XIV LEGISLATURA

RELAZIONE - N. 3387 - 23 - 245 - 353 - 354 - 661 - 735 - 749 - 771 - 779 - 967 - 1014 - 1042 - 1043 - 1044 - 1191 - 1481 - 1734 - 1749 - 1988 - 1989 - 1990 - 2277 - 3174 - 3384-A-bis




        Onorevoli Colleghi! - Già dai primi passi, tutto il percorso relativo agli interventi nel settore scolastico ha visto agire il governo in totale sprezzo del ruolo del Parlamento, senza alcun coinvolgimento del mondo della scuola, su cui ricadrà il delicato compito di dare attuazione alla riforma. La scelta di uno strumento come quello della delega per intervenire a modificare le norme generali sull'istruzione si inserisce perfettamente nel contesto. Sarebbe stato auspicabile invece inserire un intervento legislativo in materia di istruzione in un ampio e aperto dibattito che coinvolgesse realmente i diretti protagonisti e interessati. Di fatto questa delega sottrae alla potestà parlamentare una materia di estrema importanza per un paese democratico in quanto risulta essere estremamente ampia e indeterminata nella definizione dei confini degli interventi che verranno successivamente previsti con i decreti delegati.
        E' alla forma, quindi, ma la forma è essa stessa sostanza, che si rivolge la nostra prima forte critica. Una delega estremamente ampia dal punto di vista della materia, quindi, ma anche dal punto di vista dell'intervallo di tempo previsto per la sua attuazione: in effetti il governo non solo si prende 24 mesi (due anni) per emanare i decreti legislativi relativi ma prevede anche un ulteriore termine di 18 mesi in cui si riserva di poter modificare i decreti eventualmente già emanati sulla base della stessa delega legislativa. Andando, in questa previsione, anche oltre la fine della attuale legislatura.
        In realtà con il ricorso alla delega, il governo manifesta solo la volontà di agire nella totale discrezionalità, sottraendosi all'espressione di un voto di merito, lasciando al Parlamento solo il compito di esprimere un semplice parere di congruità, peraltro non vincolante, sui decreti legislativi.
        Molto è stato detto in questo ultimo anno trascorso sulla scuola e sul disegno di legge delega del governo per la definizione delle norme generali e dei livelli essenziali delle prestazione in materia di istruzione e formazione professionale.
        Esso si inserisce in una contesto di attacchi ai diritti - sistema di istruzione, lavoro, previdenza - e, come si evince già dal titolo, rivendica per lo stato soltanto lo spazio dei livelli minimi cancellando in tal modo risorse ed energie già in movimento. La genericità della terminologia non deve trarre in inganno: essa trova compiuta definizione alla luce dei numerosi provvedimenti e della elaborazione che ha portato a questa iniziativa di legge. Ciò a cui si tende non ha nulla a che vedere con l'individuazione dei nuclei fondanti delle conoscenze, questi sì essenziali. Tutto spinge, per l'appunto, in direzione di una forte riduzione dei contenuti, del tempo e della qualità dell'istruzione che deve essere garantita a tutte e a tutti.
        Ci sembra evidente quale sia il modello sociale e di organizzazione del sistema scolastico che sottende la proposta avanzata. Nulla a che fare con l'idea del sapere come formazione critica, dell'educazione e dell'istruzione come un diritto di cittadinanza e, ad oggi, con la legge sulla devoluzione, si potrebbe dire anche nulla a che fare con l'idea di unicità del sistema scolastico su tutto il territorio nazionale.
        Non una scuola che sia il luogo della relazione tra soggetti attraverso la quale si esplica e si sviluppa il processo formativo ed educativo del singolo.
        Al contrario una scuola ridotta al minimo, una scuola piegata alla cura dei particolarismi, della quale viene esaltato l'aspetto confessionale e di parte.
        Il disegno di legge del governo, è ormai chiaro, tende a sganciare l'amministrazione pubblica centrale da qualsiasi responsabilità che non sia meramente di indirizzo; tende a spingere il sistema verso la privatizzazione, a considerare la scuola come una merce che può essere acquistata dalle famiglie sulla base delle disponibilità economiche; a considerare l'istruzione non come un diritto ma come un bene di consumo.
        Una scuola che non è più un diritto della persona ma diventa un servizio a domanda individuale, che viene organizzata sul modello aziendale: gerarchizzazione e competizione tra gli insegnanti, mercificazione del sapere.
        Una scuola completamente subalterna al mondo del lavoro, come si può vedere espressamente dalla previsione della possibile alternanza scuola-lavoro già a 15 anni che di fatto abbassa il limite legale, da 15 a 16 anni, previsto per il lavoro minorile.
