovere accuse di alcun tipo, il che non mi è mai venuto in mente - di un referendum sull'articolo 18 che vede non solo le parti sociali, ma anche le parti politiche, anche all'interno delle singole coalizioni, su posizioni diametralmente opposte. Dobbiamo dedurre alcune lezioni però da questi ultimi 24 mesi.
La prima lezione, che lei più volte ha ripetuto anche oggi, io la riassumerei così: esiste una pistola nel cassetto di qualcuno in Italia sempre pronta ad essere estratta e, ogni volta che viene estratta quella pistola, succede qualcosa di drammatico nella storia del nostro paese. Mi riferisco ultimamente alla pistola dell'omicidio di D'Antona, che è quella che si è usata per uccidere Marco Biagi. Esiste di fatto una relazione tra le tensioni, anche politiche, oltre che sociali, e le minacce obiettive, che nell'ultimo anno sono state fatte nei confronti di alcune rappresentanze sindacali in particolare e di tutte nel complesso.
Esiste un'altra lezione, che mi permetto di suggerire, visto che al suo fianco c'è anche il ministro per i rapporti con il Parlamento e poco fa c'era il sottosegretario Gianni Letta. I patti nati dal dialogo sociale, in qualche modo nati dalla concertazione, sono le uniche strade per le riforme e per la quiete sociale; non la mancanza di opinioni diverse dentro le parti sociali, ma la quiete, il rispetto, cioè tra le parti e tra le opinioni.
Esiste un'ultima lezione che abbiamo richiamato, un'altra lezione che abbiamo imparato, e cioè quella del linguaggio dei rappresentanti politici del popolo. Più pacatezza, più equilibrio, eviterebbero a qualcuno forse di trovare una giustificazione nel dibattito politico per estrarre quella pistola dal cassetto.
Onorevole ministro, io la ringrazio molto perché condivido molto di ciò che lei ha fatto e di ciò che lei ha detto; contro la CISL non c'è solo una violenza politica diffusa ma c'è un fenomeno molto più grave, un dispiegarsi di un disegno eversivo per isolare la CISL e Pezzotta in particolare dagli altri sindacati. Vede, noi non pensiamo all'unità sindacale come a un totem, come forse esisteva negli anni sessanta e, apprezziamo che anche nel nostro paese ci sia un pluralismo sindacale, e cioè che ci sia l'unità del sindacato rispetto ai valori della democrazia e della Carta costituzionale e che ci sia anche una opinione diversa rispetto ai diversi problemi di innovazione del nostro paese. A tutti valga il suo richiamo come quello di chiunque sia saggio: guardare i fatti con maggiore compostezza ed equilibrio tra le forze politiche e le forze sociali, confrontarsi nella diversità delle opinioni; richiamare in fondo - questo è l'auspicio e la richiesta per cui l'abbiamo disturbata oggi a venire in aula - l'Assemblea parlamentare ad una maggiore responsabilità, che vuol dire - ho concluso - una maggiore coscienza di chi si è, dentro le parti sociali, dentro il mondo politico. Infatti, se ognuno di noi sa bene chi è e cosa vuole, è più facile che cominci a dialogare. Senza questa coscienza è più facile invece che torni di moda l'offesa, l'ingiuria, e si arrivi anche a fenomeni di violenza diffusa che possono portare ancora una volta il nostro paese a farsi conoscere in Europa, non per
le grandi innovazioni ma - e lei ne è stato testimone, nella sua storia politica ha avuto casi anche di amicizia personale, vicini - per la violenza, che diventa l'unico sale della vita politica, sindacale e sociale.
Non abbiamo apprezzato che ci siano voluti tanti mesi, dal 25 aprile in poi, per arrivare, qualche giorno fa a Praga, ad una cena pacificatrice fra le parti sindacali.
PRESIDENTE. Onorevole Volontè, si avvii a concludere.
