XIV LEGISLATURA

RELAZIONE - N. 4490 - 4489-A-bis




        Onorevoli Colleghi! -

Il fallimento della politica economica del Governo Berlusconi

        La politica economica del Governo Berlusconi in questi due anni e mezzo è stata fallimentare e disastrosa. L'Italia è entrata in una lunga fase di ristagno e di recessione economica di cui ancora non si vede la fine. Non siamo di fronte ad un classico fenomeno ciclico e congiunturale, bensì ad una vera e propria crisi strutturale della nostra economia.
        La crisi italiana è un aspetto della crisi generale del modello della globalizzazione neoliberista. Anche nel resto d'Europa, le principali economie si trovano in recessione. Negli USA soltanto un enorme incremento delle spese militari, per finanziare la guerra di aggressione all'Irak, è riuscito a sostenere la domanda e ad impedire finora l'intensificarsi della crisi economica, esplosa dopo lo scoppio della bolla speculativa di Wall Street nel 2000. Tuttavia, i giganteschi squilibri dei deficit gemelli (bilancio pubblico e partite correnti) dell'economia statunitense costituiscono una fonte perenne di instabilità e di precarietà per l'intera economia mondiale. Il Giappone, da oltre un decennio, è in preda alla deflazione e alla depressione. Nel Sud del mondo si aggrava la povertà e la miseria per grandi masse di popolazione. Il modello neoliberista, che ha dominato nello scorso decennio promettendo prosperità e sviluppo al mondo intero, è ormai entrato in una crisi irreversibile. La sua continuazione è fonte continua di nuove minacce per la sopravvivenza dell'umanità.
        In Italia, a questa crisi generale, si aggiunge il vertiginoso declino del sistema industriale e produttivo del Paese. La rilevante perdita di quote di mercato nel commercio mondiale, la crisi dei principali settori industriali, a cominciare da quello automobilistico, l'aggravarsi degli squilibri territoriali tra Nord e Sud del Paese, la recrudescenza dell'inflazione costituiscono gravi segnali di allarme per il nostro futuro. Sul piano occupazionale, la disoccupazione riprende a crescere, nonostante l'estensione enorme della precarizzazione dei rapporti di lavoro. Sul piano sociale, assistiamo ad una drammatica perdita di potere d'acquisto dei salari e delle pensioni, tale da estendere a larghe fette del lavoro dipendente una condizione di povertà e di indigenza, già così ampia.
        Di fronte a queste emergenze economiche e sociali, la politica del Governo Berlusconi è rimasta ancorata ai dogmi del neoliberismo: privatizzazioni, riduzione dell'intervento pubblico, smantellamento del sistema di Welfare. A differenza della Francia e della Germania, l'Italia sostiene in Europa una posizione di integrale rispetto del Patto di stabilità, che ormai rappresenta un cappio sempre più stretto che sta strangolando l'economia europea. Oltre alla conferma degli indirizzi fallimentari del neoliberismo, il Governo ha aggravato la situazione perseguendo fini particolaristici e corporativi, tesi ad incrementare il privilegio e l'ingiustizia sociale. L'uso massiccio ed estensivo dei condoni, da quelli fiscali a quello edilizio, ne sono la manifestazione più eclatante.
        E' diventato ormai urgente mettere in campo una politica economica alternativa. La ripresa dello sviluppo passa necessariamente per una grande operazione di redistribuzione del reddito a vantaggio dei lavoratori e dei pensionati e per una ripubblicizzazione del sistema industriale e dei beni comuni.


Superare il patto di stabilità europeo

        La sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (PSC) decisa dall'ultima riunione dell'Ecofin segna, nei fatti se non ancora nel diritto, la fine di questo strumento e, più in generale, di un orientamento ossessivamente restrittivo delle politiche fiscali europee. Il PSC è stato un fattore di blocco della crescita economica europea, particolarmente grave in un periodo di stagnazione: come prima i parametri di Maastricht, è stato usato per imporre e giustificare in Europa politiche impopolari di riduzione dei servizi pubblici e di privatizzazione, ha fallito tutti i suoi obiettivi, compresi quelli di riduzione dei deficit pubblici, non riesce più ad essere rispettato dai principali Paesi dell'Unione monetaria europea (UEM), è gravato da insolubili contraddizioni interne ed è privo di coerenza con l'attuale assetto dell'UEM. Le proposte di modifica del Patto di stabilità e crescita (PSC), avanzate in sedi ufficiali e semiufficiali, aggravano i problemi invece di risolverli. La determinazione di regole istituzionali di politica economica, rigide e vincolanti, sono il frutto di un fallimentare approccio ideologico neoliberista all'integrazione europea. Pensare di poter resuscitare il PSC, magari in nuove forme, è sbagliato e dannoso.
        Occorre invece cogliere questa occasione per varare una nuova politica economica più attenta alle esigenza della crescita, dell'ammodernamento dell'apparato produttivo e della redistribuzione del reddito rispetto a quella condotta finora. La fine del PSC impone oggi la definizione di una nuova architettura europea per la definizione delle politiche economiche.
        L'alternativa al PSC e alla declinazione europea dell'ideologia della globalizzazione neoliberista, oggi incarnata dall'attuale struttura dell'UEM, va infatti cercata e perseguita a livello europeo. L'alternativa non è l'autarchia nazionale, bensì la costruzione di una nuova Europa, democratica, indipendente e sovrana, ispirata dai valori della pace, della giustizia, dell'uguaglianza e della libertà. Oggi, l'Europa di Maastricht e del PSC non è questo, anzi per molti aspetti ne rappresenta l'antitesi. L'attuale UEM è l'Europa del capitale finanziario, della tecnocrazia comunitaria e bancaria, della subalternità ai mercati e ai mercanti. Quali allora i connotati basilari di un'altra Europa?
        All'interno di un'Unione Economica e Monetaria, formata da entità statuali distinte, è certamente necessario che esista un forte grado di coordinamento nelle politiche economiche. Se così non fosse, l'Unione si disgregherebbe, in seguito ai comportamenti egoistici dei singoli Stati. Esistono però diverse forme attraverso cui realizzare la necessaria integrazione e collaborazione. La strada finora scelta dall'UEM è consistita nell'affidare ad un organismo tecnico, come la BCE, responsabile solo nei confronti dei mercati finanziari, la conduzione della politica monetaria e del cambio e di mantenere invece una gestione decentrata a livello nazionale delle politiche fiscali. Per garantire la coerenza sistemica delle singole politiche fiscali nazionali, però, sono stati creati vincoli di natura istituzionale, quali quelli del PSC, rigidi e sottratti alla potestà democratica. La struttura del potere e i meccanismi decisionali dentro l'UEM sono così privati di qualsiasi legittimazione democratica, in balia di tecnocrazie irresponsabili o di meccanismi impersonali e "oggettivi".
        L'altra Europa da costruire passa allora innanzitutto attraverso l'integrale democratizzazione delle istituzioni europee. Tra queste un posto di primaria rilevanza spetta alla BCE. La conduzione della politica monetaria e del tasso di cambio deve essere sottoposta a poteri di indirizzo politico, formulati da organismi istituzionali sottoposti a controllo democratico e direttamente responsabili nei confronti dei cittadini, sottraendole all'attuale subordinazione agli interessi dei mercati finanziari.
        Per quanto riguarda la politica fiscale, occorre invece procedere verso una maggiore integrazione, introducendo, accanto a strumenti di coordinamento gestionale, anche forme di definizione a livello comunitario degli indirizzi strategici e dell'orientamento macroeconomico complessivo dell'area. Ciò può essere possibile, in primo luogo, attraverso un rafforzamento quantitativo e qualitativo del bilancio dell'UE, oggi pari ad appena l'1,5 per cento del PIL dell'area e limitato a pochi settori di intervento. E' evidente come l'esiguità attuale delle risorse gestite a livello comunitario rende impossibile attuare, a livello di Unione, serie ed efficaci politiche di riequilibrio regionale e di ridistribuzione territoriale delle risorse. Ancora più arduo risulta oggi l'obiettivo di utilizzare la politica fiscale comunitaria per orientare la domanda complessiva dell'UEM e per svolgere compiti di programmazione e di pianificazione generale dello sviluppo. Ma una maggiore integrazione fiscale vuol dire anche procedere, dal lato delle entrate pubbliche, verso una convergenza dei sistemi tributari nazionali e, dal lato delle spese pubbliche, verso una maggiore omogeneità dei sistemi di protezione sociale. In questo modo, si costruirebbe, accanto allo spazio economico, anche uno spazio sociale europeo, nel quale i cittadini possano godere tendenzialmente dei medesimi diritti. Inoltre, è solo attraverso una più forte integrazione fiscale che l'intervento pubblico nell'economia può acquistare gli strumenti e le risorse necessarie per politiche strutturali sull'apparato industriale e produttivo, non limitate alla sola liberalizzazione dei mercati.
        Naturalmente, procedere verso l'integrazione fiscale porta con sé una parziale riduzione della sovranità degli Stati nazionali. Ma, in realtà, già oggi, con il PSC, essa è largamente espropriata a vantaggio delle tecnocrazie e degli interessi economici dominanti. L'integrazione fiscale dovrebbe essere accompagnata dalla democratizzazione dei meccanismi decisionali dell'Unione, con un ruolo primario del Parlamento europeo, unica istituzione espressione di una sovranità popolare europea. Integrazione fiscale non vuol dire centralizzazione: l'esperienza storica di numerosi Stati federali mostra una varietà di possibili soluzioni in grado di garantire sia l'efficacia generale della politica fiscale, sia il decentramento decisionale e operativo.
        L'alternativa all'Europa neoliberista di Maastricht e del PSC passa dunque attraverso un di più di integrazione e non un di meno. Ormai, il vecchio sogno europeista della costruzione di un'entità statuale continentale, può essere incarnato solo dalle forze della sinistra alternativa e antiliberista. Come mostra il topolino della bozza di Costituzione europea partorito dalla Convenzione, le forze dominanti non possono procedere oltre sulla strada dell'integrazione europea, perché dovrebbero rinunciare al loro modello politico e sociale, oggi alla base dell'UEM. Il compimento dell'unità europea passa così per la costruzione dell'alternativa al neoliberismo.
        Tuttavia, in attesa di un nuovo quadro per una alternativa a livello europeo, sarebbe possibile avviare già oggi una nuova politica economica, che fuoriesca dal neoliberismo e che apra un nuovo orizzonte di sviluppo e di giustizia sociale per il nostro Paese. Vuole essere questo il significato di questa relazione parlamentare di minoranza alla manovra finanziaria per il 2004. Per la prima volta, vogliamo indicare, in maniera organica e analitica, come sarebbe possibile attuare una svolta nella politica economica del Paese. Questa nostra piattaforma ha lo scopo di allargare il consenso alla comune lotta di tutte le opposizioni per sconfiggere il Governo. Dal neoliberismo è possibile uscire. Oggi, subito.


