XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 4241




        Onorevoli Colleghi! - Tutti hanno una vaga nozione che nel mondo, ed in particolare in alcune zone dello stesso, la fame sia un fenomeno tuttora grave. Pochi, per altro, hanno realizzato che in Etiopia la carestia dovuta all'aggiungersi di una spaventosa siccità alle distruzioni del folle conflitto con l'Eritrea, alla primitività dei sistemi agricoli, alla scarsa capacità del governo, rischia di far letteralmente morire di fame milioni di persone. In particolare, tutti questi fattori hanno determinato una preoccupante riduzione della produzione agricola e degli allevamenti. Faremo riferimento ai cereali, ma anche i raccolti di patate dolci e di altri prodotti agricoli che possono contribuire alle necessità alimentari sono stati gravemente toccati da questi eventi. La crisi degli allevamenti, oltre al diretto impatto sulla nutrizione, ha poi ridotto il già ultralimitato potere di acquisto delle zone rurali. Al riguardo, si tenga presente che su una popolazione complessiva di 67 milioni, oltre l'80 per cento vive di un'agricoltura di sussistenza.
        Secondo un rapporto della FAO del 1^ maggio 2003, nel quinquennio 1997-2001 la produzione media di cereali era stata di 8.313 mila tonnellate e le importazioni medie di 782 mila tonnellate. Nel 2002 i raccolti hanno fornito 6.710 mila tonnellate, cui possono aggiungersi 1 milione di tonnellate prelevabili dagli stock e 315 mila tonnellate di importazioni commerciali. In complesso, le disponibilità per il 2003 sono di 7.720 mila tonnellate di cereali, a fronte di un fabbisogno di 9.365 mila tonnellate di cui circa il 10 per cento per usi non alimentari, prevalentemente per la semina. A questo riguardo va precisato che sino a questo momento le piogge hanno avuto un andamento normale e, quindi, si può sperare i raccolti del prossimo anno non diano luogo a nuove emergenze.
        C'è, quindi, per il 2003 un fabbisogno di ulteriori importazioni di 1.350 mila tonnellate di cui sono state già promesse poco più di 450 mila (erano 406 mila al momento della stesura del rapporto FAO, cui debbono aggiungersi 50 mila tonnellate di grano destinate dagli USA all'Iraq e dirottate verso l'Etiopia).
        Se consideriamo, come accennato in precedenza, che il 10 per cento del fabbisogno è destinato alle semine o all'allevamento del bestiame, resta un vuoto di cereali per usi alimentari di circa 900 mila tonnellate. Poiché il consumo annuo pro-capite è di 125 chilogrammi, in astratto 7 milioni e 200 mila persone non avrebbero i cereali necessari alla loro sussistenza. In realtà, poiché le medie sono sempre un concetto puramente statistico e la distribuzione della produzione di cereali sul territorio etiopico molto poco omogenea, si stima che circa dieci milioni di persone nelle zone colpite dalla siccità corrano il pericolo di morire di fame. Per la precisione, le persone che necessitano di aiuti alimentari, secondo le stime dei vari organismi internazionali che collaborano con il governo etiope per i programmi di emergenza, sono, nel maggio 2003, 12.575.669. La gran parte di questi è concentrata nel Tigray, nell'Amhara, nell'Oromiya e nella Somalia etiopica.
        I numeri hanno dimensioni bibliche, ma la tragedia assume toni ancora più drammaticamente preoccupanti quando si consideri che il costume locale fa sì che, nei casi di carenza di cibo, prima vengano soddisfatti i bisogni dell'uomo capofamiglia e solo dopo quelli delle donne e dei bambini. Di conseguenza, anche la semplice sottonutrizione rischia di avere profonde ripercussioni sulla crescita e sul futuro della popolazione.
        Anche la confinante Eritrea ha una situazione simile, ma di minori dimensioni. A fronte di un consumo necessario per il 2003 di 484 mila tonnellate di cereali, la produzione - che nel quinquennio precedente era stata mediamente di 244 mila tonnellate - è scesa a 54 mila tonnellate. Le importazioni commerciali previste sono di 80 mila tonnellate e gli aiuti promessi 44 mila tonnellate. C'è, quindi, un vuoto di circa 300 mila tonnellate per una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti. Da notare che poiché la dieta eritrea è più fondata sui cereali di quella etiope (provvedono rispettivamente l'80 per cento ed il 70 per cento delle necessità di calorie) ed il consumo pro-capite è di 140 chilogrammi annui, le persone in pericolo di vita si stimano intorno ai 2 milioni.
        L'onorevole Frank Wolf - deputato repubblicano al Congresso USA - dopo una visita in Etiopia, ha scritto il 9 maggio sul quotidiano Washington Post un articolo dal significativo titolo "When will people pay attention? (Quando la gente se ne accorgerà?)" che inizia così: "Una nuova crisi internazionale sta per attaccare silenziosamente il nostro mondo. Non riguarda armi di distruzione di massa, despoti, armi nucleari e nemmeno il terrorismo. Si tratta della fame e milioni di persone - bambini, ragazzi, donne e anziani - rischiano di morire per mancanza di cibo".
        Lo stesso parlamentare rammenta che una crisi di dimensioni simili, ma meno gravi, si verificò nel 1984: allora fu la BBC a lanciare l'allarme ed il mondo si mosse. Questa volta i mezzi di comunicazione di massa si dedicano ad altri temi.
        L'Italia ha con quelle nazioni africane profondi legami storici ed affettivi, che devono far superare la naturale ostilità nei riguardi di regimi, nel caso eritreo, preoccupantemente dispotici. E, infatti, tra le organizzazioni non governative che cercano di tamponare questa drammatica emergenza non mancano quelle italiane, in particolare quelle cattoliche.