LUCA VOLONTÈ. Ho concluso, Presidente. Ci saremmo aspettati che tutti i sindacati avessero stigmatizzato le offese del 25 aprile e del primo maggio ma non è stato così. Speriamo che ciò che è accaduto a Praga, vale a dire la nuova pace sindacale basata sul rispetto, diventi sempre di più il metodo di confronto delle parti sociali e anche il metodo di confronto delle parti politiche (Applausi dei deputati dei gruppi dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dario Galli. Ne ha facoltà.
DARIO GALLI. Signor Presidente, ringrazio il ministro dell'interno, onorevole Pisanu, per la completa relazione svolta in questa, ma anche in altre occasioni. Desidero, inoltre, esprimere la più totale e completa solidarietà, mia e del gruppo parlamentare che ho l'onore di rappresentare, sia a Savino Pezzotta, segretario generale della CISL, sia a tutta l'organizzazione sindacale che egli dirige, sia a tutte le persone che, come lui, sono tranquille perché sanno di essere nel giusto, e, come tali, hanno il coraggio di portare avanti le battaglie che a loro competono.
Dal quadro che emerge dalla relazione svolta dal ministro Pisanu deve nascere in tutti noi una certa preoccupazione; anche perché il terrorismo che, fino a qualche anno fa, veniva identificato quasi totalmente con le brigate rosse ed è probabilmente erede di quel fenomeno, oggi, invece, si articola anche in maniera molto più diversificata rispetto agli anni settanta e ottanta ed è, comunque, tutt'altro che sconfitto.
Ringrazio il ministro dell'interno per lo sforzo profuso, insieme a tutta la struttura di cui egli si avvale, e le forze dell'ordine che lavorano nel nostro paese per cercare di fronteggiare e sconfiggere questo fenomeno. Sappiamo tutti benissimo che la lotta non è facile ed è una lotta sostanzialmente impari perché un conto è affrontare il nemico a viso aperto e portare avanti delle battaglie civili come fanno le persone di normale buon senso, un altro conto è nascondersi in qualche scantinato e uscire ogni tanto a colpire la vittima di turno. È evidente che non servono centinaia di migliaia di uomini per fare queste cose, ma è sufficiente qualche decina o qualche centinaio di persone esagitate per compiere due o tre volte l'anno azioni di questo tipo.
Peraltro, non deve neanche sfuggire che in Italia c'è un contesto politico e sociale, non voglio dire che favorisca o aiuti in alcun modo questo fenomeno, ma che sicuramente non lo affronta nel modo più adeguato. Non sfugge a nessuno che nel quinquennio passato - nella XIII legislatura - dove a governare era il centrosinistra, vi è stata una sostanziale e forzosa pace sociale dal punto di vista sindacale, sebbene in quel periodo non mancassero per i lavoratori dei problemi veri, tenuto conto che in quel quinquennio il potere di acquisto delle classi economicamente più deboli - dipendenti, impiegati e operai - ha continuato a diminuire rispetto al costo reale della vita. In quel periodo sono state portate avanti delle riforme nel campo del lavoro; mi riferisco, in particolare, a tutte quelle attività che oggi vengono indicate proprio dalla sinistra come attività da combattere: i lavoratori atipici, quelli a tempo parziale, i collaboratori coordinati e continuativi che proprio il Governo di centrosinistra ha, in realtà, introdotto. Vi era, nonostante ciò, una sorta di cappa del silenzio che non aiutava di certo i più esagitati a mettersi in prima linea.
Da quando a governare vi è la Casa delle libertà il clima è decisamente cambiato;
è cambiato politicamente e lo si vede quotidianamente dai titoli dei giornali o dalle cose che si dicono, e molto spesso si esce dalle righe della normale dialettica politica. Si scade spesso nell'insulto quasi personale, nell'individuazione di vicende più o meno private, e non si affrontano, invece, con quello spirito che dovrebbe essere proprio di tutti i politici, in maniera serena e ragionata, i problemi veri del paese.