Le previsioni truccate del Governo

La recessione del 2003

        Per l'ennesima volta il Governo è costretto, nella nota di aggiornamento del Dpef presentata insieme alla Finanziaria, a rivedere al ribasso le previsioni economiche precedentemente formulate. In ciascuno dei primi due trimestri del 2003, la crescita economica italiana è risultata negativa per lo 0,1 per cento. Anche dal punto di vista tecnico, quindi, l'economia italiana è entrata in una fase di recessione, dopo la stagnazione dello scorso anno, quando il PIL aveva fatto registrare una modesta variazione dello 0,4 per cento su base annua. Ormai la natura strutturale della crisi economica italiana non può sfuggire a nessuno. A partire dal secondo trimestre 2001, ben prima degli attentati alle Torri Gemelli di New York (ma in curiosa coincidenza con la vittoria elettorale di Berlusconi), il tasso di crescita del PIL è improvvisamente crollato, passando da un tasso annuale tendenziale del 3,2 per cento ad una crescita annua tendenziale nulla. Da allora l'economia è entrata in una lunga fase di stagnazione/recessione che dura da ben nove trimestri. Se nei nove trimestri precedenti il PIL era cresciuto complessivamente del 5,5 per cento, negli ultimi nove trimestri la crescita complessiva è stata di appena lo 0,6 per cento. Questa performance negativa dell'economia italiana non è certamente da attribuire in via esclusiva all'operato del nuovo Governo, insediatosi nel secondo trimestre del 2001. Infatti, un andamento analogo si è avuto anche nel resto d'Europa, a causa delle crisi generale della globalizzazione neoliberista. Tuttavia, ciò che è indiscutibile è che la politica economica del Governo Berlusconi si è rivelata, nonostante le sparate propagandistiche, del tutto inadeguata a far fronte alla nuova situazione di crisi. Anzi, l'accentuazione dei caratteri neoliberisti della politica economica dell'attuale Governo ha esacerbato la difficoltà.
        La recessione del 2003 ne è la dimostrazione. I fattori che hanno maggiormente determinato la recessione nel primo semestre dell'anno in corso sono stati il calo degli investimenti, che ha contribuito per il -0,7 per cento al PIL, e la riduzione della domanda estera (-0,5 per cento). Positivo è invece stato il contributo dei consumi delle famiglie (+0,2 per cento) e della variazione delle scorte (+0,8 per cento). Sostanzialmente neutra è risultata essere la componente pubblica della domanda (+0,1 per cento). Il sensibile incremento della variazione delle scorte nel primo semestre dell'anno ha più che compensato la riduzione intervenuta nel secondo semestre 2002, a dimostrazione di un persistente eccesso di capacità produttiva. La ricostituzione del livello delle scorte lascia prevedere che nella seconda parte del 2003 eventuali incrementi della domanda potranno essere, in tutto o in parte compensati, da una riduzione delle scorte senza produrre effetti sulla produzione.
        In questo quadro, tutt'altro che roseo, la previsione di un incremento del PIL nel 2003 pari allo 0,8 per cento, formulata nel Dpef presentato a luglio, è apparsa esagerata allo stesso Governo. L'aggiornamento al Dpef ha quindi ridotto la stima di crescita annuale del PIL 2003 allo 0,5 per cento. Tuttavia, anche questa modesta stima di crescita appare viziata da un pregiudizio ottimistico, in assenza di un chiaro segnale di orientamento espansivo della domanda pubblica.


La crescita economica nel 2004: domanda, produzione e occupazione

        L'ottimismo del Governo risulta ancora più accentuato nello scenario di crescita previsto per il 2004. La nota di aggiornamento corregge solo in ridottissima misura la stima di crescita del 2 per cento del PIL precedentemente formulata, portandola all'1,9 per cento per il prossimo anno, un livello che lo stesso Governatore della Banca d'Italia ha definito "ardito". Questa stima, infatti, comporta, alla luce della recessione del primo semestre 2003, la previsione di una dinamica ben più accelerata e vivace della ripresa, di cui non si comprendono le ragioni. Il perdurante apprezzamento dell'euro e le difficoltà competitive delle esportazioni italiane, fanno prevedere un contributo decisamente negativo della componente estera della domanda, con un'accelerazione del deterioramento del saldo corrente della bilancia dei pagamenti.
        A questo proposito è da rilevare come, nel corso degli ultimi due anni, sia cambiata la posizione estera del nostro Paese, che è passato da una situazione di esportatore netto ad una di importatore netto. Si tratta di un cambiamento strutturale della nostra economia, che non deriva quindi da fenomeni congiunturali, dato che la dinamica della domanda interna è stata inferiore a quella media degli altri Paesi. Questo cambiamento strutturale è foriero di conseguenze negative per lo sviluppo economico futuro, perché comporta una riduzione del tasso di crescita potenziale di equilibrio. L'ipotetica ripresa dell'economia mondiale avrebbe quindi un impatto ridotto sulla produzione interna e, a parità di aspettative espansive, accentuerebbe il contributo negativo netto della domanda estera sulla crescita economica. In altre parole, se l'Italia volesse crescere mediamente come gli altri Paesi dovrebbe fare affidamento su una maggiore espansione della domanda interna.
        Data questa condizione negativa della domanda estera, il Governo stima una crescita attesa della domanda interna addirittura del 2,4 per cento nel 2004, trainata da una impennata dei consumi delle famiglie e degli investimenti privati (rispettivamente +2,3 per cento e +3,5 per cento). Tale euforia dei consumatori e delle imprese rimane, nelle previsioni governative, completamente inspiegata. Ancora più fitto è il mistero sulla causa dell'aumento della stima di crescita della domanda nazionale avvenuta dal Dpef di luglio (+2,1 per cento) all'aggiornamento di settembre (+2,4 per cento). I negativi risultati del primo semestre 2003 avrebbero dovuto portare ad una correzione in senso inverso. Alla luce di queste considerazioni, anche i modesti obiettivi di riduzione del tasso di disoccupazione (dal 9 per cento del 2002 all'8,4 per cento del 2004) e di incremento del tasso di occupazione (dell1,6 per cento in due anni) appaiono del tutto fuori portata, considerando il ritardo temporale con cui il rallentamento della crescita si ripercuote sui livelli occupazionali. E' prevedibile, al contrario, che le tendenze recessive in atto producano i propri effetti negativi sull'occupazione a partire dalla seconda metà del 2003 e lungo tutto il 2004.
        Tuttavia, queste incongruenze logiche risultano necessarie al Governo per giustificare un orientamento restrittivo della politica fiscale. Infatti, l'aggiornamento del Dpef conferma un sensibile rallentamento della spesa pubblica sia per il 2003 che per il 2004. Nel 2002 la crescita della spesa pubblica è stata dell'1,7 per cento, le previsioni per il 2003 sono dell'1,4 per cento e quelle per il 2004 dello 0,9 per cento. La spesa pubblica rallenta e frena proprio quando l'economia comincia a boccheggiare. Risulta, così, evidente l'orientamento pro-ciclico della politica fiscale, che ha accentuato sensibilmente la crisi economica in atto. Soltanto l'illusione infondata di un miracolo economico atteso nel futuro, e costantemente rinviato, consente al Governo di mascherare il ruolo recessivo giocato dalla sua politica economica.
        Le fantasiose previsioni economiche del Governo, sempre puntualmente smentite in questi due anni, non sono il frutto di un errore, ma si rivelano ormai come un espediente propagandistico, come un trucco di prestigio, per motivare la riduzione della spesa pubblica e dell'intervento dello Stato nell'economia. Tuttavia, una volta che il trucco è stato svelato, non solo diventa inefficace, ma produce danni perché influenza negativamente le aspettative degli operatori economici.


L'inflazione

        Questo è, ad esempio, quanto è accaduto per il tasso di inflazione. Le previsioni governative, sulla cui base veniva fissato il tasso di inflazione programmata, hanno costantemente sottostimato la dinamica inflazionistica. Con la nota di aggiornamento il Governo abbandona ogni tentativo di mascherare la realtà. Per il 2003 si stima un tasso di inflazione (deflatore dei consumi) pari al 2,9 per cento, in linea con le ultime rilevazioni ISTAT, e per il 2004 pari al 2,3 per cento. La cosa scandalosa e provocatoria è che non vengono contemporaneamente rivisti i tassi di inflazione programmata, che rimangono quindi fissati all'1,7 per cento sia per il 2003 che per il 2004! Mentre prima il Governo usava l'accorgimento della sottostima del tasso di inflazione reale per contenere i salari (e in tal modo salvava almeno la forma degli accordi sindacali del luglio 1993), ora invece, con l'aggiornamento al Dpef 2004, sancisce formalmente che il tasso di inflazione programmata, sulla cui base avvengono il recupero e la contrattazione salariale, deve essere consistentemente inferiore al tasso di inflazione reale.
        Il tasso di inflazione programmata muta così la propria natura: da strumento di rivalutazione salariale a posteriori diventa, al contrario, strumento di decurtazione salariale a priori. In questo modo il Governo svela la propria politica dei redditi, fondata sulla redistribuzione dai salari ai profitti e alle rendite.


Gli obiettivi di finanza pubblica del Governo

Il deficit pubblico

        Nella nota di aggiornamento al Dpef la stima del deficit pubblico per il 2003 viene portata al 2,5 per cento del PIL, rispetto al precedente 2,3 per cento. Tre le cause indicate per questa revisione: la minore crescita economica (0,1 per cento), gli "interventi per lo sviluppo" (0,3 per cento) e, in positivo, l'imputazione al 2003 del gettito derivante dalla proroga del condono fiscale. Il deficit strutturale, al netto degli effetti ciclici, è stimato per il 2003 all'1,9 per cento contro il 2,2 per cento del 2002. La previsione tendenziale a legislazione vigente del deficit pubblico 2004 si colloca intorno al 3 per cento del PIL.
        Sulla base di questi dati, che confermano il quadro del Dpef di luglio, risulta quindi che l'Italia rimarrebbe entro i limiti definiti dal Patto di Stabilità, a differenza di quanto avviene per diversi altri Paesi dell'UEM, primi fra tutti la Francia e la Germania, anche in assenza di qualsiasi manovra correttiva per il prossimo anno. La situazione di recessione consiglierebbe di impostare una manovra finanziaria orientata al sostegno della domanda, utilizzando tutti i margini offerti dalle regole europee. Il Governo, invece, persiste in un orientamento restrittivo di politica fiscale e fissa per il 2004 un obiettivo di riduzione del deficit pubblico dal 3 per cento tendenziale al 2,2 per cento. Il deficit strutturale programmatico viene fissato all'1,6 per cento, con una riduzione dello 0,3 per cento rispetto all'anno in corso. Il rapporto debito/PIL dovrebbe così scendere dal 106 per cento del 2003 al 105 per cento del 2004. L'accentuarsi della recessione nel secondo trimestre di quest'anno non ha sostanzialmente modificato gli obiettivi di finanza pubblica previsti dal Governo a luglio. Il Governo ha operato aggiustamenti soltanto marginali a quanto già preannunciato, a dimostrazione di un'indifferenza delle politiche governative nei confronti degli andamenti reali dell'economia. La strategia di politica fiscale rimane quella della riduzione del ruolo economico pubblico e del rispetto integrale del Patto di Stabilità europeo nella sua interpretazione più rigida, ben oltre quindi i formali vincoli esistenti nell'UEM. In tal modo l'Italia assume un indirizzo di politica economica all'interno dell'UEM contrastante con quello di Francia e Germania, le quali al contrario nell'attuale fase recessiva sostengono e praticano una interpretazione flessibile delle regole del Patto di Stabilità, addirittura superando per diversi anni consecutivi il limite formale del 3 per cento deficit/PIL.