        Nell'idea di istruzione e di saperi del governo l'impresa diventa luogo formativo, il che la dice lunga sul concetto di saperi, di apprendimento, di cultura, di scuola che si vuole affermare. I soggetti sapranno sin dall'inizio quale posto è stato riservato per loro, sulla base del censo, del luogo di nascita, dell'estrazione sociale, del livello culturale della famiglia di appartenenza.
        L'introduzione di una precoce canalizzazione tra formazione e istruzione, oggetto di una scelta da operare già a tredici anni ( 12 e 5 mesi per chi opera l'anticipo) significa indirizzare verso una opzione di apprendimento debole le fasce più a rischio dell'utenza scolastica, cioè quegli studenti che appaiono meno motivati meno sicuri, meno preparati. Nei fatti opererà una sorta di selezione naturale, che funzionerà più a monte rispetto all'esito finale dell'insuccesso e dell'abbandono. Ci saranno studenti di serie a) e di serie b), i cui curricoli saranno già contratti in anticipo, determinando, in tal modo, un impoverimento dell'apparato culturale di base e della strumentazione critica, componenti essenziali della coscienza civile che la scuola dovrebbe considerare oggetto essenziale della trasmissione del sapere.
        Un disegno di legge classista, che favorisce i pochi e mette nell'angolo i più. Che favorisce le famiglie ricche e istruite.
        L'obbligo scolastico come principio giuridico viene abolito e si trasforma in un diritto-dovere di cui si può "fruire".
        Riteniamo estremamente grave e pericoloso che il governo introduca nel sistema una modifica costituzionale con una legge ordinaria: l'obbligo scolastico previsto dal secondo comma dell'articolo 34 diventa diritto-dovere del cittadino. Una formulazione debole, che snatura il principio originario per farlo assurgere nel campo dei servizi alla persona.
        Inoltre, l'abrogazione della legge 9/1999, che aveva innalzato l'obbligo a 10 anni pur prevedendone una prima applicazione a nove anni, riconduce l'obbligo scolastico agli otto anni precedenti, riportando il paese indietro di anni. E' il primo paese occidentale che prevede una riduzione dell'obbligo.
        Non è dato sapere quali siano le motivazioni sul piano pedagogico che abbiano fatto propendere per la soluzione dell'anticipo. Sembra solo di trovarsi di fronte ad un puro espediente tecnico escogitato con l'unico scopo di rendere praticabile il traguardo dei 18 anni di età come soglia di uscita dal percorso scolastico. Da varie parti questo obiettivo è stato giustificato con la necessità di adeguare il nostro paese alla maggior parte degli altri paesi industrializzati, nei quali la formazione secondaria, e di conseguenza quella universitaria, si conclude in età più precoce. Ci si dimentica che l'assetto dei sistemi scolastici nei vari paesi sia il frutto di processi molto lunghi, determinati da peculiari contesti culturali, economici, produttivi e sociali. Senza contare che la durata formale del percorso scolastico degli studenti italiani spesso non ha riscontro nella durata reale a fronte di gravi fenomeni di dispersione scolastica, cioè di evasione dell'obbligo, abbandoni, selezione. Bisognerebbe quindi, più che lanciarsi in spericolate acrobazie ingegneristiche, interrogarsi su come contrastare efficacemente questi fenomeni che, è bene ricordarlo, colpiscono sempre le classi sociali più deboli.
        Nel quadro della proposta di sistema scolastico delineato dal progetto governativo è evidente che l'anticipo non contempla alcuna considerazione dei tempi e dei bisogni dei bambini e delle bambine.
        Si vuole proporre una visione familistica che finisce con l'assegnare alla scuola il compito di assecondare e proseguire l'azione educativa della famiglie. Una visione miope e poco attenta alla realtà, che non coglie l'importanza anche sul piano educativo dell'affidamento da parte dei genitori, delle bambine e dei bambini ad un luogo eminentemente pubblico, in cui la pluralità di modelli educativi familiari viene portata a sintesi in un progetto educativo fondato su valori condivisi.
        Quello che si persegue, invece, è l'addestramento dei più piccoli, la preparazione della futura massa di lavoratori flessibili, la totale subordinazione del mondo della scuola alla produzione e all'economia.
        Senza contare il fatto, di fondamentale rilevanza, che le iscrizioni anticipate comporteranno situazioni tali per cui in una stessa classe si potranno trovare bambini con differenze di età anche di 20 mesi, che sono davvero tanti a quella età, e che comprometterebbero la possibilità di svolgere un lavoro serio.