Esistono poi anche altre categorie di cittadini che «collaborano» in questa direzione: pensiamo alla magistratura, che si permette non solo di non applicare, come dovrebbe essere suo mestiere e suo dovere, le leggi che il Parlamento, legittimamente, produce nel corso della legislatura, ma si permette anche di entrare nel merito di tali leggi, di criticarle e quasi di invitare i magistrati a non applicarle. Ciò non aiuta certamente quel clima di pace sociale che tuttavia, in questa sede, tutti i colleghi in qualche modo auspicano.
Il sindacato stesso, per quanto possa esprimere posizioni diversificate, conduce battaglie che, devo riconoscere, hanno ben poco a che fare con i diritti dei lavoratori, e dunque con il compito prioritario del sindacato stesso, vale a dire difendere tali diritti. In questi mesi, infatti, abbiamo visto il sindacato, ad esempio durante tutte le manifestazioni per la pace, contro la guerra o contro gli interventi degli alleati nei paesi del Medio Oriente e via dicendo, sempre in prima linea. Non ci sarebbe niente di male se si trattasse dell'espressione pacifica di un'associazione che rappresenta comunque diversi milioni di cittadini, ma quando il sindacato assume posizioni politiche precise, sempre e soltanto da una parte, è evidente che non rappresenta più semplicemente dei cittadini che intendono manifestare contro la guerra o contro la violenza, ma porta invece attacchi politici precisi. Le guerre erano in corso in tutto il mondo anche prima dell'attacco angloamericano all'Iraq - ricordo che la maggior parte di queste appartengono alla sfera dell'ex impero sovietico -, tuttavia per anni il sindacato non ha fatto nulla in tale direzione.
Affermo ciò perché, alla fine, poi non ci si deve sorprendere se qualche centinaio di persone, rimaste nell'ombra per qualche anno, a fronte di una situazione che comunque è stata surriscaldata da tutti questi avvenimenti, si sentano non dico legittimate, ma in qualche modo maggiormente motivate a farsi vedere ed a compiere le azioni che hanno intrapreso.
Mi fermo qui perché non penso neanche lontanamente che possa esservi qualcosa di diverso. È ovvio che i rappresentanti dei partiti del centrosinistra, anche nei modi che non condividiamo e che ho appena espresso, rientrano sicuramente nell'ambito della normale dialettica politica durante la loro azione quotidiana, tuttavia certi atteggiamenti - ed il fatto di non intervenire comunque con la dovuta fermezza quando accadono certi eventi - portano sicuramente queste persone ad essere maggiormente motivate. Si tratta di persone che - è ovvio, tuttavia è bene ricordarlo - non rappresentano assolutamente nessuno, tanto meno i lavoratori: i lavoratori veri, infatti, non hanno certamente bisogno di essere rappresentati da queste persone, che hanno solamente la violenza come unico mezzo di espressione.
I problemi dei lavoratori di oggi sono molto diversi da quelli dei lavoratori di dieci, venti o trent'anni fa, perché la società italiana è cambiata ed è mutata la struttura economica ed industriale. Oggi si parla ancora di classe operaia e via dicendo, ma se andiamo a vedere i numeri, per come è articolata l'economia italiana, sono ormai moltissimi i settori non più riconducibili a quello primario e secondario che rappresentano una parte consistente dell'economia.
Gli stessi lavoratori - quelli che normalmente vengono definiti gli operai o gli impiegati tecnici - hanno cambiato molto la propria professionalità in questi anni. Attualmente le fabbriche non sono più non dico le ferriere dell'ottocento...
PRESIDENTE. Onorevole Dario Galli...
DARIO GALLI. ...ma neanche soltanto la FIAT degli anni settanta: infatti, vi è
una necessità di professionalità, di preparazione e di riqualificazione professionale che qualche decennio fa non sussisteva.
