XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 4397




      Onorevoli Colleghi! - Può apparire scontato, oltre che banale, ribadire che quella dei flussi migratori è una realtà del nostro tempo. Lo è stata, in verità, di ogni epoca della storia ma la cosiddetta società globalizzata, con la facilità delle comunicazioni ed il disagio socio-economico di interi continenti, hanno posto con forza la questione negli ultimi decenni. Tuttavia, quella dell'immigrazione non può essere ritenuta una questione meramente economica, fatta di cifre correlata alla domanda ed all'offerta di lavoro da parte delle società altamente industrializzate. E' soprattutto una grande questione culturale che implica l'essenza stessa delle nostre società, il loro equilibrio, la difesa dei valori sui quali si sono fondate. Ecco perché è diventata e diventa sempre più un tema che si impone alla responsabilità dei Governi e di coloro che, in ambiti diversi, gestiscono la politica.
        L'Italia ha scoperto la questione immigrazione con ritardo rispetto ad altre grandi democrazie occidentali. Anzi, per oltre un secolo e mezzo è stata essa stessa terra di emigranti, che a volte hanno subìto discriminazioni e grandi disagi ma che si sono poi affermati come motivo di ricchezza economica e culturale dei Paesi che li hanno ospitati.
        Quando, da un lato il positivo sviluppo economico italiano, dall'altro la nostra posizione geografica al centro del Mediterraneo, ci hanno catapultato al centro del problema, l'Italia si è scoperta impreparata tecnicamente, giuridicamente, strutturalmente, ma soprattutto confusa nell'approccio culturale all'intera questione. Per troppo tempo si è confuso un indiscriminato quanto utopico "buonismo" con la giusta necessità di aiutare i più deboli e di accogliere i soggetti necessari alle nostre economie industriali e di servizi.
        Ma come si diceva all'inizio, il tema è essenzialmente culturale e attiene alla delicata questione dell'integrazione di coloro che già ci sono e possono partecipare alla vita civile del nostro Paese. Anche questo è un tema epocale, vissuto da diverse civiltà. Ora è tempo che anche l'Italia, affrontata l'emergenza, vada avanti.
        La priorità rimane quella della nostra identità nazionale e della difesa dei suoi caratteri distintivi, nella convinzione che la pluralità culturale sia una ricchezza del mondo da difendere e assolutamente da non annullare. Tuttavia, quella italiana, proprio perché è una grande cultura, erede di grandi civiltà della storia, è una cultura capace di assimilare coloro che liberamente ne accettano le leggi, i modelli e lo spirito.
        Nel 2001, quando l'attuale maggioranza è giunta al governo, ha trovato, in tema di immigrazione, una situazione caotica e pericolosa, tanto che il Ministro degli affari esteri di un Governo europeo ebbe a definirci, con riguardo al tema della clandestinità, "il buco nella rete dell'Europa". L'Italia procedeva di sanatoria in sanatoria, senza fissare né un limite numerico, né un principio normativo, o peggio individuando nel semplice decorso del tempo il requisito necessario per ottenere la sanatoria.
        L'emergenza immigrazione si andava pericolosamente ad intrecciare con quella dell'ordine pubblico, attraverso la creazione di nuove mafie e l'esplodere di una violenta microcriminalità ad opera di immigrati clandestini disperati. Una situazione esasperante in alcune aree urbane del Paese, potenzialmente capace, questa sì, di creare nel tempo ondate di risentimento xenofobo.
        La cosiddetta "legge Fini-Bossi" è stato il primo doveroso intervento, previsto dal programma della Casa delle Libertà, teso a tamponare i disastri di gestioni passate nel tentativo di mettere ordine, razionalizzare i flussi e porre l'Italia in un contesto giuridico simile a quello delle grandi democrazie occidentali. I risultati positivi di questa legge sono nei fatti: un calo dell'arrivo dei clandestini sulle coste italiane e la diminuzione dei reati commessi da soggetti immigrati. Due risultati decisivi conseguiti in poco tempo e figli di due principi ispiratori della legge: la assoluta severità verso chi viola le norme e la reale accoglienza per chi ha un lavoro ed è rispettoso delle nostre regole e della nostra civiltà.
        Le profonde modifiche introdotte da questa legge nel nostro ordinamento hanno condotto il nostro Paese ad una svolta nelle politiche da adottare rispetto a questo tema. La miscela tra il rigore nei confronti dell'immigrazione clandestina e la possibilità data agli immigrati in possesso di un regolare lavoro, ha portato ad una significativa riduzione del numero dei clandestini e contestualmente ad un aumento del numero di regolari. In base ai dati più recenti le procedure di regolarizzazione previste dalla "legge Fini-Bossi" porteranno, entro dicembre di quest'anno, alla normalizzazione della posizione di circa seicentocinquantamila stranieri, mentre sul fronte degli sbarchi dei clandestini quelli avvenuti tra il 1^ gennaio ed il 15 settembre di quest'anno ammontano appena alla metà di quelli registrati nel 2002.
        Nasce da qui l'esigenza, recepita da Alleanza Nazionale, di garantire a questi stranieri un percorso di integrazione che li porti ad inserirsi a pieno titolo e con successo nella società italiana, nel rispetto dei principi fondanti della nostra Costituzione e della nostra comunità civile. Riteniamo che l'attribuzione del diritto di voto - attivo e passivo - nelle elezioni amministrative, previsto dalla presente proposta di legge costituzionale, costituisca un primo, importante passo in questa direzione, nel segno di un giusto riconoscimento, da parte del nostro Paese, di quei cittadini stranieri che, ormai regolarmente residenti in Italia, qui lavorano pagando le tasse, qui trascorrono la propria vita e crescono i propri figli.
