XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 4490 - 4489-A-bis
Onorevoli Colleghi! -
Il fallimento della politica economica del Governo
Berlusconi
La politica economica del Governo Berlusconi in questi due
anni e mezzo è stata fallimentare e disastrosa. L'Italia è
entrata in una lunga fase di ristagno e di recessione
economica di cui ancora non si vede la fine. Non siamo di
fronte ad un classico fenomeno ciclico e congiunturale, bensì
ad una vera e propria crisi strutturale della nostra
economia.
La crisi italiana è un aspetto della crisi generale del
modello della globalizzazione neoliberista. Anche nel resto
d'Europa, le principali economie si trovano in recessione.
Negli USA soltanto un enorme incremento delle spese militari,
per finanziare la guerra di aggressione all'Irak, è riuscito a
sostenere la domanda e ad impedire finora l'intensificarsi
della crisi economica, esplosa dopo lo scoppio della bolla
speculativa di Wall Street nel 2000. Tuttavia, i giganteschi
squilibri dei deficit gemelli (bilancio pubblico e
partite correnti) dell'economia statunitense costituiscono una
fonte perenne di instabilità e di precarietà per l'intera
economia mondiale. Il Giappone, da oltre un decennio, è in
preda alla deflazione e alla depressione. Nel Sud del mondo si
aggrava la povertà e la miseria per grandi masse di
popolazione. Il modello neoliberista, che ha dominato nello
scorso decennio promettendo prosperità e sviluppo al mondo
intero, è ormai entrato in una crisi irreversibile. La sua
continuazione è fonte continua di nuove minacce per la
sopravvivenza dell'umanità.
In Italia, a questa crisi generale, si aggiunge il
vertiginoso declino del sistema industriale e produttivo del
Paese. La rilevante perdita di quote di mercato nel commercio
mondiale, la crisi dei principali settori industriali, a
cominciare da quello automobilistico, l'aggravarsi degli
squilibri territoriali tra Nord e Sud del Paese, la
recrudescenza dell'inflazione costituiscono gravi segnali di
allarme per il nostro futuro. Sul piano occupazionale, la
disoccupazione riprende a crescere, nonostante l'estensione
enorme della precarizzazione dei rapporti di lavoro. Sul piano
sociale, assistiamo ad una drammatica perdita di potere
d'acquisto dei salari e delle pensioni, tale da estendere a
larghe fette del lavoro dipendente una condizione di povertà e
di indigenza, già così ampia.
Di fronte a queste emergenze economiche e sociali, la
politica del Governo Berlusconi è rimasta ancorata ai dogmi
del neoliberismo: privatizzazioni, riduzione dell'intervento
pubblico, smantellamento del sistema di Welfare. A
differenza della Francia e della Germania, l'Italia sostiene
in Europa una posizione di integrale rispetto del Patto di
stabilità, che ormai rappresenta un cappio sempre più stretto
che sta strangolando l'economia europea. Oltre alla conferma
degli indirizzi fallimentari del neoliberismo, il Governo ha
aggravato la situazione perseguendo fini particolaristici e
corporativi, tesi ad incrementare il privilegio e
l'ingiustizia sociale. L'uso massiccio ed estensivo dei
condoni, da quelli fiscali a quello edilizio, ne sono la
manifestazione più eclatante.
E' diventato ormai urgente mettere in campo una politica
economica alternativa. La ripresa dello sviluppo passa
necessariamente per una grande operazione di redistribuzione
del reddito a vantaggio dei lavoratori e dei pensionati e per
una ripubblicizzazione del sistema industriale e dei beni
comuni.
Superare il patto di stabilità europeo
La sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (PSC)
decisa dall'ultima riunione dell'Ecofin segna, nei fatti se
non ancora nel diritto, la fine di questo strumento e, più in
generale, di un orientamento ossessivamente restrittivo delle
politiche fiscali europee. Il PSC è stato un fattore di blocco
della crescita economica europea, particolarmente grave in un
periodo di stagnazione: come prima i parametri di Maastricht,
è stato usato per imporre e giustificare in Europa politiche
impopolari di riduzione dei servizi pubblici e di
privatizzazione, ha fallito tutti i suoi obiettivi, compresi
quelli di riduzione dei deficit pubblici, non riesce più
ad essere rispettato dai principali Paesi dell'Unione
monetaria europea (UEM), è gravato da insolubili
contraddizioni interne ed è privo di coerenza con l'attuale
assetto dell'UEM. Le proposte di modifica del Patto di
stabilità e crescita (PSC), avanzate in sedi ufficiali e
semiufficiali, aggravano i problemi invece di risolverli. La
determinazione di regole istituzionali di politica economica,
rigide e vincolanti, sono il frutto di un fallimentare
approccio ideologico neoliberista all'integrazione europea.
Pensare di poter resuscitare il PSC, magari in nuove forme, è
sbagliato e dannoso.
Occorre invece cogliere questa occasione per varare una
nuova politica economica più attenta alle esigenza della
crescita, dell'ammodernamento dell'apparato produttivo e della
redistribuzione del reddito rispetto a quella condotta finora.
La fine del PSC impone oggi la definizione di una nuova
architettura europea per la definizione delle politiche
economiche.
L'alternativa al PSC e alla declinazione europea
dell'ideologia della globalizzazione neoliberista, oggi
incarnata dall'attuale struttura dell'UEM, va infatti cercata
e perseguita a livello europeo. L'alternativa non è
l'autarchia nazionale, bensì la costruzione di una nuova
Europa, democratica, indipendente e sovrana, ispirata dai
valori della pace, della giustizia, dell'uguaglianza e della
libertà. Oggi, l'Europa di Maastricht e del PSC non è questo,
anzi per molti aspetti ne rappresenta l'antitesi. L'attuale
UEM è l'Europa del capitale finanziario, della tecnocrazia
comunitaria e bancaria, della subalternità ai mercati e ai
mercanti. Quali allora i connotati basilari di un'altra
Europa?
All'interno di un'Unione Economica e Monetaria, formata da
entità statuali distinte, è certamente necessario che esista
un forte grado di coordinamento nelle politiche economiche. Se
così non fosse, l'Unione si disgregherebbe, in seguito ai
comportamenti egoistici dei singoli Stati. Esistono però
diverse forme attraverso cui realizzare la necessaria
integrazione e collaborazione. La strada finora scelta
dall'UEM è consistita nell'affidare ad un organismo tecnico,
come la BCE, responsabile solo nei confronti dei mercati
finanziari, la conduzione della politica monetaria e del
cambio e di mantenere invece una gestione decentrata a livello
nazionale delle politiche fiscali. Per garantire la coerenza
sistemica delle singole politiche fiscali nazionali, però,
sono stati creati vincoli di natura istituzionale, quali
quelli del PSC, rigidi e sottratti alla potestà democratica.
La struttura del potere e i meccanismi decisionali dentro
l'UEM sono così privati di qualsiasi legittimazione
democratica, in balia di tecnocrazie irresponsabili o di
meccanismi impersonali e "oggettivi".
L'altra Europa da costruire passa allora innanzitutto
attraverso l'integrale democratizzazione delle istituzioni
europee. Tra queste un posto di primaria rilevanza spetta alla
BCE. La conduzione della politica monetaria e del tasso di
cambio deve essere sottoposta a poteri di indirizzo politico,
formulati da organismi istituzionali sottoposti a controllo
democratico e direttamente responsabili nei confronti dei
cittadini, sottraendole all'attuale subordinazione agli
interessi dei mercati finanziari.
Per quanto riguarda la politica fiscale, occorre invece
procedere verso una maggiore integrazione, introducendo,
accanto a strumenti di coordinamento gestionale, anche forme
di definizione a livello comunitario degli indirizzi
strategici e dell'orientamento macroeconomico complessivo
dell'area. Ciò può essere possibile, in primo luogo,
attraverso un rafforzamento quantitativo e qualitativo del
bilancio dell'UE, oggi pari ad appena l'1,5 per cento del PIL
dell'area e limitato a pochi settori di intervento. E'
evidente come l'esiguità attuale delle risorse gestite a
livello comunitario rende impossibile attuare, a livello di
Unione, serie ed efficaci politiche di riequilibrio regionale
e di ridistribuzione territoriale delle risorse. Ancora più
arduo risulta oggi l'obiettivo di utilizzare la politica
fiscale comunitaria per orientare la domanda complessiva
dell'UEM e per svolgere compiti di programmazione e di
pianificazione generale dello sviluppo. Ma una maggiore
integrazione fiscale vuol dire anche procedere, dal lato delle
entrate pubbliche, verso una convergenza dei sistemi tributari
nazionali e, dal lato delle spese pubbliche, verso una
maggiore omogeneità dei sistemi di protezione sociale. In
questo modo, si costruirebbe, accanto allo spazio economico,
anche uno spazio sociale europeo, nel quale i cittadini
possano godere tendenzialmente dei medesimi diritti. Inoltre,
è solo attraverso una più forte integrazione fiscale che
l'intervento pubblico nell'economia può acquistare gli
strumenti e le risorse necessarie per politiche strutturali
sull'apparato industriale e produttivo, non limitate alla sola
liberalizzazione dei mercati.
Naturalmente, procedere verso l'integrazione fiscale porta
con sé una parziale riduzione della sovranità degli Stati
nazionali. Ma, in realtà, già oggi, con il PSC, essa è
largamente espropriata a vantaggio delle tecnocrazie e degli
interessi economici dominanti. L'integrazione fiscale dovrebbe
essere accompagnata dalla democratizzazione dei meccanismi
decisionali dell'Unione, con un ruolo primario del Parlamento
europeo, unica istituzione espressione di una sovranità
popolare europea. Integrazione fiscale non vuol dire
centralizzazione: l'esperienza storica di numerosi Stati
federali mostra una varietà di possibili soluzioni in grado di
garantire sia l'efficacia generale della politica fiscale, sia
il decentramento decisionale e operativo.
L'alternativa all'Europa neoliberista di Maastricht e del
PSC passa dunque attraverso un di più di integrazione e non un
di meno. Ormai, il vecchio sogno europeista della costruzione
di un'entità statuale continentale, può essere incarnato solo
dalle forze della sinistra alternativa e antiliberista. Come
mostra il topolino della bozza di Costituzione europea
partorito dalla Convenzione, le forze dominanti non possono
procedere oltre sulla strada dell'integrazione europea, perché
dovrebbero rinunciare al loro modello politico e sociale, oggi
alla base dell'UEM. Il compimento dell'unità europea passa
così per la costruzione dell'alternativa al neoliberismo.
Tuttavia, in attesa di un nuovo quadro per una alternativa
a livello europeo, sarebbe possibile avviare già oggi una
nuova politica economica, che fuoriesca dal neoliberismo e che
apra un nuovo orizzonte di sviluppo e di giustizia sociale per
il nostro Paese. Vuole essere questo il significato di questa
relazione parlamentare di minoranza alla manovra finanziaria
per il 2004. Per la prima volta, vogliamo indicare, in maniera
organica e analitica, come sarebbe possibile attuare una
svolta nella politica economica del Paese. Questa nostra
piattaforma ha lo scopo di allargare il consenso alla comune
lotta di tutte le opposizioni per sconfiggere il Governo. Dal
neoliberismo è possibile uscire. Oggi, subito.
Le previsioni truccate del Governo
La recessione del 2003
Per l'ennesima volta il Governo è costretto, nella nota di
aggiornamento del Dpef presentata insieme alla Finanziaria, a
rivedere al ribasso le previsioni economiche precedentemente
formulate. In ciascuno dei primi due trimestri del 2003, la
crescita economica italiana è risultata negativa per lo 0,1
per cento. Anche dal punto di vista tecnico, quindi,
l'economia italiana è entrata in una fase di recessione, dopo
la stagnazione dello scorso anno, quando il PIL aveva fatto
registrare una modesta variazione dello 0,4 per cento su base
annua. Ormai la natura strutturale della crisi economica
italiana non può sfuggire a nessuno. A partire dal secondo
trimestre 2001, ben prima degli attentati alle Torri Gemelli
di New York (ma in curiosa coincidenza con la vittoria
elettorale di Berlusconi), il tasso di crescita del PIL è
improvvisamente crollato, passando da un tasso annuale
tendenziale del 3,2 per cento ad una crescita annua
tendenziale nulla. Da allora l'economia è entrata in una lunga
fase di stagnazione/recessione che dura da ben nove trimestri.
