XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 4447-A-bis
Onorevoli Colleghi! - Inadeguatezza, è la parola che più
si adatta a definire l'insieme delle misure contenute non solo
nel provvedimento in esame, ma nella manovra finanziaria
tutta.
Insostenibile per il "Sistema Paese".
E fortemente criticabile per il ricorso alla decretazione
d'urgenza, che ha compromesso la discussione dell'intera
manovra e ne ha stravolto le regole, i tempi e le procedure,
oltre ad averne vanificato l'efficacia e la trasparenza.
Riveste particolare gravità il fatto che le misure
portanti della manovra siano collocate al di fuori della legge
finanziaria e varate per decreto: al di là dei problemi di
natura tecnica e procedurale che ne conseguono, con ciò il
Governo ha realizzato una riforma surrettizia e autoritaria
della sessione di bilancio, riforma che confligge con le
prerogative del Parlamento e che ne lede i poteri, sottratta
al dibattito ed al confronto, ad onta della volontà,
dichiarata in diverse occasioni dalla maggioranza, di
addivenire, attraverso riflessioni e valutazioni condivise da
tutte le forze politiche, ad una riforma delle procedure di
bilancio.
Dunque, l'85 per cento delle misure portanti della manovra
per il 2004 sono collocate in questo provvedimento. Ormai le
conosciamo bene, dopo il contrastato iter al Senato. Noi non
avevamo, né abbiamo, dubbi: questo provvedimento non risponde
né agli obiettivi di rigore e risanamento dei conti pubblici,
né ad una logica di interventi di sostegno allo sviluppo.
Dimostra, ancora una volta, che questo Governo è incapace di
offrire al Paese ciò di cui ha più bisogno.
Questo provvedimento abbonda, per ben due terzi, di misure
una tantum sulle quali il Governo fonda le maggiori entrate
per il 2004: le stesse misure che, per un istituto
assolutamente imparziale - l'ISAE - presentano incertezze e
sollevano forti dubbi riguardo alla loro efficacia e
all'entità degli introiti attesi. Tali problematiche sono
esaminate anche nella documentazione predisposta dagli uffici
della Camera.
In particolare, riguardo alla vendita di immobili, non
sarebbe possibile calcolare con esattezza in quale misura il
mercato sia in grado di assorbire una nuova ondata di così
notevoli dimensioni, probabilmente già molto indebolito, nella
domanda, dalle massicce cartolarizzazioni dei precedenti
esercizi (e che, non ancora concluse, si accavallano a
quest'ultima operazione).
Analogamente, con riguardo agli introiti derivanti dal
concordato preventivo: "la possibilità che vengano corretti
verso l'alto gli importi dichiarati nel passato dopo una
prolungata fase ciclica negativa, va valutata con cautela".
Con riguardo al condono edilizio - è già stato messo in
evidenza dall'opposizione nel corso della discussione al
Senato - vi sono rischi di sovrastima del gettito
quantificato, dato che il Governo non ha calcolato il costo
dell'esclusione dal condono delle aree di demanio marittimo,
fluviale e lacuale ; il Governo deve chiarire, inoltre,
l'ambito di applicazione della sanatoria: qualora non dovesse
applicarsi anche alle costruzioni non residenziali (il testo
non è chiaro in merito) il gettito subirebbe ulteriori
decurtazioni. Senza contare il contenzioso sorto con gli enti
territoriali, che pone a rischio i tempi dell'intera
partita.
C'è dell'altro. I profili problematici di maggior rilievo
riguardano la copertura finanziaria delle norme contenute nel
provvedimento: si riscontrano, in sostanza, violazioni delle
leggi vigenti in materia di contabilità dello Stato.
Vi sono numerose norme che recano la copertura finanziaria
a valere sulle maggiori entrate del provvedimento, senza
precisare a quali specifiche maggiori entrate si debba fare
riferimento, alla loro natura, corrente o capitale, ed alla
loro durata. Alcune disposizioni utilizzano espressamente, per
la copertura di oneri correnti, maggiori entrate in conto
capitale, determinando un peggioramento del risparmio pubblico
a legislazione vigente, in deroga alla vigente disciplina
contabile: è il caso delle norme che dispongono la copertura
dei canoni di locazione di pubblici uffici a valere sulle
maggiori entrate derivanti da dismissioni immobiliari.