        Riteniamo che si inserisca nel contesto generale di attacco al mondo del lavoro e dai lavoratori e alle lavoratrici anche la parte relativa al reclutamento degli insegnanti, per i quali si esplicita ormai il progetto della chiamata diretta.
        La questione del reclutamento degli insegnanti e della loro relativa formazione appare troppo complessa per essere affrontata e risolta con lo strumento della legge delega, che prevede tra l'altro una modificazione del sistema e che, per di più, rimanda ai successivi decreti delegati la definizione articolata del sistema stesso.
        Non condividiamo la presenza nel testo della legge di elementi che prefigurano una indebita interferenza in materie riservate alla contrattazione tra le parti, come invece avviene nell'articolo 5.
        Sappiamo, infatti, che dietro l'apparente neutralità di termini quali "valorizzazione professionale", si celano ipotesi di stratificazione degli insegnanti, con interventi sullo stato giuridico e sulla retribuzione: questioni, per l'appunto, non disponibili per il legislatore.
        La legge finanziaria 2003, e gli interventi legislativi di questo governo, hanno dimostrato tutta l'intenzione di proseguire nella politica di disinvestimento e di dequalificazione della scuola pubblica inaugurata da questa maggioranza fin dal suo insediamento e perseguita con determinazione degna di miglior causa. Lo stesso si può dire per quanto sta accadendo sul terreno del rinnovo contrattuale del comparto scuola, dove si sconta l'assoluta inadeguatezza degli stanziamenti economici, rispetto alle richieste di equiparazione dei livelli retributivi degli insegnanti italiani a quelli europei, avanzate da tutte le organizzazioni sindacali del settore.
        Riteniamo quindi sbagliato introdurre nella delega elementi di questo tipo e allo stesso tempo ribadiamo che il governo avrebbe tutti gli strumenti per intervenire sul piano economico, anche se dubitiamo fortemente che il suo vero interesse sia quello di" valorizzare la professionalità" dei docenti.
        A tutto ciò si aggiunge che il sottosegretario Aprea ha fatto esplicito riferimento, durante il dibattito parlamentare svolto in commissione, alla previsione di un sistema di reclutamento degli insegnati basato sulla chiamata diretta e di questo si parla anche, e molto, in questi giorni, sui giornali o sulle riviste specializzate.
        Il personale docente e non docente della scuola attende da tempo ben altre riforme: soprattutto quella di un riconoscimento anche sul piano economico, del loro ruolo sociale e culturale. Riconoscimento che non può più essere procrastinato nel tempo, che preveda certezza delle norme e rispetto dei diritti acquisiti. Pensiamo infatti anche alla politica condotta rispetto ai precari storici della scuola. Non aiuta certo il continuo intervento teso a sconvolgere i criteri e le modalità di formazione e reclutamento dei docenti che determinano invece incertezza, insicurezza e preoccupazione.
        Una volta la scuola era soprattutto il luogo della disciplina, il luogo cioè dove il soggetto veniva innanzitutto piegato alla regola assoluta, al riconoscimento indiscusso delle gerarchie e dell'imputazione del potere: un sapere acritico. Una scuola che si poneva, dal punto di vista delle conoscenze specifiche, l'obiettivo minimalista di insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto.
        Nel tempo la scuola come spazio educativo e formativo si è modificata, diventando territorio di pluralismo, luogo della conoscenza intesa come sviluppo della capacità di accedere agli strumenti al fine di ampliare, approfondire, affinare le capacità, di costruire abilità e competenze, di accrescere i saperi.
        La scuola italiana, con le sue energie, è riuscita a progredire sul piano qualitativo e a rendere pratica quotidiana i valori ed i principi dettati dalla Carta Costituzionale. Solo quando le riforme hanno valorizzato le spinte positive al cambiamento che venivano dalla società, si sono avuti risultati positivi che hanno lasciato tracce persistenti. E' accaduto negli anni '60 con la riforma della scuola media unica, che ha accompagnato la crescita culturale, sociale ed economica del paese; nel '74 con la legge degli organi collegiali, che ha avviato una straordinaria stagione di partecipazione democratica; pochi anni dopo veniva stabilito il diritto per i disabili ad essere integrati nella scuola e non solo assistiti; nel 1990, infine, la riforma della scuola elementare. Tappe fondamentali di un processo di crescita che con questo disegno di legge delega, come con tutti gli altri provvedimenti varati dal governo sulla scuola, si vuole definitivamente arrestare per riportare la scuola italiana indietro di quaranta anni.