        Tutto ciò rende opportuno, riteniamo, il diritto di partecipare alle scelte anche politiche delle comunità locali nelle quali vivono, in attesa dell'attribuzione dei pieni diritti politici, che avviene dopo dieci anni con l'ottenimento della cittadinanza italiana.
        L'esigenza di costruire un percorso che porti alla graduale, piena integrazione degli stranieri extraeuropei è avvertita profondamente anche all'interno dell'Unione europea, che ha posto all'ordine del giorno anche del Consiglio europeo di Bruxelles (16 e 17 ottobre) il tema dello "spazio interno di libertà e giustizia", elaborando un piano UE per le politiche migratorie e l'asilo con l'intento di arrivare alla definizione di una "strategia europea sulle politiche di cooperazione ed integrazione nei confronti degli immigrati".
        All'interno dell'Unione diversi Paesi hanno già riconosciuto il diritto di voto agli stranieri, come l'Irlanda, la Svezia, la Danimarca, l'Olanda e la Finlandia, e mentre la Commissione europea proprio in questi giorni ha chiarito di non poter legiferare sul tema dell'armonizzazione del diritto di voto dei cittadini dei Paesi terzi, è noto comunque che essa guarda con favore ad un processo di integrazione dei cittadini non comunitari nei Paesi membri, anche e soprattutto in vista dell'allargamento dell'Unione a 25 Stati.
        In tal senso proprio la Commissione aveva già fornito un'importante indicazione con la "Comunicazione al Consiglio ed al Parlamento europeo su una politica comunitaria" del 22 novembre 2000 che ha introdotto il concetto di "cittadinanza civile", definibile come "un nucleo comune di diritti e doveri fondamentali che il migrante acquisisce gradualmente nel corso di un certo numero di anni, in modo da garantire che questi goda dello stesso trattamento concesso ai cittadini del Paese ospitante, anche quando non sia naturalizzato", ed ha proseguito su questa linea anche nel recente vertice di Salonicco presentando la comunicazione sull'integrazione.
        A fronte di questi importanti sviluppi sul piano internazionale è giunto il momento anche per l'Italia di muovere un primo passo concreto per la integrazione degli immigrati non comunitari con l'attribuzione del diritto di voto nelle consultazioni amministrative, senza rallentare la lotta contro l'immigrazione clandestina e contro i "trafficanti di esseri umani" che la agevolano.
        L'articolato di questa proposta di legge costituzionale si muove sulla base del riconoscimento di un parziale diritto di voto, anche prima del conseguimento della cittadinanza, quale tappa di un processo d'integrazione. Ma, a patto che vi sia l'accettazione dei "doveri", accanto ai diritti, oltre che la solenne adesione ai principi ispiratori della nostra Costituzione. Il binomio "diritti e doveri" è fondante in questa proposta, proprio nella prospettiva dell'accoglienza in una società aperta alla piena integrazione degli stranieri regolarmente residenti ma ferma nel difendere la sua identità storica e i princìpi che si è data.
        La proposta riconosce il diritto di voto agli stranieri non comunitari che risiedono stabilmente, lavorando e pagando le tasse, in Italia. Naturalmente si tratta di un riconoscimento condizionato all'esistenza di tutti i requisiti richiesti dalla normativa vigente, perché uno straniero possa stabilirsi nel territorio della Repubblica. Il diritto di voto è previsto per le elezioni amministrative degli enti locali, alle stesse condizioni dettate per l'esercizio del diritto di voto amministrativo riconosciuto ai cittadini stranieri comunitari.
        Il motivo che ci ha indotto a presentare una proposta di legge costituzionale è proprio quello del rispetto della Costituzione: incidere sul diritto di voto, che è un diritto politico fondamentale nelle democrazie liberali, attraverso la legislazione ordinaria vuol dire, infatti, vulnerare la Costituzione stessa, nella quale trovano la loro affermazione ed il loro riconoscimento i diritti fondamentali.
        A questo proposito, infatti, è bene ricordare un significativo precedente che ci ha visto protagonisti e determinanti nella tredicesima legislatura, allorquando la maggioranza di centro-sinistra presentò una proposta di legge ordinaria per il voto agli stranieri; in quell'occasione fummo proprio noi ad opporci, affermando la natura costituzionale della materia relativa al diritto di voto, non suscettibile, in quanto tale, di essere regolata con legge ordinaria.
        Il diritto di voto a favore degli stranieri che non hanno ancora acquisito la cittadinanza è dunque riconosciuto per le elezioni amministrative degli enti locali, poiché per le consultazioni per il rinnovo degli organi elettivi delle regioni e del Parlamento è necessario essere cittadini italiani. Le elezioni politiche sono, infatti, espressione della sovranità di cui all'articolo 1 della Costituzione, il cui esercizio spetta al popolo, ovvero ad una figura soggettiva composta da cittadini italiani stricto sensu; solo i cittadini italiani sono titolari della sovranità e possono esercitarne i connessi diritti.
        Il diritto di voto in favore degli stranieri può, pertanto, andare ad incidere sulla rappresentanza di enti che non sono titolari della potestà legislativa: comuni, circoscrizioni o municipi.
        La proposta di legge costituzionale riconosce altresì il diritto di voto passivo agli stranieri in oggetto, i quali, in conformità alla disciplina prevista per i cittadini comunitari, potranno far parte dei consigli comunali, con esclusione della carica di vicesindaco, e dei consigli circoscrizionali o municipali.




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