XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 4490 - 4489-A-ter
Onorevoli Colleghi!
1. La politica economica da una legislatura
all'altra.
A distanza di tre anni dal suo insediamento è ormai chiaro
che il Governo di centrodestra non ha centrato gli obiettivi
programmatici dichiarati nelle promesse elettorali e, cosa
ancora più grave, con l'ultima manovra finanziaria, dimostra
di aver ormai del tutto abbandonato ogni velleità di incidere
sullo sviluppo del Paese attraverso un'attenta ed oculata
gestione della politica economica.
Tutta la politica riformatrice di questo governo si è così
contratta in una misera riforma fiscale che ha interessato
solo una minoranza di cittadini - e tralasciamo in questa sede
di approfondire i vari commenti degli istituti economici che
indicano come, tra l'altro, tale primo modulo non coinvolga i
soggetti veramente a rischio sociale, i cosiddetti incapienti;
in una riforma previdenziale per il futuro che entrerà
in vigore solo a partire dal 2008 - e che, comunque, nel
frattempo causerà un ulteriore peggioramento dei conti
pubblici in virtù del sistema di incentivi predisposto dal
2004 al 2008 per quanti rinvieranno il pensionamento, oltre a
determinare un ulteriore peggioramento del clima sociale del
Paese; in una legge obiettivo per sbloccare la
realizzazione di grandi progetti di infrastrutture che
tuttavia non ha fatto i conti con il vero problema: la
mancanza di risorse; nella firma di un Patto per l'Italia
con cui assumeva precisi impegni con le parti sociali
puntualmente disatteso: ad esempio nella cifra da destinare al
primo modulo della riforma Irpef che doveva essere pari ad
almeno 5,5 miliardi di euro e che invece è stata pari a 4.065
milioni di euro (in termini di competenza) e 3.490 milioni di
euro (in termini di cassa), ma soprattutto nella favola
relativa alla riforma della base imponibile IRAP.
Nel 2001 venuti meno i tradizionali strumenti della
svalutazione, della fluttuazione dei tassi di interesse e
delle politiche del debito, l'Italia era chiamata a rendere
più competitivo il suo sistema economico mediante riforme di
carattere strutturale, che purtroppo non hanno trovato posto
in nessuna delle manovre finanziarie di questo Governo. Al
contrario, l'esecutivo ha dimostrato che tra le proprie
priorità politiche non c'era posto per queste tematiche dato
che il Parlamento è stato bloccato per mesi sulla discussione
di leggi ad personam che hanno indebolito il grado di
coesione della società, dissipato i principi basilari di etica
pubblica e creato conflitti tra le istituzioni del Paese.
Così operando sono stati bruciati i progressi conseguiti
nella passata legislatura a partire dal riequilibrio dei
conti pubblici, all'aumento dell'occupazione, soprattutto
femminile, alla moderazione salariale, all'abbattimento
dell'inflazione, alla discesa dei tassi d'interesse: fattori
di sviluppo che hanno consentito al nostro Paese di
partecipare alla terza fase dell'Unione monetaria sin dal suo
avvio.
In pratica, alla fine di un ciclo di risanamento, che nel
2000 ha portato l'Italia a livelli di crescita vicini al 3 per
cento del Pil, ci ritroviamo, oggi, a non avere più né il
risanamento dei conti né lo sviluppo. Il segnale prevalente, a
mio avviso, è che si è interrotto un ciclo di riforme, avviate
dai governi di centrosinistra, e non si profila un nuovo
ciclo. Infatti, è ormai evidente che il cuore del risanamento
finanziario risiede nella prosecuzione del percorso virtuoso
avviato dal centrosinistra, attuando le riforme.
Come è potuto succedere tutto ciò? E' questa la domanda a
cui, oggi, la classe politica di centrodestra deve fornire una
risposta, non a noi, ma al Paese.
Tuttavia oggi è urgente capire dove va l'economia e quanto
influiscono alcune politiche avviate dal Governo e le
aspettative suscitate nel Paese. Bisogna chiederci quanto la
manovra per il 2004 sia utile per rispondere all'emergenza
economica che ci vede incapaci di fruire della congiuntura
favorevole che si sta prospettando. In altre parole, se
rispetto ai fini dichiarati della politica economica, questa
politica di bilancio sia sufficiente per contribuire a
rilanciare i consumi, a ridare fiducia al sistema economico e
per questa via scongiurare la recessione e rilanciare lo
sviluppo. La nostra impressione è che questa legge finanziaria
sia largamente inadeguata a corrispondere alle mutate
condizioni dell'economia mondiale ed a porre le premesse per
una crescita economica equilibrata del nostro Paese attraverso
l'introduzione delle necessarie riforme strutturali.
La prova che il Governo abbia ormai abbandonato ogni
ambizione di incidere sul cambiamento dell'Italia risulta, in
ogni caso, palese confrontando il documento programmatico
2004-2007 ed i precedenti.
La misura di tale abbandono è data dal progressivo
assottigliarsi delle aspettative di crescita e accelerazione
dello sviluppo riposte dal Governo nelle sue politiche
economiche: se andrà bene nel 2003 il Pil crescerà solo dello
0,5 per cento. Il dato deve essere valutato alla luce del
fatto che l'attuale Governo ha puntato tutto su un "nuovo
miracolo italiano" che, all'indomani della vittoria elettorale
portava a promettere un tasso di crescita reale pari al 3,2
per cento, fra i più alti registrati in Italia. A tre anni di
distanza registriamo i tassi di crescita più bassi in
assoluto. Inoltre, a nostro avviso le previsioni di crescita
del Pil dello 0,5 per cento e dell'1,9 per cento
rispettivamente per il 2003 e 2004, sono ancora troppo
ottimistiche. Molto probabilmente la crescita del 2003 si
attesterà su un misero 0,3 per cento, mentre per il 2004
appare del tutto illusoria la possibilità di avere una
crescita pari alle previsioni governative.
Guardando alla storia delle previsioni programmatiche del
Governo troviamo conferma delle nostre parole.
Infatti nel DPEF 2002-2006, ci si proponeva una
maggiore crescita reale, rispetto alle previsioni tendenziali,
di un punto all'anno per tutto il periodo considerato. Nel
DPEF successivo il differenziale di crescita stimato era già
diventato di appena 0,2 punti per il 2003 e 0,6-0,7 punti per
ciascuno dei tre anni successivi. Infine, nel DPEF 2004-2007,
presentato nel luglio scorso, si sono previsti per le azioni
di politica economica del Governo effetti ancora più modesti:
0,2 punti all'anno per il 2004 e il 2005, 0,3 punti
percentuali per il 2006, che diventano 0,5 solo nel 2007. In
particolare, l'ultimo DPEF ha fornito l'indicatore più
evidente della criticità dei conti: la dichiarata difficoltà
di rispettare anche il parametro europeo di contenimento del
disavanzo strutturale (pari allo 0,5 per cento all'anno).
Con la Nota di aggiornamento al DPEF 2004-2007,
presentata il 30 settembre scorso, il Governo ha corretto
ancora sia il quadro macroeconomico che quello di finanza
pubblica per il 2003: la crescita del PIL in termini reali è
stata ridimensionata allo 0,5 per cento (0,8 per cento del
DPEF), mentre è stato confermato al 2,9 per cento il tasso
d'inflazione. Corrispondentemente, con l'evolversi delle
previsioni programmatiche, sono stati sistematicamente
ridimensionati tutti gli obiettivi di finanza pubblica.
L'ultimo documento programmatico del Governo palesa quindi
il definitivo tramonto di due obiettivi già dati per acquisiti
in questa legislatura, che - dopo ripetuti slittamenti in
avanti - sono ormai usciti anche dal quadro previsionale del
Governo: il risanamento dei conti pubblici e lo sviluppo
competitivo dell'Italia.
1.1 I conti di metà legislatura.
Abbiamo visto quanto poco credibile sia il quadro di
riferimento, in particolare per la previsione irrealistica di
crescita del PIL, che sembra ispirata alla retorica del nuovo
miracolo italiano lanciata nel corso della campagna
elettorale.
La nostra analisi tuttavia va ben oltre, in quanto,
poiché siamo esattamente alla metà del mandato elettorale,
tutti i documenti economico finanziari dell'anno in corso sono
di particolare rilevanza politica, per la valutazione
dell'azione di governo già svolta e per la formazione del
giudizio sull'azione futura.
In questo senso, la lettura "a consuntivo" degli esiti
delle politiche economiche e finanziarie fin qui sperimentate
costituisce anche la base di riferimento per la corretta
valutazione dell'effettivo profilo riformatore della manovra
di bilancio per il 2004.
Di certo, ad oggi il "miracolo dello sviluppo" promesso
all'opinione pubblica ancora non si vede. Tuttavia, è
importante chiedersi fino a che punto sia responsabile, di
questo, il negativo andamento della congiuntura internazionale
e quanta parte abbiano, invece, le rappresentazioni di
"estetica contabile" del Governo che, dalla lettura dei
documenti di bilancio - Assestamento 2003 e Rendiconto
2002 - risulta l'attore protagonista nel fallimento degli
obiettivi di bilancio.
La responsabilità principale del Governo risiede nell'aver
continuato a formulare previsioni ingiustificatamente
ottimistiche, nonostante lo scenario di bassa crescita
largamente previsto da tutti gli osservatori economici
nazionali e internazionali, con l'obiettivo di occultare la
manifesta incapacità di incidere sul ciclo economico, di
invertire la tendenza, di contrastare il rallentamento
dell'economia. Le conseguenze di tale atteggiamento sono state
catastrofiche per la credibilità del Governo che ha dovuto
palesare all'improvviso un peggioramento dei conti pubblici
nazionali e la correzione al ribasso di tutti gli obiettivi
economici.
In quest'ottica, l'assestamento 2003 ha evidenziato che le
entrate ordinarie per il 2003 sono crollate di 17,9 miliardi e
solo gli incassi dei vari condoni hanno ridotto il buco a 9,6
miliardi. Il dato è allarmante in quanto l'effettiva entità
del buco pari a circa 18 miliardi rappresenta un valore
superiore a quello della manovra finanziaria per il 2004, pari
a circa 16 miliardi. Risaltano in particolare gli ammanchi
dell'IRPEG (per circa 5 miliardi di euro, corrispondenti a una
riduzione del 15 per cento), a dimostrazione del sostanziale
fallimento della "Tremonti-bis", dell'Irpef per 4,6 miliardi e
del lotto e delle lotterie per 2,5 miliardi.
A fronte di questo quadro di perdurante stagnazione, la
scelta di continuare ad applicare la stessa ricetta economica
- forti dosi di una tantum in attesa della ripresa -
appare ormai ad una parte crescente delle classi dirigenti del
paese, ma anche a più vasti settori dell'opinione pubblica,
una colpevole irresponsabilità.
Tuttavia, l'assestamento evidenzia un problema ancora più
allarmante: il Governo non provvede a verificare, per il 2003,
la sufficienza o meno delle risorse relative a diritti
soggettivi sostenendo che quanto stanziato con il bilancio
di previsione costituisce un tetto di spesa e che, una volta
esaurite le risorse, occorre aspettare un'altra legge
sostanziale per provvedere. Il problema è emerso in tutta la
sua gravità al Senato, dove a seguito delle insistenze
dell'opposizione, il Governo ha fornito delle tabelle in cui
si evinceva che, a causa del cosiddetto decreto taglia-spese,
nel 2003, si sono verificati dei mancati adeguamenti alla
spesa necessaria per rispettare i diritti soggettivi dei
cittadini, per un importo pari a 4,6 miliardi di euro. Si
tratta della spesa per il pagamento delle pensioni di
invalidità civile, del pensionamento dei lavoratori esposti
all'amianto, degli assegni di maternità, degli aiuti ai
portatori di handicap e poi del funzionamento della giustizia
e del gratuito patrocinio.
Come il Governo ha posto rimedio a tale enormità è ormai
sotto gli occhi di tutti: con un'ennesima operazione di
mascheramento del deficit. Infatti la spesa eccedente
2003 verrà regolarizzata nella legge finanziaria 2004
attraverso le "regolazioni debitorie", una voce che, come è
noto, incide sul fabbisogno ma non incide sull'indebitamento,
e così si maschera il dato dell'indebitamento. Il risultato
sarà che noi avremo il peggioramento della parte più delicata
della nostra finanza, cioè del volume globale del debito.
Se l'assestamento mette a nudo problemi macroscopici, il
conto consuntivo del 2002 mette ulteriormente a fuoco la
qualità delle politiche della maggioranza. Innanzitutto,
rispetto al 2001 il saldo netto da finanziare è aumentato del
34,1 per cento. In secondo luogo, il disavanzo di gestione si
è fermato al 2,3 per cento ed il debito è sceso al 106 per
cento del PIL.
L'avanzo primario si è ridotto al 3,4 per cento del PIL.
Quest'ultimo è il risultato peggiore degli ultimi otto anni e
ci espone ad una caduta di credibilità nei confronti
dell'Europa, con la quale ci siamo impegnati a tenerlo più
alto, almeno al 5,5 per cento del PIL.
Tuttavia il dato peggiore è che questi dati sono il frutto
di una serie di manovre economico-finanziarie che hanno
indebolito le politiche di sviluppo e di coesione sociale e
che sono state pagate in primo luogo dalle imprese e dal
Mezzogiorno.
Inoltre sono il risultato di una serie di provvedimenti
una tantum, come il concambio dei titoli della Banca
d'Italia, del valore di due punti di debito, e di una notevole
flessione di disponibilità di liquidità del Tesoro presso la
Banca d'Italia. La Corte dei Conti sostiene che, senza le
una tantum e senza i tagli transitori della spesa,
operati col decreto taglia-deficit di fine anno, non ci
sarebbero stati miglioramenti tra il 2001 e il 2002.