La composizione del saldo di bilancio

        Analizzando la composizione del saldo di bilancio delle Amministrazioni Pubbliche programmato per il 2004 in termini di quota sul PIL, si osserva una riduzione delle entrate tributarie dell'1,1 per cento e delle entrate totali dello 0,9 per cento rispetto al 2003. La riduzione della pressione fiscale, che la riforma Tremonti concentra a vantaggio dei più ricchi e delle imprese, viene confermata anche in una difficile situazione economica. Sul lato delle uscite, le spese correnti si riducono dello 0,2 per cento e quelle in conto capitale addirittura dello 0,7 per cento, a dimostrazione del contenuto propagandistico dei proclami governativi sugli investimenti infrastrutturali. La spesa per interessi si riduce di appena lo 0,2 per cento, attestandosi sul 5,1 per cento del PIL, nonostante la caduta verticale dei tassi di interesse vericatasi nell'ultimo anno. A questo proposito appare grave l'aumento della spesa per interessi prevista nella nota di aggiornamento rispetto a quella precedentemente indicata nel Dpef di luglio (4,9 per cento). E' questa un'ulteriore conferma della volontà del Governo di non intaccare la rendita finanziaria, mantenendo una remunerazione del debito pubblico anormalmente alta rispetto alla situazione dei tassi di interesse di mercato, oggi ben inferiori al rendimento medio del debito pubblico. Tale intenzione è suffragata anche dalle previsioni programmatiche di medio periodo, dato che la spesa per interessi è prevista rimanere costante al 5,1 per cento del PIL fino al 2007, nonostante la stima di una riduzione del debito pubblico dell'ordine del 7 per cento sul PIL. In sostanza, il Governo intende mantenere la remunerazione della rendita finanziaria pubblica su livelli oscillanti intorno al 5 per cento medio fino a tutto il 2007, a fronte di una previsione di aumento del PIL nominale del 4 per cento nello stesso orizzonte temporale. Questo vuol dire che la quota della rendita finanziaria sulla distribuzione del reddito complessivo continuerà a crescere anche nel prossimo quadriennio, a scapito dei redditi da lavoro.
        Questa sopravalutazione del rendimento del debito pubblico è l'altra gamba della politica dei redditi governativa, assolutamente coerente e complementare a quella dell'inflazione programmata. Data questa precisa volontà di salvaguardare la rendita e di ridurre le tasse ai ricchi e alle imprese, gli obiettivi di risanamento delle finanze pubbliche si baseranno sul taglio della spesa primaria. L'avanzo primario, cioè il saldo pubblico al netto degli interessi, è previsto salire al 2,9 per cento nel 2004 (2,8 per cento nel 2003), al 3,5 per cento nel 2005, al 4,4 per cento nel 2006 e addirittura al 5,1 per cento nel 2007, tornando sui livelli record del periodo dell'entrata dell'Italia nell'euro. Se queste previsioni si tramutassero in realtà, assisteremmo nei prossimi anni ad un'operazione selvaggia di abbattimento della spesa pubblica, in particolare delle spese sociali.
        Alla luce del quadro previsionale e programmatico sopra analizzato, il Governo prevede una entità della manovra correttiva pari a 16,5 miliardi di euro. Di questa cifra, circa 11 miliardi sono destinati alla riduzione del deficit tendenziale e costituiscono l'entità della manovra correttiva netta; i rimanenti 5,5 miliardi rappresentano quelli che il Governo chiama "gli interventi per lo sviluppo", ricavati da una diversa composizione delle entrate e delle uscite. Le maggiori entrate ammontano a 9,6 miliardi, di cui 7,5 nette. Le minori uscite sono di 6,9 miliardi, di cui 3,4 nette.
        In termini di rapporto al PIL la manovra complessiva è dell'1,22 per cento: lo 0,81 per cento di riduzione e lo 0,41 per cento di ricomposizione della domanda pubblica. Si tratta di una manovra pesante che diventa pesantissima in una situazione di recessione quale l'attuale. In termini comparativi, basti ricordare che l'entità media delle manovre degli ultimi 10 anni (comprensivi degli anni del risanamento per l'ingresso nell'euro) è stata di circa 15,8 miliardi di euro. La manovra 2004 si colloca quindi al di sopra della media decennale, anche se è la prima ad essere varata in una situazione di crescita economica negativa. Ulteriore elemento, questo, di valutazione dell'orientamento assurdamente restrittivo del Governo.
I connotati fondamentali di una politica economica alternativa

        La manovra finanziaria per il 2004 presentata dal Governo Berlusconi è prigioniera di un'ottica ragionieristica, ossessionata dalla riduzione dell'intervento pubblico e incapace di disegnare un serio progetto di rilancio dell'economia. Di ben altro avrebbe bisogno l'asfittico sistema economico nazionale. Il fallimento delle politiche neoliberiste è ormai evidente. La situazione di recessione, accompagnata da una reviviscenza della dinamica dei prezzi e aggravata da un forte deterioramento del sistema industriale, richiederebbe, al contrario, una politica fiscale aggressiva in senso espansivo, che punti a rilanciare l'intervento pubblico su entrambi i fronti del sostegno alla domanda e del potenziamento dell'offerta.
        Dal lato della domanda occorrerebbe procedere in primo luogo ad una forte azione di redistribuzione del reddito, attraverso l'aumento delle componenti dirette e indirette del salario e attraverso un aumento delle garanzie e delle protezioni fornite dal sistema del Welfare (sanità, servizi sociali, previdenza, salario sociale e altre forme di sostegno al reddito). Queste misure, tra cui spicca per urgenza il ripristino di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari e delle pensioni all'inflazione, possono consentire una ripresa dei livelli di consumo dei lavoratori, dei pensionati e dei ceti a basso reddito, con conseguenze positive per lo sviluppo complessivo dell'economia. In secondo luogo, sarebbe necessario il varo di un massiccio programma di investimenti pubblici a carattere pluriennale, orientato verso interventi ambientalmente compatibili e centrati sullo sviluppo territoriale e sulla partecipazione sociale. In questo tipo di azione, un ruolo fondamentale dovrebbe essere giocato dal potenziamento della scuola, dell'università e della ricerca pubbliche, per promuovere un forte processo di ammodernamento dei processi formativi e di innovazione.
        Dal lato dell'offerta, l'emergenza del declino industriale e produttivo del Paese rappresenta la priorità principale. I processi di privatizzazione dell'apparato produttivo pubblico degli ultimi dieci anni hanno depauperato interi settori strategici dell'industria nazionale. E' necessario invertire questa tendenza e creare nuove forme di presenza pubblica diretta nei settori produttivi, non solo nell'industria, ma anche nel terziario avanzato. Inoltre, il ripristino di una nuova funzione di indirizzo nelle politiche creditizie, annullato completamente dalla totale privatizzazione del sistema bancario, è un elemento indispensabile della ricostruzione produttiva del Paese. E' inoltre necessario che il pubblico assuma un importante ruolo diretto nella promozione e nella fornitura di servizi strategici (commercializzazione, marketing, logistica, comunicazione e informazione) alle PMI e ai distretti industriali, oggi in grave difficoltà. Infine, la questione meridionale, sempre viva e drammatica, necessita della ripresa di un forte ruolo pubblico, non solo in termini di erogazione delle risorse, ma anche di coordinamento e indirizzo dello sviluppo.
        Questo insieme di interventi richiede l'abbandono delle logiche neoliberiste, fondate sul primato delle forze di mercato e su un ruolo ancillare del pubblico nei confronti dei processi spontanei, e la sua sostituzione con una rinnovata logica di programmazione e di pianificazione, fondata su forti meccanismi di partecipazione diretta degli enti territoriali e delle collettività locali nella definizione e nella gestione degli interventi.
        La prima obiezione che generalmente viene fatta quando si propone un diverso approccio di politica economica è: "ma dove pensate di trovare i soldi per fare tutto ciò?". E', questa, una domanda legittima e fondata che, se non riesce a trovare da parte nostra una risposta convincente e dettagliata, fa perdere ogni credibilità alle nostre proposte. Ma la risposta a questa domanda ce l'abbiamo ed è una risposta che consentirebbe di ricavare ingenti risorse per un progetto di cambiamento dell'economia e della società italiane.
Gli obiettivi macroeconomici di una manovra finanziaria alternativa

Il vincolo del debito pubblico: l'unico antidoto è la crescita economica

        La prima questione da affrontare per la realizzazione di questi orientamenti di politica economica, riguarda ovviamente la disponibilità delle risorse finanziarie per essa necessarie. A questo proposito, è bene sgombrare subito il campo da un equivoco diffuso. Dopo dodici anni consecutivi di pesanti manovre fiscali, fondati su drastici interventi antipopolari di taglio e restrizione della spesa, i conti pubblici non si trovano più in una condizione di emergenza. Il risanamento del bilancio pubblico è stato, in larga misura, compiuto, anche se permangono al suo interno distorsioni, sprechi e ingiustizie sociali derivanti dalla sua composizione qualitativa e non dalla sua dimensione. Rispetto a Paesi della UEM confrontabili al nostro per grandezza, come la Francia e la Germania, le finanze pubbliche italiane sono maggiormente sotto controllo e rientrano ampiamente nei limiti del Patto di Stabilità. Il saldo primario, al netto della spesa per interessi, è nel nostro Paese in attivo, senza interruzione, dal 1991. Ciò vuol dire che da dodici anni lo Stato incassa dai cittadini più di quanto spende in termini di erogazione di servizi e prestazioni di ogni natura. In dodici anni, dal 1991 ad oggi, l'avanzo primario accumulato è stato dell'ordine dei 500 miliardi di euro correnti, una cifra gigantesca, pari a circa il 60 per cento del PIL medio del periodo. La parte dominante di questo enorme processo di ristrutturazione del bilancio pubblico è stata sostenuta attraverso la riduzione della spesa primaria, piuttosto che con l'aumento delle entrate. Il livello persistentemente elevato del debito pubblico italiano nell'ultimo decennio non deriva quindi da uno Stato "spendaccione", ma dall'elevato livello dei tassi di interesse reali, che sono rimasti fino ad oggi su valori nettamente superiori al tasso di crescita dell'economia. Se i tassi di rendimento reale sul debito pubblico fossero stati nel periodo 1991-2001 neutri rispetto alla distribuzione del reddito, cioè pari al tasso di crescita reale del PIL, il debito pubblico italiano sarebbe oggi su valori prossimi al 60 per cento del PIL, entro i limiti europei. E' stata, quindi, la politica monetaria fortemente restrittiva imposta dal Trattato di Maastricht a mantenere elevato il debito pubblico. In questa condizione, ciò che deve impressionare non è l'alto livello del debito pubblico ancora esistente, ma semmai, al contrario, il fatto che il debito pubblico non sia esploso e sia rimasto sotto controllo, addirittura con una tendenza in graduale riduzione. La combinazione di politiche monetarie antinflazionistiche e di politiche fiscali restrittive, caratteristiche dell'epoca di Maastricht, ha ridotto la crescita economica e, in tal modo, ha contribuito a mantenere alto il rapporto debito/PIL, agendo su entrambi i lati: aumento esponenziale della spesa per interessi e riduzione del tasso di crescita del PIL.
        Infatti, il metodo più efficace per ridurre il debito, una volta stabilito il controllo sulla dinamica della spesa primaria, è quello della crescita economica. Siamo ormai da tempo giunti in tale situazione. Soltanto un innalzamento strutturale della crescita potrà liberare il nostro Paese dal fardello di un debito pubblico superiore al reddito annuo. Se non si imbocca rapidamente questa strada, è reale il rischio di prolungare indefinitamente la spirale perversa, il circolo vizioso fatto da alti interessi-aumento del debito- restrizione fiscale- bassa crescita economica, con danni irreversibili all'economia. Per questa ragione è da rifiutare radicalmente il principio, sostenuto dalla Commissione Europea, in base al quale i Paesi con elevato debito pubblico, come l'Italia, debbano andare addirittura oltre i vincoli posti dal Patto di Stabilità ed adottare politiche fiscali ancora più severe, indipendentemente dalla congiuntura economica.
        Il quadro di una politica fiscale di sviluppo, nell'ambito delle attuali regole europee, ha quindi come primo presupposto l'utilizzo integrale dei margini disponibili all'interno del Patto di Stabilità. Naturalmente, l'obiettivo fondamentale resta quello del superamento del Patto di Stabilità e della sua sostituzione con una politica fiscale concertata e decisa a livello europeo, finalizzata allo sviluppo e al riequilibrio territoriale all'interno dell'UEM. Tale obiettivo deve essere perseguito a livello europeo e non può essere realizzato attraverso scelte autarchiche nazionali. L'Italia dovrebbe quindi sostenere all'interno dell'UEM le posizioni di quei Paesi che hanno già posto il tema del superamento del Patto di Stabilità. Nell'immediato, tuttavia, la politica fiscale del nostro Paese dovrebbe utilizzare tutti i margini di manovra consentiti dal Patto. Noi intendiamo dimostrare che, anche senza rompere il quadro europeo, sarebbe comunque possibile oggi una manovra finanziaria che fuoriesca dalle logiche del neoliberismo e inauguri una nuova stagione di politica economica e sociale.