Sono state riscontrate, inoltre, diverse modalità di
copertura non previste dalla vigente disciplina contabile: in
particolare, l'utilizzo di risorse attinte da contabilità
fuori bilancio (es. fondo di rotazione per le politiche
comunitarie), da residui di stanziamenti destinati
all'economia e da accantonamenti del fondo speciale del
Ministero degli affari esteri utilizzati per finalità diverse
dall'adempimento di obblighi internazionali.
Al di là del metodo e del merito, ciò che salta agli occhi
è che l'entità degli incassi per lo Stato è a rischio, che
l'insieme della manovra contiene previsioni economiche
inattendibili, che l'opacità dei conti della finanza pubblica
e la scarsa chiarezza dei dati è una carenza cronica, direi
maliziosa, di questo Governo.
A due anni dal grido al "nuovo miracolo economico", il
nostro Paese è a rischio di declino: come è potuto accadere?
Anzi, come avete potuto permettere che accadesse? Lo chiediamo
a Voi perché noi ne abbiamo intravisto, e denunciato, persino
le avvisaglie, mentre il nostro irridente Superministro
continuava a profetizzare una crescita possibile ed
inarrestabile e solo da poco è sembrato accorgersi del nostro
fragoroso debito pubblico.
E' la terza manovra di finanza pubblica a Voi affidata e
copre il periodo che corre sino al termine della legislatura:
la delusione è profonda e unanime in tutto il Paese. Profonda
perché non solo registra il fallimento del Vostro programma,
ma annuncia il vuoto e lo spaesamento, la mancanza di una
strategia. E ciò che danneggia il Paese non può renderci
lieti.
La debolezza del nostro sistema economico, in questo
momento, è evidente, l'arretramento costante. Secondo una
recentissima ricerca, pubblicata sui quotidiani, gli stipendi,
i salari, le pensioni italiane hanno perso, dal 2002 al 2003,
tra il 4,6 ed il 6 per cento di potere d'acquisto, a seconda
della categoria di appartenenza.
Il carovita è la questione più rilevante che gli italiani
stanno soffrendo in questo momento e nell'intera manovra
finanziaria non c'è traccia di una misura che intenda
risolvere questo problema.
Sul piano macroeconomico, il livello del debito pubblico è
circa il doppio di quello medio europeo, frena la spesa per
investimenti e perpetua un fattore di potenziale instabilità.
Avete trovato, costantemente, un capro espiatorio: il "buco"
ereditato dal centrosinistra, gli attentati dell'11 settembre,
la congiuntura internazionale (a ciò voglio aggiungere il
nuovo pericolo "giallo" che avete paventato e che metterebbe a
rischio i nostri prodotti: è un fatto nuovo che il nostro
Paese scelga un tale profilo di competizione).
Signori, se si vuole parlare con serietà, non bisogna
trascurare che i fattori economici sono la causa immediata del
declino, ma le cause ultime, profonde sono quasi sempre
istituzionali, il declino economico essendo la spia di un
malessere più generale - di carattere sociale, culturale,
politico, istituzionale - che si trasforma lentamente in
sclerosi, in perdita di vitalità per un Paese.
A parte la diatriba che ultimamente impegna gli studiosi
economici - se sia più corretto parlare, nel caso del nostro
Paese, di "recessione tecnica" più che di stagnazione - è
acclarato che la fiducia degli operatori non da segni di
risveglio, le aspettative degli imprenditori non intravedono
segnali di un qualche ottimismo, i consumi delle famiglie sono
fortemente frenati dall'incertezza e dal peso di un'inflazione
che non ha eguali nei Paesi dell'area euro.
Altro fattore che condiziona pesantemente la nostra
economia - e che abbassa fortemente il grado di fiducia delle
imprese - è la debolezza dell'export: la nostra "caduta" è
decisamente superiore a quella registrata in Francia o in
Germania. E non è possibile leggere questo dato in un'ottica
congiunturale, perché è una tendenza in atto da tempo, legata
alla nostra perdita di competitività: Confindustria ha reso
noto che la nostra quota di scambi mondiali si è ridotta dal
4,5 per cento degli Anni '90 al 3,6 per cento del 2002 e, per
quest'anno, è da mettere in conto un ulteriore calo.