Se nei nove trimestri precedenti il PIL era cresciuto
complessivamente del 5,5 per cento, negli ultimi nove
trimestri la crescita complessiva è stata di appena lo 0,6 per
cento. Questa performance negativa dell'economia
italiana non è certamente da attribuire in via esclusiva
all'operato del nuovo Governo, insediatosi nel secondo
trimestre del 2001. Infatti, un andamento analogo si è avuto
anche nel resto d'Europa, a causa delle crisi generale della
globalizzazione neoliberista. Tuttavia, ciò che è
indiscutibile è che la politica economica del Governo
Berlusconi si è rivelata, nonostante le sparate
propagandistiche, del tutto inadeguata a far fronte alla nuova
situazione di crisi. Anzi, l'accentuazione dei caratteri
neoliberisti della politica economica dell'attuale Governo ha
esacerbato la difficoltà.
La recessione del 2003 ne è la dimostrazione. I fattori
che hanno maggiormente determinato la recessione nel primo
semestre dell'anno in corso sono stati il calo degli
investimenti, che ha contribuito per il -0,7 per cento al PIL,
e la riduzione della domanda estera (-0,5 per cento). Positivo
è invece stato il contributo dei consumi delle famiglie (+0,2
per cento) e della variazione delle scorte (+0,8 per cento).
Sostanzialmente neutra è risultata essere la componente
pubblica della domanda (+0,1 per cento). Il sensibile
incremento della variazione delle scorte nel primo semestre
dell'anno ha più che compensato la riduzione intervenuta nel
secondo semestre 2002, a dimostrazione di un persistente
eccesso di capacità produttiva. La ricostituzione del livello
delle scorte lascia prevedere che nella seconda parte del 2003
eventuali incrementi della domanda potranno essere, in tutto o
in parte compensati, da una riduzione delle scorte senza
produrre effetti sulla produzione.
In questo quadro, tutt'altro che roseo, la previsione di
un incremento del PIL nel 2003 pari allo 0,8 per cento,
formulata nel Dpef presentato a luglio, è apparsa esagerata
allo stesso Governo. L'aggiornamento al Dpef ha quindi ridotto
la stima di crescita annuale del PIL 2003 allo 0,5 per cento.
Tuttavia, anche questa modesta stima di crescita appare
viziata da un pregiudizio ottimistico, in assenza di un chiaro
segnale di orientamento espansivo della domanda pubblica.
La crescita economica nel 2004: domanda, produzione e
occupazione
L'ottimismo del Governo risulta ancora più accentuato
nello scenario di crescita previsto per il 2004. La nota di
aggiornamento corregge solo in ridottissima misura la stima di
crescita del 2 per cento del PIL precedentemente formulata,
portandola all'1,9 per cento per il prossimo anno, un livello
che lo stesso Governatore della Banca d'Italia ha definito
"ardito". Questa stima, infatti, comporta, alla luce della
recessione del primo semestre 2003, la previsione di una
dinamica ben più accelerata e vivace della ripresa, di cui non
si comprendono le ragioni. Il perdurante apprezzamento
dell'euro e le difficoltà competitive delle esportazioni
italiane, fanno prevedere un contributo decisamente negativo
della componente estera della domanda, con un'accelerazione
del deterioramento del saldo corrente della bilancia dei
pagamenti.
A questo proposito è da rilevare come, nel corso degli
ultimi due anni, sia cambiata la posizione estera del nostro
Paese, che è passato da una situazione di esportatore netto ad
una di importatore netto. Si tratta di un cambiamento
strutturale della nostra economia, che non deriva quindi da
fenomeni congiunturali, dato che la dinamica della domanda
interna è stata inferiore a quella media degli altri Paesi.
Questo cambiamento strutturale è foriero di conseguenze
negative per lo sviluppo economico futuro, perché comporta una
riduzione del tasso di crescita potenziale di equilibrio.
L'ipotetica ripresa dell'economia mondiale avrebbe quindi un
impatto ridotto sulla produzione interna e, a parità di
aspettative espansive, accentuerebbe il contributo negativo
netto della domanda estera sulla crescita economica. In altre
parole, se l'Italia volesse crescere mediamente come gli altri
Paesi dovrebbe fare affidamento su una maggiore espansione
della domanda interna.
Data questa condizione negativa della domanda estera, il
Governo stima una crescita attesa della domanda interna
addirittura del 2,4 per cento nel 2004, trainata da una
impennata dei consumi delle famiglie e degli investimenti
privati (rispettivamente +2,3 per cento e +3,5 per cento).
Tale euforia dei consumatori e delle imprese rimane, nelle
previsioni governative, completamente inspiegata. Ancora più
fitto è il mistero sulla causa dell'aumento della stima di
crescita della domanda nazionale avvenuta dal Dpef di luglio
(+2,1 per cento) all'aggiornamento di settembre (+2,4 per
cento). I negativi risultati del primo semestre 2003 avrebbero
dovuto portare ad una correzione in senso inverso. Alla luce
di queste considerazioni, anche i modesti obiettivi di
riduzione del tasso di disoccupazione (dal 9 per cento del
2002 all'8,4 per cento del 2004) e di incremento del tasso di
occupazione (dell1,6 per cento in due anni) appaiono del tutto
fuori portata, considerando il ritardo temporale con cui il
rallentamento della crescita si ripercuote sui livelli
occupazionali. E' prevedibile, al contrario, che le tendenze
recessive in atto producano i propri effetti negativi
sull'occupazione a partire dalla seconda metà del 2003 e lungo
tutto il 2004.
Tuttavia, queste incongruenze logiche risultano necessarie
al Governo per giustificare un orientamento restrittivo della
politica fiscale. Infatti, l'aggiornamento del Dpef conferma
un sensibile rallentamento della spesa pubblica sia per il
2003 che per il 2004. Nel 2002 la crescita della spesa
pubblica è stata dell'1,7 per cento, le previsioni per il 2003
sono dell'1,4 per cento e quelle per il 2004 dello 0,9 per
cento. La spesa pubblica rallenta e frena proprio quando
l'economia comincia a boccheggiare. Risulta, così, evidente
l'orientamento pro-ciclico della politica fiscale, che ha
accentuato sensibilmente la crisi economica in atto. Soltanto
l'illusione infondata di un miracolo economico atteso nel
futuro, e costantemente rinviato, consente al Governo di
mascherare il ruolo recessivo giocato dalla sua politica
economica.
Le fantasiose previsioni economiche del Governo, sempre
puntualmente smentite in questi due anni, non sono il frutto
di un errore, ma si rivelano ormai come un espediente
propagandistico, come un trucco di prestigio, per motivare la
riduzione della spesa pubblica e dell'intervento dello Stato
nell'economia. Tuttavia, una volta che il trucco è stato
svelato, non solo diventa inefficace, ma produce danni perché
influenza negativamente le aspettative degli operatori
economici.
L'inflazione
Questo è, ad esempio, quanto è accaduto per il tasso di
inflazione. Le previsioni governative, sulla cui base veniva
fissato il tasso di inflazione programmata, hanno
costantemente sottostimato la dinamica inflazionistica. Con la
nota di aggiornamento il Governo abbandona ogni tentativo di
mascherare la realtà. Per il 2003 si stima un tasso di
inflazione (deflatore dei consumi) pari al 2,9 per cento, in
linea con le ultime rilevazioni ISTAT, e per il 2004 pari al
2,3 per cento. La cosa scandalosa e provocatoria è che non
vengono contemporaneamente rivisti i tassi di inflazione
programmata, che rimangono quindi fissati all'1,7 per cento
sia per il 2003 che per il 2004! Mentre prima il Governo usava
l'accorgimento della sottostima del tasso di inflazione reale
per contenere i salari (e in tal modo salvava almeno la forma
degli accordi sindacali del luglio 1993), ora invece, con
l'aggiornamento al Dpef 2004, sancisce formalmente che il
tasso di inflazione programmata, sulla cui base avvengono il
recupero e la contrattazione salariale, deve essere
consistentemente inferiore al tasso di inflazione reale.
Il tasso di inflazione programmata muta così la propria
natura: da strumento di rivalutazione salariale a posteriori
diventa, al contrario, strumento di decurtazione salariale a
priori. In questo modo il Governo svela la propria politica
dei redditi, fondata sulla redistribuzione dai salari ai
profitti e alle rendite.
Gli obiettivi di finanza pubblica del Governo
Il deficit pubblico
Nella nota di aggiornamento al Dpef la stima del
deficit pubblico per il 2003 viene portata al 2,5 per
cento del PIL, rispetto al precedente 2,3 per cento. Tre le
cause indicate per questa revisione: la minore crescita
economica (0,1 per cento), gli "interventi per lo sviluppo"
(0,3 per cento) e, in positivo, l'imputazione al 2003 del
gettito derivante dalla proroga del condono fiscale. Il
deficit strutturale, al netto degli effetti ciclici, è
stimato per il 2003 all'1,9 per cento contro il 2,2 per cento
del 2002. La previsione tendenziale a legislazione vigente del
deficit pubblico 2004 si colloca intorno al 3 per cento
del PIL.
Sulla base di questi dati, che confermano il quadro del
Dpef di luglio, risulta quindi che l'Italia rimarrebbe entro i
limiti definiti dal Patto di Stabilità, a differenza di quanto
avviene per diversi altri Paesi dell'UEM, primi fra tutti la
Francia e la Germania, anche in assenza di qualsiasi manovra
correttiva per il prossimo anno. La situazione di recessione
consiglierebbe di impostare una manovra finanziaria orientata
al sostegno della domanda, utilizzando tutti i margini offerti
dalle regole europee. Il Governo, invece, persiste in un
orientamento restrittivo di politica fiscale e fissa per il
2004 un obiettivo di riduzione del deficit pubblico dal
3 per cento tendenziale al 2,2 per cento. Il deficit
strutturale programmatico viene fissato all'1,6 per cento, con
una riduzione dello 0,3 per cento rispetto all'anno in corso.
Il rapporto debito/PIL dovrebbe così scendere dal 106 per
cento del 2003 al 105 per cento del 2004. L'accentuarsi della
recessione nel secondo trimestre di quest'anno non ha
sostanzialmente modificato gli obiettivi di finanza pubblica
previsti dal Governo a luglio. Il Governo ha operato
aggiustamenti soltanto marginali a quanto già preannunciato, a
dimostrazione di un'indifferenza delle politiche governative
nei confronti degli andamenti reali dell'economia. La
strategia di politica fiscale rimane quella della riduzione
del ruolo economico pubblico e del rispetto integrale del
Patto di Stabilità europeo nella sua interpretazione più
rigida, ben oltre quindi i formali vincoli esistenti nell'UEM.
In tal modo l'Italia assume un indirizzo di politica economica
all'interno dell'UEM contrastante con quello di Francia e
Germania, le quali al contrario nell'attuale fase recessiva
sostengono e praticano una interpretazione flessibile delle
regole del Patto di Stabilità, addirittura superando per
diversi anni consecutivi il limite formale del 3 per cento
deficit/PIL.
La composizione del saldo di bilancio
Analizzando la composizione del saldo di bilancio delle
Amministrazioni Pubbliche programmato per il 2004 in termini
di quota sul PIL, si osserva una riduzione delle entrate
tributarie dell'1,1 per cento e delle entrate totali dello 0,9
per cento rispetto al 2003. La riduzione della pressione
fiscale, che la riforma Tremonti concentra a vantaggio dei più
ricchi e delle imprese, viene confermata anche in una
difficile situazione economica. Sul lato delle uscite, le
spese correnti si riducono dello 0,2 per cento e quelle in
conto capitale addirittura dello 0,7 per cento, a
dimostrazione del contenuto propagandistico dei proclami
governativi sugli investimenti infrastrutturali. La spesa per
interessi si riduce di appena lo 0,2 per cento, attestandosi
sul 5,1 per cento del PIL, nonostante la caduta verticale dei
tassi di interesse vericatasi nell'ultimo anno. A questo
proposito appare grave l'aumento della spesa per interessi
prevista nella nota di aggiornamento rispetto a quella
precedentemente indicata nel Dpef di luglio (4,9 per cento).
E' questa un'ulteriore conferma della volontà del Governo di
non intaccare la rendita finanziaria, mantenendo una
remunerazione del debito pubblico anormalmente alta rispetto
alla situazione dei tassi di interesse di mercato, oggi ben
inferiori al rendimento medio del debito pubblico. Tale
intenzione è suffragata anche dalle previsioni programmatiche
di medio periodo, dato che la spesa per interessi è prevista
rimanere costante al 5,1 per cento del PIL fino al 2007,
nonostante la stima di una riduzione del debito pubblico
dell'ordine del 7 per cento sul PIL. In sostanza, il Governo
intende mantenere la remunerazione della rendita finanziaria
pubblica su livelli oscillanti intorno al 5 per cento medio
fino a tutto il 2007, a fronte di una previsione di aumento
del PIL nominale del 4 per cento nello stesso orizzonte
temporale. Questo vuol dire che la quota della rendita
finanziaria sulla distribuzione del reddito complessivo
continuerà a crescere anche nel prossimo quadriennio, a
scapito dei redditi da lavoro.