In pratica, senza le operazioni della finanza creativa e
senza i duri colpi assestati al mondo delle imprese e al Sud
non sarebbe stato dunque possibile rientrare nei livelli di
deficit e di debito raggiunti e, alla luce di tali dati
e dei risultati in essi contenuti è possibile condurre
un'analisi critica delle scelte compiute dal Governo in
materia di politica economica.
Il consuntivo dimostra che la gestione del 2002 non ha
stimolato la crescita, anzi ha accentuato la caduta
dell'economia. Abbiamo continuato a perdere quote di mercato
rispetto ai competitori europei e gli investimenti hanno
toccato il punto più basso dell'ultimo decennio.
L'aumento dell'inflazione di un punto in più dell'Unione
economica e monetaria certifica il nostro spiazzamento
competitivo.
L'insuccesso più macroscopico riguarda l'avvio delle
grandi opere, con una caduta degli investimenti a cui si cerca
di rimediare ricorrendo all'iniziativa di Infrastrutture
S.p.A., alla privatizzazione dell'ANAS ed ora della Cassa
depositi e prestiti, in modo da ricondurne l'attività al di
fuori della pubblica amministrazione e del suo indebitamento.
Gli sforzi sono innegabili, ma i cantieri non decollano ed il
Piano decennale delle infrastrutture strategiche resta senza
base finanziaria.
Allo stesso modo la bassa crescita e la mancanza di
risorse determinano il rinvio dell'attuazione delle riforme
della scuola, della rivoluzione del fisco e della devoluzione
amministrativa.
Nella gestione del 2002 sono quindi più i problemi rimasti
aperti che quelli avviati a soluzione.
2. I problemi dell'economia italiana.
2.1 La competitività.
a) Le imprese italiane perdono competitività e non
investono in nuove tecnologie.
L'ultimo Rapporto Istat sull'Italia fotografa una
situazione molto preoccupante: le nostre imprese perdono
sempre più competitività, non investono nelle nuove tecnologie
e, nel triennio 1998-2000 solo il 38,1 per cento delle imprese
industriali e il 21,2 per cento di quelle dei servizi hanno
introdotto innovazioni tecnologiche.
La strategia di Lisbona al contrario ha indicato come
pilastro della UE lo sviluppo di politiche per promuovere "la
creazione, l'assorbimento, la diffusione e l'utilizzazione
della conoscenza". La strategia si fonda su tre capisaldi:
creazione di un'area europea della ricerca e dell'innovazione
(incentivando la mobilità dei ricercatori, monitorando le
politiche della ricerca negli stati membri e introducendo il
brevetto europeo); incrementare la formazione del capitale
umano; incentivare la creazione di nuove imprese e i processi
di innovazione.
Gli indicatori che la Commissione europea ha utilizzato
per misurare i risultati di tale strategia nei paesi membri
delineano per l'Italia una situazione, a dir poco, infelice
dato che la maggior parte degli indicatori sono inferiori di
oltre 25 punti percentuali alla media Ue e solo quattro sono
comparabili con la media Ue.
La Figura 1 offre un quadro sintetico della posizione
italiana, rispetto alla media Ue, relativamente ai principali
indicatori di innovazione e ricerca.
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In particolare la spesa per ricerca e sviluppo è molto
inferiore alla media Ue (figura 2) attestandosi su valori
pari all'1,07 per cento sul Pil (-45 per cento) contro una
media Ue dell'1,88 per cento e una media Ocse del 2,24 per
cento. La permanenza di una tale strutturale e grave debolezza
nelle attività di ricerca, è solo parzialmente determinata da
un carente investimento di risorse pubbliche (0,20 per cento
contro lo 0,26 per cento della media Ue), al contrario essa è
il diretto riflesso di un livello estremamente basso della
spesa per ricerca e sviluppo finanziata direttamente dalle
imprese (0,54 per cento contro una media Ue di 1,21 per
cento). Tale debolezza diventa ancora più grande se si
considera l'indicatore che misura quanta parte della ricchezza
creata dalle imprese venga reinvestita dalle stesse in una
prospettiva di crescita di medio-lungo periodo (figura 3).
In questo caso l'Italia si attesta ad uno 0,79 per cento
contro una media Ue dell'1,75 per cento.
Peggio dell'Italia stanno solo la Spagna, la Grecia e il
Portogallo, mentre tutti gli altri stati membri sono assai
vicini o al di sopra della media Ue.
In termini di trend, si può osservare che
l'indicatore della spesa in R e S sul Pil non è variato molto
nel corso degli anni recenti ma diventerà cruciale sostenere
un suo costante incremento nel corso di questo decennio se
l'Italia vuole centrare l'obiettivo stabilito dal Consiglio
europeo di Barcellona nel 2002: raggiungere il 3 per cento di
spesa in R e S sul Pil nell'intera Ue entro il 2010.
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In un recente studio condotto da un gruppo di economisti
della Banca d'Italia emerge che nel 1997 l'accumulazione di
capitale digitale nell'industria italiana era in ritardo di
7-8 anni rispetto all'industria americana.
Per spiegare le motivazioni del gap, nel volume si
utilizza un'indagine ad hoc svolta su un campione di
1.500 imprese manifatturiere con oltre 50 addetti, per
misurare il grado di diffusione di alcune tecnologie digitali
e i connessi mutamenti organizzativi.
Due sono i fattori chiave che emergono con chiarezza: la
dimensione dell'impresa è determinante per l'adozione di nuove
tecnologie (più grande è l'impresa maggiori sono le
possibilità di innovazione tecnologica); il grado di
istruzione della manodopera impiegata è, ugualmente,
fondamentale per la crescita tecnologica dell'impresa stessa.
A riguardo si veda la Tabella 1 che illustra tale dinamica.
La propensione innovativa delle imprese risente anche
della localizzazione delle unità produttive. Il sud Italia è
il fanalino di coda con un 25 per cento di imprese che
innovano contro il 41 per cento del Nord-est e il 36,5 per
cento del Centro.
Tale ritardo è inoltre confermato in tutte le classi
dimensionali.
... (omissis) ...
I dati disponibili sull'attività innovativa delle imprese
(ISTAT, limitati comunque alle imprese con 20 addetti e oltre)
consentono un confronto tra il triennio 1998-2000 ed il
triennio 1994-1996. Il risultato è che la percentuale di
imprese innovative è diminuita nei due periodi considerati dal
48 per cento al 47,6 per cento.
Dal punto di vista dimensionale è diminuita la propensione
innovativa delle piccole imprese mentre è aumentata quella
delle medie e grandi, invece a livello territoriale,
l'incidenza dell'innovazione è aumentata nel Mezzogiorno,
mentre è diminuita nel resto del paese.
In Italia, inoltre, vi sono condizioni esterne all'impresa
che ostacolano il processo di trasformazione del sistema
produttivo nostrano che si configura come un modello di
specializzazione industriale a bassa intensità scientifica e
tecnologica.
Innanzitutto nella fase di start up, ma soprattutto
in quella successiva di espansione ed affermazione
dell'impresa sul mercato manca la disponibilità di fonti di
finanziamento diversificate. La fonte dei finanziamenti
iniziali è prevalentemente personale, con scarsa influenza di
prestiti bancari e contributi pubblici e scarsissima presenza
del venture capital. La diffusione
dell'autofinanziamento è imponente a prescindere dalla classe
di addetti anche se al crescere dell'impresa aumenta in modo
notevole la diversificazione delle modalità di
finanziamento.
Le alternative all'autofinanziamento variano molto anche a
livello territoriale.
Il Mezzogiorno ricorre molto meno al credito bancario di
quanto avvenga nel Nord in particolare per le imprese fino a
due addetti. Nel Nord-est, al contrario, il ricorso al credito
bancario è molto diffuso in particolare tra le imprese di
piccole dimensioni.
Nel Mezzogiorno fondamentale appare invece il ricorso ai
contributi pubblici e alle agevolazioni fiscali. L'incidenza
risulta più che doppia rispetto alla media nazionale (un sesto
delle imprese nel sud utilizza i contributi pubblici mentre
circa una impresa su otto ricorre alle agevolazioni fiscali)
anche in virtù di normative speciali che vincola l'accesso a
tali contributi e agevolazioni alla posizione geografica (aree
obiettivo 1).
A riguardo risulta invece fondamentale sviluppare nel più
breve tempo possibile una policy che attraverso la
diffusione delle tecnologie digitali sfrutti pienamente le
potenzialità inespresse nel Sud. In questo caso servono
politiche orientate ad accrescere l'efficienza e la
funzionalità dei mercati locali e delle strutture
produttive.
Naturalmente sono funzionali all'obiettivo una P.A.
efficiente che sia in grado di fornire al Sud i servizi
quantitativamente e qualitativamente adeguati e una dotazione
infrastrutturale adeguata.
L'anomalia tutta italiana risiede però nella mancanza di
meccanismi capaci di finanziare le fasi successive di crescita
dell'impresa con il risultato che si rinuncia alla crescita
dimensionale e si innesca quel circolo vizioso che indica
proprio nella mancata crescita dimensionale uno degli ostacoli
principali all'innovazione tecnologica.
Le piccole imprese italiane sono nella quasi totalità dei
casi a conduzione familiare e questo fa sì che la crescita
dimensionale sia strettamente connessa alle disponibilità
economiche che la famiglia proprietaria è in grado di
mobilitare e raccogliere.
L'obiettivo di politica economica dovrebbe puntare in
questo caso a favorire l'apertura delle imprese familiari ai
capitali esterni, rimuovendo gli ostacoli allo sviluppo di
soggetti maggiormente predisposti al finanziamento delle
attività innovative come i ventures capitalists.
L'attuale polemica sulla piccola impresa è comunque
sterile: questo è il sistema che abbiamo e che ha notevoli
valori. Il problema non è di contestarlo o di esaltarlo, ciò
che conta è come farlo evolvere.
Su un mondo già turbato dai cambiamenti che deriveranno da
BASILEA 2 è sbagliato calare un'altra forte preoccupazione
come quella relativa alla thin capitalisation: la
proposta di Tremonti su questo punto va respinta.
Le linee evolutive possono avere riferimento a:
massime agevolazioni fiscali nei confronti di tutti gli
atti di finanza straordinaria (fusioni, incorporazioni,
acquisti di aziende);
incentivazione alla patrimonializzazione delle imprese,
resa ancora più necessaria da BASILEA 2.
I dati sin qui esaminati trovano conferma lampante
nell'andamento negativo che hanno avuto le nostre vendite
all'estero nel 2003: le esportazioni verso gli Stati Uniti si
sono contratte del 13 per cento; quelle verso la Cina hanno
rallentato sensibilmente; quelle nell'area euro sono diminuite
del 3,1 per cento. L'Italia che a metà dello scorso decennio
era il sesto paese nell'interscambio mondiale, attualmente
occupa l'ottava posizione, superata dalla Cina e dal
Canada.
Tali deludenti risultati sono soprattutto il frutto della
carenza di investimenti in tecnologie e ricerca nell'impresa
italiana. Infatti la composizione della produzione risulta
ancora fortemente sbilanciata verso comparti poco innovativi
e, mentre negli altri principali paesi europei si è avuto un
progressivo abbandono delle produzioni tradizionali a favore
di quelle più innovative, in Italia l'offerta nei settori ad
alta tecnologia si è contratta, anche se lievemente.
Nel comparto manifatturiero la produttività totale dei
fattori ha segnato tra il 1995 e il 2001, in media, una
diminuzione di 0,2 punti percentuali ogni anno. Al più intenso
apporto del capitale e del lavoro non è corrisposto un
avanzamento nel progresso tecnologico e nell'efficienza
organizzativa.
A queste serie problematiche il Governo, come vedremo in
seguito, ha risposto con una serie di misure insufficienti
sotto il profilo delle risorse stanziate, sotto il profilo
della durata dei benefici e sotto il profilo della credibilità
degli interventi di sostegno alle imprese. Infatti, se le
misure contenute nella manovra 2004 appaiono del tutto
insufficienti a recuperare il gap con i paesi più
avanzati, d'altro canto è fuori dubbio che la riforma
dell'Irpeg/Ires che entrerà in vigore dal 1^ gennaio 2004
rappresenta una punizione per quel mondo produttivo che aveva
guardato con speranza questo esecutivo e che aveva contribuito
a decretarne la vittoria elettorale nel 2001.
2.2 L'impoverimento delle famiglie.
Nel primo semestre dell'anno 2003 i consumi delle famiglie
si sono contratti, rispetto al medesimo periodo 2002, di un
ulteriore 0,7 per cento. Il dato sconta in particolare il
crollo di acquisti di beni durevoli e la stazionarietà degli
acquisti di servizi.
Sulla spesa delle famiglie hanno inciso il persistere
della modesta dinamica del reddito e di una fase del
pessimismo dei consumatori che, nelle rilevazione dell'ISAE
risulta attestarsi sui livelli minimi dalla recessione del
1993, riflettendo soprattutto il deterioramento dei giudizi
circa l'evoluzione del quadro economico generale.
All'origine di tale deterioramento ci sono comunque fatti
oggettivi, in quanto le retribuzioni sono cresciute meno di
quanto abbia fatto nel 2003 l'inflazione che si è attestata su
livelli prossimi al 3 per cento. In termini reali le
retribuzioni lorde sono diminuite dello 0,5 per cento sulla
base dei prezzi al consumo.
Per valutare meglio di come si sia eroso il potere di
acquisto delle famiglie italiane si illustra di seguito la
dinamica dei prezzi al consumo dei primi nove mesi del 2003
rispetto all'analogo periodo 2002.