C'è da dire, in proposito, che, malgrado le innegabili
difficoltà del quadro internazionale, il Governo, in
particolare il ministro dell'economia, ha contribuito
sensibilmente al peggioramento dei conti pubblici ad al
ristagno della nostra economia.
I risultati - li abbiamo in tante occasioni evidenziati -
sono sotto i nostri occhi: un deficit ed un debito fuori
controllo, la crisi della domanda interna, il declino
industriale, il rallentamento dell'occupazione, la cui
dinamica positiva, innescata dai provvedimenti del
centrosinistra, si è bruscamente interrotta.
Si perdoni l'ironia, ma in alcuni casi c'è di che sentirsi
sollevati e grati al ministro Tremonti per non aver concesso
le risorse necessarie alle "controriforme" più reclamizzate
promesse da questo Governo - mi riferisco, in particolare, a
quella della scuola e a quella fiscale - si sono potuti
evitare, per ora, ulteriori danni.
Le politiche di bilancio hanno la possibilità di
influenzare i dati negativi ed i cicli avversi, l'obbligo di
porre in campo misure idonee a contrastare il declino. Nel
nostro caso, occorre saper bilanciare l'obiettivo del pareggio
dei conti con quello del sostegno allo sviluppo ed alla
crescita e per riuscire in ciò è di cruciale importanza la
composizione della politica di bilancio.
L'attuazione di politiche strutturali è sempre una parte
problematica delle politiche economiche, sappiamo che i
"costi" politici sono a breve, mentre i risultati, i ritorni
sono dilazionati nel tempo. Ma è un fatto che il peso e la
forza di una classe politica risiedono nella sua lungimiranza,
nella fiducia che le sue scelte, anche quando difficili, sanno
ispirare.
Una vera e propria strategia economica richiede di
rafforzare gli investimenti infrastrutturali, di ricerca e in
capitale umano, nonché lo stimolo agli investimenti produttivi
privati. Imprescindibili sono le misure idonee a sostenere e
promuovere la competitività nei settori strategici, la
creazione di infrastrutture di trasporto e di comunicazione,
il rinnovo dello stato sociale - che preveda una solida
protezione ai più deboli fra i cittadini - un impegno
qualitativo e quantitativo per la scuola, l'università e la
ricerca, la certezza del diritto per le imprese e per i
cittadini.
Fin dai primi provvedimenti di natura economica e
finanziaria di questo Governo, abbiamo indicato i pericoli, le
mancate coperture, la probabile inefficacia oltre che, in
alcuni casi, l'iniquità delle misure adottate. Avevamo,
abbiamo ragione ad essere preoccupati. Non abbiamo mai smesso
di presentare proposte alternative, ma sono sempre rimaste
inascoltate - anzi direi che questo Governo si è distinto fin
dal suo esordio, e continua a distinguersi, anche per la
pessima considerazione in cui ha tenuto le forze politiche di
opposizione.
Anche in occasione dell'esame di questo provvedimento, non
abbiamo mancato al nostro impegno: gli emendamenti che abbiamo
presentato rispecchiano l'impostazione della nostra politica
economica, che mira all'equità sociale, al miglioramento della
competitività del nostro sistema-paese, al consolidamento dei
conti pubblici, visto come propulsore per il rilancio della
nostra economia su basi solide.
Solo un breve cenno su alcune "chicche" del provvedimento
in esame, cui il Governo ha dato l'onore e l'onere di
correggere i conti pubblici e sostenere lo sviluppo: in
verità, questo provvedimento non contiene alcuna misure
strutturale volta a ridurre significativamente il debito
pubblico - più realisticamente è da temere che ciò sia
affidato, ancora una volta, alle rocambolesche e fulminee
soluzioni di fine anno del ministro Tremonti - al più contiene
ipotesi di aumento di gettito per il 2004, in grandissima
parte attraverso misure una tantum che comportano un
accrescimento dei costi di gestione, pregiudicano le entrate e
le uscite future, dunque peggiorando il debito pubblico.