Questa sopravalutazione del rendimento del debito pubblico
è l'altra gamba della politica dei redditi governativa,
assolutamente coerente e complementare a quella
dell'inflazione programmata. Data questa precisa volontà di
salvaguardare la rendita e di ridurre le tasse ai ricchi e
alle imprese, gli obiettivi di risanamento delle finanze
pubbliche si baseranno sul taglio della spesa primaria.
L'avanzo primario, cioè il saldo pubblico al netto degli
interessi, è previsto salire al 2,9 per cento nel 2004 (2,8
per cento nel 2003), al 3,5 per cento nel 2005, al 4,4 per
cento nel 2006 e addirittura al 5,1 per cento nel 2007,
tornando sui livelli record del periodo dell'entrata
dell'Italia nell'euro. Se queste previsioni si tramutassero in
realtà, assisteremmo nei prossimi anni ad un'operazione
selvaggia di abbattimento della spesa pubblica, in particolare
delle spese sociali.
Alla luce del quadro previsionale e programmatico sopra
analizzato, il Governo prevede una entità della manovra
correttiva pari a 16,5 miliardi di euro. Di questa cifra,
circa 11 miliardi sono destinati alla riduzione del deficit
tendenziale e costituiscono l'entità della manovra correttiva
netta; i rimanenti 5,5 miliardi rappresentano quelli che il
Governo chiama "gli interventi per lo sviluppo", ricavati da
una diversa composizione delle entrate e delle uscite. Le
maggiori entrate ammontano a 9,6 miliardi, di cui 7,5 nette.
Le minori uscite sono di 6,9 miliardi, di cui 3,4 nette.
In termini di rapporto al PIL la manovra complessiva è
dell'1,22 per cento: lo 0,81 per cento di riduzione e lo 0,41
per cento di ricomposizione della domanda pubblica. Si tratta
di una manovra pesante che diventa pesantissima in una
situazione di recessione quale l'attuale. In termini
comparativi, basti ricordare che l'entità media delle manovre
degli ultimi 10 anni (comprensivi degli anni del risanamento
per l'ingresso nell'euro) è stata di circa 15,8 miliardi di
euro. La manovra 2004 si colloca quindi al di sopra della
media decennale, anche se è la prima ad essere varata in una
situazione di crescita economica negativa. Ulteriore elemento,
questo, di valutazione dell'orientamento assurdamente
restrittivo del Governo.
I connotati fondamentali di una politica economica
alternativa
La manovra finanziaria per il 2004 presentata dal Governo
Berlusconi è prigioniera di un'ottica ragionieristica,
ossessionata dalla riduzione dell'intervento pubblico e
incapace di disegnare un serio progetto di rilancio
dell'economia. Di ben altro avrebbe bisogno l'asfittico
sistema economico nazionale. Il fallimento delle politiche
neoliberiste è ormai evidente. La situazione di recessione,
accompagnata da una reviviscenza della dinamica dei prezzi e
aggravata da un forte deterioramento del sistema industriale,
richiederebbe, al contrario, una politica fiscale aggressiva
in senso espansivo, che punti a rilanciare l'intervento
pubblico su entrambi i fronti del sostegno alla domanda e del
potenziamento dell'offerta.
Dal lato della domanda occorrerebbe procedere in primo
luogo ad una forte azione di redistribuzione del reddito,
attraverso l'aumento delle componenti dirette e indirette del
salario e attraverso un aumento delle garanzie e delle
protezioni fornite dal sistema del Welfare (sanità,
servizi sociali, previdenza, salario sociale e altre forme di
sostegno al reddito). Queste misure, tra cui spicca per
urgenza il ripristino di un meccanismo di adeguamento
automatico dei salari e delle pensioni all'inflazione, possono
consentire una ripresa dei livelli di consumo dei lavoratori,
dei pensionati e dei ceti a basso reddito, con conseguenze
positive per lo sviluppo complessivo dell'economia. In secondo
luogo, sarebbe necessario il varo di un massiccio programma di
investimenti pubblici a carattere pluriennale, orientato verso
interventi ambientalmente compatibili e centrati sullo
sviluppo territoriale e sulla partecipazione sociale. In
questo tipo di azione, un ruolo fondamentale dovrebbe essere
giocato dal potenziamento della scuola, dell'università e
della ricerca pubbliche, per promuovere un forte processo di
ammodernamento dei processi formativi e di innovazione.
Dal lato dell'offerta, l'emergenza del declino industriale
e produttivo del Paese rappresenta la priorità principale. I
processi di privatizzazione dell'apparato produttivo pubblico
degli ultimi dieci anni hanno depauperato interi settori
strategici dell'industria nazionale. E' necessario invertire
questa tendenza e creare nuove forme di presenza pubblica
diretta nei settori produttivi, non solo nell'industria, ma
anche nel terziario avanzato. Inoltre, il ripristino di una
nuova funzione di indirizzo nelle politiche creditizie,
annullato completamente dalla totale privatizzazione del
sistema bancario, è un elemento indispensabile della
ricostruzione produttiva del Paese. E' inoltre necessario che
il pubblico assuma un importante ruolo diretto nella
promozione e nella fornitura di servizi strategici
(commercializzazione, marketing, logistica,
comunicazione e informazione) alle PMI e ai distretti
industriali, oggi in grave difficoltà. Infine, la questione
meridionale, sempre viva e drammatica, necessita della ripresa
di un forte ruolo pubblico, non solo in termini di erogazione
delle risorse, ma anche di coordinamento e indirizzo dello
sviluppo.
Questo insieme di interventi richiede l'abbandono delle
logiche neoliberiste, fondate sul primato delle forze di
mercato e su un ruolo ancillare del pubblico nei confronti dei
processi spontanei, e la sua sostituzione con una rinnovata
logica di programmazione e di pianificazione, fondata su forti
meccanismi di partecipazione diretta degli enti territoriali e
delle collettività locali nella definizione e nella gestione
degli interventi.
La prima obiezione che generalmente viene fatta quando si
propone un diverso approccio di politica economica è: "ma
dove pensate di trovare i soldi per fare tutto ciò?". E',
questa, una domanda legittima e fondata che, se non riesce a
trovare da parte nostra una risposta convincente e
dettagliata, fa perdere ogni credibilità alle nostre proposte.
Ma la risposta a questa domanda ce l'abbiamo ed è una risposta
che consentirebbe di ricavare ingenti risorse per un progetto
di cambiamento dell'economia e della società italiane.
Gli obiettivi macroeconomici di una manovra finanziaria
alternativa
Il vincolo del debito pubblico: l'unico antidoto è la
crescita economica
La prima questione da affrontare per la realizzazione di
questi orientamenti di politica economica, riguarda ovviamente
la disponibilità delle risorse finanziarie per essa
necessarie. A questo proposito, è bene sgombrare subito il
campo da un equivoco diffuso. Dopo dodici anni consecutivi di
pesanti manovre fiscali, fondati su drastici interventi
antipopolari di taglio e restrizione della spesa, i conti
pubblici non si trovano più in una condizione di emergenza. Il
risanamento del bilancio pubblico è stato, in larga misura,
compiuto, anche se permangono al suo interno distorsioni,
sprechi e ingiustizie sociali derivanti dalla sua composizione
qualitativa e non dalla sua dimensione. Rispetto a Paesi della
UEM confrontabili al nostro per grandezza, come la Francia e
la Germania, le finanze pubbliche italiane sono maggiormente
sotto controllo e rientrano ampiamente nei limiti del Patto di
Stabilità. Il saldo primario, al netto della spesa per
interessi, è nel nostro Paese in attivo, senza interruzione,
dal 1991. Ciò vuol dire che da dodici anni lo Stato incassa
dai cittadini più di quanto spende in termini di erogazione di
servizi e prestazioni di ogni natura. In dodici anni, dal 1991
ad oggi, l'avanzo primario accumulato è stato dell'ordine dei
500 miliardi di euro correnti, una cifra gigantesca, pari a
circa il 60 per cento del PIL medio del periodo. La parte
dominante di questo enorme processo di ristrutturazione del
bilancio pubblico è stata sostenuta attraverso la riduzione
della spesa primaria, piuttosto che con l'aumento delle
entrate. Il livello persistentemente elevato del debito
pubblico italiano nell'ultimo decennio non deriva quindi da
uno Stato "spendaccione", ma dall'elevato livello dei tassi di
interesse reali, che sono rimasti fino ad oggi su valori
nettamente superiori al tasso di crescita dell'economia. Se i
tassi di rendimento reale sul debito pubblico fossero stati
nel periodo 1991-2001 neutri rispetto alla distribuzione del
reddito, cioè pari al tasso di crescita reale del PIL, il
debito pubblico italiano sarebbe oggi su valori prossimi al 60
per cento del PIL, entro i limiti europei. E' stata, quindi,
la politica monetaria fortemente restrittiva imposta dal
Trattato di Maastricht a mantenere elevato il debito pubblico.
In questa condizione, ciò che deve impressionare non è l'alto
livello del debito pubblico ancora esistente, ma semmai, al
contrario, il fatto che il debito pubblico non sia esploso e
sia rimasto sotto controllo, addirittura con una tendenza in
graduale riduzione. La combinazione di politiche monetarie
antinflazionistiche e di politiche fiscali restrittive,
caratteristiche dell'epoca di Maastricht, ha ridotto la
crescita economica e, in tal modo, ha contribuito a mantenere
alto il rapporto debito/PIL, agendo su entrambi i lati:
aumento esponenziale della spesa per interessi e riduzione del
tasso di crescita del PIL.
Infatti, il metodo più efficace per ridurre il debito, una
volta stabilito il controllo sulla dinamica della spesa
primaria, è quello della crescita economica. Siamo ormai da
tempo giunti in tale situazione. Soltanto un innalzamento
strutturale della crescita potrà liberare il nostro Paese dal
fardello di un debito pubblico superiore al reddito annuo. Se
non si imbocca rapidamente questa strada, è reale il rischio
di prolungare indefinitamente la spirale perversa, il circolo
vizioso fatto da alti interessi-aumento del debito-
restrizione fiscale- bassa crescita economica, con danni
irreversibili all'economia. Per questa ragione è da rifiutare
radicalmente il principio, sostenuto dalla Commissione
Europea, in base al quale i Paesi con elevato debito pubblico,
come l'Italia, debbano andare addirittura oltre i vincoli
posti dal Patto di Stabilità ed adottare politiche fiscali
ancora più severe, indipendentemente dalla congiuntura
economica.
Il quadro di una politica fiscale di sviluppo, nell'ambito
delle attuali regole europee, ha quindi come primo presupposto
l'utilizzo integrale dei margini disponibili all'interno del
Patto di Stabilità. Naturalmente, l'obiettivo fondamentale
resta quello del superamento del Patto di Stabilità e della
sua sostituzione con una politica fiscale concertata e decisa
a livello europeo, finalizzata allo sviluppo e al riequilibrio
territoriale all'interno dell'UEM. Tale obiettivo deve essere
perseguito a livello europeo e non può essere realizzato
attraverso scelte autarchiche nazionali. L'Italia dovrebbe
quindi sostenere all'interno dell'UEM le posizioni di quei
Paesi che hanno già posto il tema del superamento del Patto di
Stabilità. Nell'immediato, tuttavia, la politica fiscale del
nostro Paese dovrebbe utilizzare tutti i margini di manovra
consentiti dal Patto. Noi intendiamo dimostrare che, anche
senza rompere il quadro europeo, sarebbe comunque possibile
oggi una manovra finanziaria che fuoriesca dalle logiche del
neoliberismo e inauguri una nuova stagione di politica
economica e sociale.