Manovra espansiva netta derivante dalla maggiore crescita economica (5,5 miliardi)

        Sulla base delle stime contenute nel Dpef, nessuna manovra correttiva netta è necessaria per il 2004. Infatti, la stima tendenziale del rapporto deficit/PIL a legislazione vigente è al 3,1 per cento, di poco sopra i limiti del Patto. E' ipotizzabile che il venir meno di una manovra fiscale netta restrittiva, come quella predisposta dal Governo per ben 11 miliardi di euro, produca un sensibile rafforzamento della dinamica di crescita del PIL nel 2004, tale da portare il parametro del deficit tendenziale ben al di sotto della stima del Dpef. Sulla base dell'elasticità del deficit alla crescita, stimata nel Dpef su un valore dello 0,45, si può presumere che un obiettivo di deficit superiore di 0,8 punti percentuali di PIL rispetto a quello programmato dal Governo, potrebbe avere un effetto moltiplicativo sull'aumento del PIL dell'1,7 per cento aggiuntivo rispetto all'aumento programmato dell'1,9 per cento (in totale quindi un tasso di crescita economica pari al +3,6 per cento). Tuttavia, facendo abbondantemente la tara alle previsioni esageratamente ottimiste del Governo, che sovrastimano la dinamica spontanea della ripresa economica, l'obiettivo di crescita del PIL può essere posto al 3 per cento, in seguito al maggiore impulso della domanda pubblica. In questo caso il deficit tendenziale a legislazione vigente si collocherebbe al 2,6 per cento del PIL. Fissando un obiettivo di indebitamento netto pari al 3 per cento del PIL, utilizzando così tutti i margini possibili entro i limiti del Patto di Stabilità, sarebbero disponibili risorse aggiuntive pari a 5,5 miliardi di euro, derivanti dall'aumento delle entrate fiscali legate alla maggiore crescita economica. L'entità netta della manovra espansiva è quindi di 5,5 miliardi.
        Le altre risorse necessarie per realizzare un programma alternativo di politica economica, devono essere reperite attraverso un differente utilizzo delle risorse di spesa attualmente previste nel bilancio e attraverso nuove entrate.


La manovra alternativa sulle spese

La riduzione della spesa per interessi (12 miliardi di euro)

        Come si è detto, la nota di aggiornamento al Dpef prevede una spesa per interessi pari al 5,1 per cento del PIL nel 2004. Ciò equivale a supporre un tasso di rendimento medio sul debito pubblico pari al 4,9 per cento, superiore di circa un punto rispetto al tasso di crescita del PIL nominale stimato per il 2004. Il tasso di interesse reale sui titoli pubblici, programmato per il 2004, è infatti del 2,8 per cento. In tal modo, la quota della rendita finanziaria sul reddito complessivo continuerà a crescere a danno dei redditi da lavoro, come succede ininterrottamente da oltre un decennio. Queste previsioni di rendimento del debito pubblico sono superiori in maniera abnorme rispetto ai tassi di interesse di mercato attualmente vigenti.
        Per rendersene conto basta esaminare l'attuale situazione nei mercati finanziari. Il tasso ufficiale di sconto nell'UEM è oggi pari al 2 per cento. Il rendimento lordo all'emissione dei BOT a 12 mesi collocati a giugno è stato pari all'1,86 per cento, dei CTZ a 24 mesi all'1,88 per cento, dei BTP a tre anni al 2,12 per cento, dei BTP a 5 anni al 2,57 per cento, dei CCT a 7 anni del 2,21 per cento, dei BTP a 10 anni al 3,92 per cento, dei BTP a 15 anni al 4,37 per cento, dei BTP a 30 anni al 4,98 per cento. Il tasso medio di riferimento per i mutui ipotecari alle famiglie, stabilito sulla base della legge anti-usura, è oggi pari al 4,15 per cento. Il tasso di riferimento per il credito agevolato alle attività produttive nel mese di ottobre è pari al 4,70 per cento. E' quest'ultimo un vero e proprio paradosso: i prestiti concessi alle imprese garantite dallo Stato pagano un interesse minore di quello pagato dallo Stato sui propri debiti!
        Come si vede dalla differenza positiva tra tasso ufficiale di sconto e tassi a breve, le aspettative dei mercati finanziari per i prossimi due anni sono di una ulteriore riduzione dei tassi di interesse nominali. Il maggior livello del tasso di inflazione (2,9 per cento) rispetto ai tassi a breve, indica inoltre un'aspettativa di tassi di interesse reali abbondantemente negativi.
        In questa situazione di mercato, allora, stabilire sul debito pubblico un tasso medio nominale del 4,9 per cento e un tasso medio reale del 2,8 per cento, come fa il Governo, equivale a rinunciare ad ogni rimodulazione degli strumenti di debito per ridurre l'esborso dello Stato, cioè equivale a sostenere massicciamente la rendita finanziaria. Eppure le possibilità di una significativa riduzione degli oneri finanziari sul debito esiste con gli strumenti ordinari, senza cioè ricorrere a misure straordinarie di rimborso anticipato e forzoso del capitale prestato (che pure andrebbero prese in considerazione, dato che sono in circolazione ancora per molti anni titoli pubblici con rendimento anche superiore al 10 per cento annuo!). Nel corso del 2003 ci sono 394 miliardi di titoli pubblici in scadenza (pari al 28,6 per cento del debito totale) e nel 2004 i titoli da rinnovare ammontano a 264 miliardi di euro (pari al 18,6 per cento del debito previsto). Nel biennio 2003-2004 quindi il debito da rinegoziare è pari al 47,2 per cento del debito totale. Se si collocassero i nuovi titoli ad un tasso mediano tra quelli delle ultimi emissioni (cioè con un rendimento medio del 2,9 per cento) il tasso di rendimento medio sul debito totale si ridurrebbe al 3,6 per cento. La minore spesa per interessi ammonterebbe nel 2004 a ben 18,5 miliardi di euro! Invece dei 69 miliardi di interessi presenti negli obiettivi programmatici per il 2004, si potrebbero pagare 50,5 miliardi.
        Un'operazione di questo tipo, avrebbe certamente l'effetto di accorciare fortemente il profilo temporale delle scadenze del debito che oggi è pari a 5,67 anni. Tuttavia, questa operazione è necessaria in un momento in cui la curva dei tassi di interesse è molto ripida, con un differenziale ampio tra tassi a lunga e tassi a breve. Ad esempio, l'emissione di un nuovo BTP trentennale per 2,75 miliardi di euro al tasso del 4,98 per cento avvenuta nello scorso mese di maggio o il rinnovo di BTP a 15 anni per 8 miliardi di euro a tassi intorno al 4,5 per cento avvenuto nel primo semestre 2003, rappresentano scelte incomprensibili rispetto all'esigenza di minimizzazione degli oneri del debito. Scelte di questo tipo rispondono più agli interessi dei mercati finanziari che a quelli di una corretta gestione delle finanze pubbliche. L'allungamento del profilo temporale del debito pubblico, la cui vita residua è passata da 1,13 anni nel 1982 agli attuali 5,67 anni, era giustificata quando la curva temporale dei tassi era più piatta rispetto a quella attuale e quando era necessario procedere ad un consolidamento del debito per evitare improvvise crisi finanziarie dello Stato. Oggi, tuttavia, si può tranquillamente sopportare una limitata riduzione della scadenza media del debito senza incorrere in rischi di alcun tipo per la stabilità finanziaria dello Stato.
        In conclusione, mantenendo un atteggiamento molto prudente e individuando un obiettivo di rendimento medio sul debito pubblico nel 2004 pari al tasso di interesse di riferimento per i mutui ipotecari alle famiglie (4,15 per cento), che rappresentano in ogni caso una forma di investimento finanziario ben più rischiosa e molto meno liquida dell'acquisto di titoli pubblici, vi sarebbe una maggiore disponibilità di risorse nel bilancio 2004 pari a 12 miliardi di euro.


Riduzione delle spese militari (3 miliardi)

        Nel bilancio 2003 le spese militari ammontano complessivamente a 13.803 milioni di euro, pari all' 1,06 per cento del PIL e a circa il 3 per cento delle spese correnti al netto degli interessi delle Amministrazioni Pubbliche e a circa il 5 per cento delle spese correnti primarie delle Amministrazioni centrali. Per il 2004, il bilancio di previsione presentato dal Governo prevede un aumento delle spese per la Difesa di 285,4 milioni di euro, per un totale di 14,1 miliardi. A queste vanno aggiunte nel 2004 1200 milioni di euro richiesti per il mantenimento dei contingenti militari italiani all'estero.
        Le prime due voci di spesa militare in termini di stanziamento riguardano le spese per il personale (7,5 miliardi, +6,7 per cento sul 2003) e le spese per investimento in nuovi sistemi d'arma (3 miliardi). E' da rilevare come per le forze armate pare non valgano le stesse regole valide per tutti gli altri dipendenti pubblici. Infatti, mentre per il complesso del personale pubblico si prevede un incremento di spesa pari all'1 per cento, per il personale della Difesa l'incremento sarà del 6,7 per cento. Ciò fa supporre che le remunerazioni dei soldati e, soprattutto, degli ufficiali saranno ben superiori al tasso di inflazione programmata e che per esercito, marina e aereonautica non vale il blocco delle assunzioni pubbliche. I programmi per i nuovi armamenti, tra l'altro, comprendono: la nuova portaerei Andrea Doria (186 milioni), le fregate Orizzonte (155 milioni), i sommergibili U212 (105 milioni), i caccia intercettori Eurofighter (434 milioni), il nuovo supercaccia americano Jsf F35 (126 milioni), i caccia Tornado (186,5 milioni), nuovi aerei da trasporto (273 milioni), nuovi elicotteri (316 milioni). Come si vede, la qualità e la quantità di acquisizione di nuovi armamenti è imponente e di certo non calibrata per esercitare funzioni di difesa del territorio nazionale, ma proiettata verso un uso al di fuori dei nostri confini. Mentre, quindi, il Governo si premura di tagliare le spese sociali e di ridurre le pensioni presenti e future, non lesina fondi e risorse per dotare le nostre forze armate delle più moderne armi di offesa e di attacco.
        Questa politica va rovesciata. Le spese militari devono essere tagliate per liberare risorse per le spese sociali. Le forze armate del nostro Paese devono, come impone la Costituzione, essere modellate esclusivamente in funzione della difesa del territorio nazionale. Il ritiro della presenza militare italiana all'estero, impegnata in zone di guerra, e una razionalizzazione delle altre spese della Difesa, in particolare quelle riguardanti i progetti di costruzione di nuovi armamenti pesanti, consentirebbe di ridurre almeno del 20 per cento le spese militari, liberando risorse per 3 miliardi di euro.


Riduzione dei trasferimenti alle imprese private (5 miliardi)

        Nel 2003 le Amministrazioni centrali dello Stato hanno erogato alle imprese private finanziamenti per 10,3 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi in forma di trasferimenti correnti e 6,5 miliardi in forma di trasferimenti in conto capitale. Si tratta di una somma rilevante pari allo 0,8 per cento del PIL e al 3,6 per cento delle spese primarie dello Stato. A queste si aggiungono le risorse alle imprese provenienti dal sistema delle Regioni e delle autonomie locali. Questo ingente trasferimento di risorse è frammentato in un groviglio di misure specifiche, gestite in maniera non coordinata dai diversi settori e sottosettori delle amministrazioni pubbliche ed è pertanto privo di qualsiasi indirizzo strategico. La gran parte delle risorse, inoltre, è assorbita dal sistema delle grandi imprese. La politica industriale del nostro Paese è oggi in buona parte costituita da questo ammasso incoerente di risorse trasferite alle imprese. Il rapido declino industriale e produttivo dimostra ormai che l'effetto reale sullo sviluppo di questa ingente mole di risorse è nullo o addirittura controproducente per il miglioramento dell'efficienza e della competitività delle imprese. Per impostare una nuova e diversa politica industriale occorre reperire le risorse necessarie. Questa operazione passa, innanzitutto, per una radicale revisione e razionalizzazione dell'attuale sistema di incentivi alle imprese. Pertanto proponiamo la riduzione alla metà dei trasferimenti attualmente concessi dallo Stato alle imprese. Ciò mette a disposizione risorse per 5 miliardi di euro da destinare a nuovi interventi di politica industriale e di ammodernamento del sistema produttivo.