La consistente mole di vendite e dismissioni, mediante
cartolarizzazioni, sono suscettibili di creare grossi problemi
in futuro; ancora peggiore è il caso delle vendite degli
immobili utilizzati da enti pubblici - prive di logica e di
buon senso - che, stando alla norma, saranno ceduti e
riaffittati agli uffici pubblici in cambio di onerosi affitti
a prezzi di mercato.
In compenso, risultano indiscriminati i tagli della spesa,
diretti a colpire al cuore la pubblica amministrazione ed il
sistema del welfare e degli ammortizzatori sociali, a fronte
dell'inutile e oltremodo dispendioso "bonus" per i nuovi nati;
i tagli ai trasferimenti alla finanza decentrata si
trasformeranno, inesorabilmente, in ulteriori tagli ai servizi
per i cittadini.
Nel suo insieme, il provvedimento sembra consentire
discutibili risparmi oggi solo al costo di maggiori spese per
il futuro, con ciò ingenerando maggiore incertezza e sfiducia,
clima che certamente non favorisce gli investimenti privati, i
consumi e lo sviluppo.
La ricerca e l'innovazione, la formazione, l'occupazione,
oltre al Mezzogiorno - umiliate dall'intera manovra per il
2004 - sono le vere priorità per uno sviluppo strategico e gli
argini idonei ad arrestare il declino economico e
l'arretramento del nostro Paese.
Le nostre proposte sono articolate in quelle che abbiamo
definito "tematiche principali", chiamate, in un'ottica di
risanamento e di sostegno dell'economia: al rilancio forte e
qualificato della crescita e dello sviluppo; ad affrontare il
tema dell'equità e della giustizia sociale, a sostenere e
stimolare i consumi; ad assecondare, per il Mezzogiorno e le
aree sottoutilizzate, i primi risultati benefici derivati dai
provvedimenti adottati dal governo centrosinistra ed ora
miseramente annullati.
Nel dettaglio:
a) per la ricerca, l'innovazione ed il capitale
umano pensiamo ad un credito d'imposta per la ricerca e lo
sviluppo, al rifinanziamento della legge sull'innovazione
(legge n. 46 del 1982), al sostegno ai ricercatori per la
realizzazione di prototipi, a più cospicui finanziamenti per
la scuola e l'università;
b) per il sostegno della competitività del
sistema-paese, lo sviluppo sostenibile e le PMI, ad una
doppia aliquota Irpeg (Ires) e una riduzione dell'Irap in
favore delle PMI, al sostegno dei distretti industriali, alla
realizzazione del Piano dei trasporti approvato dal
centrosinistra, il rifiuto dei condoni, edilizio e fiscale,
una diversa riforma dei Confidi, della Consip e della Cassa
depositi e prestiti;
c) per una più equa politica sociale,
all'assistenza degli anziani non autosufficienti, alla
riforma degli ammortizzatori sociali, al ripristino e
all'estensione del reddito minimo d'inserimento, alla difesa
dei diritti degli inquilini degli immobili "cartolarizzati",
all'incremento delle risorse per il Fondo affitti;
d) per il controllo del carovita e lo stimolo ai
consumi, all'aumento del tasso di inflazione programmata,
ad un decreto che certifichi il differenziale tra tasso
programmato e tasso caro vita per famiglie di operai ed
impiegati, al taglio del 10 per cento delle polizze RC auto in
attesa di un futuro accordo, alla restituzione del drenaggio
fiscale, ad un bonus per gli anziani incapienti, alla
disponibilità del 70 per cento del Tfr per i dipendenti con un
anno di anzianità ed a un Fondo di garanzia per i crediti alle
PMI, a maggiori risorse per il rinnovo dei contratti del
pubblico impiego;
e) per il Mezzogiorno, a maggiori risorse al Fondo
per le aree sottoutilizzate, concentrate nel 2004 e nel 2005 -
occorre ricordare che le magre risorse stanziate dalla legge
finanziaria di quest'anno non solo sono ridotte sensibilmente,
ma sono spostate al 2006, praticamente scritte "sulla sabbia"
- al ripristino ed al rifinanziamento dei crediti d'imposta
per gli investimenti e le assunzioni, alla proroga del credito
per le assunzioni fino al 31 dicembre 2006, al rifinanziamento
della legge 488, all'istituzione del Fondo di capitale di
rischio per le iniziative imprenditoriali di alto contenuto
tecnologico nelle aree depresse, all'istituzione di un Fondo
per il microcredito, all'istituzione di un credito d'imposta
per la creazione di banche di credito cooperativo nel Sud ed a
una analoga misura per l'incentivazione dell'aggregazione fra
imprese;
f) per le Autonomie locali, a maggiori risorse
alle regioni per la sanità - oltre alla regolarità dei
trasferimenti -, per l'edilizia pubblica e il fondo per le
politiche sociali, all'esclusione di "tagli", alla revisione
del Patto di stabilità, a risorse adeguate al decentramento
delle funzioni, all'adeguamento al tasso di inflazione
programmata, allo sblocco delle addizionali locali, alle
risorse per il rinnovo dei contratti dei dipendenti delle
autonomie.