Tra le componenti dell'indice generale dei prezzi al
consumo, risultano in netta accelerazione, rispetto al 2002, i
prezzi dei beni e servizi a prezzo regolamentato ossia i
medicinali (4,1 per cento), i tabacchi (8,1 per cento), gli
affitti (2,8 per cento), l'energia (4,3 per cento) e le
tariffe (2,8 per cento), mentre tra le voci a prezzo non
regolamentato si colloca ancora a livelli elevati il settore
dei servizi (3,6 per cento) con il protrarsi della dinamica
sostenuta dei prezzi dei ristoranti (4,6 per cento), dei
servizi assicurativi (5,8 per cento) e delle commissioni sui
servizi bancari (9,1 per cento).
Inutile ricordare che il mantenimento di una elevata
dinamica dei prezzi dei servizi in Italia, a fronte di un
rallentamento osservato negli altri maggiori paesi dell'area,
è all'origine dell'ulteriore ampliamento del divario
d'inflazione del nostro paese nei confronti del complesso
dell'area (0,9 punti percentuali nel terzo trimestre, contro
lo 0,3 nella media del 2002) con la conseguente perdita di
competitività dei prodotti italiani.
Questa situazione, lungi dall'essere risolta, dato che
tali tendenze inflazionistiche sono in atto dal 2002, è stata
ignorata dal Governo di centrodestra che come unico rimedio
prevede palliativi inefficaci oltre che tardivi, come vedremo
in seguito.
L'aumento dei prezzi, che grava effettivamente sulle
singole famiglie, è comunque un fenomeno che si manifesta in
modo differenziato e che risente oltre che del reddito
disponibile di tutta una serie di variabili individuali e
sociali.
Tuttavia dei fattori che contribuiscono all'erosione del
potere di acquisto reale - composizione della spesa stessa in
termini di quote assegnate a ciascuna tipologia di prodotto;
differenze della dinamica di prezzo per varietà di prodotto;
differenze di prezzo per tipologia di esercizio commerciale -
solo il primo può essere misurato con precisione sulla base
delle informazioni esistenti, provenienti dall'indagine sui
consumi delle famiglie dell'Istat.
Un primo tentativo di valutare perlomeno la direzione
dell'effetto attribuibile ai movimenti dei prezzi delle
varietà di prodotto è stato compiuto sulla base di ipotesi
fortemente semplificatrici dal punto di vista
dell'identificazione delle varietà stesse sempre
dall'Istat.
All'interno di un insieme di quotazioni sono stati
ordinati in senso crescente, formando una componente di prezzi
"bassi" (quelli inferiori alla mediana) e una di prezzi "alti"
(superiori alla mediana). Ne risulta che quelli appartenenti
alla prima componente hanno manifestato nel 2002 un andamento
inflazionistico significativamente più accentuato di quelli
inclusi nella seconda; il differenziale tra i due tassi di
variazione è pari a circa mezzo punto percentuale. Ove si
volesse accettare l'ipotesi, al momento non verificabile
tramite evidenze empiriche, che le fasce di popolazione a
basso reddito tendano ad acquistare le varietà di prodotti
meno costose, si potrebbe dedurre che sono le famiglie meno
abbienti a subire, per quel che riguarda il solo effetto
"varietà", un tasso di inflazione più elevato di quello delle
famiglie più ricche.
Accanto alle dinamiche inflazionistiche e alla crescita o
meno delle retribuzioni un tema di importanza strategica è
quello relativo alla distribuzione del reddito in quanto
incide direttamente sulle potenzialità di crescita del Paese.
Infatti in presenza di gravi squilibri distributivi si produce
un blocco della crescita. Tuttavia, ad oggi, non ci sono serie
politiche sociali che affrontino la tematica ed anche capire
come viene distribuito oggi il reddito in Italia risulta molto
difficile. Infatti a livello di dati macro il riferimento
ultimo è l'anno 1998 (Tavola 1), mentre se vogliamo dati più
aggiornati l'unica fonte è un'indagine condotta dalla Banca
d'Italia che tuttavia riguarda dati micro, ossia si basa su un
campione di 8.001 famiglie per un totale di 22.268 individui,
elaborati poi con metodi statistici. In questo caso l'anno di
riferimento è il 2000 (Tavole 2 e 3).
... (omissis) ...
Dalla Tavola 1 si evince che nel 1998 il 26,4 per cento
delle famiglie italiane dichiarava di percepire un reddito
netto totale annuo inferiore a 10.329 eurolire, mentre il 21,3
per cento dichiarava un reddito superiore a 25.823 eurolire.
L'86,4 per cento delle famiglie aveva uno o due componenti
percettori di reddito e appena il 13,6 per cento dichiarava di
avere tre percettori o più.
Tra le famiglie con un solo componente che percepiva
reddito, il 45 per cento dichiara un'entrata inferiore a
10.329 euro lire; la percentuale scende a 12,4 per cento
nelle famiglie con due percettori. Nelle famiglie con 3 o più
percettori circa il 62 per cento dichiara un reddito superiore
a 25.823 eurolire.
... (omissis) ...
... (omissis) ...
Nelle tavole 2 e 3, relative alla concentrazione dei
redditi si rileva che il 10 per cento di famiglie a più basso
reddito percepisce soltanto il 2,1 per cento del totale dei
redditi prodotti, mentre il 10 per cento di famiglie con
redditi più elevati percepisce il 26,6 per cento del
totale.
In relazione alle quote di famiglie per decimi di reddito
si rileva che il 27,5 per cento si colloca entro il primo
decile, mentre all'opposto solo il 2,4 per cento si colloca
oltre il nono decile.
2.3 Il Mezzogiorno tra rischio ed opportunità.
Fino al 2002 il Mezzogiorno ha registrato un netto
miglioramento nella situazione economica delle proprie aree
territoriali. Il risultato è stato frutto di scelte economiche
e sociali, effettuate nella passata legislatura, che hanno
ideato alcuni strumenti operativi per lo sviluppo del Sud,
risultati poi vincenti per quei territori. L'obiettivo a cui
tendevano le misure introdotte era l'aumento del tasso di
occupazione e di produttività dei territori meridionali. La
ricetta ha dato ottimi risultati e, tra tutti gli strumenti
operativi messi a disposizione, particolarmente efficaci si
sono rivelati il credito di imposta per le assunzioni e quello
per gli investimenti.
A riguardo, gli obiettivi del Consiglio europeo di
Lisbona, che prevedono di accrescere il tasso di occupazione
in Europa ad una percentuale che si avvicini al 70 per cento
entro il 2010, rischiano di non essere centrati se il
Mezzogiorno non innalza il proprio tasso di occupazione dal 44
per cento attuale almeno al 55 per cento.
E' innegabile che il Mezzogiorno ha avviato un difficile
percorso di convergenza con gli altri territori nazionali, ma
è altrettanto innegabile che su tale percorso stia incontrando
delle difficoltà che rischiano di bloccare il processo:
infatti intere filiere produttive e vasti territori risultano
in pericolo di crisi a causa sia della diminuzione degli
investimenti pubblici sia delle difficoltà interne ed
internazionali.
Inoltre non dimentichiamo che il processo di allargamento
dell'Unione metterà il Mezzogiorno di fronte alla competizione
con nuovi territori in ritardo di sviluppo in grado di
sottrargli risorse provenienti dall'Europa.
In questa prospettiva risulta palese che non si può
perdere più tempo per riavviare la crescita del Mezzogiorno
affiancando alla programmazione comunitaria un impegno forte
della Governo attraverso una spesa per investimenti che non
sia inferiore al 50 per cento della spesa totale.
Al di là delle strette maglie della Finanziaria, vorremmo
vedere per il Sud un programma di effettivo rilancio. Alla
perdita di fiducia nelle possibilità di successo delle aree
territoriali del Sud bisogna contrapporre un'attenta
autocritica che individui i limiti e le potenzialità di tali
territori.
Siamo ad un punto di svolta. Dobbiamo scegliere tra il
declino o il rilancio di una parte del nostro territorio: non
abbiamo alternative.
In tale contesto pensare all'Italia non come un unico
assetto territoriale ma come un insieme di scenari
territoriali diversi tra loro e che necessitano dunque di
politiche mirate e differenziate è d'obbligo. Per ripartire,
per superare e far superare anche a chi non appartiene a quei
territori, lo stereotipo del Mezzogiorno come area depressa o
sottoutilizzata. Questo non corrisponde alla realtà e
realizza, a livello ideologico e culturale, una
contrapposizione Nord - Sud in cui il primo si sente
defraudato delle proprie ricchezze ed il secondo rassegnato ad
essere assistito. Tutto questo è dannoso per il
sistema-Italia.
Il Mezzogiorno pensato in questo modo risulterà un
territorio ricco di peculiarità, di risorse, di problemi e di
contraddizioni, ma inserito nel contesto nazionale e non più
un astratto problema a sé, avulso da qualsiasi contesto.
Sarà così più agevole e condiviso il percorso di
individuazione delle politiche necessarie a questa parte di
territorio italiano e, nello stesso tempo, tutti
comprenderanno meglio la ratio delle scelte
effettuate.
Oggi è fondamentale scegliere un'alta qualità della
Pubblica amministrazione, eliminando le distorsioni del
welfare che rendono scarsa la dotazione di beni pubblici
nel Sud e regolando il mercato del lavoro in maniera più
sensibile alle differenze locali. Per fare tutto ciò occorre
una grande volontà riformatrice e l'instaurarsi di un clima di
collaborazione e fiducia con le parti sociali, ma soprattutto,
con gli stessi cittadini.
2.4 Il freno alla crescita del debito pubblico.
L'elevato livello del debito pubblico si inscrive a pieno
titolo tra le cause principali di ristagno dell'economia
italiana. Infatti esso è stato in media pari al 117 per cento
del Pil nel periodo 1993-2002, rispetto al 90 per cento del
decennio precedente. Rispetto al prodotto il debito pubblico
italiano è il più alto fra tutti i paesi Ocse, ad esclusione
del Giappone e si discosta notevolmente dalla media europea
(62 per cento del Pil).
Il debito comprime la crescita demotivando e deprimendo la
propensione ad investire: le promesse al mondo produttivo di
diminuzione della pressione fiscale sono apparse sempre più
irrealistiche; le scarse risorse di bilancio hanno chiaramente
dimostrato che non si possono mantenere e rafforzare
infrastrutture ormai inadeguate; infine mancano le risorse per
ridurre il costo del lavoro delle imprese.
In relazione alle infrastrutture è stato valutato che la
spesa lorda rispetto al Pil è stata dell'1,5 per cento, sui
livelli più bassi dall'Unità di Italia. Al netto degli
ammortamenti l'investimento complessivo è stato pressoché
nullo.
In pratica il divario esistente con i concorrenti europei
su fisco, infrastrutture e oneri sociali, già oggi esistente è
destinato ad aumentare se non si mette subito mano allo stato
precario delle pubbliche finanze riducendo il peso del debito
e recuperando per quella strada margini di manovra
operativa.
3. La manovra.
3.1. Il quadro macroeconomico. Gli elementi di rischio
nelle previsioni del Governo.
Le aride cifre presentate dal Governo con la nota di
aggiornamento al Dpef e la relazione previsionale
programmatica per il 2004 sono molto più efficaci di qualsiasi
denuncia dell'opposizione per rappresentare la situazione
economica italiana che, nonostante i venti di ripresa che si
prospettano, continua a non essere rassicurante.
Infatti rispetto al Dpef presentato a luglio il Governo
prevede per l'anno corrente che il Pil crescerà solo dello 0,5
per cento. Da parte nostra siamo convinti che anche questa
revisione non dia esattamente conto della realtà e che per il
2003, se tutto va bene, si avrà solo un misero 0,3 per cento
di crescita rispetto al prodotto. In ogni caso la nuova
previsione del Governo basta da sola a generare nuovi allarmi
anche sulle previsioni del 2004 dove l'ipotizzata crescita
vicino al 2 per cento appare sempre più un obiettivo fuori
portata con la conseguenza che, proprio la minor crescita, si
riversi con esiti disastrosi sui conti pubblici.
Infatti se per il 2003, una crescita ipotizzata allo 0,5
per cento del Pil fa già scricchiolare i conti pubblici
palesando che il Governo non ce la fa a rispettare gli impegni
dati già per acquisiti di risanamento definitivo delle finanze
pubbliche (attraverso l'azzeramento del deficit già da
tempo ridotto ad un più vago close to balance e la
discesa del debito sotto la soglia del 100 per cento del Pil),
per il 2004 l'eventuale scostamento dalle previsioni di
crescita ipotizzate potrebbe avere esiti dirompenti.
Accanto alla crescita notevoli preoccupazioni derivano
dalla caduta libera dell'avanzo primario, saldo che ci eravamo
impegnati con l'Europa a mantenere prossimo ad un valore del 5
per cento. Il saldo è un indicatore essenziale per valutare lo
stato di salute dei nostri conti, in quanto rappresenta
l'avanzo dello Stato al netto di quel fardello della spesa per
interessi che è il vero problema del nostro bilancio pubblico.
In altre parole, l'avanzo primario è la nostra riserva di
ricchezza nazionale ed indica, se mantiene alti livelli, una
buona gestione corrente. La discesa del saldo a valori
inferiori al 3 per cento indica quindi il fallimento della
gestione Tremonti. Fallimento che risalta in tutta la sua
gravità se si confronta il dato attuale con quello lasciato in
eredità dal centrosinistra che ammontava al 6,7 per cento.
Sotto la gestione Tremonti tale saldo è sceso al 2,8 per
cento; nel 2004 scenderà ancora al 2,4 per cento.
Infine, ulteriori preoccupazioni scaturiscono dal divario
sempre più consistente che si sta realizzando tra il
fabbisogno e l'indebitamento. I due saldi registrano un
divario crescente in quanto se nel 2002 tale divario era stato
limitato a 0,4 punti percentuali, nel 2003 esso cresce di 1
punto percentuale (indebitamento -2,5 per cento, fabbisogno
-3,5 per cento) e nel 2004 si amplia ulteriormente arrivando
ad una distanza di 1,5 punti percentuali di Pil (indebitamento
-2,2 per cento, fabbisogno -3,7 per cento).