        Il fabbisogno, per altro, ha dimensioni tali, che il privato difficilmente può soddisfarlo da solo. Ed in realtà sugli aiuti all'Etiopia per il 2003 stimati in 413,3 milioni di dollari, gli aiuti pubblici sono stati 235,9 milioni pari al 57 per cento del totale.
        Del suddetto totale 146,1 milioni di dollari sono stati destinati al World Food Program delle Nazioni Unite, 89,7 milioni alla Commissione governativa per la prevenzione e l'intervento nei disastri (DPPC) e 187,5 milioni alle varie organizzazioni non governative.
        Da rilevare che tra gli aiuti pubblici 87,5 milioni di dollari sono venuti dagli USA (i quali hanno poi contribuito con altri 160 milioni alle organizzazioni non governative), 62 milioni dall'Unione europea, 26,6 milioni dal Regno Unito, e 13,1 milioni dal Canada. L'Italia ha contribuito verso la fine del 2002 (ma sono stati utilizzati questo anno e quindi computati a fronte dei fabbisogni 2003) con 2.466 tonnellate di alimenti miscelati del valore di 1.435.421 dollari, appena lo 0,6 per cento degli aiuti pubblici. Ed anche se siamo parte dell'Unione europea sembra decisamente troppo poco.
        Per questo motivo e soprattutto perché siamo di fronte ad un'emergenza che mette in pericolo la sopravvivenza di milioni di persone, riteniamo opportuno un intervento straordinario.
        Il fabbisogno di cereali dell'Etiopia, come sopra detto, è valutato in 900 mila tonnellate, per un valore che si può stimare, compresi i costi di consegna, intorno ai 225 milioni di dollari, vale a dire circa 190 milioni di euro.
        Per l'Eritrea disponiamo di minori informazioni, ma all'incirca si tratta di un terzo del fabbisogno etiopico. Quindi almeno altri 60 milioni di euro.
        In totale. il fabbisogno dei due Paesi assomma a circa 250 milioni di euro. Un nostro contributo del 20 per cento, e cioé 50 milioni di euro, potrebbe costituire un aiuto notevole che potrebbe essere di stimolo per altri membri dell'Unione europea e più in generale della comunità internazionale.
        Quanto allo strumento per dare corpo a questo aiuto, allo stato delle nostre conoscenze il World Food Program sembra essere l'organismo più efficiente e meno burocratizzato. Le spese amministrative incidono per appena l'1 per cento degli aiuti canalizzati attraverso lo stesso. Notizie raccolte in loco confermano la validità di tale istituzione, come anche dell'organismo per i rifugiati, mentre perplessità vengono espresse sulle capacità del Governo. Non di meno, non ci sembra opportuno limitare i poteri del Governo e più specificamente del Ministero degli affari esteri, che tramite le rappresentanze diplomatiche dispone di conoscenze in loco in grado di meglio giudicare strumenti, esigenze e possibilità. Per lo stesso motivo ci sembra opportuno non prevedere, nel testo, una specificazione degli aiuti da destinare all'Etiopia ed all'Eritrea.
        Quanto al finanziamento del programma di aiuti straordinari, sin dal 1985 esiste la legge n. 222, che prevede interventi straordinari da parte dello Stato per la fame nel mondo, attraverso l'utilizzo della quota dell'otto per mille dell'IRPEF di spettanza dello Stato. Poiché il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 76 del 1998, recante criteri e procedure per l'utilizzazione di tale quota, opportunamente, prevede che le domande siano presentate entro il 15 marzo, un intervento straordinario non può non ricorrere ad uno strumento legislativo. Inoltre, stante l'urgenza della situazione, e la circostanza che i fondi disponibili in base alle dichiarazioni dei redditi per l'anno 2002 non avranno certezza giuridica sino all'approvazione del bilancio 2004, si è pensato che l'emergenza sia tale da giustificare un atto straordinario di volontà da parte del Parlamento e del Paese.
        Deve, tuttavia, essere chiaro a tutti che l'intento dei proponenti è esclusivamente volto a fare fronte ad un'emergenza umanitaria. Secondo alcune informazioni raccolte in Etiopia, il nostro Ministero degli affari esteri, di fronte a richieste di aiuti straordinari per l'emergenza fame, avrebbe risposto che i limitati fondi disponibili per l'anno in corso avevano come priorità politica l'Iraq. Ora, se gli stessi Stati Uniti hanno dirottato 50.000 tonnellate di cereali destinati all'assistenza umanitaria in Iraq verso l'Etiopia, si può pensare che anche l'Italia stia procedendo nella stessa direzione. In tale auspicata ipotesi, l'ammontare di 50 milioni di euro previsto dalla presente proposta di legge potrebbe essere ridotto degli importi eventualmente già destinati dal Ministero degli affari esteri.
        Si deve, comunque, evitare che la presentazione di questa iniziativa venga utilizzata, nelle more della sua auspicata approvazione, per ritardare altri possibili interventi.
        Analogamente, se da parte del Governo o dei colleghi emergessero soluzioni alternative a quella qui proposta per raggiungere il medesimo obiettivo, i proponenti non potrebbero che dichiararsi soddisfatti.
        La proposta di legge consiste di due soli articoli che non necessitano di particolare illustrazione in aggiunta a quanto chiarito, ad eccezione della precisazione che all'articolo 1, nella consapevolezza che l'approvazione della presente proposta non può essere immediata, si prevede che dalla somma di 50 milioni di euro andranno dedotti eventuali contributi prelevati nel 2003 da altri fondi.




Frontespizio Testo articoli