Per la copertura degli oneri derivanti dalla "nostra"
politica economica - stimati in 16,8 miliardi - abbiamo
previsto, in particolare:
a) l'innalzamento dell'aliquota dell'imposta sui
capitali rientrati dall'estero;
b) l'unificazione al 19 per cento dell'aliquota
per le imposte sui guadagni da capitale;
c) il ripristino dell'imposta di successione sui
grandi patrimoni;
d) l'istituzione di una tassa di scopo
(addizionale IRPEF) con un'aliquota media dello 0,75 per cento
per l'assistenza agli anziani non autosufficienti;
e) la rimodulazione delle imposte sostitutive per
la rivalutazione dei beni d'impresa e delle partecipazioni;
f) l'aumento del canone dei concessionari della
riscossione, l'aumento dell'aggio del Lotto, la modulazione
della carbon tax, la riduzione di vari Fondi (Agenzie fiscali,
Fondo di riserva per spese correnti, Presidenza del Consiglio
dei Ministri), insieme ad altre misure.
Politiche di largo respiro, che investono gli aspetti più
determinanti della vita economica e sociale di un Paese, che
questo Governo è incapace di offrire.
Un breve passaggio, infine, sul terzo "pilastro" della
manovra per il 2004, la riforma pensionistica proposta dal
Governo - segnalando, al contempo, che forti rilievi critici
sono già stati mossi al riguardo da molti centri di analisi
economica, non solo da quelli che il Governo ritiene "faziosi"
-. Essa rischia di essere addirittura controproducente con
riguardo agli effetti sulla finanza pubblica: gli incentivi
alla permanenza nel lavoro non incidono significativamente
sulla convenienza del singolo a ritardare l'uscita dal mondo
del lavoro; avranno sulla finanza pubblica effetti aleatori,
sostanzialmente neutri o comunque molto contenuti.
E' molto dubbio che l'incentivo monetario previsto sia
sufficiente. Accedendo all'incentivo, i soggetti dovrebbero
scegliere: da un lato, tra la perdita secca di annualità di
pensione e di libera disponibilità del proprio tempo - a
questo proposito ricordo che, con le regole attuali ciò può
anche significare, ed allettare, di poter cumulare alla
pensione un reddito da lavoro autonomo - dall'altro, un
incremento lordo di retribuzione, che da solo dovrebbe
compensare la perdita di ricchezza pensionistica ed il
costo-opportunità del continuare a lavorare.
In conclusione, occorre prepararsi ad assistere al
consueto gioco di prestigio di fine anno del mago Tremonti: lo
scorso anno fu l'idea del concambio dei titoli Bankitalia che
salvò, in extremis, il nostro debito pubblico dal baratro (24
miliardi in un solo, irripetibile colpo), quest'anno si
prospetta il rischioso "trittico" Enel, Eti e Cassa Depositi e
Prestiti, ma potrebbe non essere sufficiente.
Per tutti questi motivi, non solo ci batteremo contro la
manovra proposta da questo Governo, ma proporremo in
Parlamento e in tutto il Paese le nostre proposte
alternative.
Michele VENTURA, Relatore di minoranza.