Infine, per il terzo anno consecutivo una parte rilevante
della correzione è affidata ad aumenti temporanei delle
entrate: le entrate una tantum attese nel 2004 sono
infatti valutabili in oltre l'1 per cento del prodotto.
Al di là di valutazioni sulle singole misure una
tantum di cui parleremo in seguito, in questa sede ciò che
ci preme segnalare è la possibilità che attraverso esse non si
raggiunga il gettito atteso e, cosa non meno importante, che
con il reiterato ricorso a dette una tantum in questi
tre anni, si determini una perdita di gettito negli anni
futuri in relazione alla tassazione ordinaria e una non meno
grave incertezza del contribuente circa la cogenza delle norme
vigenti.
3.2 Le riforme possono attendere.
Il conseguimento degli obiettivi di risanamento e
sviluppo, nonché il proseguimento della politica di riduzione
del carico fiscale richiederebbero interventi strutturali
sulla spesa corrente. Riforme che portino a soluzione i nodi
strutturali della finanza pubblica, che rafforzino
l'infrastrutturazione materiale ed immateriale del Paese, che
stimolino l'innovazione, che innalzino i livelli di
produttività e competitività dell'Italia sono le condizioni
essenziali per il ritorno dello sviluppo.
Al contrario, la prima sensazione che scaturisce dalla
lettura dei documenti di bilancio è l'estrema difficoltà di
percepirne i contenuti: dalla lettura incrociata di legge
finanziaria e maxidecreto viene fuori un quadro in cui c'è un
po' di tutto, ma nessuna misura potenzialmente risolutiva né
sul versante della riqualificazione della spesa sociale, né
sul versante di un ritrovato rigore nella gestione dei conti
pubblici, né per un ritorno dello sviluppo.
Da un Governo responsabile ci saremmo aspettati una
manovra finanziaria che, con l'occhio rivolto alla ripresa
economica mondiale, avviasse riforme utili a ridurre in modo
consistente il debito pubblico e finanziasse concretamente
politiche di rilancio dell'economia. Infatti questo potrebbe
essere l'ultimo anno in cui l'attuale maggioranza può
"stringere la cinta" per far quadrare i conti, in quanto il
2004 sarà un anno elettorale in vista del quale "l'assalto
alla diligenza" della finanziaria si prevede senz'altro
duro.
Secondo noi solo in questo modo l'Italia può tentare di
agganciare la ripresa con rinnovata credibilità dato che
oramai i partners dell'Unione europea e gli stessi
mercati ci guardano con legittima preoccupazione data la
montagna del debito pubblico.
In realtà la sensazione piuttosto netta che abbiamo è che
ormai si sia perso il controllo della finanza pubblica.
3.3. La "manovra creativa".
A fronte di tale situazione il Governo ha approvato una
manovra per il 2004 "una e trina" composta dal disegno di
legge finanziaria, dal maxidecreto e da un emendamento alla
delega previdenziale.
Tale manovra è caratterizzata da aspetti ambigui per
quanto concerne la legge finanziaria e il maxidecreto e da
incertezze di tenuta e realizzabilità per quanto riguarda la
previdenza.
Infatti, per la finanziaria 2004, si prevede un'inedita
"copertura incrociata", che attinge al gettito del maxidecreto
secondo un gioco di specchi teso ad aggirare, ad un tempo, i
vincoli procedurali di esame dei provvedimenti di bilancio ed
i vincoli sostanziali di copertura, come sanciti dall'articolo
81 della Costituzione.
Gli schemi di copertura dei due provvedimenti evidenziano
come la copertura della Finanziaria dipenda quasi
integralmente dal gettito stimato del maxidecreto: infatti le
misure contenute nel disegno di legge finanziaria comportano
un peggioramento del disavanzo di 2,6 miliardi, mentre quelle
previste dal maxidecreto comportano un miglioramento del saldo
di 13,6 miliardi. Ne discende che su 8,5 miliardi di euro di
maggiori oneri correnti derivanti dalla Finanziaria, i mezzi
di copertura assicurati dallo stesso provvedimento
corrispondono ad appena 1,2 miliardi di euro. La parte
restante è assicurata da una porzione del gettito del
Maxidecreto, complessivamente stimato in 14,6 miliardi di
euro.
In altri termini, la manovra per il 2004 grava
integralmente sul maxidecreto, che assume dunque una rilevanza
politica ed economica ben superiore alla legge finanziaria,
senza peraltro assicurare il necessario dibattito parlamentare
vista l'urgenza della conversione in legge entro il 1^
dicembre.
In secondo luogo, la manovra contiene un eccessivo numero
di misure di finanza straordinaria che, peraltro, risulta di
gran lunga superiore a quella annunciata nel DPEF: circa l'88
per cento del totale (contro il 67 per cento)!
Le misure una tantum, più o meno apertamente
qualificate come tali, corrispondono infatti a circa 14
miliardi di euro - 13 miliardi di maggiori entrate e 1
miliardo di minori spese - a loro volta riconducibili quasi
integralmente al maxidecreto.
In particolare:
circa 8,1 miliardi di miliardi di euro deriverebbero dal
condono edilizio (3,1 miliardi di euro) e da dismissioni di
immobili (5 miliardi di euro), nell'ambito della più estesa e
devastante operazione di aggressione del territorio e di
demolizione del patrimonio dello Stato mai realizzata con un
unico intervento legislativo (cfr. oltre);
circa 4 miliardi di euro deriverebbero dal gettito del
nuovo concordato fiscale preventivo (3,5 miliardi di euro) e
dalla riapertura dei termini del condono tombale (500 milioni
di euro);
infine, una parte cospicua del gettito è rappresentata
dai risparmi per lo Stato, in termini di interessi, che
conseguirebbero alla trasformazione della Cassa depositi e
prestiti in società per azioni, valutati in ben 2,5 miliardi
di euro. Questa componente, mai espressamente menzionata tra
le una tantum dal Governo, né peraltro diversamente
qualificata, nasconde di fatto un'altra delle "trovate"
contabili di Tremonti. La trasformazione in S.p.a. della Cassa
depositi e prestiti determina infatti semplicemente la
"scomparsa" dal conto corrente di tesoreria delle giacenze
oggi intestate alla Cassa e sulle quali lo Stato paga
interessi che non sarebbero più ad esso imputabili. Ancora una
volta, l'illusionismo finanziario "produce" un gettito - in
questo caso un minor onere - sostanzialmente inesistente.
3.4 I costi delle una tantum.
Questo continuo ricorso alle una tantum rivela la
scarsa lungimiranza del Governo che per aumentare il gettito
nel 2004, pregiudica le entrate e uscite future, peggiorando
il debito pubblico. Infatti le una tantum prescelte
presentano caratteristiche specifiche tali da non aiutare
nemmeno per via indiretta il bilancio pubblico futuro.
Il condono edilizio dà luogo, infatti a pochi recuperi di
base imponibile per l'Ici e a scarse tasse minori come quella
sui rifiuti, perché la sanatoria non riguarda unicamente
interi edifici e laddove riguarda questi abusi si applica
soprattutto alle regioni più povere del Sud; in tali
situazioni la sanatoria implica anche maggiori costi futuri
del settore pubblico per la produzione di servizi, solo in
parte coperti da oneri aggiuntivi a carico dei beneficiari.
Inoltre, nel caso di calamità naturale, condanna lo Stato a
compensare i molti costruttori abusivi in zone a rischio, come
rilevato recentemente dal direttore generale della Protezione
civile.
Il medesimo discorso vale per la proroga dei condoni
tributari e per il concordato preventivo perché in entrambi i
casi il contribuente non solo è tassato con aliquote
agevolate, ma si giova anche di un potere accertativo limitato
da parte del fisco.
Infine nel caso delle operazioni di
sale-and-lease-back (vendita a terzi che poi riaffittano
ai proprietari originari) su immobili utilizzati da enti
pubblici, oltre ad irrigidire per decenni i bilanci futuri con
la spesa per affitti, non darebbero luogo a significative
variazioni del conto dei flussi della Pubblica amministrazioni
proprio in virtù del costo d'uso dell'edificio precedentemente
posseduto.
Non parliamo poi dei tagli della spesa effettuati in
maniera indiscriminata (come quelli attuati secondo le
procedure introdotte dal decreto blocca-spese del 2002) che
possono realizzare risparmi oggi solo al costo di maggiori
spese nel futuro, quando incidono sui rapporti contrattuali
tra amministrazione e fornitori.
Non mancano, infine, nuove voci ad arricchire il catalogo
delle "ipoteche sul futuro": la cartolarizzazione dei
finanziamenti futuri per la ricerca (400 milioni) è un
bell'esempio.
Tutto ciò significa miglioramenti della finanza pubblica
nei prossimi 12 mesi e peggioramenti nel lungo periodo.
Esattamente l'opposto di quanto sarebbe oggi necessario.
3.5. Le norme di spesa.
Per quanto riguarda, invece, gli interventi qualificati
come espansivi, corrispondenti a sgravi fiscali e maggiori
spese, l'effetto combinato di Finanziaria e maxidecreto sembra
indicare la loro incidenza in circa 5,2 miliardi di euro (2,1
miliardi di sgravi fiscali e 3,1 miliardi di maggiori
spese).
Tuttavia, a ben guardare, sotto tale etichetta si
raggruppano interventi di natura e qualità molto diverse.
Basti considerare che più di 1/3 delle maggiori spese del 2004
è assorbito dagli oneri per il rinnovo dei contratti del
pubblico impiego, che si collocano impropriamente nella
manovra della finanziaria solo in quanto non considerati nelle
proiezioni a legislazioni vigente.
Gli altri interventi, pur rivolti ad esigenze
condivisibili (sgravi per il settore agricolo, assegno per il
secondo figlio, tecno-Tremonti) si caratterizzano per la
portata e la durata limitate del sostegno finanziario.
Una logica di provvisorietà la si riscontra quindi anche
nella sostanziale rinuncia a intervenire in modo mirato sulle
misure di spesa per lo sviluppo.
Emblematico è il caso degli interventi sulla spesa
sociale. E' ormai noto che il nostro sistema di spesa sociale
manchi di un insieme di ammortizzatori sociali che copra
l'intero mercato del lavoro. Per ovviare a questa carenza con
il Patto per l'Italia dello scorso anno il Governo ha
sottoscritto l'impegno di rafforzare l'indennità di
disoccupazione con uno stanziamento di 700 milioni (una cifra
largamente insufficiente a riportarci in linea con i
principali paesi europei, ma pur sempre un primo passo).
L'impegno, fino ad ora è comunque rimasto lettera morta, anzi
gran parte dello stanziamento è stato usato per altri fini.
Nella manovra finanziaria 2004 non si trova più traccia
degli ammortizzatori, mentre circa 500 milioni di euro sono
destinati a finanziare un "bonus ai secondi nati" di
mille euro. Un provvedimento che eroga un sussidio
indiscriminato anche a chi non ne ha bisogno e per un
ammontare del tutto insufficiente a incentivare la
natalità.
Al tempo stesso, i Comuni che con i loro servizi possono
efficacemente ridurre le spese di sostentamento dei figli,
subiscono i tagli ai trasferimenti alla finanza decentrata,
mentre viene riproposto il congelamento dell'autonomia
tributaria locale, impedendo a Regioni e Comuni di intervenire
sulle addizionali.
Di altrettanto dubbia efficacia sembrano alcune misure
etichettate "per lo sviluppo" sparse qua e là tra decreto e
legge finanziaria, come i contributi per l'acquisto di
decoder o personal computer e l'istituzione di un
Mit italiano.
L'impressione è che, invece di concentrare le risorse su
pochi, ma risolutivi interventi, si sia scelto di mettere una
in campo tutta una serie di interventi che tuttavia si
rivelano solo di portata simbolica.
In questo quadro, ciò che appare più evidente è la grave
imperizia con cui è stata condotta fino ad oggi tutta la
partita della finanza pubblica, interamente concentrata sul
breve periodo - con le una tantum- con effetti negativi
in attesa di una ripresa economica mondiale che trainasse
anche la ripresa dell'economia italiana.
Le misure una tantum hanno, di fatto, stravolto la
certezza delle regole in particolare, in materia tributaria o
di incentivi per l'occupazione, non favorendo certo gli
investimenti privati e lo sviluppo.
Provvedimenti come la riapertura dei termini del condono
tributario sono devastanti per la credibilità delle
istituzioni. Infatti tra i fattori che determinano
investimenti e crescita economica, più che la pressione
tributaria, vi sono la qualità delle istituzioni, il rispetto
delle leggi, il senso civico. Come ripetono da più parti gli
economisti, la ripresa economica è anche un problema di
fiducia: passa attraverso l'informazione, la partecipazione e
la creazione di doveri/diritti condivisi ed esercitati dai
cittadini in un quadro di sostanziale uguaglianza. La manovra
finanziaria che ogni anno il Parlamento approva rappresenta
uno dei documenti più importanti ai fini della realizzazione
dell'equità sociale in quanto è lo strumento che indica senza
possibilità di errore in quali settori e verso quali categorie
il Governo intende allocare le risorse. Una manovra
finanziaria che continua a proporre condoni di tutti i tipi,
la svendita dei beni dello Stato, misure penalizzanti
dell'autonomia territoriale, di fare cassa sulla pelle dei
lavoratori esposti all'amianto e tagli alla spesa sociale pone
chiaramente un problema di fiducia.