Manovra espansiva netta derivante dalla maggiore crescita
economica (5,5 miliardi)
Sulla base delle stime contenute nel Dpef, nessuna manovra
correttiva netta è necessaria per il 2004. Infatti, la stima
tendenziale del rapporto deficit/PIL a legislazione vigente è
al 3,1 per cento, di poco sopra i limiti del Patto. E'
ipotizzabile che il venir meno di una manovra fiscale netta
restrittiva, come quella predisposta dal Governo per ben 11
miliardi di euro, produca un sensibile rafforzamento della
dinamica di crescita del PIL nel 2004, tale da portare il
parametro del deficit tendenziale ben al di sotto della
stima del Dpef. Sulla base dell'elasticità del deficit
alla crescita, stimata nel Dpef su un valore dello 0,45, si
può presumere che un obiettivo di deficit superiore di
0,8 punti percentuali di PIL rispetto a quello programmato dal
Governo, potrebbe avere un effetto moltiplicativo sull'aumento
del PIL dell'1,7 per cento aggiuntivo rispetto all'aumento
programmato dell'1,9 per cento (in totale quindi un tasso di
crescita economica pari al +3,6 per cento). Tuttavia, facendo
abbondantemente la tara alle previsioni esageratamente
ottimiste del Governo, che sovrastimano la dinamica spontanea
della ripresa economica, l'obiettivo di crescita del PIL può
essere posto al 3 per cento, in seguito al maggiore impulso
della domanda pubblica. In questo caso il deficit
tendenziale a legislazione vigente si collocherebbe al 2,6 per
cento del PIL. Fissando un obiettivo di indebitamento netto
pari al 3 per cento del PIL, utilizzando così tutti i margini
possibili entro i limiti del Patto di Stabilità, sarebbero
disponibili risorse aggiuntive pari a 5,5 miliardi di euro,
derivanti dall'aumento delle entrate fiscali legate alla
maggiore crescita economica. L'entità netta della manovra
espansiva è quindi di 5,5 miliardi.
Le altre risorse necessarie per realizzare un programma
alternativo di politica economica, devono essere reperite
attraverso un differente utilizzo delle risorse di spesa
attualmente previste nel bilancio e attraverso nuove
entrate.
La manovra alternativa sulle spese
La riduzione della spesa per interessi (12 miliardi di
euro)
Come si è detto, la nota di aggiornamento al Dpef prevede
una spesa per interessi pari al 5,1 per cento del PIL nel
2004. Ciò equivale a supporre un tasso di rendimento medio sul
debito pubblico pari al 4,9 per cento, superiore di circa un
punto rispetto al tasso di crescita del PIL nominale stimato
per il 2004. Il tasso di interesse reale sui titoli pubblici,
programmato per il 2004, è infatti del 2,8 per cento. In tal
modo, la quota della rendita finanziaria sul reddito
complessivo continuerà a crescere a danno dei redditi da
lavoro, come succede ininterrottamente da oltre un decennio.
Queste previsioni di rendimento del debito pubblico sono
superiori in maniera abnorme rispetto ai tassi di interesse di
mercato attualmente vigenti.
Per rendersene conto basta esaminare l'attuale situazione
nei mercati finanziari. Il tasso ufficiale di sconto nell'UEM
è oggi pari al 2 per cento. Il rendimento lordo all'emissione
dei BOT a 12 mesi collocati a giugno è stato pari all'1,86 per
cento, dei CTZ a 24 mesi all'1,88 per cento, dei BTP a tre
anni al 2,12 per cento, dei BTP a 5 anni al 2,57 per cento,
dei CCT a 7 anni del 2,21 per cento, dei BTP a 10 anni al 3,92
per cento, dei BTP a 15 anni al 4,37 per cento, dei BTP a 30
anni al 4,98 per cento. Il tasso medio di riferimento per i
mutui ipotecari alle famiglie, stabilito sulla base della
legge anti-usura, è oggi pari al 4,15 per cento. Il tasso di
riferimento per il credito agevolato alle attività produttive
nel mese di ottobre è pari al 4,70 per cento. E' quest'ultimo
un vero e proprio paradosso: i prestiti concessi alle imprese
garantite dallo Stato pagano un interesse minore di quello
pagato dallo Stato sui propri debiti!
Come si vede dalla differenza positiva tra tasso ufficiale
di sconto e tassi a breve, le aspettative dei mercati
finanziari per i prossimi due anni sono di una ulteriore
riduzione dei tassi di interesse nominali. Il maggior livello
del tasso di inflazione (2,9 per cento) rispetto ai tassi a
breve, indica inoltre un'aspettativa di tassi di interesse
reali abbondantemente negativi.
In questa situazione di mercato, allora, stabilire sul
debito pubblico un tasso medio nominale del 4,9 per cento e un
tasso medio reale del 2,8 per cento, come fa il Governo,
equivale a rinunciare ad ogni rimodulazione degli strumenti di
debito per ridurre l'esborso dello Stato, cioè equivale a
sostenere massicciamente la rendita finanziaria. Eppure le
possibilità di una significativa riduzione degli oneri
finanziari sul debito esiste con gli strumenti ordinari, senza
cioè ricorrere a misure straordinarie di rimborso anticipato e
forzoso del capitale prestato (che pure andrebbero prese in
considerazione, dato che sono in circolazione ancora per molti
anni titoli pubblici con rendimento anche superiore al 10 per
cento annuo!). Nel corso del 2003 ci sono 394 miliardi di
titoli pubblici in scadenza (pari al 28,6 per cento del debito
totale) e nel 2004 i titoli da rinnovare ammontano a 264
miliardi di euro (pari al 18,6 per cento del debito previsto).
Nel biennio 2003-2004 quindi il debito da rinegoziare è pari
al 47,2 per cento del debito totale. Se si collocassero i
nuovi titoli ad un tasso mediano tra quelli delle ultimi
emissioni (cioè con un rendimento medio del 2,9 per cento) il
tasso di rendimento medio sul debito totale si ridurrebbe al
3,6 per cento. La minore spesa per interessi ammonterebbe nel
2004 a ben 18,5 miliardi di euro! Invece dei 69 miliardi di
interessi presenti negli obiettivi programmatici per il 2004,
si potrebbero pagare 50,5 miliardi.
Un'operazione di questo tipo, avrebbe certamente l'effetto
di accorciare fortemente il profilo temporale delle scadenze
del debito che oggi è pari a 5,67 anni. Tuttavia, questa
operazione è necessaria in un momento in cui la curva dei
tassi di interesse è molto ripida, con un differenziale ampio
tra tassi a lunga e tassi a breve. Ad esempio, l'emissione di
un nuovo BTP trentennale per 2,75 miliardi di euro al tasso
del 4,98 per cento avvenuta nello scorso mese di maggio o il
rinnovo di BTP a 15 anni per 8 miliardi di euro a tassi
intorno al 4,5 per cento avvenuto nel primo semestre 2003,
rappresentano scelte incomprensibili rispetto all'esigenza di
minimizzazione degli oneri del debito. Scelte di questo tipo
rispondono più agli interessi dei mercati finanziari che a
quelli di una corretta gestione delle finanze pubbliche.
L'allungamento del profilo temporale del debito pubblico, la
cui vita residua è passata da 1,13 anni nel 1982 agli attuali
5,67 anni, era giustificata quando la curva temporale dei
tassi era più piatta rispetto a quella attuale e quando era
necessario procedere ad un consolidamento del debito per
evitare improvvise crisi finanziarie dello Stato. Oggi,
tuttavia, si può tranquillamente sopportare una limitata
riduzione della scadenza media del debito senza incorrere in
rischi di alcun tipo per la stabilità finanziaria dello
Stato.
In conclusione, mantenendo un atteggiamento molto prudente
e individuando un obiettivo di rendimento medio sul debito
pubblico nel 2004 pari al tasso di interesse di riferimento
per i mutui ipotecari alle famiglie (4,15 per cento), che
rappresentano in ogni caso una forma di investimento
finanziario ben più rischiosa e molto meno liquida
dell'acquisto di titoli pubblici, vi sarebbe una maggiore
disponibilità di risorse nel bilancio 2004 pari a 12 miliardi
di euro.
Riduzione delle spese militari (3 miliardi)
Nel bilancio 2003 le spese militari ammontano
complessivamente a 13.803 milioni di euro, pari all' 1,06 per
cento del PIL e a circa il 3 per cento delle spese correnti al
netto degli interessi delle Amministrazioni Pubbliche e a
circa il 5 per cento delle spese correnti primarie delle
Amministrazioni centrali. Per il 2004, il bilancio di
previsione presentato dal Governo prevede un aumento delle
spese per la Difesa di 285,4 milioni di euro, per un totale di
14,1 miliardi. A queste vanno aggiunte nel 2004 1200 milioni
di euro richiesti per il mantenimento dei contingenti militari
italiani all'estero.
Le prime due voci di spesa militare in termini di
stanziamento riguardano le spese per il personale (7,5
miliardi, +6,7 per cento sul 2003) e le spese per investimento
in nuovi sistemi d'arma (3 miliardi). E' da rilevare come per
le forze armate pare non valgano le stesse regole valide per
tutti gli altri dipendenti pubblici. Infatti, mentre per il
complesso del personale pubblico si prevede un incremento di
spesa pari all'1 per cento, per il personale della Difesa
l'incremento sarà del 6,7 per cento. Ciò fa supporre che le
remunerazioni dei soldati e, soprattutto, degli ufficiali
saranno ben superiori al tasso di inflazione programmata e che
per esercito, marina e aereonautica non vale il blocco delle
assunzioni pubbliche. I programmi per i nuovi armamenti, tra
l'altro, comprendono: la nuova portaerei Andrea Doria (186
milioni), le fregate Orizzonte (155 milioni), i sommergibili
U212 (105 milioni), i caccia intercettori Eurofighter (434
milioni), il nuovo supercaccia americano Jsf F35 (126
milioni), i caccia Tornado (186,5 milioni), nuovi aerei da
trasporto (273 milioni), nuovi elicotteri (316 milioni). Come
si vede, la qualità e la quantità di acquisizione di nuovi
armamenti è imponente e di certo non calibrata per esercitare
funzioni di difesa del territorio nazionale, ma proiettata
verso un uso al di fuori dei nostri confini. Mentre, quindi,
il Governo si premura di tagliare le spese sociali e di
ridurre le pensioni presenti e future, non lesina fondi e
risorse per dotare le nostre forze armate delle più moderne
armi di offesa e di attacco.
Questa politica va rovesciata. Le spese militari devono
essere tagliate per liberare risorse per le spese sociali. Le
forze armate del nostro Paese devono, come impone la
Costituzione, essere modellate esclusivamente in funzione
della difesa del territorio nazionale. Il ritiro della
presenza militare italiana all'estero, impegnata in zone di
guerra, e una razionalizzazione delle altre spese della
Difesa, in particolare quelle riguardanti i progetti di
costruzione di nuovi armamenti pesanti, consentirebbe di
ridurre almeno del 20 per cento le spese militari, liberando
risorse per 3 miliardi di euro.
Riduzione dei trasferimenti alle imprese private (5
miliardi)
Nel 2003 le Amministrazioni centrali dello Stato hanno
erogato alle imprese private finanziamenti per 10,3 miliardi
di euro, di cui 3,8 miliardi in forma di trasferimenti
correnti e 6,5 miliardi in forma di trasferimenti in conto
capitale. Si tratta di una somma rilevante pari allo 0,8 per
cento del PIL e al 3,6 per cento delle spese primarie dello
Stato. A queste si aggiungono le risorse alle imprese
provenienti dal sistema delle Regioni e delle autonomie
locali. Questo ingente trasferimento di risorse è frammentato
in un groviglio di misure specifiche, gestite in maniera non
coordinata dai diversi settori e sottosettori delle
amministrazioni pubbliche ed è pertanto privo di qualsiasi
indirizzo strategico. La gran parte delle risorse, inoltre, è
assorbita dal sistema delle grandi imprese. La politica
industriale del nostro Paese è oggi in buona parte costituita
da questo ammasso incoerente di risorse trasferite alle
imprese. Il rapido declino industriale e produttivo dimostra
ormai che l'effetto reale sullo sviluppo di questa ingente
mole di risorse è nullo o addirittura controproducente per il
miglioramento dell'efficienza e della competitività delle
imprese. Per impostare una nuova e diversa politica
industriale occorre reperire le risorse necessarie. Questa
operazione passa, innanzitutto, per una radicale revisione e
razionalizzazione dell'attuale sistema di incentivi alle
imprese. Pertanto proponiamo la riduzione alla metà dei
trasferimenti attualmente concessi dallo Stato alle imprese.
Ciò mette a disposizione risorse per 5 miliardi di euro da
destinare a nuovi interventi di politica industriale e di
ammodernamento del sistema produttivo.
La manovra alternativa sulle entrate
Riduzione dell'evasione e dell'elusione fiscale (8
miliardi)
Il sistema fiscale italiano è iniquo, ingiusto e
inefficiente. In modo particolare, l'evasione, l'erosione e
l'elusione fiscale sottraggono ogni anno allo Stato enormi
quantità di risorse. Alcune ricerche, effettuate con
metodologie di stima diverse per calcolare l'ammontare delle
risorse sottratte al fisco, affermano che la base imponibile
IRPEF dichiarata ogni anno oscilla dal 45 per cento al 55 per
cento della base imponibile potenziale. La metà di questa
sottrazione deriva da fenomeni di evasione e di elusione
fiscali, cioè da comportamenti illegali e fraudolenti dei
contribuenti miranti all'occultamento del reddito imponibile.