La manovra alternativa sulle entrate

Riduzione dell'evasione e dell'elusione fiscale (8 miliardi)

        Il sistema fiscale italiano è iniquo, ingiusto e inefficiente. In modo particolare, l'evasione, l'erosione e l'elusione fiscale sottraggono ogni anno allo Stato enormi quantità di risorse. Alcune ricerche, effettuate con metodologie di stima diverse per calcolare l'ammontare delle risorse sottratte al fisco, affermano che la base imponibile IRPEF dichiarata ogni anno oscilla dal 45 per cento al 55 per cento della base imponibile potenziale. La metà di questa sottrazione deriva da fenomeni di evasione e di elusione fiscali, cioè da comportamenti illegali e fraudolenti dei contribuenti miranti all'occultamento del reddito imponibile. L'altra metà è invece frutto di fenomeni di erosione fiscale, cioè di imperfezioni nel disegno di un tributo che consentono di escludere dall'imponibile redditi che idealmente dovrebbero essere sottoposti a tassazione. Significativo è l'esame della quota di base imponibile dichiarata rispetto a quella potenziale per le diverse tipologie di reddito: redditi da lavoro dipendente e pensioni 81,1 per cento, redditi da terreni 12,5 per cento, redditi da fabbricati 30 per cento, redditi da capitale 5,8 per cento, redditi da lavoro autonomo e impresa 37,2 per cento. A conferma di ciò, una recente ricerca, basata sui dati della Banca d'Italia, afferma che il reddito evaso ammonta al 2,3 per cento per i lavoratori dipendenti, al 31 per cento per i liberi professionisti e al 52 per cento per gli imprenditori.
        Evasione, elusione ed erosione fiscale quindi non sono fenomeni neutri sul piano sociale. L'obbligo della ritenuta alla fonte per i lavoratori dipendenti e i pensionati impedisce a questi soggetti di sottrarre il proprio reddito al fisco, come invece accade per le altre categorie di reddito. In questo modo, il carico fiscale complessivo è squilibrato e pesa in maniera spropositata sul lavoro dipendente. Nel 2002 la quota del lavoro dipendente sul valore aggiunto al costo dei fattori, il quale rappresenta il reddito prodotto nell'intera economia, è stata pari al 45,6 per cento, mentre la quota degli altri redditi, da capitale e da lavoro autonomo, è stata del 54,4 per cento. Il rapporto si ribalta invece se consideriamo la quota dei diversi redditi sul gettito totale delle imposte dirette: le tasse pagate dal lavoro dipendente ammontano al 55,3 per cento contro il 44,7 per cento degli altri redditi. In questo modo i redditi da lavoro dipendente, al netto dell'imposizione fiscale diretta, scendono al 37,7 per cento del totale, mentre quelli da capitale e da lavoro autonomo salgono al 62,3 per cento. Se il sistema fiscale fosse neutro rispetto alla distribuzione del reddito le quote sul reddito totale dovrebbero rimanere identiche sia prima che dopo il prelievo fiscale diretto. Il sistema tributario opera quindi una gigantesca redistribuzione del reddito ai danni del lavoro dipendente e a vantaggio dei redditi da capitale e da impresa. L'ammontare della redistribuzione è enorme: qualora il fisco fosse neutrale rispetto alle diverse categorie di reddito, cioè il prelievo fosse proporzionale al reddito, i lavoratori dipendenti dovrebbero pagare, a parità di gettito totale, 11,7 miliardi di euro di tasse in meno di quelle che effettivamente pagano e viceversa per i redditi da capitale e da impresa. In altre parole, è come se ogni lavoratore dipendente e ogni pensionato regalassero ogni mese 31 euro alle imprese e ai possessori di attività finanziarie!
        Le più recenti stime sulla consistenza dell'economia sommersa o in nero affermano che la quota di prodotto annuo sottratto al fisco oscilla tra il 17 per cento e il 20 per cento. Nel 2003 questo significa che almeno 220 miliardi di euro di reddito prodotto non sono stati sottoposti a nessun prelievo tributario. Sulla base di queste analisi si può stimare che, tra prelievo fiscale e contributi sociali evasi, le Amministrazioni pubbliche hanno subito nel 2003 una sottrazione di risorse per circa 90 miliardi di euro.
        La reiterata proposizione di condoni fiscali attuata dal Governo Berlusconi ha già prodotto l'effetto di incrementare il fenomeno dell'evasione fiscale, come dimostrano le prime stime sulle entrate tributarie del 2002. La lotta all'evasione e all'elusione fiscale non è mai stata condotta con convinzione e con efficacia. Una forte volontà politica e amministrativa consentirebbe, invece, di ottenere risultati rilevanti. Negli altri Paesi europei la quota di reddito sottratta al fisco oscilla tra il 5 per cento dei Paesi con le amministrazioni più efficienti e il 10 per cento di quelli meno efficienti. L'obiettivo di portare la quota di evasione fiscale a livelli europei deve essere una priorità politica nazionale con una forte e decisa azione di controllo, di indagine e di sanzione. Le indagini compiute annualmente su un campione molto ridotto di imprese dimostrano che è possibile scoprire e sanzionare le forme di evasione. Un potenziamento delle attività ispettive, innanzitutto attraverso l'aumento del personale addetto a tale scopo, potrebbe agevolmente portare notevoli risorse nelle casse dello Stato.
        Un obiettivo realistico può essere quello di ridurre entro un quinquennio la quota di evasione fiscale dal 17 per cento al 10 per cento del PIL, programmando un recupero di PIL sottoposto al fisco dell'1,4 per cento all'anno. Il raggiungimento di questo obiettivo nel 2004 porterebbe ad un aumento delle entrate fiscali pari a 8 miliardi di euro.


Ripristino dell'aliquota Irpeg sugli utili di impresa al 36 per cento (4,5 miliardi)

        Fino al 2002 l'aliquota IRPEG sui profitti di impresa era del 36 per cento. La Finanziaria dello scorso anno ha ridotto al 34 per cento tale aliquota. Il decreto attuativo della riforma fiscale per le imprese la ridurrà ancora nel 2004, portandola al 33 per cento. Va ricordato che l'IRPEG è un'imposta che si paga sugli utili delle società di capitali. La grande parte delle piccole imprese italiane hanno una forma giuridica diversa, essendo principalmente formata da imprese individuali, imprese familiari e società di persone. La riduzione dell'IRPEG decisa dal Governo Berlusconi va a vantaggio, quindi, principalmente del sistema delle imprese medio-grandi e per nulla a vantaggio dei lavoratori autonomi e dei piccoli dettaglianti.
        Il ripristino dell'aliquota IRPEG al 36 per cento darebbe un gettito aggiuntivo pari a 4,5 miliardi di euro.


Ripristino dell'imposta sulle successioni e donazioni dei grandi patrimoni (1 miliardo)

        Uno dei primi atti del Governo Berlusconi è stato quello di abolire la tassa sulle successioni e donazioni, già ridotta dal Governo precedente. L'abolizione di questa tassa dà, forse più di ogni altro provvedimento, il segno della natura classista e antipopolare del centrodestra. La sua abolizione, assolutamente priva di motivazioni di ordine economico, è stata soltanto un regalo alle classi possidenti del nostro Paese. Un economista liberale, strenuo sostenitore del laissez-faire, come Luigi Einaudi sosteneva che, tra tutte le tasse, quella sulle successioni era la più giusta e la più morale, perché imponeva un prelievo su patrimoni guadagnati dagli eredi senza alcun merito e alcuna fatica. L'Italia è oggi l'unico Paese occidentale dove non esiste una tassa sulle successioni per i grandi patrimoni.
        Il ripristino dell'imposta sulle successioni e sulle donazioni per i patrimoni superiori a 180.000 euro produrrebbe un gettito di 1 miliardo di euro.


Aumento dell'aliquota Irpef del 2 per cento per l'ultimo scaglione di reddito (3,5 miliardi)

        La legge delega sulla riforma fiscale, approvata dal Parlamento, prevede che a regime le aliquote dell'IRPEF vengano ridotte a due soltanto, dalle precedenti cinque. Con la Finanziaria dell'anno scorso, è stata abolita l'aliquota minima del 18 per cento, unificando il primo con il secondo scaglione di reddito al 23 per cento. Quando l'intera riforma sarà attuata i redditi fino a 100.000 euro saranno assoggettati ad un'aliquota del 23 per cento, quelli superiori al 33 per cento. Solo lo 0,5 per cento dei contribuenti ricadrà nella seconda aliquota. In questo modo il Governo vuole abolire ogni forma di progressività dell'imposta, violando clamorosamente il dettato costituzionale. Inutile dire che anche stavolta i vantaggi della riforma fiscale vanno ai ceti più abbienti. In questo modo, il Governo Berlusconi intende portare a definitivo compimento una tendenza, che dura ormai da molto tempo, tesa a ridurre il carattere progressivo dell'imposta sul reddito e a ridimensionare il ruolo di redistribuzione del reddito del sistema fiscale. Basta ricordare che quando fu istituita l'IRPEF, nel 1974, l'aliquota massima superava l'80 per cento. Nel corso dei trent'anni successivi si è proceduto ad una costante riduzione dell'aliquota massima e ad un accorpamento degli scaglioni di reddito, che all'inizio erano ben 32. In ogni caso, fino al 1997, l'aliquota massima era stabilita al 51 per cento. Essa fu portata nel 1998 al 45,5 per cento e infine nel 2001 al 45 per cento.
        Una politica fiscale democratica e progressita dovrebbe andare in direzione esattamente opposta, riducendo il carico fiscale per i redditi più bassi e aumentandolo per quelli più alti. D'altra parte, questa sarebbe un parziale risarcimento per quanto è accaduto negli ultimi venti anni, in cui abbiamo assistito ad un significativo incremento degli indici di concentrazione del reddito, speculare alla continua estensione dell'area della povertà. Per questo proponiamo di aumentare l'aliquota IRPEF per l'ultimo scaglione di reddito (oltre 70.000 euro) dal 45 per cento al 47 per cento. Questa misura produrrebbe un aumento delle entrate pari a 3,5 miliardi di euro.


Istituzione della Tobin tax (1,3 miliardi di euro)

        La completa liberalizzazione dei mercati finanziari e valutari, avvenuta nel corso degli anni Novanta, ha moltiplicato in maniera esponenziale le operazioni speculative sul mercato dei cambi. Attraverso un vorticoso ed incessante movimento di capitali, più fittizi che reali, ogni giorno transitano sul mercato valutario italiano svariati miliardi di euro. La grande parte di queste transazioni non hanno nessuno scopo legato all'economia reale, alla produzione o al commercio di beni e servizi, ma hanno esclusivamente natura speculativa. Si tratta per lo più di scommesse sul valore presente e futuro delle valute e dei titoli finanziari. Gli enormi guadagni derivanti da queste operazioni sfuggono oggi completamente a qualunque imposizione fiscale. La crescita pantagruelica dell'economia di carta, legata alla speculazione, ha distolto una parte consistente del risparmio e della ricchezza dagli investimenti produttivi e spesso ha messo in crisi intere economie nazionali. Per eliminare le distorsioni perverse di questo capitalismo d'azzardo occorrerebbe reintrodurre a livello internazionale nuove forme di regolazione dei movimenti di capitali. In questo senso l'Italia dovrebbe farsi promotrice, all'interno dell'UEM, del ripristino dei controlli sui movimenti di capitale. In attesa di una simile riforma europea è tuttavia possibile agire sin da subito a livello nazionale, istituendo un'imposta molto ridotta sulle transazioni in valuta di qualsiasi natura. In questo modo, dato il livello estremamente basso dell'aliquota, le operazioni in valuta per scopi reali non sarebbero scoraggiate, mentre le manovre speculative, che avvengono tramite una catena lunghissima di operazioni giornaliere, risulterebbero fortemente penalizzate. E' questa la cosiddetta "Tobin Tax".
        L'istituzione di una imposta nazionale sulle transazioni valutarie effettuate nei mercati italiani dello 0,04 per cento complessivo sull'importo della transazione (come proposto dalla proposta di legge di iniziativa popolare presentata da ATTAC Italia) darebbe un gettito di 1,3 miliardi di euro.