Il costo dell'"azzardo" tentato dal Governo (e dei suoi
continui rilanci) sarà salato: oltre a realizzare squilibri di
bilancio gravissimi, alla fine, avrà distrutto qualsiasi
fiducia del cittadino circa l'equità e l'efficienza delle
istituzioni nella gestione della res publica.
4. La Finanziaria 2004: le principali criticità.
Nell'ambito della finanziaria abbiamo individuato almeno
sei aree di criticità in cui l'azione del Governo risulta
debole per scarsità di risorse impiegate e per una netta
mancanza di una visione strategica che nel futuro non darà i
frutti sperati. Si tratta di problematiche già rilevate ed
esaurientemente illustrate dall'opposizione al Senato di cui
si ripropongono i contenuti.
4.1. Il "pacchetto sociale".
Nella generale mancanza di credibili politiche per lo
sviluppo idonee a sostenere i consumi delle famiglie e il
potere d'acquisito dei salari, l'inconsistenza degli
interventi in materia previdenziale e sociale contenuti nella
legge finanziaria per il 2004 assume un rilievo del tutto
particolare.
Se per un verso alcune ambiziose "campagne sociali" del
Governo sono cadute nell'oblio senza aver prodotto gli esiti
annunciati, per altro verso con la manovra finanziaria 2004 il
Governo tenta un rilancio del profilo sociale, ma con misure
già in partenza di tono minore e di modesto contenuto
finanziario.
Tra i casi più vistosi di precoce abbandono di un fronte
riformatore si segnalano, innanzitutto, l'innalzamento di
tutte le pensioni fino al milione di lire mensili e
l'incremento dei trattamenti di disoccupazione.
Nel caso delle pensioni al di sotto del milione di lire, a
fronte di una platea di potenziali beneficiari pari a 7,6
milioni di persone, gli effetti della misura contenuta nella
Finanziaria 2002 hanno di fatto raggiunto 1,4 milioni di
pensionati, cioè appena il 18 per cento dei destinatari.
Si tratta di un risultato tanto più negativo per la
credibilità dell'azione pubblica, in quanto esprime il
tradimento di un'aspettativa prima fortemente alimentata, poi
ridimensionata e infine del tutto trascurata; un'aspettativa,
per di più, nutrita dalla categoria più debole: i pensionati
al minimo.
In ogni caso, anche a prescindere dal suo esito
fallimentare, la campagna del governo per "tutte le pensioni a
un milione" costituiva più un'efficace formula comunicativa
che la seria prospettiva di un consistente incremento dei
trattamenti pensionistici. Un ben più significativo incremento
percentuale dei trattamenti al minimo era stato infatti
realizzato dai governi dell'Ulivo nella precedente
legislatura. Inoltre, l'accesso all'aumento - anche ove
realizzato pienamente - avrebbe determinato una ridotta
possibilità di cumulo per altri trattamenti, con ulteriore
limitazione della vera portata del beneficio.
La questione della povertà e marginalizzazione sociale dei
pensionati al minimo non solo è rimasta senza alcuna risposta,
ma si è da allora addirittura estesa, per effetto della forte
spinta inflazionistica e dei rincari che hanno colpito
pesantemente i settori della spesa più sensibili per i
pensionati: i generi alimentari e le tariffe. Come è evidente,
dunque, anche il milione al mese promesso e negato alla
maggior parte dei pensionati al minimo, sarebbe oggi
insufficiente. Basti considerare che l'Istat ha indicato in
800 euro (oltre un milione e mezzo) la soglia di povertà per
una famiglia di due persone.
Ciò nondimeno, la manovra finanziaria per il 2004 non reca
alcuna nuova risorsa per il finanziamento delle pensioni
minime, ma semmai annuncia - con il maxidecreto - una
"stretta" sui trattamenti d'invalidità, con finalità di
risparmio e di equità che sarebbero pienamente condivisibili
se solo vi fosse un credibile investimento in politiche
sociali e d'assistenza sanitaria.
Un altro fronte sociale "dismesso" dal Governo è
rappresentato dalla riforma degli ammortizzatori sociali.
Attraverso la sottoscrizione con le parti sociali del
Patto per l'Italia, avvenuta nel luglio 2002, il Governo si
era impegnato a disporre, già nella Finanziaria 2003, un
incremento dell'indennità di disoccupazione, in vista di una
generale riforma degli strumenti di sostegno e integrazione al
reddito. Il Patto prevedeva, in particolare, che a tal fine
fossero intanto destinati 700 milioni di euro all'anno, da
reperire nell'ambito della manovra finanziaria per il 2003.
In realtà, eludendo lo spirito e la lettera del Patto per
l'Italia, la Finanziaria 2003 non recò alcun immediato
intervento sugli ammortizzatori sociali e quegli importi
furono iscritti solo nel Fondo speciale di parte corrente
(Tabella A), destinato al finanziamento di leggi di spesa
future. Nessuna iniziativa legislativa in materia ha nel
frattempo raggiunto l'approvazione (lo stralcio del disegno di
legge delega in materia di lavoro è tuttora pendente al
Senato) e quell'impegno, nonché le risorse ad esso destinate,
sono scomparsi dall'agenda del Governo.
La Finanziaria 2004, infatti, si limita a replicare
l'appostazione in Tabella A delle medesime risorse, con la
differenza che tra le finalizzazioni compare ora non soltanto
l'incremento dei trattamenti di disoccupazione, ma anche il
finanziamento dell'assegno per il secondo figlio, introdotto
dal maxidecreto, con una consistente erosione del plafond
disponibile.
Come è evidente, la riforma degli ammortizzatori sociali
può ancora attendere.
Infine, rimanendo nell'ambito delle disposizioni della
Finanziaria 2004, un tassello rilevante del cosiddetto
"pacchetto sociale" è costituito dal reddito di ultima
istanza.
Si tratta di una riedizione, sotto nuovo nome, di un
istituto introdotto dai governi dell'Ulivo nel corso
dell'ultima legislatura: il reddito minimo di inserimento.
In particolare, il decreto legislativo 18 giugno 1998, n.
237, aveva introdotto con successo tale strumento, in via
sperimentale e limitatamente ad alcune aree del territorio,
secondo un modello d'intervento graduale e pienamente
rispettoso delle competenze degli enti territoriali in materia
di assistenza, nel frattempo riaffermate dalla riforma del
Titolo V della Costituzione (legge cost. n. 3 del 2001).
Con tutt'altro spirito, il Governo si inserisce nella
stessa materia, con una nuova disciplina che prescinde
totalmente dall'esperienza già maturata, secondo un modello
del tutto vago di concorrenza "al finanziamento delle regioni
che istituiscono il reddito di ultima istanza quale strumento
di accompagnamento economico ai programmi di reinserimento
sociale, destinato ai nuclei familiari a rischio di esclusione
sociale ed i cui componenti non siano beneficiari di
ammortizzatori sociali".
L'aspetto più problematico, anche sotto il profilo dei
rapporti con le regioni, è costituito dal finanziamento di
tale strumento. Non è infatti prevista una dotazione ad
hoc, ma solo un accesso al Fondo nazionale per le politiche
sociali, peraltro "nei limiti delle risorse preordinate allo
scopo dal Ministro del lavoro". Il rischio è che il nuovo
strumento sottragga al Fondo risorse, non compensate dal
rifinanziamento parallelamente previsto, e che tale operazione
si traduca indirettamente in un maggiore onere per le finanze
regionali.
Peraltro, il rifinanziamento del Fondo nazionale per le
politiche sociali è realizzato con un intervento tutt'altro
che strutturale: il temporaneo prelievo di un "contributo di
solidarietà", pari al 3 per cento, a carico delle cosiddette
"pensioni d'oro" (cioè i trattamenti pensionistici di importo
superiore ai 205 mila euro annui).
Infine, le modalità di attuazione - tutt'altro che
semplici, per quanto si è prospettato - della nuova disciplina
sono rimesse ad uno o più decreti del Ministro lavoro, senza
alcuna previsione né di un termine temporale certo, né di
alcuna forma di partecipazione o consultazione delle Regioni e
degli enti locali, in spregio ai principi costituzionali di
concorrenza e sussidiarietà.
4.2 Le politiche per la scuola, l'università e la
ricerca.
Con riferimento alle politiche per la scuola, l'università
e la ricerca, la manovra finanziaria per il 2004 si connota
per la genericità e demagogia di alcune nuove misure -
peraltro di modesto contenuto finanziario - e per la
sostanziale carenza di risorse e misure strutturali
indispensabili per la funzionalità generale del sistema.
In materia di organizzazione scolastica, la Finanziaria
reca un insieme di misure almeno in parte qualificabili come
meramente organizzatorie (e come tali non strettamente
rientranti tra i contenuti tipici della Finanziaria).
Alcune di esse dovranno essere valutate nel merito per
verificarne la funzionalità e la razionalità sul piano
gestionale. E' il caso delle norme di modifica della
disciplina degli esoneri e dei semi-esoneri dall'insegnamento
per i collaboratori dei dirigenti scolastici, finalizzate a
ridurre i predetti istituti.
Ragionevole appare invece la previsione di corsi di
specializzazione, oltre che abilitanti, per convertire docenti
in esubero in docenti di sostegno. Tuttavia, non sono
destinate a questo scopo risorse nuove, in quanto si attinge
alle risorse genericamente finalizzate alla formazione. La
stessa norma dispone inoltre il trasferimento, anche
d'ufficio, su posti di sostegno, dei docenti in esubero che
siano in possesso del titolo di specializzazione per il
sostegno agli alunni disabili. In questo caso, il rischio è
che tale disposizione si risolva in un illegittimo arbitrio
dell'amministrazione nella gestione del personale
didattico.
Un altro aspetto che desta preoccupazione è quello
relativo al finanziamento della messa in sicurezza degli
edifici scolastici.
La Finanziaria per il 2003 aveva disposto che tali
interventi fossero inseriti tra le opere strategiche e dunque
finanziati sul Fondo ad esse dedicato (articolo 13, c. 1 della
legge n. 166 del 2002). Il decreto-legge n. 15 del 2003 ha
quindi autorizzato per il 2003 la destinazione di 20 milioni
di euro, a valere sullo stesso Fondo, al Piano straordinario
per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.
Oggi, l'attuale testo della Finanziaria rifinanzia per il
2004 il Piano straordinario, prevedendo che ad esso sia
destinato il 10 per cento del Fondo per le opere strategiche.
Ma a ben guardare taglia drasticamente le risorse destinate
alla sicurezza degli edifici scolastici, riducendole a meno
della metà di quelle già previste per il 2003. Infatti, il
Fondo per le opere strategiche, già finanziato per 109,4
milioni di euro annui, con questa Finanziaria risulta ridotto
a 91,4 milioni di euro.
In definitiva, la quota spettante alla messa in sicurezza
degli edifici scolastici risulta essere di appena 9,1 milioni
di euro per il 2004, contro i 20 milioni del 2003 (già allora
giudicati del tutto insufficienti).
Un'altra disposizione a contenuto finanziario è quella che
stabilisce nell'ammontare di 90 milioni di euro, per l'anno
2004, la quota da destinare all'avvio della riforma dei cicli
scolastici prevista dalla legge "Moratti" (legge n.53 del
2003). In questo caso occorre rilevare, per un verso,
l'esiguità delle risorse assegnate; per altro verso, non si
può non constare la lentezza e l'incertezza con la quale
avanza la riforma Moratti. In particolare, rimarrebbero fuori
dall'intervento legislativo alcuni obiettivi fondamentali e
qualificanti della riforma. Tra essi: la valorizzazione
dell'autonomia delle istituzioni scolastiche; l'istituzione
del Servizio nazionale di valutazione del sistema scolastico;
la valorizzazione professionale del personale docente; la
formazione iniziale e continua del personale.
Un'ulteriore dimostrazione delle difficoltà e incertezze
con cui procede l'attuazione della riforma Moratti è infine
laddove prevede che - in attesa dell'attuazione della riforma
dei cicli scolastici - si intende confermata l'esenzione dal
pagamento delle tasse scolastiche per gli alunni iscritti alla
prima classe delle scuole secondarie superiori statali.
Si tratta di un vistoso arresto della riforma anche sul
tema dell'obbligo scolastico, prima abbassato di un anno dalla
legge Moratti - con tutte le implicazioni per il carico di
nuove tasse scolastiche sulle famiglie - ed ora "congelato"
alla situazione preesistente, in attesa evidentemente che il
Governo si chiarisca le idee sulla necessità ed opportunità di
attuare le sue stesse politiche scolastiche.
Quanto al sostegno alle famiglie che scelgono di avvalersi
delle scuole paritarie, la Finanziaria 2004 interviene sulla
disciplina introdotta nell'ultima Finanziaria, che aveva
previsto a tal fine la destinazione di 30 milioni di euro
all'anno per il triennio 2003-2005.
A distanza di un anno, la nuova norma introduce ora un
limite di reddito per l'accesso al contributo, rinviando ad un
decreto del Ministro la determinazione dei criteri di
assegnazione. In tal modo, si rende finalmente evidente la
demagogia e inconsistenza delle politiche del Governo in
questa materia. Infatti, non solo non si è ancora riconosciuto
neanche un centesimo alle famiglie che scelgono le scuole
paritarie, ma la nuova disposizione lascia temere che nessuna
famiglia potrebbe in concreto accedere al contributo,
considerato il completo arbitrio del Ministro nella
determinazione dei criteri di accesso.
Di carattere del tutto demagogico appaiono, ancora, le
supposte misure di incentivo rivolte a studenti e insegnanti.
Per questi ultimi la Finanziaria prevede una risibile
agevolazione per "l'acquisto di personal computer da
usare nella didattica", estesa anche ai docenti universitari.
La supposta agevolazione consisterebbe in riduzioni di costo e
rateizzazioni, a condizione che si utilizzino preliminarmente
le indagini di mercato di CONSIP (!).