L'operaio e la stessa classe operaia in genere, dunque, hanno bisogno non più del sindacato che scende in piazza per rinnovare il contratto con 50 mila lire in più al mese, ma di un soggetto che interpreti le necessità della classe operaia in maniera più moderna, e devo riconoscere che in tale direzione questa maggioranza, in particolare il Ministero del welfare, diretto dal ministro Maroni, mi sembra stia interpretando bene - anche se, ovviamente, con le difficoltà del caso - questa nuova situazione economico-sociale.
Oggi ci sono da affrontare i problemi dei lavoratori atipici nonché quelli delle categorie espulse dal lavoro, come le donne di mezza età, gli uomini più anziani che hanno perso il lavoro perché magari le fabbriche dove lavoravano sono state chiuse, e i giovani che, non avendo una preparazione...
PRESIDENTE. Onorevole Galli...
DARIO GALLI. ...scolastica adeguata, perché comunque la scuola è sempre in ritardo rispetto al mondo del lavoro, faticano ad entrarvi.
Ritengo che questa maggioranza, pur con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, stia affrontando ed interpretando tali questioni in maniera serena e ragionata con una volontà di confronto con tutti gli altri partiti e le parti sociali.
Credo che, se tutti facessimo la nostra parte affinché il clima generale si rassereni e tale confronto si svolga in questo modo, certi fenomeni sarebbero sicuramente «rintuzzati» e, comunque, in qualche modo, rinchiusi in un angolo. Comunque, è ovvio che da parte di tutti non si debba abbassare la guardia, in particolare da parte del Ministero dell'interno, che peraltro sta facendo egregiamente la sua parte: lo invitiamo veramente a continuare a farlo e gli rivolgiamo i migliori auguri.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mascia. Ne ha facoltà.
GRAZIELLA MASCIA. Signor Presidente, anch'io vorrei ringraziare il ministro per la sua puntuale esposizione da cui emerge come gli episodi che si sono succeduti nel corso di questi mesi comunque vengano giudicati fenomeni preoccupanti, che non attengono solo al piano della violenza politica diffusa, ma a qualcosa di più allarmante.
Vorrei dire che l'allarme è anche nostro ed esprimo la solidarietà sincera di Rifondazione comunista a Pezzotta ed alla CISL.
Tuttavia, credo che, per dare un contributo, si debba dire fino in fondo ciò che si pensa e cercare di contribuire a ciò che riteniamo indispensabile e che serve per contrastare questo fenomeno. Occorre una grande capacità di rigore nell'analisi politica, oltre che in quella più propriamente investigativa. Sul piano investigativo, naturalmente, auspico che gli avanzamenti annunciati in questo stato delle indagini, prima o poi, producano qualche risultato, anche perché bisogna ricordare - come ha detto il Garante della privacy qualche giorno fa - che ormai siamo una società sotto sorveglianza totale e tutta la nostra vita è sotto sorveglianza. I telefonini, le strade, qualunque luogo sono sotto sorveglianza: in virtù della lotta al terrorismo internazionale si stanno pagando prezzi altissimi dal punto di vista della democrazia e dei diritti che vengono negati.
Vi sono state persino parole d'allarme anche da parte del ministro della giustizia americana rivolte all'FBI e, naturalmente, spero che questi prezzi che stiamo pagando producano anche qualche risultato concreto dal punto di vista delle indagini.
Rispetto al rigore dell'analisi, credo che occorra molta professionalità. Professionalità vuol dire saper leggere i fenomeni sul piano politico nel momento in cui avvengono ed anche oltre. Leggendo i giornali in questi giorni - in particolare, quelli di oggi e di ieri - qualche dubbio ogni tanto sorge: mi riferisco all'indagine in atto a Bologna in relazione al rigore ed alla severità nelle analisi.
Naturalmente, non bisogna sottovalutare - come sollecitava il ministro -
questi fenomeni che, magari, a volte, sono piccoli, ma quando si ripetono e presentano una possibilità di connessione, non devono essere sottovalutati.
Credo che non sottovalutarli significhi, giustamente, affrontare il fenomeno brigatista e terrorista, contestualizzarlo nella fase politica, cercare di determinarlo nella sua consistenza, nella sua capacità di presa e nella sua forza militare.