L'altra metà è invece frutto di fenomeni di erosione fiscale,
cioè di imperfezioni nel disegno di un tributo che consentono
di escludere dall'imponibile redditi che idealmente dovrebbero
essere sottoposti a tassazione. Significativo è l'esame della
quota di base imponibile dichiarata rispetto a quella
potenziale per le diverse tipologie di reddito: redditi da
lavoro dipendente e pensioni 81,1 per cento, redditi da
terreni 12,5 per cento, redditi da fabbricati 30 per cento,
redditi da capitale 5,8 per cento, redditi da lavoro autonomo
e impresa 37,2 per cento. A conferma di ciò, una recente
ricerca, basata sui dati della Banca d'Italia, afferma che il
reddito evaso ammonta al 2,3 per cento per i lavoratori
dipendenti, al 31 per cento per i liberi professionisti e al
52 per cento per gli imprenditori.
Evasione, elusione ed erosione fiscale quindi non sono
fenomeni neutri sul piano sociale. L'obbligo della ritenuta
alla fonte per i lavoratori dipendenti e i pensionati
impedisce a questi soggetti di sottrarre il proprio reddito al
fisco, come invece accade per le altre categorie di reddito.
In questo modo, il carico fiscale complessivo è squilibrato e
pesa in maniera spropositata sul lavoro dipendente. Nel 2002
la quota del lavoro dipendente sul valore aggiunto al costo
dei fattori, il quale rappresenta il reddito prodotto
nell'intera economia, è stata pari al 45,6 per cento, mentre
la quota degli altri redditi, da capitale e da lavoro
autonomo, è stata del 54,4 per cento. Il rapporto si ribalta
invece se consideriamo la quota dei diversi redditi sul
gettito totale delle imposte dirette: le tasse pagate dal
lavoro dipendente ammontano al 55,3 per cento contro il 44,7
per cento degli altri redditi. In questo modo i redditi da
lavoro dipendente, al netto dell'imposizione fiscale diretta,
scendono al 37,7 per cento del totale, mentre quelli da
capitale e da lavoro autonomo salgono al 62,3 per cento. Se il
sistema fiscale fosse neutro rispetto alla distribuzione del
reddito le quote sul reddito totale dovrebbero rimanere
identiche sia prima che dopo il prelievo fiscale diretto. Il
sistema tributario opera quindi una gigantesca redistribuzione
del reddito ai danni del lavoro dipendente e a vantaggio dei
redditi da capitale e da impresa. L'ammontare della
redistribuzione è enorme: qualora il fisco fosse neutrale
rispetto alle diverse categorie di reddito, cioè il prelievo
fosse proporzionale al reddito, i lavoratori dipendenti
dovrebbero pagare, a parità di gettito totale, 11,7 miliardi
di euro di tasse in meno di quelle che effettivamente pagano e
viceversa per i redditi da capitale e da impresa. In altre
parole, è come se ogni lavoratore dipendente e ogni pensionato
regalassero ogni mese 31 euro alle imprese e ai possessori di
attività finanziarie!
Le più recenti stime sulla consistenza dell'economia
sommersa o in nero affermano che la quota di prodotto annuo
sottratto al fisco oscilla tra il 17 per cento e il 20 per
cento. Nel 2003 questo significa che almeno 220 miliardi di
euro di reddito prodotto non sono stati sottoposti a nessun
prelievo tributario. Sulla base di queste analisi si può
stimare che, tra prelievo fiscale e contributi sociali evasi,
le Amministrazioni pubbliche hanno subito nel 2003 una
sottrazione di risorse per circa 90 miliardi di euro.
La reiterata proposizione di condoni fiscali attuata dal
Governo Berlusconi ha già prodotto l'effetto di incrementare
il fenomeno dell'evasione fiscale, come dimostrano le prime
stime sulle entrate tributarie del 2002. La lotta all'evasione
e all'elusione fiscale non è mai stata condotta con
convinzione e con efficacia. Una forte volontà politica e
amministrativa consentirebbe, invece, di ottenere risultati
rilevanti. Negli altri Paesi europei la quota di reddito
sottratta al fisco oscilla tra il 5 per cento dei Paesi con le
amministrazioni più efficienti e il 10 per cento di quelli
meno efficienti. L'obiettivo di portare la quota di evasione
fiscale a livelli europei deve essere una priorità politica
nazionale con una forte e decisa azione di controllo, di
indagine e di sanzione. Le indagini compiute annualmente su un
campione molto ridotto di imprese dimostrano che è possibile
scoprire e sanzionare le forme di evasione. Un potenziamento
delle attività ispettive, innanzitutto attraverso l'aumento
del personale addetto a tale scopo, potrebbe agevolmente
portare notevoli risorse nelle casse dello Stato.
Un obiettivo realistico può essere quello di ridurre entro
un quinquennio la quota di evasione fiscale dal 17 per cento
al 10 per cento del PIL, programmando un recupero di PIL
sottoposto al fisco dell'1,4 per cento all'anno. Il
raggiungimento di questo obiettivo nel 2004 porterebbe ad un
aumento delle entrate fiscali pari a 8 miliardi di euro.
Ripristino dell'aliquota Irpeg sugli utili di impresa al
36 per cento (4,5 miliardi)
Fino al 2002 l'aliquota IRPEG sui profitti di impresa era
del 36 per cento. La Finanziaria dello scorso anno ha ridotto
al 34 per cento tale aliquota. Il decreto attuativo della
riforma fiscale per le imprese la ridurrà ancora nel 2004,
portandola al 33 per cento. Va ricordato che l'IRPEG è
un'imposta che si paga sugli utili delle società di capitali.
La grande parte delle piccole imprese italiane hanno una forma
giuridica diversa, essendo principalmente formata da imprese
individuali, imprese familiari e società di persone. La
riduzione dell'IRPEG decisa dal Governo Berlusconi va a
vantaggio, quindi, principalmente del sistema delle imprese
medio-grandi e per nulla a vantaggio dei lavoratori autonomi e
dei piccoli dettaglianti.
Il ripristino dell'aliquota IRPEG al 36 per cento darebbe
un gettito aggiuntivo pari a 4,5 miliardi di euro.
Ripristino dell'imposta sulle successioni e donazioni dei
grandi patrimoni (1 miliardo)
Uno dei primi atti del Governo Berlusconi è stato quello
di abolire la tassa sulle successioni e donazioni, già ridotta
dal Governo precedente. L'abolizione di questa tassa dà, forse
più di ogni altro provvedimento, il segno della natura
classista e antipopolare del centrodestra. La sua abolizione,
assolutamente priva di motivazioni di ordine economico, è
stata soltanto un regalo alle classi possidenti del nostro
Paese. Un economista liberale, strenuo sostenitore del
laissez-faire, come Luigi Einaudi sosteneva che, tra
tutte le tasse, quella sulle successioni era la più giusta e
la più morale, perché imponeva un prelievo su patrimoni
guadagnati dagli eredi senza alcun merito e alcuna fatica.
L'Italia è oggi l'unico Paese occidentale dove non esiste una
tassa sulle successioni per i grandi patrimoni.
Il ripristino dell'imposta sulle successioni e sulle
donazioni per i patrimoni superiori a 180.000 euro produrrebbe
un gettito di 1 miliardo di euro.
Aumento dell'aliquota Irpef del 2 per cento per l'ultimo
scaglione di reddito (3,5 miliardi)
La legge delega sulla riforma fiscale, approvata dal
Parlamento, prevede che a regime le aliquote dell'IRPEF
vengano ridotte a due soltanto, dalle precedenti cinque. Con
la Finanziaria dell'anno scorso, è stata abolita l'aliquota
minima del 18 per cento, unificando il primo con il secondo
scaglione di reddito al 23 per cento. Quando l'intera riforma
sarà attuata i redditi fino a 100.000 euro saranno
assoggettati ad un'aliquota del 23 per cento, quelli superiori
al 33 per cento. Solo lo 0,5 per cento dei contribuenti
ricadrà nella seconda aliquota. In questo modo il Governo
vuole abolire ogni forma di progressività dell'imposta,
violando clamorosamente il dettato costituzionale. Inutile
dire che anche stavolta i vantaggi della riforma fiscale vanno
ai ceti più abbienti. In questo modo, il Governo Berlusconi
intende portare a definitivo compimento una tendenza, che dura
ormai da molto tempo, tesa a ridurre il carattere progressivo
dell'imposta sul reddito e a ridimensionare il ruolo di
redistribuzione del reddito del sistema fiscale. Basta
ricordare che quando fu istituita l'IRPEF, nel 1974,
l'aliquota massima superava l'80 per cento. Nel corso dei
trent'anni successivi si è proceduto ad una costante riduzione
dell'aliquota massima e ad un accorpamento degli scaglioni di
reddito, che all'inizio erano ben 32. In ogni caso, fino al
1997, l'aliquota massima era stabilita al 51 per cento. Essa
fu portata nel 1998 al 45,5 per cento e infine nel 2001 al 45
per cento.
Una politica fiscale democratica e progressita dovrebbe
andare in direzione esattamente opposta, riducendo il carico
fiscale per i redditi più bassi e aumentandolo per quelli più
alti. D'altra parte, questa sarebbe un parziale risarcimento
per quanto è accaduto negli ultimi venti anni, in cui abbiamo
assistito ad un significativo incremento degli indici di
concentrazione del reddito, speculare alla continua estensione
dell'area della povertà. Per questo proponiamo di aumentare
l'aliquota IRPEF per l'ultimo scaglione di reddito (oltre
70.000 euro) dal 45 per cento al 47 per cento. Questa misura
produrrebbe un aumento delle entrate pari a 3,5 miliardi di
euro.
Istituzione della Tobin tax (1,3 miliardi di
euro)
La completa liberalizzazione dei mercati finanziari e
valutari, avvenuta nel corso degli anni Novanta, ha
moltiplicato in maniera esponenziale le operazioni speculative
sul mercato dei cambi. Attraverso un vorticoso ed incessante
movimento di capitali, più fittizi che reali, ogni giorno
transitano sul mercato valutario italiano svariati miliardi di
euro. La grande parte di queste transazioni non hanno nessuno
scopo legato all'economia reale, alla produzione o al
commercio di beni e servizi, ma hanno esclusivamente natura
speculativa. Si tratta per lo più di scommesse sul valore
presente e futuro delle valute e dei titoli finanziari. Gli
enormi guadagni derivanti da queste operazioni sfuggono oggi
completamente a qualunque imposizione fiscale. La crescita
pantagruelica dell'economia di carta, legata alla
speculazione, ha distolto una parte consistente del risparmio
e della ricchezza dagli investimenti produttivi e spesso ha
messo in crisi intere economie nazionali. Per eliminare le
distorsioni perverse di questo capitalismo d'azzardo
occorrerebbe reintrodurre a livello internazionale nuove forme
di regolazione dei movimenti di capitali. In questo senso
l'Italia dovrebbe farsi promotrice, all'interno dell'UEM, del
ripristino dei controlli sui movimenti di capitale. In attesa
di una simile riforma europea è tuttavia possibile agire sin
da subito a livello nazionale, istituendo un'imposta molto
ridotta sulle transazioni in valuta di qualsiasi natura. In
questo modo, dato il livello estremamente basso dell'aliquota,
le operazioni in valuta per scopi reali non sarebbero
scoraggiate, mentre le manovre speculative, che avvengono
tramite una catena lunghissima di operazioni giornaliere,
risulterebbero fortemente penalizzate. E' questa la cosiddetta
"Tobin Tax".
L'istituzione di una imposta nazionale sulle transazioni
valutarie effettuate nei mercati italiani dello 0,04 per cento
complessivo sull'importo della transazione (come proposto
dalla proposta di legge di iniziativa popolare presentata da
ATTAC Italia) darebbe un gettito di 1,3 miliardi di euro.
Reintroduzione della carbon tax (1,2 miliardi)
Tra i principali strumenti invocati nel protocollo di
Kyoto per la riduzione dell'inquinamento atmosferico c'è
quello relativo all'introduzione di una tassa sulle emissioni
di anidridide carbonica nell'atmosfera. In Italia una tale
tassa è esistita fino al 2002. L'attuale Governo l'ha abolita,
privilegiando così la tutela del profitto d'impresa alla
tutela ambientale e della salute. La precedente versione della
carbon tax italiana non era affatto ottimale, poiché
favoriva l'utilizzo di fonti energetiche fossili, in
particolare petrolifere, rispetto a quelle rinnovabili.