Questa disposizione è allo stesso tempo immorale e
inapplicabile. E' immorale perché si ammette che debba essere
il docente ad acquistare di tasca sua le apparecchiature da
usare nella didattica. E' inapplicabile perché rimane del
tutto misterioso come possa avvenire l'acquisto tramite CONSIP
considerato che, come è noto, si tratta di un organismo che
non può effettuare acquisti per i privati, ma solo per le
pubbliche amministrazioni.
Infine, tra le agevolazioni per gli studenti figura
l'istituzione di un Fondo per il finanziamento degli studi, a
favore di studenti capaci e meritevoli, destinato alla
costituzione di garanzie sul rimborso dei prestiti fiduciari
concessi da aziende e istituti di credito. Il Fondo - alla cui
dotazione iniziale sono destinati appena 10 milioni di euro
per l'anno 2004 - dovrebbe essere anche finalizzato alla
corresponsione di contributi in conto interessi per il
rimborso di prestiti fiduciari concessi agli studenti privi di
mezzi e a quelli residenti nelle aree sottoutilizzate.
Come è evidente, si tratta del tentativo di riproporre, in
forma per la verità molto modesta, l'idea dell'ingresso dei
privati (aziende, banche) nell'istruzione scolastica.
Considerato che niente impedisce oggi ai privati di istituire
borse di studio e forme di agevolazione per i meritevoli, non
si capisce in che modo tale modello possa funzionare per il
sostegno agli studenti privi di mezzi o residenti in aree
svantaggiate. Il sospetto è che si vogliano semplicemente
abbandonare o almeno fortemente ridimensionare, anche a
livello di istruzione scolastica, alcuni imprescindibili
obblighi di assistenza e sostegno pubblici che peraltro
qualificano il livello di civiltà e democrazia di un Paese
moderno.
Per quanto riguarda l'università e la ricerca pubblica, la
Finanziaria 2004 si connota soprattutto per la riduzione delle
risorse e il generale ridimensionamento degli istituti
pubblici, a favore di nuovi organismi dalle funzioni e
competenze del tutto sovrapponibili a quelli esistenti,
introdotti parallelamente attraverso il maxidecreto con
improvvido uso della decretazione d'urgenza.
Entro il perimetro della legge finanziaria e della legge
di bilancio, si rilevano infatti solo cospicui interventi di
definanziamento, concentrati soprattutto sugli stanziamenti in
conto capitale. In particolare, l'unità previsionale di base
dedicata alla ricerca applicata presenta una riduzione di
229,7 milioni di euro, mentre il Fondo unico degli
investimenti per l'università e la ricerca risulta ridotto per
110,2 milioni di euro.
In questo quadro, l'aspetto più critico per il sistema
universitario e della ricerca pubblica rimane tuttavia la
conferma del blocco delle assunzioni a tempo indeterminato,
che continua ad impedire l'ingresso strutturale di nuovi
ricercatori nelle strutture della ricerca pubblica. Le stesse
difficoltà permangono a livello dell'insegnamento
universitario, dove il mancato ricambio generazionale ha ormai
di fatto estromesso dalla docenza almeno due generazioni di
ricercatori.
E' evidente come, in questa situazione di generale
disinvestimento nelle giovani generazioni, anche la misura di
incentivo al "rientro dei cervelli", contenuta nel
maxidecreto, non possa produrre alcun effetto apprezzabile Non
si capisce infatti quanti ricercatori italiani all'estero
possano giovarsi di uno sconto fiscale sull'IRPEF in caso di
rientro in Italia, se il sistema della ricerca pubblica (e
quindi oltre il 60 per cento della ricerca nazionale) è del
tutto bloccato e le opportunità per produrre reddito
semplicemente non ci sono.
4.3 Il Mezzogiorno.
Dalla Finanziaria 2004 sarebbe stato lecito attendersi
nuove politiche per il rilancio del Mezzogiorno, dopo il
brusco arresto di una fase espansiva durata alcuni anni, con
risultati di crescita addirittura superiori a quelli del
Centro Nord.
Lo sviluppo che dal 1997-98 procedeva ad un ritmo di
crescita sostenuto - per alcuni aspetti, addirittura inedito -
sta oggi bruscamente ripiegando, con una ritirata che potrebbe
lasciarsi dietro nuove e più estese aree di depressione
economica e sociale.
Questo impulso era stato impresso in primo luogo dalle
misure d'incentivo dei Governi dell'Ulivo e in particolare
dagli incentivi all'espansione dimensionale riconosciuti alle
imprese nella forma di crediti d'imposta per i nuovi assunti a
tempo indeterminato (legge n. 388 del 2000). Tale stimolo è
risultato più forte nel Mezzogiorno, dove gli incentivi erano
maggiorati del 50 per cento rispetto al resto del Paese. Il
successivo svuotamento di questo modello di sostegno allo
sviluppo da parte del Governo Berlusconi, operato attraverso
interventi normativi prima di blocco e poi di continuo
ridimensionamento degli incentivi, ha di fatto "spento" uno
dei principali motori di crescita occupazionale del
Mezzogiorno, senza che peraltro si fosse provveduto ad
"accenderne" di nuovi. La manovra finanziaria sarebbe stata la
sede per farlo. Così non è stato, sotto diversi profili.
In primo luogo, il disegno di legge finanziaria per il
2004 non reca alcuna nuova disposizione in materia di sviluppo
del Mezzogiorno e delle aree depresse. Manca dunque, per
intero, uno dei temi cruciali per la credibilità ed efficacia
delle politiche economiche e finanziarie del governo. Nessun
obiettivo economico o di finanza pubblica nazionale può
infatti prescindere dal grado di dinamismo e reattività
dell'economia meridionale. Non a caso, è stata quest'ultima a
trainare lo sviluppo e la crescita occupazionale degli anni
1998-2001.
Ogni valutazione deve dunque limitarsi al finanziamento
degli strumenti già esistenti.
Nel DPEF 2004-2007 si prevedevano risorse aggiuntive per
le aree sottoutilizzate, tali da mantenere costante il
rapporto con il PIL.
La Finanziaria smentisce questo impegno, non dedicando
alle aree sottoutilizzate alcun ulteriore finanziamento
rispetto a quelli previsti.
Quanto al Fondo per le aree sottoutilizzate istituito con
la Finanziaria 2003 (articolo 61, legge n. 289 del 2002), esso
è stato rifinanziato per circa 8 miliardi di euro per il
triennio 2004-2006, di cui tuttavia solo 100 milioni sono
destinati al 2004 e ben 6,3 miliardi sono allocati per il
2006.
Nel complesso, rispetto alla Finanziaria 2003, gli
stanziamenti appaiono ridotti: se è più elevato lo
stanziamento sull'ultimo anno del triennio, minori sono invece
le risorse disponibili per l'anno in corso: dai circa 11
miliardi di euro della Finanziaria 2003 si passa ai 5,6
miliardi della Finanziaria 2004, con un abbattimento del 50
per cento!
Questo definanziamento non è peraltro compensato neanche
dall'aumento della dotazione del Fondo di rotazione per il
cofinanziamento dei fondi strutturali, passato da 3,8 a 4,5
miliardi di euro.
D'altra parte, non è solo la riduzione degli stanziamenti
dell'anno in corso a suscitare perplessità sull'adeguatezza
delle scelte per le aree sottoutilizzate, ma anche il rischio
che la mancanza di finanziamenti aggiuntivi comprometta il
funzionamento di leggi di rilievo per il Mezzogiorno, quali la
legge n. 488 del 1992, proprio in una fase di possibile
ripresa della crescita. Come nel passato, infatti, una parte
significativa degli stanziamenti del Fondo finisce per
corrispondere a precedenti autorizzazioni di spesa e quindi a
risorse in gran parte già impegnate.
In definitiva, nonostante la completa assenza del
Mezzogiorno dall'orizzonte d'intervento della manovra per il
2004 e della perdurante marginalizzazione delle istanze di
sviluppo delle aree depresse, la questione meridionale si
candida comunque a rimanere una priorità assoluta per l'agenda
politica ed economica del Paese.
In particolare occorre per un verso arrestare il
progressivo smantellamento dei più efficaci strumenti di
sviluppo sperimentati con successo negli ultimi anni, e per
altro verso promuovere un nuovo approccio che tenga conto
anche del rinnovato quadro di competenze legislative delineato
dalla riforma del Titolo V della Costituzione. In altri
termini, occorrerebbe rilanciare un nuovo "Patto" per il
Mezzogiorno, che coinvolga tutti i livelli politici, le
amministrazioni pubbliche e la società civile, in una comune
azione di responsabilizzazione e valorizzazione della società
e delle istituzioni meridionali.
4.4. Gli enti locali e la finanza statale.
Confermando una tendenza ormai consolidata in questa
legislatura, la legge finanziaria per il 2004 continua a
colpire le autonomie territoriali, umiliandone il ruolo e le
prerogative costituzionali.
In un quadro di perdurante inattuazione del federalismo
fiscale, i crescenti vincoli e le limitazioni finanziarie
imposti dalla finanza statale stanno determinando il collasso
economico del sistema-paese, oltre che un'allarmante
"occlusione" della valvola di comunicazione tra i vari livelli
di governo del territorio.
In particolare, i problemi che la manovra di bilancio per
il 2004 lascia aperti, aggravandoli, sono in primo luogo i
seguenti:
a) i trasferimenti erariali agli enti locali per
l'anno 2004 subiscono, rispetto al 2003, una decurtazione di
653 milioni di euro, cui deve sommarsi il taglio già previsto
dalle precedenti leggi finanziarie per ulteriori 115 milioni
di euro ed il mancato adeguamento annuale a favore degli enti
sottodotati, stimabile in 182 milioni di euro. In definitiva,
le minori risorse ammontano ad almeno 950 milioni di euro.
Un'analoga tendenza si registra a livello delle unioni di
comuni, giacché i trasferimenti per esse e per l'esercizio
associato di funzioni risultano drasticamente diminuiti: dai
66 milioni di euro del 2003 ai circa 11 milioni di euro per il
2004!
b) il Patto di stabilità interno rimane
disciplinato dall'articolo 29 della Finanziaria 2003 (legge n.
289 del 2002), il quale prevede che il disavanzo di ciascun
ente rimanga quello già fissato come obiettivo per l'anno
2003, incrementato del tasso di inflazione programmato;
c) le risorse necessarie per far fronte ai
fabbisogni del sistema sanitario nazionale rimangono
largamente sottostimate. Il tavolo di monitoraggio sui livelli
essenziali di assistenza ha concluso nel luglio scorso la
rilevazione sui costi dell'assistenza sanitaria per il 2001,
evidenziando un disavanzo di 3,9 miliardi di euro. Non può
pertanto ritenersi esaustivo il livello di finanziamento
indicato nell'accordo dell'8 agosto 2001. In particolare, per
il 2004 le regioni segnalano una sottostima di circa 5
miliardi di euro;
d) permane per il 2004 il blocco della leva
fiscale regionale. Le difficoltà nel far fronte alla spesa
sanitaria sono ulteriormente accentuate dall'impossibilità per
le regioni di utilizzare le leve fiscali dell'IRAP e delle
addizionali IRPEF, a causa della perdurante sospensione
dell'efficacia delle delibere di istituzione o aumento di tali
imposte, prevista dall'ultima legge finanziaria (articolo 3,
legge n. 289 del 2002);
e) la mancata copertura degli oneri di assistenza
sanitaria per gli immigrati regolarizzati in seguito alla
legge "Bossi-Fini" sull'emersione e regolarizzazione
dell'immigrazione extracomunitaria. Nonostante l'Accordo del
luglio 2001 prevedesse l'impegno del Governo a garantire
variazioni in aumento in corrispondenza di nuovi fabbisogni,
non si è di fatto disposto alcuno specifico incremento di
risorse, lasciando alle regioni il peso di tutti i maggiori
oneri;
f) infine, la mancata previsione degli oneri
aggiuntivi per i rinnovi contrattuali. La Finanziaria non
fornisce infatti alcuna indicazione sulla compatibilità nel
quadro programmatico di finanza pubblica degli oneri per i
rinnovi dei contratti del personale delle regioni e degli enti
locali. Non si dispone alcuna risorsa aggiuntiva per
l'incremento delle retribuzioni del personale non statale,
limitandosi ad indicare un limite massimo alla loro crescita e
lasciando supporre che l'intero onere sia a carico delle
relative amministrazioni. Come è evidente, si tratta di
un'ulteriore e gravissima compressione dei margini finanziari
delle regioni e degli enti locali, a loro volta stretti entro
i vincoli del Patto di stabilità interno.
4.5 Le infrastrutture.
Dopo una prima parte di legislatura caratterizzata da una
straordinaria enfasi sui programmi di investimento
infrastrutturale - che avrebbero dovuto costituire il
principale traino dell'economia nazionale, oltre che il tratto
più qualificante di questo Governo - con la manovra per il
2004 il tema delle infrastrutture sembra improvvisamente
uscire di scena.
Lo spazio e le risorse che la Finanziaria dedica alle
infrastrutture appare infatti del tutto trascurabile, a fronte
di investimenti ed opere già deliberati che stentano tuttora a
decollare.
A questo proposito, basti osservare che ad agosto 2003 il
quadro dei finanziamenti per le grandi opere vedeva, per un
accantonamento complessivo di 4,3 miliardi di euro, un
ammontare di risorse assegnate pari ad appena 2,4 miliardi di
euro, cui corrispondeva una quantità di risorse effettivamente
erogate pari a zero euro (!).