Il ministro ha affermato che non vi è paragone con gli anni di piombo e credo che ciò sia ormai sotto gli occhi di tutti. Ritengo che nessuno di noi abbia la presunzione di saper dare una lettura compiuta del fenomeno attuale.
Penso si possa dire che, certamente, ognuno di noi ha compiuto degli errori. Ha compiuto un errore la sinistra, non facendo mai un bilancio dei fenomeni dagli anni settanta ed ottanta, non facendo un bilancio politico e credo che abbiamo sbagliato tutti dal punto di vista istituzionale a non aver avuto la forza di chiudere politicamente quegli anni, anche dal punto di vista giuridico, ponendo fine all'esperienza delle leggi emergenziali.
Penso che questo sia stato un errore politico che oggi non aiuta ad impedire la nuova forma di fenomeno eversivo di cui si parla.
Che fare oggi? Naturalmente, è necessario assumere tutte le tutele e le forme di sicurezza elencate e l'isolamento politico. Quando si parla di ciò è giusto dire che bisogna abbassare i toni ed è necessario proporre un equilibrio anche nelle divisioni. È giusto dire che non bisogna confondere l'avversario politico con il nemico: credo che tale errore non vada mai commesso. Noi crediamo di non compierlo mai, neanche nei momenti più aspri. Anzi, semmai siamo stati vittime nel corso di questi anni di tale errore.
Tuttavia, quando si dice di abbassare i toni bisognerebbe dare l'esempio dall'alto. Non ci piace questo berlusconismo dilagante dove il Presidente del Consiglio viene preso di mira ogni due minuti perché crediamo che tale fenomeno sia indice di qualcosa di molto più complesso. Però, se l'esempio deve venire dall'alto, non ci si può rivolgere ai propri giudici parlando di criminalità giudiziaria e di tutto quello che abbiamo sentito nel corso delle ultime due settimane. I toni vanno abbassati sempre e l'esempio deve venire dall'alto.
Se si vuole ragionare sul fenomeno penso si debba stare attenti a non prendere fischi per fiaschi. È stato fatto in questa sede un elenco numeroso di fatti preoccupanti e si è parlato del 25 aprile. Io ero in piazza il 25 aprile a Milano: non c'era un'area antagonista, ma una piazza di donne, bambini, lavoratori e giovani che fischiavano in modo assolutamente sereno. Non c'era un clima intimidatorio, non c'era nulla di quanto è stato detto o scritto sui giornali e penso sia una cosa grave non saper riconoscere la doverosità e legittimità del dissenso. Un sindacalista, chi ha fatto sindacato, dovrebbe saperlo: è doveroso che si possa essere fischiati.
Si dice che la contestazione ed il dissenso sono il sale della democrazia, ma poi si pretende di stabilire con un diapason quale deve essere la misura, il modo ed il tempo di esprimerli. Ritengo autoritaria tale pretesa: l'idea di poter apprezzare il dissenso, ma disciplinarlo nelle sue forme espressive. Non si può, come è stato fatto anche sui giornali, mettere insieme i fischi e quello che avviene il giorno dopo. Se si incendia una sede della CISL non si possono criminalizzare coloro che hanno fischiato. Credo sia un errore enorme di cui tutti dovremmo fare tesoro.
Non si può dire - come ho sentito oggi in aula, non dal ministro - che la critica, il dissenso e la contestazione portino alla delegittimazione dell'avversario e, quindi, espongano i soggetti contestati all'isolamento. Si è detto oggi e lo stesso si era fatto a proposito del delitto Biagi nei confronti della CGIL e di Cofferati. In quel momento si era creato un certo clima attorno alla CGIL semplicemente perché quest'ultima aveva contestato il patto per l'Italia. Allo stesso modo, si è messa sotto accusa Rifondazione con riguardo al delitto D'Antona.