Reintroduzione della carbon tax (1,2 miliardi)

        Tra i principali strumenti invocati nel protocollo di Kyoto per la riduzione dell'inquinamento atmosferico c'è quello relativo all'introduzione di una tassa sulle emissioni di anidridide carbonica nell'atmosfera. In Italia una tale tassa è esistita fino al 2002. L'attuale Governo l'ha abolita, privilegiando così la tutela del profitto d'impresa alla tutela ambientale e della salute. La precedente versione della carbon tax italiana non era affatto ottimale, poiché favoriva l'utilizzo di fonti energetiche fossili, in particolare petrolifere, rispetto a quelle rinnovabili. Tuttavia, essa andava cambiata nel senso di una maggiore attenzione all'impatto ambientale e non abolita del tutto.
        L'introduzione di una nuova tassa sulle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera (carbon tax) potrebbe dare un gettito di 1,2 miliardi di euro.


Inserimento dei redditi finanziari nell'imposizione progressiva sul reddito (9 miliardi di euro)

        Attualmente il prelievo sui redditi finanziari si articola su due aliquote sostitutive, distinte sulla base della tipologia degli strumenti: il 27 per cento su depositi bancari e postali e su obbligazioni private con scadenza inferiore ai 18 mesi; il 12,5 per cento su tutti gli altri titoli finanziari. Negli altri Paesi europei dove vige un regime di imposizione sostitutiva (Austria, Finlandia, Francia, Olanda, Portogallo e Svezia) le aliquote variano dal 20 al 30 per cento. Nella legge delega sul fisco, approvata dal Parlamento, si prevede l'unificazione dell'aliquota sostitutiva per tutte le attività finanziarie al 12,5 per cento.
        L'attuale sistema è certamente ingiusto sul piano dell'equità e distorsivo dei comportamenti dei risparmiatori sul piano dell'efficienza. In termini di equità, l'attuale sistema sostitutivo differenzia i redditi sulla base della fonte. I redditi da capitale, a differenza dei redditi da lavoro, sono esenti da un'imposizione progressiva e sono tassati, in larga misura, con un'aliquota inferiore a quella minima IRPEF (oggi 23 per cento). Su 100 euro di reddito da lavoro, quindi, si pagano in media circa 27 euro di tasse, più i contributi previdenziali, mentre sugli stessi 100 euro di interessi su titoli o su azioni se ne pagano solo 12,5, senza nessun contributo previdenziale. Inoltre, le aliquote fiscali sulle attività finanziarie sono le stesse per tutti: Agnelli o Berlusconi pagano, sui rendimenti dei loro enormi patrimoni finanziari, il 12,5 per cento di imposte, come il povero pensionato che ha investito i suoi magri risparmi in titoli di stato.
        In termini di efficienza, la diversificazione dell'aliquota sostitutiva secondo lo strumento finanziario posseduto favorisce alcune forme di risparmio rispetto ad altre. La riforma proposta dal Governo, se risolve il problema dell'efficienza, aggrava enormemente tuttavia il problema dell'equità dell'imposizione fiscale a tutto vantaggio della rendita e del profitto e a danno del lavoro.
        La proposta che avanziamo è quella di inserire i redditi di natura finanziaria nell'ambito della imposizione progressiva sul reddito, prevedendo l'opzione di usufruire di un'imposizione sostitutiva del 36 per cento (pari all'aliquota IRPEG proposta). In questo modo, i redditi di natura finanziaria saranno sottoposti allo stesso prelievo fiscale che grava sui redditi da lavoro, introducendo un criterio basilare di equità secondo cui ogni reddito, indipendentemente da come guadagnato, paga le stesse tasse. Inoltre, si stabilirà così il principio costituzionale di progressività delle imposte anche per i redditi finanziari: chi più ha, più deve pagare.


Le risorse finanziarie disponibili dalla manovra alternativa

        L'entità delle risorse da destinare a nuovi interventi per lo sviluppo e la redistribuzione del reddito è consistente, 50 miliardi di euro pari al 3,7 per cento del PIL. La manovra delineata prevede un indebitamento netto di 41 miliardi di euro con un rapporto deficit/PIL del 3 per cento, all'interno dei limiti del Patto di Stabilità europeo, e un tasso di crescita del PIL del 3 per cento. A seguito della maggiore crescita economica il rapporto debito/PIL scenderebbe nel 2004 al 104 per cento, rispetto al 106 per cento del 2003 e al 105 per cento programmato dal Governo per il 2004.

... (omissis) ...


Le nostre proposte

Salario sociale, lavoro, occupazione, sviluppo

        Per arginare da subito la mancanza di lavoro, ai disoccupati da almeno 12 mesi, residenti in Italia da 18 mesi e che abbiano compiuto la maggiore età o, nel caso di studenti, che abbiano terminato gli studi, proponiamo che sia concesso un salario sociale di 520 euro non sottoposti a tassazione per tre anni, elevati a quattro per coloro che hanno superato i 45 anni d'età, o risiedano in zone sottosviluppate e comunque in cui il tasso di disoccupazione è superiore a quello della media nazionale. Le amministrazioni pubbliche locali debbono garantire a questi stessi soggetti la gratuità dei trasporti urbani, l'accesso ai servizi sanitari, la frequenza, per i figli, alla scuola pubblica (ivi compresa la gratuità dei libri di testo), un contributo per l'affitto qualora fossero conduttori di contratto di locazione nonché la statuizione di tariffe sociali, fino alla gratuità, per l'erogazione di acqua, luce, gas e telefono.
        Tale salario sociale, in una logica di sviluppo complessivo dell'economia, nella nostra ipotesi acquista il valore di vera e propria dote nel caso in cui nei tre o quattro anni previsti il soggetto titolare dello stesso, sia assunto da imprenditori privati a tempo indeterminato. In questi casi, infatti, al datore di lavoro, privato o pubblico, verrebbe erogato un contributo mensile pari al 50 per cento della retribuzione sociale spettante al lavoratore, venendo così incontro alle esigenze del lavoratore e del datore di lavoro che sarebbe sgravato di costi aziendali e nello stesso tempo implementerebbe la sua capacità produttiva.
        Nel caso il soggetto in questione scelga di intraprendere un'attività economica imprenditoriale - in forma anche cooperativa - deve essergli riconosciuta la possibilità di vedersi corrispondere in un'unica soluzione l'intero ammontare della retribuzione sociale che avrebbe percepito nell'intero periodo.
        Alla fine dell'intero percorso dei tre o quattro anni, qualora il titolare di salario sociale non abbia trovato alcuna collocazione lavorativa (o non ne abbia rifiutata alcuna, pena decadimento da qualsiasi beneficio) le amministrazioni pubbliche e gli enti pubblici economici dovranno offrire una possibilità di lavoro al lavoratore disoccupato, nel settore pubblico con un contratto di lavoro non inferiore a 24 mesi. Non si tratta di assistenza ma di lavoro, a cominciare da quei settori (territorio, ambiente, cure e assistenza delle persone, ecc), in cui gravi sono le carenze delle P.A. a seguito, innanzitutto, della dissennata politica del governo fatta di tagli al personale e trasferimenti. L'esatto contrario, dunque, dell'assistenza, ma un servizio reso alle amministrazioni e alle comunità in generale.
        E' del tutto evidente che stiamo parlando di una funzione e di un ruolo dello Stato altamente propositivo e innovativo; di uno Stato che investe in settori abbandonati, in settori "a rischio", ma che da un lato necessitano di un intervento di grande portata e dall'altro garantiscono sviluppo e occupazione non marginale né temporanea.
        Uno Stato, dunque, che combatta la disoccupazione concretamente, che sia in grado di creare posti di lavoro; che per questa via si ponga il problema dello sviluppo sociale ed economico del Paese.
        A maggior ragione quindi necessita una svolta radicale e profonda, con segnali forti e decisi, a cominciare dal netto superamento delle aberrazioni della legge delega in materia di occupazione (legge n. 30 del 2003) e della precarizzazione del lavoro. Primo passo importante deve essere la nazionalizzazione della FIAT, a maggior ragione dopo un anno nel quale i fattori di crisi strutturale della casa torinese e le ragioni vere di quella crisi, che erano e sono alla base della nostra proposta (e non solo nostra), sono diventati sempre più evidenti e chiare; dopo un anno nel quale purtroppo sempre più evidente appare il fatto che ci si avvia ad una ulteriore drastica perdita di posti di lavoro e che di riapertura di stabilimenti non c'è alcuna traccia.
        Un processo di nazionalizzazione che sarebbe anche un importante segnale nei confronti del mondo produttivo in generale, a cui dovrebbe accompagnarsi la nascita di un'Agenzia pubblica per la mobilità pubblica e privata - in cui un ruolo importante deve essere ricoperto delle Regioni e degli Enti locali - con il compito di monitorare e gestire i processi di mobilità nei settori pubblici e privati della produzione e dei servizi, nonché di individuare soluzioni praticabili e predisporre piani di intervento e di ricerca da sottoporre al Parlamento e agli Enti locali interessati.
        Così come, soprattutto per le piccole e medie imprese, è necessario un investimento politico ed economico teso a individuare nuovi interventi di politica industriale e ad ammodernare il sistema produttivo.
        Uno Stato che intervenga, in primo luogo con studi e serie indagini del mercato nazionale ed internazionale, nei processi di riqualificazione produttiva, di riconversione industriale, a partire dalle industrie belliche, avendo come punto fermo la salvaguardia e lo sviluppo dei livelli occupazionali.
        Uno Stato che in questa ottica difenda anche il potere d'acquisto dei suoi cittadini.
        E' ormai impossibile per chiunque negare che l'inflazione, al di là dei dati ufficiali, viaggi nella realtà quotidiana su percentuali variabili tra il 6 e 7 per cento. E lo Stato non interviene per difendere i salari e gli stipendi dei suoi cittadini!
        E' ormai insostenibile continuare a perseguire la strada della cosiddetta "inflazione programmata" che è già inferiore di quasi un punto rispetto alla inflazione "ufficiale", ed è quella su cui si calcolano gli aumenti di salari e stipendi, ottenendo così una riduzione del potere d'acquisto degli stessi.
        A questo proposito noi avanziamo una proposta innovativa: entro il mese di settembre di ciascun anno si proceda alla ricognizione della percentuale pari alla differenza tra il tasso d'inflazione programmata e il tasso reale di inflazione - la cui modalità di calcolo deve essere rivista anche mediante una più corretta composizione del paniere - per i dodici mesi precedenti.
        Conseguentemente, nella busta paga del gennaio successivo deve essere versata una somma determinata applicando alla retribuzione corrisposta nell'anno solare precedente, la percentuale derivante dal calcolo al quale abbiamo fatto riferimento sopra.
        Auspichiamo altresì uno Stato solidale anche a livello internazionale. E' per questo che proponiamo - raccogliendo per intero una domanda forte che proviene da settori importanti della società - che sia istituita un'imposta, non certamente eccessiva, sulle transazioni valutarie dei Paesi poveri, di finanziare e incentivare la cooperazione allo sviluppo, di promuovere e favorire lo sviluppo delle aree depresse dell'U.E..
        E' naturale che lo sforzo e il tentativo devono essere quelli di istituire tale imposta a tutti i Paesi dell'Unione Europea; ma è altrettanto giusto e naturale che in attesa dell'ottenimento di tale risultato, il nostro Paesi faccia quello che è in suo potere e cioè istituisca tale imposta sul nostro territorio nazionale.