Tuttavia, essa andava cambiata nel senso di una maggiore
attenzione all'impatto ambientale e non abolita del tutto.
L'introduzione di una nuova tassa sulle emissioni di
anidride carbonica nell'atmosfera (carbon tax) potrebbe
dare un gettito di 1,2 miliardi di euro.
Inserimento dei redditi finanziari nell'imposizione
progressiva sul reddito (9 miliardi di euro)
Attualmente il prelievo sui redditi finanziari si articola
su due aliquote sostitutive, distinte sulla base della
tipologia degli strumenti: il 27 per cento su depositi bancari
e postali e su obbligazioni private con scadenza inferiore ai
18 mesi; il 12,5 per cento su tutti gli altri titoli
finanziari. Negli altri Paesi europei dove vige un regime di
imposizione sostitutiva (Austria, Finlandia, Francia, Olanda,
Portogallo e Svezia) le aliquote variano dal 20 al 30 per
cento. Nella legge delega sul fisco, approvata dal Parlamento,
si prevede l'unificazione dell'aliquota sostitutiva per tutte
le attività finanziarie al 12,5 per cento.
L'attuale sistema è certamente ingiusto sul piano
dell'equità e distorsivo dei comportamenti dei risparmiatori
sul piano dell'efficienza. In termini di equità, l'attuale
sistema sostitutivo differenzia i redditi sulla base della
fonte. I redditi da capitale, a differenza dei redditi da
lavoro, sono esenti da un'imposizione progressiva e sono
tassati, in larga misura, con un'aliquota inferiore a quella
minima IRPEF (oggi 23 per cento). Su 100 euro di reddito da
lavoro, quindi, si pagano in media circa 27 euro di tasse, più
i contributi previdenziali, mentre sugli stessi 100 euro di
interessi su titoli o su azioni se ne pagano solo 12,5, senza
nessun contributo previdenziale. Inoltre, le aliquote fiscali
sulle attività finanziarie sono le stesse per tutti: Agnelli o
Berlusconi pagano, sui rendimenti dei loro enormi patrimoni
finanziari, il 12,5 per cento di imposte, come il povero
pensionato che ha investito i suoi magri risparmi in titoli di
stato.
In termini di efficienza, la diversificazione
dell'aliquota sostitutiva secondo lo strumento finanziario
posseduto favorisce alcune forme di risparmio rispetto ad
altre. La riforma proposta dal Governo, se risolve il problema
dell'efficienza, aggrava enormemente tuttavia il problema
dell'equità dell'imposizione fiscale a tutto vantaggio della
rendita e del profitto e a danno del lavoro.
La proposta che avanziamo è quella di inserire i redditi
di natura finanziaria nell'ambito della imposizione
progressiva sul reddito, prevedendo l'opzione di usufruire di
un'imposizione sostitutiva del 36 per cento (pari all'aliquota
IRPEG proposta). In questo modo, i redditi di natura
finanziaria saranno sottoposti allo stesso prelievo fiscale
che grava sui redditi da lavoro, introducendo un criterio
basilare di equità secondo cui ogni reddito, indipendentemente
da come guadagnato, paga le stesse tasse. Inoltre, si
stabilirà così il principio costituzionale di progressività
delle imposte anche per i redditi finanziari: chi più ha, più
deve pagare.
Le risorse finanziarie disponibili dalla manovra
alternativa
L'entità delle risorse da destinare a nuovi interventi per
lo sviluppo e la redistribuzione del reddito è consistente, 50
miliardi di euro pari al 3,7 per cento del PIL. La manovra
delineata prevede un indebitamento netto di 41 miliardi di
euro con un rapporto deficit/PIL del 3 per cento, all'interno
dei limiti del Patto di Stabilità europeo, e un tasso di
crescita del PIL del 3 per cento. A seguito della maggiore
crescita economica il rapporto debito/PIL scenderebbe nel 2004
al 104 per cento, rispetto al 106 per cento del 2003 e al 105
per cento programmato dal Governo per il 2004.
... (omissis) ...
Le nostre proposte
Salario sociale, lavoro, occupazione, sviluppo
Per arginare da subito la mancanza di lavoro, ai
disoccupati da almeno 12 mesi, residenti in Italia da 18 mesi
e che abbiano compiuto la maggiore età o, nel caso di
studenti, che abbiano terminato gli studi, proponiamo che sia
concesso un salario sociale di 520 euro non sottoposti a
tassazione per tre anni, elevati a quattro per coloro che
hanno superato i 45 anni d'età, o risiedano in zone
sottosviluppate e comunque in cui il tasso di disoccupazione è
superiore a quello della media nazionale. Le amministrazioni
pubbliche locali debbono garantire a questi stessi soggetti la
gratuità dei trasporti urbani, l'accesso ai servizi sanitari,
la frequenza, per i figli, alla scuola pubblica (ivi compresa
la gratuità dei libri di testo), un contributo per l'affitto
qualora fossero conduttori di contratto di locazione nonché la
statuizione di tariffe sociali, fino alla gratuità, per
l'erogazione di acqua, luce, gas e telefono.
Tale salario sociale, in una logica di sviluppo
complessivo dell'economia, nella nostra ipotesi acquista il
valore di vera e propria dote nel caso in cui nei tre o
quattro anni previsti il soggetto titolare dello stesso, sia
assunto da imprenditori privati a tempo indeterminato. In
questi casi, infatti, al datore di lavoro, privato o pubblico,
verrebbe erogato un contributo mensile pari al 50 per cento
della retribuzione sociale spettante al lavoratore, venendo
così incontro alle esigenze del lavoratore e del datore di
lavoro che sarebbe sgravato di costi aziendali e nello stesso
tempo implementerebbe la sua capacità produttiva.
Nel caso il soggetto in questione scelga di intraprendere
un'attività economica imprenditoriale - in forma anche
cooperativa - deve essergli riconosciuta la possibilità di
vedersi corrispondere in un'unica soluzione l'intero ammontare
della retribuzione sociale che avrebbe percepito nell'intero
periodo.
Alla fine dell'intero percorso dei tre o quattro anni,
qualora il titolare di salario sociale non abbia trovato
alcuna collocazione lavorativa (o non ne abbia rifiutata
alcuna, pena decadimento da qualsiasi beneficio) le
amministrazioni pubbliche e gli enti pubblici economici
dovranno offrire una possibilità di lavoro al lavoratore
disoccupato, nel settore pubblico con un contratto di lavoro
non inferiore a 24 mesi. Non si tratta di assistenza ma di
lavoro, a cominciare da quei settori (territorio, ambiente,
cure e assistenza delle persone, ecc), in cui gravi sono le
carenze delle P.A. a seguito, innanzitutto, della dissennata
politica del governo fatta di tagli al personale e
trasferimenti. L'esatto contrario, dunque, dell'assistenza, ma
un servizio reso alle amministrazioni e alle comunità in
generale.
E' del tutto evidente che stiamo parlando di una funzione
e di un ruolo dello Stato altamente propositivo e innovativo;
di uno Stato che investe in settori abbandonati, in settori "a
rischio", ma che da un lato necessitano di un intervento di
grande portata e dall'altro garantiscono sviluppo e
occupazione non marginale né temporanea.
Uno Stato, dunque, che combatta la disoccupazione
concretamente, che sia in grado di creare posti di lavoro; che
per questa via si ponga il problema dello sviluppo sociale ed
economico del Paese.
A maggior ragione quindi necessita una svolta radicale e
profonda, con segnali forti e decisi, a cominciare dal netto
superamento delle aberrazioni della legge delega in materia di
occupazione (legge n. 30 del 2003) e della precarizzazione del
lavoro. Primo passo importante deve essere la
nazionalizzazione della FIAT, a maggior ragione dopo un anno
nel quale i fattori di crisi strutturale della casa torinese e
le ragioni vere di quella crisi, che erano e sono alla base
della nostra proposta (e non solo nostra), sono diventati
sempre più evidenti e chiare; dopo un anno nel quale purtroppo
sempre più evidente appare il fatto che ci si avvia ad una
ulteriore drastica perdita di posti di lavoro e che di
riapertura di stabilimenti non c'è alcuna traccia.
Un processo di nazionalizzazione che sarebbe anche un
importante segnale nei confronti del mondo produttivo in
generale, a cui dovrebbe accompagnarsi la nascita di
un'Agenzia pubblica per la mobilità pubblica e privata - in
cui un ruolo importante deve essere ricoperto delle Regioni e
degli Enti locali - con il compito di monitorare e gestire i
processi di mobilità nei settori pubblici e privati della
produzione e dei servizi, nonché di individuare soluzioni
praticabili e predisporre piani di intervento e di ricerca da
sottoporre al Parlamento e agli Enti locali interessati.
Così come, soprattutto per le piccole e medie imprese, è
necessario un investimento politico ed economico teso a
individuare nuovi interventi di politica industriale e ad
ammodernare il sistema produttivo.
Uno Stato che intervenga, in primo luogo con studi e serie
indagini del mercato nazionale ed internazionale, nei processi
di riqualificazione produttiva, di riconversione industriale,
a partire dalle industrie belliche, avendo come punto fermo la
salvaguardia e lo sviluppo dei livelli occupazionali.
Uno Stato che in questa ottica difenda anche il potere
d'acquisto dei suoi cittadini.
E' ormai impossibile per chiunque negare che l'inflazione,
al di là dei dati ufficiali, viaggi nella realtà quotidiana su
percentuali variabili tra il 6 e 7 per cento. E lo Stato non
interviene per difendere i salari e gli stipendi dei suoi
cittadini!
E' ormai insostenibile continuare a perseguire la strada
della cosiddetta "inflazione programmata" che è già inferiore
di quasi un punto rispetto alla inflazione "ufficiale", ed è
quella su cui si calcolano gli aumenti di salari e stipendi,
ottenendo così una riduzione del potere d'acquisto degli
stessi.
A questo proposito noi avanziamo una proposta innovativa:
entro il mese di settembre di ciascun anno si proceda alla
ricognizione della percentuale pari alla differenza tra il
tasso d'inflazione programmata e il tasso reale di inflazione
- la cui modalità di calcolo deve essere rivista anche
mediante una più corretta composizione del paniere - per i
dodici mesi precedenti.
Conseguentemente, nella busta paga del gennaio successivo
deve essere versata una somma determinata applicando alla
retribuzione corrisposta nell'anno solare precedente, la
percentuale derivante dal calcolo al quale abbiamo fatto
riferimento sopra.
Auspichiamo altresì uno Stato solidale anche a livello
internazionale. E' per questo che proponiamo - raccogliendo
per intero una domanda forte che proviene da settori
importanti della società - che sia istituita un'imposta, non
certamente eccessiva, sulle transazioni valutarie dei Paesi
poveri, di finanziare e incentivare la cooperazione allo
sviluppo, di promuovere e favorire lo sviluppo delle aree
depresse dell'U.E..
E' naturale che lo sforzo e il tentativo devono essere
quelli di istituire tale imposta a tutti i Paesi dell'Unione
Europea; ma è altrettanto giusto e naturale che in attesa
dell'ottenimento di tale risultato, il nostro Paesi faccia
quello che è in suo potere e cioè istituisca tale imposta sul
nostro territorio nazionale.
Pubblica amministrazione, enti locali, regioni
Le scelte economiche di questi anni da parte del governo
sono state fatte esclusivamente di tagli ai trasferimenti e
alle spese per il personale, di politiche contrattuali
assolutamente insufficienti e punitive nei confronti dei
dipendenti pubblici.
Tutto ciò allo scopo di "fare cassa e risparmiare" e di
favorire la privatizzazione dei servizi, e non solo di essi.
Risultati, purtroppo, in grande parte raggiunti a scapito e
contro gli interessi dei cittadini amministrati.
Inoltre, in questi anni, è stato avviato un processo di
decentramento di compiti e funzioni dello Stato alle Regioni e
agli Enti locali, decentramento non accompagnato adeguatamente
e sufficientemente dai necessari trasferimenti erariali ed
economici, con la conseguenza che si trasferiscono funzioni e
compiti che diventano di difficile, se non impossibile
attuazione.
Basti ricordare che, solo relativamente a quest'anno, i
trasferimenti al sistema degli Enti locali rispetto allo
scorso anno sono stati ridotti di circa 3.000 milioni di euro
e che il gap per le Regioni ammonta a circa 20 miliardi
di euro, secondo le stime delle stesse Regioni. Una situazione
che andrà ad aggravarsi se venisse approvato il "federalismo
fiscale" che andrà a tutto vantaggio delle regioni ricche,
determinando una situazione insostenibile e a rischio di
collasso.