Dunque, penso che se vogliamo sinceramente e pacatamente cercare di imparare dall'esperienza di questi anni non si
possa sempre pensare di alzare i toni della strumentalità e della propaganda. Questa, poi, si scioglie come neve al sole: si è sciolta quando tali attacchi erano rivolti alla CGIL, si è sciolta quando erano rivolti contro di noi. Però, rimane un livello di inquinamento della politica che porta alla legittimazione dei violenti. Quando a chi incendia la sede della CISL si regala questa come rappresentanza di una forma di antagonismo non si combatte l'espressione violenta, ma la si legittima.
Signor ministro, vorrei aggiungere soltanto poche parole a proposito dei suoi appelli all'unità. Lei sa che sull'unità nella lotta al terrorismo ed a questi fenomeni di violenza il nostro impegno è totale, ma altra cosa è parlare di illegalità.
Se per illegalità intendiamo ad esempio la disobbedienza civile e sociale, questa non solo non la contestiamo, ma la rivendichiamo, perché la disobbedienza sociale e civile alle ingiustizie o a alle leggi incostituzionali che negano i diritti fondamentali, così come la disobbedienza alla guerra, per noi costituisce un impegno sociale e politico e siamo felici che questo impegno sia proprio di tanti ragazzi e che sia una forma di protagonismo giovanile. Pensiamo che non solo debba esserci curiosità nei confronti di queste espressioni ed una loro salvaguardia, ma riteniamo che da queste possa venire una crescita di coscienza civile e democratica.
PRESIDENTE. La invito a concludere, onorevole Mascia.
GRAZIELLA MASCIA. Infine, e concludo, l'attenzione al valore dell'unità sindacale. È giusto porsi il problema delle divisioni nel mondo del lavoro ed evitare che queste divisioni poi si determinino o si esprimano in contrapposizioni o addirittura in intimidazioni e violenze. Ma, allora, questa attenzione all'unità dobbiamo averla tutti. Oggi, l'unità viene minata pesantemente dalla Federmeccanica che disdice un accordo nazionale dei metalmeccanici firmato nel 1999, dal Governo che firma il patto per l'Italia o il patto per il lavoro di Milano, oppure che propone i contratti separati. Allora, l'attenzione all'unità deve essere prima di tutto in chi sta in quest'aula.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. La ringrazio, signor ministro, di aver voluto onorare questo dibattito con una relazione e con comunicazioni non scontate. A volte, quando parla un rappresentante del ministro dell'interno, ci si lamenta dicendo che è stato esposto nell'aula un mattinale di polizia (com'è avvenuto in certe ricostruzioni che abbiamo ascoltato in passato). Lei, signor ministro, invece non lo ha fatto, ma ha svolto, anzi, un'analisi politica puntuale ed anche una ricostruzione cronologica puntuale delle vicende, nonché un'analisi del fenomeno, largamente condivisibile. Anche se ci sarebbe qualche aspetto sul quale vorrei soffermarmi, sul piano dell'analisi, tuttavia non avrò il tempo di farlo.
Credo che sia importante che, al di là degli accenti diversi, ed anche di valutazioni diverse (alcune non condivisibili), che ho ascoltato in quest'aula, ci sia stata comunque un'ampia convergenza da parte delle forze politiche di maggioranza e di opposizione, nel riconoscere l'importanza di ciò che lei, signor ministro, ha detto e nell'esprimere da parte di tutti piena solidarietà a Savino Pezzotta e all'organizzazione sindacale della CISL che lui dirige e rappresenta. Colgo, peraltro, anch'io l'occasione per esprimere questa solidarietà a nome - credo di poterlo dire - di tutte le componenti politiche del gruppo misto che ho l'onore di presiedere.