Pubblica amministrazione, enti locali, regioni

        Le scelte economiche di questi anni da parte del governo sono state fatte esclusivamente di tagli ai trasferimenti e alle spese per il personale, di politiche contrattuali assolutamente insufficienti e punitive nei confronti dei dipendenti pubblici.
        Tutto ciò allo scopo di "fare cassa e risparmiare" e di favorire la privatizzazione dei servizi, e non solo di essi. Risultati, purtroppo, in grande parte raggiunti a scapito e contro gli interessi dei cittadini amministrati.
        Inoltre, in questi anni, è stato avviato un processo di decentramento di compiti e funzioni dello Stato alle Regioni e agli Enti locali, decentramento non accompagnato adeguatamente e sufficientemente dai necessari trasferimenti erariali ed economici, con la conseguenza che si trasferiscono funzioni e compiti che diventano di difficile, se non impossibile attuazione.
        Basti ricordare che, solo relativamente a quest'anno, i trasferimenti al sistema degli Enti locali rispetto allo scorso anno sono stati ridotti di circa 3.000 milioni di euro e che il gap per le Regioni ammonta a circa 20 miliardi di euro, secondo le stime delle stesse Regioni. Una situazione che andrà ad aggravarsi se venisse approvato il "federalismo fiscale" che andrà a tutto vantaggio delle regioni ricche, determinando una situazione insostenibile e a rischio di collasso.
        La nostra idea di Pubblica Amministrazione è completamente opposta e, pertanto, radicalmente alternativa.
        Il punto di partenza, non certamente secondario e superfluo, è quello dell'affermazione decisa e senza equivoco alcuno delle centralità della P.A., dal sistema degli Enti Locali e delle Regioni in generale. Il che significa in primo luogo impedire - anche recuperando i danni gravi già inferti - l'attacco privatistico alla rete dei servizi sociali e dei servizi pubblici, propria del sistema delle autonomie locali, e il conseguente trasferimento della domanda sociale che proviene dai nostri territori al soggetto privato, con grande vantaggio per quest'ultimo e grande nocumento per i cittadini in generale.
        Noi proponiamo, pertanto, che i trasferimenti erariali ai Comuni e al sistema delle Autonomie locali e alle Regioni siano aumentati complessivamente (a seconda, naturalmente, dei diversi bisogni, delle diverse esigenze e della stessa collocazione territoriale degli Enti; misurando i trasferimenti stessi in rapporto alla loro spesa storica, aggiornata con riferimento alle esigenze e ai nuovi compiti), in una percentuale che si aggira intorno al 15 per cento (quota che corrisponde alla mancata copertura del fabbisogno nazionale, secondo calcoli e proiezioni oggettivi e forse addirittura per "difetto"). Proponiamo di avviare una idea nuova di finanza "derivata", attraverso la compartecipazione dello Stato alla copertura del fabbisogno delle Regioni e degli Enti locali, identificato sulla base di un progetto di funzionamento dei servizi pubblici e sociali nell'ambito di veri e propri programmi di inclusione sociale; di elaborare una nuova fiscalità generale che costruisca un sistema impositivo per la copertura dei servizi pubblici e sociali capace di garantire l'esigibilità dei diritti civili e sociali, indipendentemente dalle condizioni economiche; di provvedere alla copertura totale ed immediata delle piante organiche e di eventuali comprovate nuove esigenze dei singoli Enti, delle Regioni e della Pubblica Amministrazione in generale, in modo da permettere loro di funzionare e di corrispondere alle esigenze dell'Ente e ai bisogni dei cittadini amministrati, avviando pertanto con urgenza una fase di assunzione di nuovo personale; di intraprendere la stabilizzazione degli L.S.U. sparsi nei vari comparti della P.A., delle Regioni e del sistema delle Autonomie locali, che hanno permesso in tutti questi anni alle stesse di sopravvivere e che hanno acquisito una esperienza e una professionalità di cui assolutamente il sistema nel suo complesso non può più fare a meno; di attuare una politica contrattuale fatta non solo di recupero del potere di acquisto, deteriorato dall'iniquo meccanismo della inflazione programmata, ma, fermo restando ciò, anche di aumenti retributivi dignitosi e soddisfacenti; di applicare nel comparto tutto della P.A. le 35 ore settimanali a parità di condizioni contrattuali oggi vigenti, anche come volano di sviluppo e di nuova occupazione; di introdurre la assoluta e totale pubblicità dei servizi pubblici locali ( trasporti, acqua, gas, ecc.) e l'azzeramento di tutti i procedimenti in itinere o già giunti a compimento, avente ad oggetto le liberalizzazioni e la privatizzazione degli stessi.


Mezzogiorno

        Il rilancio e lo sviluppo del Mezzogiorno passa esclusivamente attraverso due strade: lo stanziamento di risorse aggiuntive a quelle già previste, nell'ordine di una percentuale definita di Pil, e la presenza dello Stato per avviare e valorizzare i settori e le risorse precipue (a cominciare da quelle umane, culturali, ambientali, ecc.) del Mezzogiorno d'Italia facendosi imprenditore e forza trainante ed aggregante di alta imprenditoria e creando per questa via sviluppo, occupazione, ricchezza per il Mezzogiorno e per il Paese. Questo anche in considerazione del ruolo determinante ed esclusivo che il Mezzogiorno potrebbe e dovrebbe avere - se non altro per la sua collocazione geografica - in una politica di sviluppo, cooperazione ed integrazione reciproca con tutti i popoli ed i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dal terreno occupazionale e socio-economico a quello creditizio.
Fiscalità generale

        Gli interventi necessari in campo fiscale, si deducono dall'intera impostazione da noi proposta soprattutto nella parte relativa alle maggiori entrate e alle minori spese (abrogazione della legge successioni e donazioni, tassazione delle rendite finanziarie, ecc.).
        In riferimento alla cosiddetta riforma fiscale di Tremonti, che fu approvata nella scorsa finanziaria e che mirava a favorire esclusivamente i redditi alti - medio alti (e constatando che del "secondo modulo" che sarebbe dovuto partire quest'anno e che avrebbe dovuto favorire i redditi medio bassi, non c'è traccia alcuna), riteniamo che essa vada rapidamente abrogata e che si dia avvio ad operazioni fiscali già da noi delineate e che, relativamente all'IRPEF, si preveda una esenzione totale fino a un reddito di 10.330 euro ed una rimodulazione complessiva delle aliquote in base al reddito che salvaguardi e difenda i redditi bassi e medio bassi.
        Riguardo alle deducibilità fiscali, vanno dedotti gli interessi passivi per mutui e le spese per contratti di acquisto e ristrutturazione della prima casa di abitazione; le spese di istruzione universitaria pubblica nonchè quelle sostenute per l'alloggio dai lavoratori dipendenti (entro un reddito di 62.000 euro); le spese per l'assistenza agli anziani, ai soggetti portatori di handicap fisici, psichici o di gravi patologie, facenti parte di nuclei familiari con reddito fino a 130.000 euro.


Scuola e università

        In questi anni - e questa manovra finanziaria ne è una conferma - uno degli obiettivi principali di questo Governo, è stato quello di svuotare e distruggere il sistema scolastico pubblico a tutto vantaggio della scuola privata: la controriforma Moratti e i finanziamenti alle scuole paritarie e private ne sono l'ultima drammatica testimonianza.
        In Italia oggi si investe il 4,45 per cento del Pil per il sistema di istruzione; lo 0,8 per cento per l'Università e lo 0,25 per cento per la ricerca. Dati e numeri assolutamente insufficienti e comunque ben al di sotto della media (non certo spropositata) della U.E.
        E ancora il 64,53 per cento degli istituti scolastici è privo di certificazione di conformità relativamente alle norme antincendio e il 42,32 per cento è privo del certificato di agibilità statica.
        I provvedimenti di questo Governo hanno prodotto e stanno per produrre tagli al personale docente per circa 50.000 unità (compresi i tagli relativi delle cattedre con orario inferiore alle 18 ore), ai quali vanno aggiunti i circa 10.000 posti di lavoro relativi agli A.T.A. A ciò si somma il taglio del 12,6 per cento dei finanziamenti relativi al sostegno ai portatori di handicap, a fronte di un aumento del 5,26 per cento di studenti diversamente abili.
        Noi riteniamo che la scuola pubblica sia un bene da difendere, da rilanciare e da sviluppare per il ruolo centrale che essa ha nei processi di sviluppo sociale, economico, culturale del paese e per l'assoluta indispensabilità di garantire il diritto allo studio e ad un'istruzione qualificata per tutti.
        Ed è in questa direzione che si muovono i nostri convincimenti e le nostre proposte radicalmente alternative.
        Proponiamo, pertanto, che alla spesa riguardante l'istruzione pubblica nel nostro Paese, sia destinato non meno del 6 per cento del Pil; che l'1,5 per cento sia destinato al finanziamento delle Università statali e l'1,2 per cento alla ricerca.
        E, a questo riguardo, è necessario garantire alle università statali, attraverso un piano pluriennale, il reclutamento straordinario ed aggiuntivo di ricercatori, previo relativo finanziamento.
        Concentrare lo sforzo, dunque, esclusivamente sulla scuola pubblica e sulle Università statali, operando per il superamento della controriforma Moratti e, nel rispetto della Costituzione, per l'abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole private.
        Destinare tutti i fondi necessari alla messa in sicurezza totale di tutti gli edifici scolastici non solo è una misura minima ed elementare, ma è oltretutto improcrastinabile e doveroso dopo i tragici fatti di quest'ultimo anno.
        Esso è certamente l'elemento basilare del diritto allo studio per tutti; diritto allo studio che va garantito soprattutto riguardo alle fasce più deboli della popolazione e a rischio di abbandono scolastico.
        Devono ad essi essere garantiti gratuitamente una serie di servizi, a cominciare dal trasporto pubblico sull'intero territorio regionale, così come, partendo dal salasso che le famiglie italiane subiscono annualmente al momento dell'acquisto dei libri e del corredo scolastico in generale, è giusto e necessario fornire loro di buoni libro interamente gratuiti.
        Relativamente al personale della scuola, ferma restando la necessità di un adeguamento contrattuale e retributivo che almeno lo equipari a quello del resto d'Europa, occorre procedere al ripristino dei livelli di organico antecedenti ai tagli degli investimenti previsto dalla legge n. 53 del 2003; ripristinare le cattedre orario e regolamentare la nomina dei supplenti sulla base dei 5 giorni di assenza del titolare; riportare il numero massimo di alunni a 20 per ciascuna classe; finanziare un piano di aggiornamento del personale docente e un programma qualificato di educazione permanente degli adulti; rispetto alle questioni dell'handicap, per cominciare, rivedere i parametri per le differenti tipologie di disabilità, fissando la misura di un insegnate di sostegno per ogni alunno disabile.
        Per le Università e gli Enti di ricerca è necessario, innanzitutto, rimuovere il blocco delle assunzioni poiché questo incide direttamente sulle capacità e necessità di ricerca non solo del mondo universitario, ma dell'intero Paese.


Sanità e servizi sociali

        L'attacco sistematico e strategico al Welfare State e alla gratuità e al diritto di tutti ai servizi sociali e alla salute, nonché il conseguente processo di privatizzazione dei servizi sociali e della sanità, che si sono manifestati in questi ultimi anni, hanno ridotto la spesa sanitaria pubblica in Italia al 5,8 per cento del Pil, che è il livello in assoluto più basso di quello della maggior parte dei Paesi industrializzati.
        Dagli inizi degli anni '90 (controriforma De Lorenzo) ad oggi il Fondo Sanitario Nazionale è stato scientemente sottofinanziato e quote crescenti del costo sono state trasferite a carico delle famiglie attraverso tickets e tagli alle prestazioni sanitarie. Grazie a Rifondazione Comunista, nella scorsa legislatura si ottenne il risultato del superamento dei tickets, riconosciuti come una tassa, odiatissima e insopportabile, sulla salute. Ma il Governo di centro destra e le Regioni amministrate dallo stesso tipo di coalizione, si sono affrettati a ripristinare quella tassa, all'indomani della loro vittoria elettorale.
        Si pone, pertanto, con assoluta evidenza ed urgenza la necessità di ribaltare tale strategia e di rilanciare la sanità pubblica.
        Un sistema sanitario che garantisca a tutte e a tutti la cura e la salute basandosi sulla prevenzione e sulla totale gratuità delle prestazioni sanitarie. Un'assistenza sanitaria omogenea, di alto livello e uguale per tutti a prescindere dalla Regione e dal Comune di residenza.
        E' necessario, innanzitutto, che le risorse destinate al Fondo sanitario nazionale non siano inferiori all'8,5 per cento del Pil.
        Un aumento considerevole, dunque, della quota del Pil da destinare alla sanità pubblica, che garantisca un adeguamento delle strutture sanitarie, nonché la possibilità di procedere alla costruzione ed alla ultimazione di nuovi ospedali laddove se ne ravveda la necessità e dove sono bloccati lavori, progetti e programmi; che garantisca un rapporto posti letto/popolazione/addetti al servizio sanitario pubblico in grado di impedire ed eliminare le lunghe attese e le liste infinite, che favoriscono la sanità privata; che garantisca la ricerca ospedaliera e l'offerta di servizi e di cura, anche per quelle patologie ritenute "rare" e perciò molto spesso abbandonate solo in quanto ritenute "costose" e bisognose di finanziamenti straordinari.
        Una sanità pubblica che abbia al centro il cittadino nella fase di prevenzione, diagnosi e cura; che valorizzi tutto il personale sanitario (già oggi di altissimo livello professionale e scentifico) mettendolo in grado di lavorare e di operare, adeguando le piante organiche, procedendo a rinnovi e a politiche contrattuali che riconoscano la valenza, la professionalità, la delicatezza e il ruolo della sanità pubblica e di tutti i suoi operatori; dando il via ad una politica di riqualificazione e formazione costante di tutto il personale.
        Stessa logica deve essere impiegata nei riguardi dei servizi sociali, dove è ugualmente in atto un processo di privatizzazione strisciante che deriva sia dall'insufficienza dei fondi trasferiti che dal blocco delle piante organiche. E anche qui la strada non può essere diversa da quella tracciata per la sanità e cioè la necessità di prevedere un aumento di risorse da destinare al settore, che porti all'incremento dell'offerta pubblica e alla contestuale riduzione della quota di partecipazione alle spese.