La nostra idea di Pubblica Amministrazione è completamente
opposta e, pertanto, radicalmente alternativa.
Il punto di partenza, non certamente secondario e
superfluo, è quello dell'affermazione decisa e senza equivoco
alcuno delle centralità della P.A., dal sistema degli Enti
Locali e delle Regioni in generale. Il che significa in primo
luogo impedire - anche recuperando i danni gravi già inferti -
l'attacco privatistico alla rete dei servizi sociali e dei
servizi pubblici, propria del sistema delle autonomie locali,
e il conseguente trasferimento della domanda sociale che
proviene dai nostri territori al soggetto privato, con grande
vantaggio per quest'ultimo e grande nocumento per i cittadini
in generale.
Noi proponiamo, pertanto, che i trasferimenti erariali ai
Comuni e al sistema delle Autonomie locali e alle Regioni
siano aumentati complessivamente (a seconda, naturalmente, dei
diversi bisogni, delle diverse esigenze e della stessa
collocazione territoriale degli Enti; misurando i
trasferimenti stessi in rapporto alla loro spesa storica,
aggiornata con riferimento alle esigenze e ai nuovi compiti),
in una percentuale che si aggira intorno al 15 per cento
(quota che corrisponde alla mancata copertura del fabbisogno
nazionale, secondo calcoli e proiezioni oggettivi e forse
addirittura per "difetto"). Proponiamo di avviare una idea
nuova di finanza "derivata", attraverso la compartecipazione
dello Stato alla copertura del fabbisogno delle Regioni e
degli Enti locali, identificato sulla base di un progetto di
funzionamento dei servizi pubblici e sociali nell'ambito di
veri e propri programmi di inclusione sociale; di elaborare
una nuova fiscalità generale che costruisca un sistema
impositivo per la copertura dei servizi pubblici e sociali
capace di garantire l'esigibilità dei diritti civili e
sociali, indipendentemente dalle condizioni economiche; di
provvedere alla copertura totale ed immediata delle piante
organiche e di eventuali comprovate nuove esigenze dei singoli
Enti, delle Regioni e della Pubblica Amministrazione in
generale, in modo da permettere loro di funzionare e di
corrispondere alle esigenze dell'Ente e ai bisogni dei
cittadini amministrati, avviando pertanto con urgenza una fase
di assunzione di nuovo personale; di intraprendere la
stabilizzazione degli L.S.U. sparsi nei vari comparti della
P.A., delle Regioni e del sistema delle Autonomie locali, che
hanno permesso in tutti questi anni alle stesse di
sopravvivere e che hanno acquisito una esperienza e una
professionalità di cui assolutamente il sistema nel suo
complesso non può più fare a meno; di attuare una politica
contrattuale fatta non solo di recupero del potere di
acquisto, deteriorato dall'iniquo meccanismo della inflazione
programmata, ma, fermo restando ciò, anche di aumenti
retributivi dignitosi e soddisfacenti; di applicare nel
comparto tutto della P.A. le 35 ore settimanali a parità di
condizioni contrattuali oggi vigenti, anche come volano di
sviluppo e di nuova occupazione; di introdurre la assoluta e
totale pubblicità dei servizi pubblici locali ( trasporti,
acqua, gas, ecc.) e l'azzeramento di tutti i procedimenti in
itinere o già giunti a compimento, avente ad oggetto le
liberalizzazioni e la privatizzazione degli stessi.
Mezzogiorno
Il rilancio e lo sviluppo del Mezzogiorno passa
esclusivamente attraverso due strade: lo stanziamento di
risorse aggiuntive a quelle già previste, nell'ordine di una
percentuale definita di Pil, e la presenza dello Stato per
avviare e valorizzare i settori e le risorse precipue (a
cominciare da quelle umane, culturali, ambientali, ecc.) del
Mezzogiorno d'Italia facendosi imprenditore e forza trainante
ed aggregante di alta imprenditoria e creando per questa via
sviluppo, occupazione, ricchezza per il Mezzogiorno e per il
Paese. Questo anche in considerazione del ruolo determinante
ed esclusivo che il Mezzogiorno potrebbe e dovrebbe avere - se
non altro per la sua collocazione geografica - in una politica
di sviluppo, cooperazione ed integrazione reciproca con tutti
i popoli ed i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dal
terreno occupazionale e socio-economico a quello
creditizio.
Fiscalità generale
Gli interventi necessari in campo fiscale, si deducono
dall'intera impostazione da noi proposta soprattutto nella
parte relativa alle maggiori entrate e alle minori spese
(abrogazione della legge successioni e donazioni, tassazione
delle rendite finanziarie, ecc.).
In riferimento alla cosiddetta riforma fiscale di
Tremonti, che fu approvata nella scorsa finanziaria e che
mirava a favorire esclusivamente i redditi alti - medio alti
(e constatando che del "secondo modulo" che sarebbe dovuto
partire quest'anno e che avrebbe dovuto favorire i redditi
medio bassi, non c'è traccia alcuna), riteniamo che essa vada
rapidamente abrogata e che si dia avvio ad operazioni fiscali
già da noi delineate e che, relativamente all'IRPEF, si
preveda una esenzione totale fino a un reddito di 10.330 euro
ed una rimodulazione complessiva delle aliquote in base al
reddito che salvaguardi e difenda i redditi bassi e medio
bassi.
Riguardo alle deducibilità fiscali, vanno dedotti gli
interessi passivi per mutui e le spese per contratti di
acquisto e ristrutturazione della prima casa di abitazione; le
spese di istruzione universitaria pubblica nonchè quelle
sostenute per l'alloggio dai lavoratori dipendenti (entro un
reddito di 62.000 euro); le spese per l'assistenza agli
anziani, ai soggetti portatori di handicap fisici, psichici o
di gravi patologie, facenti parte di nuclei familiari con
reddito fino a 130.000 euro.
Scuola e università
In questi anni - e questa manovra finanziaria ne è una
conferma - uno degli obiettivi principali di questo Governo, è
stato quello di svuotare e distruggere il sistema scolastico
pubblico a tutto vantaggio della scuola privata: la
controriforma Moratti e i finanziamenti alle scuole paritarie
e private ne sono l'ultima drammatica testimonianza.
In Italia oggi si investe il 4,45 per cento del Pil per il
sistema di istruzione; lo 0,8 per cento per l'Università e lo
0,25 per cento per la ricerca. Dati e numeri assolutamente
insufficienti e comunque ben al di sotto della media (non
certo spropositata) della U.E.
E ancora il 64,53 per cento degli istituti scolastici è
privo di certificazione di conformità relativamente alle norme
antincendio e il 42,32 per cento è privo del certificato di
agibilità statica.
I provvedimenti di questo Governo hanno prodotto e stanno
per produrre tagli al personale docente per circa 50.000 unità
(compresi i tagli relativi delle cattedre con orario inferiore
alle 18 ore), ai quali vanno aggiunti i circa 10.000 posti di
lavoro relativi agli A.T.A. A ciò si somma il taglio del 12,6
per cento dei finanziamenti relativi al sostegno ai portatori
di handicap, a fronte di un aumento del 5,26 per cento di
studenti diversamente abili.
Noi riteniamo che la scuola pubblica sia un bene da
difendere, da rilanciare e da sviluppare per il ruolo centrale
che essa ha nei processi di sviluppo sociale, economico,
culturale del paese e per l'assoluta indispensabilità di
garantire il diritto allo studio e ad un'istruzione
qualificata per tutti.
Ed è in questa direzione che si muovono i nostri
convincimenti e le nostre proposte radicalmente
alternative.
Proponiamo, pertanto, che alla spesa riguardante
l'istruzione pubblica nel nostro Paese, sia destinato non meno
del 6 per cento del Pil; che l'1,5 per cento sia destinato al
finanziamento delle Università statali e l'1,2 per cento alla
ricerca.
E, a questo riguardo, è necessario garantire alle
università statali, attraverso un piano pluriennale, il
reclutamento straordinario ed aggiuntivo di ricercatori,
previo relativo finanziamento.
Concentrare lo sforzo, dunque, esclusivamente sulla scuola
pubblica e sulle Università statali, operando per il
superamento della controriforma Moratti e, nel rispetto della
Costituzione, per l'abolizione dei finanziamenti pubblici alle
scuole private.
Destinare tutti i fondi necessari alla messa in sicurezza
totale di tutti gli edifici scolastici non solo è una misura
minima ed elementare, ma è oltretutto improcrastinabile e
doveroso dopo i tragici fatti di quest'ultimo anno.
Esso è certamente l'elemento basilare del diritto allo
studio per tutti; diritto allo studio che va garantito
soprattutto riguardo alle fasce più deboli della popolazione e
a rischio di abbandono scolastico.
Devono ad essi essere garantiti gratuitamente una serie di
servizi, a cominciare dal trasporto pubblico sull'intero
territorio regionale, così come, partendo dal salasso che le
famiglie italiane subiscono annualmente al momento
dell'acquisto dei libri e del corredo scolastico in generale,
è giusto e necessario fornire loro di buoni libro interamente
gratuiti.
Relativamente al personale della scuola, ferma restando la
necessità di un adeguamento contrattuale e retributivo che
almeno lo equipari a quello del resto d'Europa, occorre
procedere al ripristino dei livelli di organico antecedenti ai
tagli degli investimenti previsto dalla legge n. 53 del 2003;
ripristinare le cattedre orario e regolamentare la nomina dei
supplenti sulla base dei 5 giorni di assenza del titolare;
riportare il numero massimo di alunni a 20 per ciascuna
classe; finanziare un piano di aggiornamento del personale
docente e un programma qualificato di educazione permanente
degli adulti; rispetto alle questioni dell'handicap, per
cominciare, rivedere i parametri per le differenti tipologie
di disabilità, fissando la misura di un insegnate di sostegno
per ogni alunno disabile.
Per le Università e gli Enti di ricerca è necessario,
innanzitutto, rimuovere il blocco delle assunzioni poiché
questo incide direttamente sulle capacità e necessità di
ricerca non solo del mondo universitario, ma dell'intero
Paese.
Sanità e servizi sociali
L'attacco sistematico e strategico al Welfare State
e alla gratuità e al diritto di tutti ai servizi sociali e
alla salute, nonché il conseguente processo di privatizzazione
dei servizi sociali e della sanità, che si sono manifestati in
questi ultimi anni, hanno ridotto la spesa sanitaria pubblica
in Italia al 5,8 per cento del Pil, che è il livello in
assoluto più basso di quello della maggior parte dei Paesi
industrializzati.
Dagli inizi degli anni '90 (controriforma De Lorenzo) ad
oggi il Fondo Sanitario Nazionale è stato scientemente
sottofinanziato e quote crescenti del costo sono state
trasferite a carico delle famiglie attraverso tickets e
tagli alle prestazioni sanitarie. Grazie a Rifondazione
Comunista, nella scorsa legislatura si ottenne il risultato
del superamento dei tickets, riconosciuti come una
tassa, odiatissima e insopportabile, sulla salute. Ma il
Governo di centro destra e le Regioni amministrate dallo
stesso tipo di coalizione, si sono affrettati a ripristinare
quella tassa, all'indomani della loro vittoria elettorale.
Si pone, pertanto, con assoluta evidenza ed urgenza la
necessità di ribaltare tale strategia e di rilanciare la
sanità pubblica.
Un sistema sanitario che garantisca a tutte e a tutti la
cura e la salute basandosi sulla prevenzione e sulla totale
gratuità delle prestazioni sanitarie. Un'assistenza sanitaria
omogenea, di alto livello e uguale per tutti a prescindere
dalla Regione e dal Comune di residenza.
E' necessario, innanzitutto, che le risorse destinate al
Fondo sanitario nazionale non siano inferiori all'8,5 per
cento del Pil.
Un aumento considerevole, dunque, della quota del Pil da
destinare alla sanità pubblica, che garantisca un adeguamento
delle strutture sanitarie, nonché la possibilità di procedere
alla costruzione ed alla ultimazione di nuovi ospedali laddove
se ne ravveda la necessità e dove sono bloccati lavori,
progetti e programmi; che garantisca un rapporto posti
letto/popolazione/addetti al servizio sanitario pubblico in
grado di impedire ed eliminare le lunghe attese e le liste
infinite, che favoriscono la sanità privata; che garantisca la
ricerca ospedaliera e l'offerta di servizi e di cura, anche
per quelle patologie ritenute "rare" e perciò molto spesso
abbandonate solo in quanto ritenute "costose" e bisognose di
finanziamenti straordinari.