Credo che sarebbe un gravissimo errore - qualcuno ha avuto qualche tentazione al riguardo (ma ha sbagliato) - utilizzare questo dibattito in relazione alla dialettica sindacale che è in corso, a volte una dialettica aspra ed anche dolorosa, ma pienamente legittima. Mi auguro che si possa superarla, ma essa fa parte comunque della normalità del confronto sindacale in un sistema democratico. Ancor più grave errore si commetterebbe - mi pare che all'inizio dell'intervento del collega
Leone questo ci fosse (e non l'ho condiviso) - se si volesse utilizzare questo dibattito in relazione allo scontro politico in atto tra i diversi schieramenti. Anche questo è uno scontro politico a volte aspro, a volte duro, ma pienamente legittimo all'interno di un sistema democratico.
Ciò che abbiamo di fronte è qualcosa di diverso: è una sistematica attività di intimidazione e di aggressione nei confronti della CISL e dei suoi rappresentanti. Non mi riferisco in questo caso - ha fatto bene la collega Mascia a precisarlo - ai fischi in piazza, che qualunque dirigente sindacale, in varie fasi storiche, ha potuto subire (perché questo fa parte della vita politico-democratica del nostro paese); mi riferisco invece alla impressionante catena di intimidazioni, di aggressioni e di volantini che indicano questo sindacato come un obiettivo da aggredire e da demolire. È giusto, quindi, dire - quando non ci si riferisca, ripeto, a contestazioni normali della dialettica di piazza - che contro la CISL non si tratta solo di violenza politica diffusa, come lei, signor ministro ha detto, bensì è in atto un vero e proprio disegno di carattere eversivo. È giusto, quindi, ricordare positivamente il ruolo del conflitto sociale, politico e sindacale, che è fondamentale alla vita democratica, così come è giusto affermare che il dissenso è il sale della democrazia. Ma ciò che sta avvenendo contro la CISL non ha più nulla a che fare né con il conflitto né con il dissenso e va, quindi, combattuto e respinto nel modo più chiaro e determinato.
Vorrei concludere queste mie brevi considerazioni leggendo una parte di un articolo comparso sul quotidiano La Stampa del 1o maggio, quindi prima di alcuni degli episodi più gravi che lei, signor ministro, ha ricordato; ciò vuol dire che l'analisi poteva svolgersi tempestivamente.
Pierluigi Battista, in un articolo intitolato «Bersaglio Pezzotta», scrive (leggo perché condivido): «Troppi casi, per essere slegati tra di loro. Troppa densità di minacce e di intimidazioni per non interrogarsi, proprio nella giornata del 1o maggio che celebra il lavoro e lavoratori che cosa stia alimentando l'inconsulto odio anti-cislino che cresce anziché diminuire. Alla base di tutto c'è ancora la sindrome del "tradimento", l'idea perniciosa (e anche, in senso tecnico linguistico, para-brigatista) che dietro le posizioni moderate e non oltranziste del sindacato diretto da Savino Pezzotta non possa esserci una legittima linea politica e sindacale ma soltanto l'oscura trama di un torbido "nemico di classe" che solo per offuscamento morale o loschi maneggi con "il padrone" può adottare politiche diverse da quelle dogmaticamente identificate con la "giusta linea". Attorno al "traditore" l'odio si addensa ancor più fosco, perché è il sospetto di agire in combutta con il "nemico" che nutre i risentimenti più acuti. Ecco perché la doverosa difesa di Pezzotta e della CISL deve uscire dai pur nobili recinti della solidarietà e diventare aperto contrasto culturale contro i portatori dell'eterna intolleranza. Ogni atto ostile contro la CISL è davvero, in queste condizioni, un gesto di ostilità nei confronti della democrazia tout court.».
Le valutazioni politiche in ordine alle posizioni dei diversi sindacati sono legittime e, ripeto, fanno parte della dialettica sindacale e politica del nostro paese; tuttavia, quanto sta avvenendo ha una rilevanza molto più grave.
Condivido le affermazioni che ho appena citato e rinnovo il mio ringraziamento al ministro per la sua relazione (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È così esaurito svolgimento dell'informativa urgente del Governo sulle minacce di matrice terroristica rivolte al segretario generale della CISL e sugli atti di intimidazione nei confronti di organizzazioni sindacali.
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