Le delibere CIPE in corso di definizione dovranno essere
valutate per aggiornare eventualmente la situazione, ma resta
il fatto che a metà della legislatura il "motore" degli
investimenti non è neanche partito, come più volte lamentato
dalle amministrazioni locali e dalle associazioni dei
costruttori, e i fantasiosi meccanismi di finanziamento
prospettati da Tremonti (da Infrastrutture Spa al Piano
europeo per gli investimenti) restano evidentemente ancora al
palo, come dimostra indirettamente anche il disegno di legge
finanziaria per il 2004.
La legge finanziaria reca infatti "disposizioni in materia
di finanziamento di opere pubbliche", con le quali si delinea
un nuovo meccanismo di assegnazione delle risorse destinate
alle opere rientranti nella cosiddetta "legge obiettivo" (L.
n. 443 del 2001); con ciò stesso ammettendo che, ad oltre due
anni dalla definizione legislativa di quegli interventi, il
loro stadio di realizzazione è ancora molto arretrato.
Addirittura, secondo quanto prescritto dalla nuova
disposizione, saremmo ancora al livello della presentazione di
"analisi costi-benefici" e "piani dell'investimento", che
indichino le risorse utilizzabili e i proventi dell'opera.
Anche sul fronte dei meccanismi di finanziamento delle
opere infrastrutturali, la manovra per il 2004 sembra indicare
un mutamento di rotta e un generale abbandono delle ambizioni
originarie. Lo stesso articolo 48 del disegno di legge
finanziaria prevede, infatti, che il finanziamento delle opere
comprese nella "legge obiettivo" possa essere "concesso da
Infrastrutture Spa, dalla Cassa depositi e prestiti e dalla
Banca europea per gli investimenti, ovvero da altri soggetti
autorizzati al credito".
Questa disposizione, apparentemente elementare, nasconde
in realtà un ripensamento complessivo del ruolo e della
funzione peculiare di Infrastrutture Spa, originariamente
concepita proprio come volano degli investimenti
infrastrutturali ed ora posta sullo stesso piano della Cassa
depositi e prestiti, della BEI e addirittura di qualunque
altro soggetto autorizzato al credito bancario.
Tutto ciò deve essere letto anche alla luce del
decreto-legge n. 269 del 2003, convertito dalla legge n. 326
del 2003, che di fatto concentra la maggior parte della
manovra finanziaria per il 2004. L'articolo 5 del decreto
dispone infatti la trasformazione della Cassa depositi e
prestiti in società per azioni (vedi infra), delineando un
nuovo modello di finanziamento degli investimenti locali che
necessita evidentemente di un coordinamento con l'attività di
Infrastrutture Spa.
Infine, un altro aspetto che desta preoccupazione è quello
relativo al finanziamento della messa in sicurezza degli
edifici scolastici.
La Finanziaria per il 2003 aveva disposto che tali
interventi fossero inseriti tra le opere strategiche e dunque
finanziati sul Fondo ad esse dedicato (articolo 13, c. 1 della
legge n. 166 del 2002). Il decreto-legge n. 15 del 2003 ha
quindi autorizzato per il 2003 la destinazione di 20 milioni
di euro, a valere sullo stesso Fondo, al Piano straordinario
per la messa in sicurezza degli edifici scolastici.
Oggi, l'attuale testo della Finanziaria rifinanzia per il
2004 il Piano straordinario, prevedendo che ad esso sia
destinato il 10 per cento del Fondo per le opere strategiche.
Ma a ben guardare taglia drasticamente le risorse, riducendole
a meno della metà di quelle già previste per il 2003. Infatti,
il Fondo per le opere strategiche, già finanziato per 109,4
milioni di euro annui, con questa finanziaria risulta ridotto
a 91,4 milioni di euro. Quindi, la quota spettante alla messa
in sicurezza degli edifici scolastici risulta essere di appena
9,1 milioni di euro per il 2004, contro i 20 milioni del 2003
(già allora giudicati del tutto insufficienti).
In definitiva, venuta meno la cortina fumogena delle
promesse elettorali, a metà legislatura si può ormai formulare
un giudizio documentato sugli effettivi risultati delle
politiche di questo Governo in materia di infrastrutture,
anche al confronto con le politiche dei governi dell'Ulivo.
Per farlo, basta un dato oggettivo rilevato dall'ANCE
(Associazione nazionale costruttori edili): nel periodo
1996-2001 la crescita media annua degli investimenti
infrastrutturali è stata del 12,6 per cento; nel 2003, tale
crescita risulta negativa e pari a -3 per cento. Per il 2004,
a questo punto, non c'è molto da sperare.
4.6 La sfida della competitività e dell'innovazione.
L'insieme delle misure in materia di sostegno al made
in Italy, detassazione degli investimenti in ricerca (la
cosiddetta "Tecno-Tremonti") e "rientro dei cervelli",
distribuite tra maxidecreto e legge finanziaria, compongono e
delimitano la risposta del Governo alle sfide della
competitività e dell'innovazione.
L'approccio è angusto, sia per natura che per estensione
degli strumenti prescelti.
Se in alcuni casi, come per la "tecno-Tremonti",
l'intervento potrebbe andare nel giusto verso - peraltro già
da tempo indicato dall'Ulivo, con i propri emendamenti alla
"Tremonti-bis" - oggi esso risulta tardivo e di portata del
tutto insufficiente: la detassazione per un solo anno degli
investimenti in ricerca non può in nessun modo costituire un
serio incentivo per le imprese che necessitano di sostegno
all'innovazione attraverso una credibile programmazione di
investimenti in ricerca, mentre si traduce in un indebito
sconto fiscale una tantum per le imprese che già
investono in tal senso.
Del tutto insufficiente, nel merito e nel metodo, è invece
il cosiddetto incentivo al "rientro dei cervelli".
Con una disposizione manifestamente demagogica e mal
strutturata - solo in parte migliorata in sede emendativa - il
Governo ha previsto una riduzione delle imposte sui redditi,
per un periodo di tre anni, a beneficio di ricercatori "non
occasionalmente residenti all'estero" che vengano a svolgere
la loro attività in Italia, come lavoratori dipendenti o
autonomi. Le imprese che assumono tali ricercatori (o loro
medesimi, se autonomi) avrebbero inoltre una corrispondente
esenzione dall'IRAP.
A parte la cattiva formulazione della norma, solo
marginalmente corretta dall'introduzione di una più articolata
definizione della figura di ricercatore ammesso al beneficio,
è l'approccio complessivo al problema che appare sbagliato. Il
motivo per cui i nostri ricercatori non rientrano in Italia
non è certo di natura fiscale. Manca infatti per essi ogni
concreta possibilità di assorbimento sia da parte del sistema
della ricerca pubblica, sia da parte delle imprese private
italiane, agli ultimi posti in Europa per investimenti in
ricerca e sviluppo.
La manovra finanziaria per il 2004 non solo non introduce
alcun correttivo a tale situazione, ma addirittura la aggrava
pesantemente con la reiterazione del blocco delle assunzioni
per le Università e per gli Istituti di ricerca pubblici,
ormai sistematicamente deprivati - oltre che di risorse
finanziarie - anche dell'unica risorsa davvero imprescindibile
per la competitività della ricerca italiana: il contributo
delle generazioni più giovani al capitale umano
complessivo.
Infine, a compensare la completa assenza di credibili
interventi di sostegno alle imprese, il Governo presenta un
"pacchetto" di misure in materia di made in Italy che
ben rappresentano la politica degli "incentivi di carta" che
caratterizza la manovra per 2004.
Nuove banche dati e centrali operative, sportelli unici
doganali, tutele penali della denominazione d'origine dei
prodotti, uffici di consulenza per la tutela dei marchi, nuovi
comitati anti-contraffazione, ecc. non possono certo bastare a
dare una risposta convincente alla gravissima crisi di
competitività che sta investendo il nostro sistema
produttivo.
Alle difficoltà insorte per effetto del changeover
lira-euro, che ha eliminato la possibilità di ricorso alla
leva del cambio per il sostegno alle nostre esportazioni, si è
sovrapposta la vastissima serie di condoni e sanatorie fiscali
attraverso i quali il Governo ha drenato al Paese - ai
cittadini e al sistema produttivo - 13 miliardi di euro nel
solo 2003, cui si devono aggiungere ulteriori 3,5 miliardi di
euro attesi dal condono edilizio e dalla proroga del condono
fiscale.
Si tratta di una quantità enorme di risorse, direttamente
sottratte agli investimenti delle imprese in innovazione dei
processi e dei prodotti, quanto mai indispensabili per reggere
l'impatto con i nuovi mercati globali, ma sottratte anche alle
imprese commerciali e di distribuzione, con un drammatico
effetto combinato sulla dinamica dei prezzi al consumo.
Infine, si drenano direttamente risorse anche ai cittadini,
deprimendo i consumi delle famiglie e alimentando la spirale
recessiva.
5. Le modifiche della Commissione bilancio della Camera:
ancora un'altra una tantum per i conti del 2004.
Nella notte del 4 dicembre la Commissione bilancio ha
licenziato il testo della legge finanziaria per l'esame
dell'Assemblea dopo un esame convulso durato appena tre giorni
che non ha permesso alle forze politiche rappresentate nel
Parlamento di approfondire in maniera esaustiva e, quindi,
dare soluzioni adeguate ai problemi che erano rimasti
irrisolti nel passaggio del Senato.
In particolare la Camera era chiamata a chiarire gli
aspetti relativi alle seguenti tematiche:
finanza locale e taglio dei trasferimenti agli enti
locali;
quadro di risorse effettivamente utilizzabili dal
Mezzogiorno per il 2004;
potenziamento delle risorse per l'innovazione e la
competitività in particolare per quel che riguarda il blocco
delle assunzioni nei settori interessati.
Dei suddetti problemi solo il primo è stato affrontato,
peraltro in modo insufficiente, poiché a fronte di una
richiesta delle autonomie locali di ulteriori 800 milioni di
euro, il Governo ha chiuso la partita stanziando solo 250
milioni di euro aggiuntivi di cui 20 milioni di euro per
l'anno 2004 quale contributo alle unioni di comuni, 180
milioni di euro a valere sui trasferimenti erariali per l'anno
2004 quale incremento annuale delle risorse derivanti dal
tasso di inflazione programmato. Tali risorse sono
distribuite, per il 50 per cento agli enti c.d. sottodotati e
per il restante 50 per cento alla generalità dei comuni.
Infine per l'anno 2004 è concesso ai comuni con popolazione
inferiore a 3.000 abitanti un contributo pari a 50 milioni di
euro, per le medesime finalità dei contributi attribuiti a
valere sul fondo nazionale ordinario per gli investimenti.
Inoltre, nella nottata, il Governo ha scoperto le proprie
carte approvando un emendamento che estende al 2002 i condoni
tributari previsti nella precedente legge finanziaria.
L'emendamento, privo di qualsiasi relazione tecnica che ne
quantifichi il gettito, introduce una ulteriore misura una
tantum nella manovra 2004. In tal modo il rapporto tra
misure una tantum e misure strutturali, già non conforme a
quanto stabilito nell'ultimo Dpef, viene ulteriormente
aggravato.
Inoltre considerando che tale proroga avrà incidenza sui
conti del 2004 risulta spontaneo domandarsi se già da ora il
Governo sia consapevole che le previsioni di finanza pubblica
modificate appena due mesi fa non siano più valide.
L'estensione dell'ambito temporale di applicazione delle
sanatorie fiscali, conferma, sostanzialmente, le modalità e i
termini previsti dalla disciplina vigente e detta norme di
coordinamento con il concordato preventivo. Sarà dunque
definibile anche il periodo di imposta 2002, per il quale sono
state presentate le dichiarazioni entro il 31 ottobre 2003. Il
versamento dovrà essere effettuato entro il nuovo termine del
16 marzo 2004. L'apertura dei condoni è a tutto campo: si
potranno applicare le norme di integrazione degli imponibili,
integrazione automatica e condono tombale di cui agli articoli
7, 8 e 9 della legge n. 289 del 2002; le norme in materia di
definizione agevolata dei ritardati od omessi versamenti
(articolo 9-bis) ai pagamenti delle imposte e ritenute (ivi
compresi i ruoli) con scadenza fino al 1^ gennaio 2004.
L'ampliamento delle sanatorie riguarderà anche la
definizione agevolata ai fini delle imposte di registro,
ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni e
dell'INVIM (articolo 11) agli atti formati e alle denunce e
alle dichiarazioni presentate entro il 30 settembre 2003 (in
luogo del 30 novembre 2002); la facoltà di regolarizzazione
delle scritture contabili (articolo 14) e di iscrivere
variazioni degli importi nell'inventario, nel rendiconto
ovvero nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2003, la definizione
delle liti potenziali (articolo 15) e la definizione delle
liti pendenti (articolo 16).
Viene fissato al 1^ gennaio 2004 (in luogo del 1^ gennaio
2003) il termine entro il quale, ai fini dell'accesso alla
definizione agevolata, gli avvisi di accertamento e gli inviti
al contraddittorio non siano stati resi definitivi, e
relativamente ai processi verbali di constatazione non sia
stato notificato avviso di ricevimento o invito al
contraddittorio.
Si stabilisce inoltre che, ai fini dell'accesso al
concordato preventivo, i soggetti interessati che abbiano
dichiarato per il 2001 ricavi o compensi inferiori a quelli
risultanti dagli studi di settore o parametri, possono, in
luogo del pagamento delle imposte per l'adeguamento agli
stessi, avvalersi di una delle sanatorie per il periodo di
imposta in corso al 31 dicembre 2002 di cui agli articoli 7, 8
e 9 della legge n. 289/02.
Infine è stato aumentato il tetto di spesa su cui ottenere
gli sgravi sulle ristrutturazioni edilizie. Lo sconto
dell'Irpef rimane confermato nella versione del Senato, che lo
aveva innalzato dal 36 per cento al 41 per cento, ma il tetto
massimo di spesa sale da 48.000 euro a 60.000 euro.