Pensioni

        Ferma restando la nostra più totale opposizione alla controriforma Berlusconi/Maroni sulle pensioni, noi riteniamo, assai semplicemente, che lo Stato deve garantire una pensione pubblica dignitosa a tutti i suoi cittadini; che il minimo per qualsiasi tipo di assegno pensionistico - inabilità, sociale, ecc. - non debba essere inferiore ai 520 euro mensili per tredici mensilità; che ci debba essere un rapporto tra pensione minima erogata e pensione massima (a qualsiasi titolo e relativo a qualsiasi categoria di cittadini-lavoratori) non superiore a 1/10.


Casa

        A fronte di una politica del Governo fatta di dismissioni, alienazioni e quant'altro del patrimonio abitativo pubblico, nonché di interventi a favore della grande proprietà edilizia dal punto di vista fiscale e patrimoniale, oltre che degli speculatori, dei furbi e dei deturpatori dell'ambiente e del territorio, noi proponiamo di abolire l'ICI sulla prima casa non di lusso e di stabilire, contemporaneamente, un incremento della tassazione ai fini ICI (14 per mille) e ai fini IRPEF (quadruplicare l'imposta) delle abitazioni sfitte nelle aree urbane ad alta tensione abitativa; di estendere le detrazioni fiscali per gli inquilini fino a un reddito lordo di circa 30 mila euro, a prescindere dalla tipologia contrattuale e, contemporaneamente, di abolire la detrazione forfetaria del 15 per cento per i proprietari che affittano a libero mercato: di eliminare l'imposta sui redditi e la tassazione ICI della prima casa per l'edilizia residenziale pubblica; di stanziare ogni anno 1.000 milioni di euro, per tre anni da distribuire alle Regioni, anche in relazione alla quota che le Regioni medesime destinano agli interventi per aumentare l'offerta di alloggi a canone sociale; di intervenire a favore delle Regioni e degli enti locali, aumentando le risorse per il fondo sociale di sostegno agli affitti fino a 800 milioni di euro; di permettere, previo relativo trasferimento di risorse, ai comuni e agli IACP di acquisire gli alloggi liberi o non optati che vengono dismessi nel processo delle cartolarizzazioni.


Energia

        Per impedire che possano ripetersi gli episodi verificatisi recentemente a livello energetico nel nostro Paese e perché la politica energetica sia sempre più orientata alla valorizzazione delle fonti rinnovabili e non inquinanti, la nostra proposta alternativa prevede di bloccare tutti gli iter autorizzativi per nuove centrali ed elettrodotti, in attesa della definizione di un nuovo Piano Nazionale per l'Energia e l'Ambiente. Definire, entro 12 mesi, un Piano Nazionale per l'energia e l'ambiente con al centro riduzioni certe dei consumi energetici, da attestare, come primo passo, al di sotto dei livelli del '90 entro il 2010. Favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, al fine di conseguire almeno come primo passo gli obiettivi stabiliti dall'UE (12 per cento di energia complessiva, 25 per cento di energia elettrica), privilegiando il solare e l'eolico. Predisporre un "Piano per la Solarizzazione delle regioni del Sud" finalizzato a garantire il raggiungimento di obiettivi ben più consistenti di quelli definiti per l'Italia dall'UE (proposta del 40 per cento di energia elettrica dei consumi regionali), considerando che la latitudine di queste regioni permette una resa ben maggiore di quanto previsto per il resto dell'Europa. Prevedere un finanziamento del settore della ricerca finalizzato alla definizione di politiche di riconversione produttiva orientata: a) alla maggiore efficienza energetica nella produzione di energia e nei consumi finali; b) a favorire lo sviluppo di settori produttivi avanzati nella realizzazione di tecnologie per la produzione di energia dal solare (termico e fotovoltaico) ed eolico; c) all'ottimizzazione dei prodotti e alla definizione di nuovi prodotti derivati dai materiali riciclati da inserire sul mercato. Finanziare lo sviluppo delle energie rinnovabili ad emissioni zero (non da combustione) che garantisca ai produttori: a) l'obbligo di allacciamento di generatori da rinnovabili (come indicato nel precedente comma) a spese dell'esercente della rete; b) l'obbligo di acquisto e remunerazione dell'energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (così come sopra indicato) secondo tariffe che garantiscano l'adeguata remunerazione dell'energia prodotta e in proporzione al vantaggio ambientale che quell'energia garantisce. Incentivare la rottamazione degli elettrodomestici vecchi con altri ad altra efficienza (secondo la classificazione CE). Esentare dall'IVA fino al 2010 gli impianti energetici e i mezzi di trasporto a zero emissioni. Favorire l'introduzione di impianti di microcogenerazione e trigenerazione, finalizzati all'alimentazione di singole aziende o edifici, di minima potenza e funzionanti nel massimo rispetto delle norme ambientali. Stabilire la completa deducibilità dalla dichiarazione dei redditi dei costi relativi ad acquisti e installazione di impianti o mezzi che forniscono servizi energetici a zero emissioni. Obbligare le imprese alla certificazione energetica. Rilanciare la carbon-tax da estendere con diversa aliquota a tutti i combustibili fossili da definire in proporzione al loro livello di emissioni e gas inquinanti e climalteranti.


Infrastrutture e trasporti

        Il nostro Paese ha conosciuto un aumento esplosivo del traffico di merci e trasporto. Tuttavia, questo aumento non può essere ritenuto un evento naturale, l'esplosione della motorizzazione è stata una scelta politica. I progetti in essere del Governo non solo sono sbagliati, ma anche in larga parte non realizzabili per mancanza di finanziamenti e promettono una distruzione ambientale inaccettabile. Serve dunque un altro progetto, più giusto da un punto di vista trasportista, ambientale, finanziario che: a) riequilibri le modalità verso mare, ferro e trasporto collettivo; b) rivoluzioni il trasporto nelle aree urbane e metropolitane dove invece assistiamo ad una diminuzione degli investimenti; c) proponga opere che "facciano sistema"; d) persegua gli obiettivi di Kyoto e la diminuzione dell'incidentalità prevista dalla UE, garantisca la sicurezza, di cui la qualità del lavoro è parte costitutiva. E allora è necessario ridurre la domanda di trasporto ripensando a cosa si produce, come si produce, dove si produce, cosa come e dove si consuma; non progettare le infrastrutture in base alla domanda attuale o le previsioni di aumento di trasporto, ma prima verificare quanta domanda di trasporto su gomma può essere diminuita, razionalizzata e spostata su vettori più compatibili; definire la predeterminazione modale, cioè decidere cosa si trasporta con i vari vettori, su quali direttrici, in che tempi ciò può avvenire; calcolare sempre il rapporto costi-benefici delle varie infrastrutture, anche con confronti fra ipotesi diverse, e scegliere quelle che costano di meno riducendo i costi esterni, fanno sistema, riequilibrio modale, sicurezza. Fra le cose da ridurre vi è anche il consumo di energia, grande questione attuale e del futuro. Al Sud lo sforzo deve essere fatto per migliorare la viabilità stradale e ferroviaria (nelle Regioni meridionali sono entrambe lente ed insicure), connettere porti e aeroporti, dare priorità alla razionalizzazione e riduzione della mobilità delle merci nelle città. L'impedimento progressivo al trasporto su gomma del trasporto merci su media e lunga percorrenza e connessione, in prevalenza ferroviaria, dei distretti industriali alla rete, ai porti, agli aeroporti, alle città, ai valichi. Parimenti i distretti industriali devono prevedere un progetto di mobilità sia per le merci prime, che per le merci in partenza, ma anche per i lavoratori. La rete merci deve essere pensata in modo integrato. In particolare va impostata una rete Fs merci il più possibile autonoma dal trasporto viaggiatori, recuperando parte di linee considerate rami secchi. L'elaborazione di un grande progetto delle "strade blu" e quindi: no al Ponte sullo Stretto, una nuova urbanistica cittadina che, a monte, nella pianificazione, risolva il problema della mobilità. I quartieri dove sono previsti nuovi insediamenti devono aver già prevista una mobilità alternativa che limiti al massimo l'uso dell'auto. Il trasporto pubblico non deve essere privatizzato. Un grande progetto per la Pianura padana che cambi il modello di trasporto al suo interno (è la gran parte della mobilità), verso valichi (ovest-nord-est) e verso il sud dell'Italia. Trasformare la missione della società per la costruzione del Ponte sullo stretto in un progetto di potenziamento dei trasporti dello Stretto della Calabria e Sicilia.


Immigrazione

        L'abrogazione della legge Bossi-Fini è il punto di partenza per avviare, sul tema dell'immigrazione, una politica di accoglienza che coinvolga gli enti locali, tutte le istituzioni nazionali e che riconosca altresì, anche attraverso incentivi economici e forme di coordinamento, il ruolo positivo assolto e che possono assolvere le associazioni no profit. Tale legge, infatti, non solo ha drammaticamente mostrato il suo carattere repressivo in termini di morti, di ingiustizie sociali e di pregiudizi, ma ha anche costituito perfino uno spreco di risorse.
        Nel quadro della cooperazione internazionale, relativamente all'immigrazione è senza dubbio non rinviabile rivedere in Italia la normativa sulla cooperazione, che può incidere sui flussi migratori provenienti da molti Paesi.
        Una politica del nostro Paese vera e solidale nei confronti dell'immigrazione, che consideri gli immigrati come una risorsa ed un arricchimento culturale, oltre che umano, non può che partire, anche simbolicamente, dalla chiusura immediata dei Centri di Permanenza Temporanea che rappresentano una esperienza drammatica ed una mostruosità giuridica, in quanto privano della libertà uomini, donne e bambini che non hanno commesso alcun reato.
        Così come altrettanto urgente è l'approvazione di una legge organica in materia di diritto d'asilo, se non altro per i profili di incostituzionalità della normativa vigente.
        Immigrazione come risorsa significa anche elaborazione di programmi culturali ed esperienze di scambio che, a partire dalla scuola dell'obbligo, sviluppino la conoscenza delle diverse culture al fine di realizzare nel tessuto sociale la multiculturalità; significa concedere agli stranieri che vivono stabilmente e regolarmente in Italia la cittadinanza italiana da intendere come diritto soggettivo, che li collochi cioè in una posizione direttamente garantita dal legislatore quale diritto esigibile a fronte di requisiti certi.
        A fronte di entrate proprie di una manovra alternativa (che, come abbiamo dimostrato in questa relazione, è possibile), che metterebbe a disposizione dello Stato una massa di investimenti notevole e di grande importanza politica ed economica, è possibile e realistico pensare ad interventi massicci per lo sviluppo, che pongano al centro il lavoro, la lotta alla disoccupazione, il rilancio del Welfare State, la dignità della persona.
Uno sviluppo non drogato né temporaneo, ma duraturo, in quanto sostenuto, appunto, da misure permanenti e destinate a consolidarsi negli anni.

Giovanni RUSSO SPENA,
Relatore di minoranza.



Frontespizio