Una sanità pubblica che abbia al centro il cittadino nella
fase di prevenzione, diagnosi e cura; che valorizzi tutto il
personale sanitario (già oggi di altissimo livello
professionale e scentifico) mettendolo in grado di lavorare e
di operare, adeguando le piante organiche, procedendo a
rinnovi e a politiche contrattuali che riconoscano la valenza,
la professionalità, la delicatezza e il ruolo della sanità
pubblica e di tutti i suoi operatori; dando il via ad una
politica di riqualificazione e formazione costante di tutto il
personale.
Stessa logica deve essere impiegata nei riguardi dei
servizi sociali, dove è ugualmente in atto un processo di
privatizzazione strisciante che deriva sia dall'insufficienza
dei fondi trasferiti che dal blocco delle piante organiche. E
anche qui la strada non può essere diversa da quella tracciata
per la sanità e cioè la necessità di prevedere un aumento di
risorse da destinare al settore, che porti all'incremento
dell'offerta pubblica e alla contestuale riduzione della quota
di partecipazione alle spese.
Pensioni
Ferma restando la nostra più totale opposizione alla
controriforma Berlusconi/Maroni sulle pensioni, noi riteniamo,
assai semplicemente, che lo Stato deve garantire una pensione
pubblica dignitosa a tutti i suoi cittadini; che il minimo per
qualsiasi tipo di assegno pensionistico - inabilità, sociale,
ecc. - non debba essere inferiore ai 520 euro mensili per
tredici mensilità; che ci debba essere un rapporto tra
pensione minima erogata e pensione massima (a qualsiasi titolo
e relativo a qualsiasi categoria di cittadini-lavoratori) non
superiore a 1/10.
Casa
A fronte di una politica del Governo fatta di dismissioni,
alienazioni e quant'altro del patrimonio abitativo pubblico,
nonché di interventi a favore della grande proprietà edilizia
dal punto di vista fiscale e patrimoniale, oltre che degli
speculatori, dei furbi e dei deturpatori dell'ambiente e del
territorio, noi proponiamo di abolire l'ICI sulla prima casa
non di lusso e di stabilire, contemporaneamente, un incremento
della tassazione ai fini ICI (14 per mille) e ai fini IRPEF
(quadruplicare l'imposta) delle abitazioni sfitte nelle aree
urbane ad alta tensione abitativa; di estendere le detrazioni
fiscali per gli inquilini fino a un reddito lordo di circa 30
mila euro, a prescindere dalla tipologia contrattuale e,
contemporaneamente, di abolire la detrazione forfetaria del 15
per cento per i proprietari che affittano a libero mercato: di
eliminare l'imposta sui redditi e la tassazione ICI della
prima casa per l'edilizia residenziale pubblica; di stanziare
ogni anno 1.000 milioni di euro, per tre anni da distribuire
alle Regioni, anche in relazione alla quota che le Regioni
medesime destinano agli interventi per aumentare l'offerta di
alloggi a canone sociale; di intervenire a favore delle
Regioni e degli enti locali, aumentando le risorse per il
fondo sociale di sostegno agli affitti fino a 800 milioni di
euro; di permettere, previo relativo trasferimento di risorse,
ai comuni e agli IACP di acquisire gli alloggi liberi o non
optati che vengono dismessi nel processo delle
cartolarizzazioni.
Energia
Per impedire che possano ripetersi gli episodi
verificatisi recentemente a livello energetico nel nostro
Paese e perché la politica energetica sia sempre più orientata
alla valorizzazione delle fonti rinnovabili e non inquinanti,
la nostra proposta alternativa prevede di bloccare tutti gli
iter autorizzativi per nuove centrali ed elettrodotti,
in attesa della definizione di un nuovo Piano Nazionale per
l'Energia e l'Ambiente. Definire, entro 12 mesi, un Piano
Nazionale per l'energia e l'ambiente con al centro riduzioni
certe dei consumi energetici, da attestare, come primo passo,
al di sotto dei livelli del '90 entro il 2010. Favorire lo
sviluppo delle energie rinnovabili, al fine di conseguire
almeno come primo passo gli obiettivi stabiliti dall'UE (12
per cento di energia complessiva, 25 per cento di energia
elettrica), privilegiando il solare e l'eolico. Predisporre un
"Piano per la Solarizzazione delle regioni del Sud"
finalizzato a garantire il raggiungimento di obiettivi ben più
consistenti di quelli definiti per l'Italia dall'UE (proposta
del 40 per cento di energia elettrica dei consumi regionali),
considerando che la latitudine di queste regioni permette una
resa ben maggiore di quanto previsto per il resto dell'Europa.
Prevedere un finanziamento del settore della ricerca
finalizzato alla definizione di politiche di riconversione
produttiva orientata: a) alla maggiore efficienza
energetica nella produzione di energia e nei consumi finali;
b) a favorire lo sviluppo di settori produttivi avanzati
nella realizzazione di tecnologie per la produzione di energia
dal solare (termico e fotovoltaico) ed eolico; c)
all'ottimizzazione dei prodotti e alla definizione di nuovi
prodotti derivati dai materiali riciclati da inserire sul
mercato. Finanziare lo sviluppo delle energie rinnovabili ad
emissioni zero (non da combustione) che garantisca ai
produttori: a) l'obbligo di allacciamento di generatori
da rinnovabili (come indicato nel precedente comma) a spese
dell'esercente della rete; b) l'obbligo di acquisto e
remunerazione dell'energia elettrica prodotta da fonti
rinnovabili (così come sopra indicato) secondo tariffe che
garantiscano l'adeguata remunerazione dell'energia prodotta e
in proporzione al vantaggio ambientale che quell'energia
garantisce. Incentivare la rottamazione degli elettrodomestici
vecchi con altri ad altra efficienza (secondo la
classificazione CE). Esentare dall'IVA fino al 2010 gli
impianti energetici e i mezzi di trasporto a zero emissioni.
Favorire l'introduzione di impianti di microcogenerazione e
trigenerazione, finalizzati all'alimentazione di singole
aziende o edifici, di minima potenza e funzionanti nel massimo
rispetto delle norme ambientali. Stabilire la completa
deducibilità dalla dichiarazione dei redditi dei costi
relativi ad acquisti e installazione di impianti o mezzi che
forniscono servizi energetici a zero emissioni. Obbligare le
imprese alla certificazione energetica. Rilanciare la
carbon-tax da estendere con diversa aliquota a tutti i
combustibili fossili da definire in proporzione al loro
livello di emissioni e gas inquinanti e climalteranti.
Infrastrutture e trasporti
Il nostro Paese ha conosciuto un aumento esplosivo del
traffico di merci e trasporto. Tuttavia, questo aumento non
può essere ritenuto un evento naturale, l'esplosione della
motorizzazione è stata una scelta politica. I progetti in
essere del Governo non solo sono sbagliati, ma anche in larga
parte non realizzabili per mancanza di finanziamenti e
promettono una distruzione ambientale inaccettabile. Serve
dunque un altro progetto, più giusto da un punto di vista
trasportista, ambientale, finanziario che: a) riequilibri le
modalità verso mare, ferro e trasporto collettivo; b)
rivoluzioni il trasporto nelle aree urbane e metropolitane
dove invece assistiamo ad una diminuzione degli investimenti;
c) proponga opere che "facciano sistema"; d) persegua gli
obiettivi di Kyoto e la diminuzione dell'incidentalità
prevista dalla UE, garantisca la sicurezza, di cui la qualità
del lavoro è parte costitutiva. E allora è necessario ridurre
la domanda di trasporto ripensando a cosa si produce, come si
produce, dove si produce, cosa come e dove si consuma; non
progettare le infrastrutture in base alla domanda attuale o le
previsioni di aumento di trasporto, ma prima verificare quanta
domanda di trasporto su gomma può essere diminuita,
razionalizzata e spostata su vettori più compatibili; definire
la predeterminazione modale, cioè decidere cosa si trasporta
con i vari vettori, su quali direttrici, in che tempi ciò può
avvenire; calcolare sempre il rapporto costi-benefici delle
varie infrastrutture, anche con confronti fra ipotesi diverse,
e scegliere quelle che costano di meno riducendo i costi
esterni, fanno sistema, riequilibrio modale, sicurezza. Fra le
cose da ridurre vi è anche il consumo di energia, grande
questione attuale e del futuro. Al Sud lo sforzo deve essere
fatto per migliorare la viabilità stradale e ferroviaria
(nelle Regioni meridionali sono entrambe lente ed insicure),
connettere porti e aeroporti, dare priorità alla
razionalizzazione e riduzione della mobilità delle merci nelle
città. L'impedimento progressivo al trasporto su gomma del
trasporto merci su media e lunga percorrenza e connessione, in
prevalenza ferroviaria, dei distretti industriali alla rete,
ai porti, agli aeroporti, alle città, ai valichi. Parimenti i
distretti industriali devono prevedere un progetto di mobilità
sia per le merci prime, che per le merci in partenza, ma anche
per i lavoratori. La rete merci deve essere pensata in modo
integrato. In particolare va impostata una rete Fs merci il
più possibile autonoma dal trasporto viaggiatori, recuperando
parte di linee considerate rami secchi. L'elaborazione di un
grande progetto delle "strade blu" e quindi: no al Ponte sullo
Stretto, una nuova urbanistica cittadina che, a monte, nella
pianificazione, risolva il problema della mobilità. I
quartieri dove sono previsti nuovi insediamenti devono aver
già prevista una mobilità alternativa che limiti al massimo
l'uso dell'auto. Il trasporto pubblico non deve essere
privatizzato. Un grande progetto per la Pianura padana che
cambi il modello di trasporto al suo interno (è la gran parte
della mobilità), verso valichi (ovest-nord-est) e verso il sud
dell'Italia. Trasformare la missione della società per la
costruzione del Ponte sullo stretto in un progetto di
potenziamento dei trasporti dello Stretto della Calabria e
Sicilia.
Immigrazione
L'abrogazione della legge Bossi-Fini è il punto di
partenza per avviare, sul tema dell'immigrazione, una politica
di accoglienza che coinvolga gli enti locali, tutte le
istituzioni nazionali e che riconosca altresì, anche
attraverso incentivi economici e forme di coordinamento, il
ruolo positivo assolto e che possono assolvere le associazioni
no profit. Tale legge, infatti, non solo ha
drammaticamente mostrato il suo carattere repressivo in
termini di morti, di ingiustizie sociali e di pregiudizi, ma
ha anche costituito perfino uno spreco di risorse.
Nel quadro della cooperazione internazionale,
relativamente all'immigrazione è senza dubbio non rinviabile
rivedere in Italia la normativa sulla cooperazione, che può
incidere sui flussi migratori provenienti da molti Paesi.
Una politica del nostro Paese vera e solidale nei
confronti dell'immigrazione, che consideri gli immigrati come
una risorsa ed un arricchimento culturale, oltre che umano,
non può che partire, anche simbolicamente, dalla chiusura
immediata dei Centri di Permanenza Temporanea che
rappresentano una esperienza drammatica ed una mostruosità
giuridica, in quanto privano della libertà uomini, donne e
bambini che non hanno commesso alcun reato.
Così come altrettanto urgente è l'approvazione di una
legge organica in materia di diritto d'asilo, se non altro per
i profili di incostituzionalità della normativa vigente.
Immigrazione come risorsa significa anche elaborazione di
programmi culturali ed esperienze di scambio che, a partire
dalla scuola dell'obbligo, sviluppino la conoscenza delle
diverse culture al fine di realizzare nel tessuto sociale la
multiculturalità; significa concedere agli stranieri che
vivono stabilmente e regolarmente in Italia la cittadinanza
italiana da intendere come diritto soggettivo, che li collochi
cioè in una posizione direttamente garantita dal legislatore
quale diritto esigibile a fronte di requisiti certi.
A fronte di entrate proprie di una manovra alternativa
(che, come abbiamo dimostrato in questa relazione, è
possibile), che metterebbe a disposizione dello Stato una
massa di investimenti notevole e di grande importanza politica
ed economica, è possibile e realistico pensare ad interventi
massicci per lo sviluppo, che pongano al centro il lavoro, la
lotta alla disoccupazione, il rilancio del Welfare
State, la dignità della persona.
Uno sviluppo non drogato né temporaneo, ma duraturo, in
quanto sostenuto, appunto, da misure permanenti e destinate a
consolidarsi negli anni.
Giovanni RUSSO SPENA,
Relatore di minoranza.