Due problematiche sono state rinviate alla discussione
dell'Assemblea: il modello Consip e la normativa relativa ai
servizi pubblici locali.
Sulla Consip il problema è ormai evidente: dal modello
ideato dal centrosinistra, in cui l'obbligatorietà era
riservata esclusivamente alle amministrazioni centrali si è
passati, con la legge finanziaria dello scorso anno, ad una
centralizzazione del sistema obbligando anche le
amministrazioni periferiche e gli enti locali a ricorrere alla
Consip per qualsiasi acquisto, anche di modesta entità.
L'effetto ottenuto è andato nella direzione opposta a
quella sperata, in quanto si sono notevolmente ridotti i
risparmi di spesa e gli stessi enti locali da tempo denunciano
che si sono annullati i vantaggi competitivi che il sistema
Consip aveva prodotto nel modello del centrosinistra.
Il Governo ha già parzialmente riconosciuto il proprio
errore riportando ai livelli precedenti il tetto di spesa
entro cui le amministrazioni possono non ricorrere alla
Consip. In realtà la modifica non è sufficiente a garantire
gli obiettivi per cui è stata ideata la Consip, essenzialmente
risparmi di spesa, e dunque l'Assemblea provvederà ad
effettuare ulteriori modifiche.
L'Assemblea di Montecitorio dovrà infine risolvere lo
spinoso problema dei servizi pubblici locali che sconta
l'incertezza del quadro normativo di riferimento a seguito
delle continue modifiche che vengono operate di anno in
anno.
6. Le nostre idee per l'economia e la società
italiana.
L'Ulivo ha presentato una serie di emendamenti che, pur
non costituendo propriamente una finanziaria alternativa,
evidenziano un disegno strategico compiuto, Non vogliamo però
sottrarci al confronto sulla questione di fondo, che ci è
stata posta anche negli incontri del Centro sinistra con le
parti sociali: quale linea di politica economica, oltre
l'elenco delle buone intenzioni, in un periodo di crescita
insufficiente e di difficoltà irrisolte sul fronte della
finanza pubblica? Il dibattito è aperto, e non può certo
essere risolto in una relazione di minoranza alla legge
finanziaria di questo Governo. Tuttavia è possibile lanciare
qualche suggestione per la riflessione successiva.
6.1 Due strategie di politica di bilancio.
Vorrei richiamare anzitutto una considerazione
particolarmente efficace svolta dalla Corte dei Conti nella
relazione orale prodotta per il giudizio sul rendiconto
generale dello Stato per il 2002. In essa viene analizzata la
politica economica e di bilancio degli ultimi anni, in termini
che preferisco citare testualmente: "Lo schema di fiscal
policy proposto negli ultimi anni sembra aver riposato da
un lato sull'idea che una riduzione significativa della
pressione fiscale sia in grado di autofinanziarsi attraverso
lo stimolo che le minori distorsioni della tassazione
provocano all'economia; dall'altro su una strategia di misure
volte a migliorare l'efficienza della gestione del patrimonio
pubblico o alla creazione di canali paralleli, fuori dei
confini del fabbisogno e dell'indebitamento, per il
finanziamento degli investimenti pubblici. Sembrano dunque
essersi contrapposte due diverse modalità di conduzione della
politica di bilancio: la prima caratterizzata da una sorta di
aggiustamento intorno ai progressi realizzati nel periodo
precedente, con limitate correzioni della pressione fiscale in
quanto consentite dalla riduzione della spesa per interessi e
da misure concertate di razionalizzazione della spesa; la
seconda, caratterizzata dall'annuncio di tagli robusti del
carico fiscale, da misure di dismissione patrimoniale affidate
a operazioni di cartolarizzazione e dalla creazione di canali
paralleli per il finanziamento degli investimenti
pubblici".
Nelle parole della Corte si delinea una strategia della
gradualità, che rifugge dagli annunci roboanti puntando a
costruire una solida e sana base di partenza per politiche
pubbliche capaci di incidere sullo sviluppo senza creare
problemi ai conti pubblici. Gradualità e certezza contrapposte
alle aspettative ed alle scommesse. Naturalmente sono
riconducibili a questa spregiudicata gestione dei conti
pubblici l'inadeguatezza delle coperture, l'imprecisa
quantificazione degli oneri dei provvedimenti, l'utilizzo
delle entrate una tantum di cui abbiamo già ampiamente
parlato. Tutto in questi anni è stato basato sulle attese di
una crescita economica che appare ancora lontana, con le
conseguenze negative sperimentate, anziché partire dalle
condizioni reali e definire le strategie possibili.
6.2 L'orizzonte europeo.
La seconda questione che vorrei considerare è quella
dell'orizzonte europeo. Come l'Europa può essere occasione ed
opportunità per una ripresa economica duratura. L'argomento è
particolarmente attuale in questi giorni, immediatamente a
ridosso delle decisioni del consiglio ECOFIN, che ha
registrato la sospensione di fatto del Patto di stabilità per
la Francia e la Germania. Ragioni politiche ed economiche
confermano il giudizio negativo che è stato largamente
formulato nei confronti della decisione, che rischia di
costituire una sospensione del patto di stabilità europeo con
conseguenze negative sulla stabilità delle economie, in primo
luogo di quella italiana. Tuttavia ribadire il rispetto dei
vincoli europei, per ragioni di principio e per evitare che si
diffonda una interpretazione furbesca dei patti e degli
impegni assunti, non può impedire di aprire una discussione in
ordine a come rifocalizzare il Patto di stabilità sul versante
della crescita. Naturalmente occorre calibrare con grande
attenzione le diverse ipotesi che il dibattito economico ha
messo in campo, e non intendo approfondire l'argomento. Mi
basta richiamare la necessità che questo dibattito si
organizzi intorno al tema degli investimenti in infrastrutture
e in ricerca e sviluppo, e attribuisca alla Commissione
europea più pregnanti poteri decisionali ed applicativi, per
evitare che questa strada sia l'inizio di una
"rinazionalizzazione" della politica economica europea. Una
politica economica europea come orizzonte di una forte
politica degli investimenti e dell'innovazione capace di
contribuire alla crescita ed allo sviluppo.
6.3 Una politica della domanda e dell'offerta.
Il terzo tema è quello relativo alla necessità di
caratterizzare la manovra di politica economica con un
intelligente equilibrio tra politiche della domanda e
politiche di valorizzazione dell'offerta. Sotto questo aspetto
i provvedimenti che stiamo discutendo appaiono privi di
caratterizzazione, più una sommatoria di decisioni particolari
che una strategia di intervento coordinata.
Dal punto di vista della strategia dell'offerta, il
giudizio è fortemente negativo, ed è stato ribadito nelle
audizioni delle Commissioni Bilancio delle Camere dai
rappresentanti delle categorie produttive. Non basta la
tecno-Tremonti per garantire una svolta nel campo della
incentivazione della ricerca e dell'innovazione; e in ogni
caso una norma operativa per un solo anno non costituisce un
quadro di riferimento certo entro cui programmare decisioni
aziendali strategiche. Allo stesso modo non sono sufficienti
esercitazioni confuse sul "made in Italy" per sviluppare
politiche capaci di dare nuova competitività ai settori
tradizionali, anche se la questione della tutela delle
produzioni italiane, dei marchi e della lotta alle
contraffazioni è una esigenza che condividiamo. Non si può
basare una strategia di valorizzazione delle produzioni
tipiche e forti del paese soltanto sugli strumenti
doganali.
Le cose non vanno meglio sul fronte della domanda. Come
abbiamo già dimostrato, gli effetti dell'assegno al secondo
figlio e dell'introduzione del reddito di ultima istanza non
determinano ricadute significative sull'incremento della
capacità di consumo delle componenti più deboli della società.
Altri interventi significativi non ci sono. La manovra di
politica economica 2003 non affronta il problema che sta
diventando attuale, oggetto di sempre maggiore attenzione nel
dibattito del paese: l'esigenza di una nuova politica di
redistribuzione dei redditi, che riconosca l'impoverimento che
sta caratterizzando la società italiana e cerchi di
contribuire ad invertire la tendenza. Un impoverimento che
coinvolge in modo diffuso le classi medie, e che rischia di
diventare un fenomeno preoccupante. Naturalmente quando
poniamo tale questione abbiamo la consapevolezza che essa
attiene anche ad una dimensione etica, all'idea che abbiamo di
una società solidale e giusta a cui vuole tendere la nostra
azione politica, che è elemento identificativo della nostra
azione politica. Ma non rinunciamo a collocare il tema in una
dimensione economica, come una delle condizioni per dare basi
alla crescita. Anche i dati europei di questi giorni, che
continuano ad indicare nella debolezza dei consumi una delle
cause delle difficoltà dell'economia del vecchio continente,
ci spingono in questa direzione.
6.4 Gli emendamenti del centrosinistra.
Già nella relazione di minoranza al "decretone" avevamo
declinato queste impostazioni generali in una serie di
concrete proposte di intervento, in una strategia emendativa
che aveva al suo centro cinque grandi aree di attenzione. Le
richiamiamo conclusivamente, riassumendo il senso dell'azione
del Centro sinistra all'interno della manovra di politica
economica e di finanza pubblica.
1) Un grande sforzo per lo sviluppo e l'innovazione del
sistema Italia. Abbiamo proposto il rifinanziamento degli
strumenti di incentivazione della ricerca, dell'innovazione e
del trasferimento tecnologico; una iniziativa straordinaria
per immettere nuove leve di giovani ricercatori, per il
potenziamento delle Università e delle istituzioni
scientifiche a partire da quelle di eccellenza; la definizione
di una politica industriale attenta alle esigenze
dell'innovazione della piccola e media impresa valorizzando la
dimensione distrettuale.
2) Una nuova e moderna equità come condizione di
giustizia e di sviluppo. Abbiamo proposto un intervento
organico per gli anziani non autosufficienti, anche
nell'ottica di una politica della famiglia; maggiorazione
delle pensioni per i disabili; una politica della casa che
riproponga l'attenzione nei confronti delle crescenti esigenze
di edilizia popolare e rafforzi l'intervento di sostegno
economico agli affitti; riforma degli ammortizzatori sociali
come stramento indispensabile per accompagnare le
trasformazioni strutturali del mercato del lavoro.
L'estensione del reddito minimo di inserimento, come forma
moderna di accompagnamento economico verso l'attività
lavorativa, pur con i necessari adeguamenti derivanti dalla
sperimentazione.
3) La riscoperta di una politica dei prezzi per battere
l'inflazione e per favorire la ripresa dei consumi. A partire
dalla restituzione del drenaggio fiscale e da una più
realistica definizione dell'inflazione programmata,
individuazione di meccanismi per un "monitoraggio di filiera"
della formazione dei prezzi; individuazione delle "aree
sensibili" caratterizzate da forti aumenti dei prezzi, e
assunzione di specifiche iniziative di analisi e di accordi;
risorse per la chiusura dei contratti pubblici.
4) Una politica per il Mezzogiorno, grande risorsa del
paese. Accanto all'assegnazione di maggiori risorse da
destinare al Fondo per le aree sottoutilizzate, abbiamo
proposto il rifinanziamento degli strumenti che erano stati
introdotti dalle politiche del Centro sinistra (crediti di
imposta, legge 488 del 1992 di incentivazione industriale,
prestiti d'onore e agevolazioni per l'imprenditoria
giovanile); particolare attenzione alla valorizzazione di
tutte le iniziative capaci di promuovere l'autosviluppo.
5) Centralità delle Regioni e degli Enti locali per il
futuro dell'Italia. Abbiamo proposto una diversa impostazione
del patto di stabilità ed una garanzia sul mantenimento del
livello dei trasferimenti; il ripristino della possibilità di
utilizzo delle addizionali, in attesa del federalismo fiscale;
l'adeguamento delle risorse a disposizione della sanità, dopo
il fallimento dei tentativi di mettere ordine nella materia
che stanno facendo esplodere il deficit della sanità
pubblica in Italia; in generale siamo convinti che occorra una
strategia di collaborazione e concertazione tra lo Stato e il
sistema delle autonomie, su cui si basa in misura sempre
maggiore l'organizzazione dei servizi di welfare.
Sappiamo bene che non basta esporre delle idee, e che
anche le nostre proposte devono fare i conti con la "prova
delle risorse". Una politica equilibrata dei conti pubblici,
che il Centro sinistra ha posto alla base negli anni passati
della sua azione di risanamento della finanza dello Stato, ci
consentirebbe oggi condizioni di maggior favore. Tuttavia il
problema del finanziamento di numerose iniziative di sviluppo
e di giustizia sociale richiede risorse finanziarie adeguate.
Proprio per questa ragione abbiamo posto particolare
attenzione alla individuazione di "coperture" adeguate e
credibili, attivabili concretamente. Le ipotesi di aumento
delle aliquote per il rientro dei capitali dall'estero, di
ripristino dell'imposta di successione sui grandi patrimoni,
di individuazione concreta di priorità nell'utilizzo delle
risorse, di una politica fiscale che mantiene la progressività
e combatte l'evasione danno gambe e concretezza alle nostre
idee.
Conclusioni.
Le analisi, le critiche e le proposte che hanno tracciato
il canovaccio di questa relazione sono le ragioni per cui
ribadiamo la nostra contrarietà alla legge finanziaria ed alla
strategia di politica economica del Governo. Lo facciamo
consapevoli di dare voce, in questo modo, anche a
preoccupazioni ed a perplessità che serpeggiano dentro la
maggioranza e nel suo retroterra culturale e sociale. La
mancata chiarezza sui conti pubblici, il riproporsi dei
condoni come strumento ordinario di fiscalità, l'affanno del
Paese incerto sul suo futuro sono la nostra responsabilità. A
cui vogliamo fare fronte.
MORGANDO, Relatore di minoranza.