        Noi, pensiamo, invece, che questa scuola vada difesa ed ulteriormente migliorata, che debba diventare ancora di più la scuola dei saperi, la scuola che permetta a tutti e tutte di potere, anche autonomamente e singolarmente, continuare ad espandere, ad affinare e ad arricchire le proprie conoscenze e ad ampliare i propri punti di vista. Una scuola che si proponga l'innalzamento del livello generale di istruzione. Il luogo in cui ci si riconosce uguali e differenti, plurali e singoli, liberi nella possibilità di toccare saperi diversi, di integrarli criticamente.
        Per una società più ricca dal punto di vista culturale, una società democratica, composta da cittadini e cittadine consapevoli dove cultura e sapere rappresentino valori in sé, non subordinati esclusivamente al fine di un tornaconto economico.
        In questo senso riteniamo sia necessario che la scuola resti il luogo dell'incontro e della considerazione, su basi paritarie e con il riconoscimento delle diversità e delle differenze tra singoli, dei soggetti fra loro altri. Se le differenze diventano motivo di discriminazioni, e si affermano e si esplicano già dalla programmazione scolastica, è certo che non inviteremo i giovani e le giovani a considerarsi essi stessi soggetti portatori di diritti inalienabili. Della possibilità, reale, cioè, di accedere, tutti e tutte, alle stesse risorse. La scuola pubblica ha la sua ragion d'essere nel fatto che la in essa l'acquisizione di elementi culturali, di tipo generale, metodologico e di indirizzo, procedono attraverso un approccio disinteressato, dove prevale il valore civile e democratico della formazione delle nuove generazioni.
        Quali le nostre proposte?
        La declinazione delle finalità che si intendono perseguire attraverso un intervento legislativo organico e complessivo sul sistema scolastico non può che partire, a nostro giudizio, dalla riaffermazione della funzione istituzionale che la Costituzione assegna alla scuola.
        Pensiamo che sia sbagliato ipotizzare un sistema che si preoccupi unicamente di offrire "pari opportunità" ai giovani e che non si ponga programmaticamente l'obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale e culturale che impediscono, soprattutto a chi proviene dagli strati sociali più deprivati, di raggiungere i più alti livelli di istruzione.
        Ci sembra importante sottolineare la necessità della valorizzazione delle persone ed del rispetto delle differenze e delle identità di ciascuno. E' un richiamo forte ai principi costituzionali, di cui la scuola pubblica italiana negli ultimi quaranta anni è diventato luogo di pratica concreta e principale punto di garanzia. Questa pratica, di fronte al preoccupante diffondersi di intolleranze culturali, sociali, e persino razziali, ha bisogno di essere riconosciuta e rafforzata. La scuola è per sua natura preparazione alla vita sociale nella sua accezione più larga e non vi è dubbio che il lavoro rappresenti una condizione fondamentale dell'ordinamento sociale di un paese. Pensiamo tuttavia che il presupposto indispensabile anche per l'inserimento nel mondo del lavoro sia il raggiungimento di adeguati livelli culturali, con le proposte emendative presentate lo abbiamo voluto sottolineare.
        L'idea che noi sosteniamo è quella dell'estensione dell'obbligo scolastico fino al 18^ anno di età e della conclusione del ciclo secondario, come già oggi avviene, ordinariamente al 19^ anno di età. Ben sapendo, ovviamente, che perché questo obiettivo sia realizzabile si rendono necessari adeguati interventi di sostegno all'effettivo esercizio del diritto all'istruzione, anche sul piano economico e delle riforme sociali.
        Vogliamo affermare il carattere unitario del ciclo secondario, contro l'ipotesi di separazione dei percorsi scolastici in due distinti e separati percorsi, quello di istruzione e quello di formazione. Per questo proponiamo di raggruppare sotto una denominazione unica tutti gli istituti, evitando, anche nelle formulazioni linguistiche, l'odiosa discriminazione tra tipologie di istituti ai quali corrispondono, inevitabilmente, destini sociali differenziati.
        Prevediamo la definizione di un sistema nazionale di educazione e di istruzione per affermare una concezione del sistema scolastico nazionale diversa e contrapposta rispetto a quella che emerge dal disegno di legge. Pensiamo che la scuola debba avere un carattere fortemente unitario, riconoscibile in tutti i segmenti del sistema, pur nella loro specificità.
        Quali gli aspetti principali della nostra proposta?
        Il carattere nazionale del sistema scolastico prevedendo come competenze statali ordinamenti, curricoli, stato giuridico del personale, accesso al reclutamento. Si tratta di un principio per noi irrinunciabile, ancora di più in presenza di tendenze politiche che puntano alla disgregazione di quel tessuto culturale del nostro paese di cui le culture e le tradizioni locali devono essere elemento costitutivo e non occasione per indurre artificiose separazioni.
        L'inserimento a pieno titolo, nel sistema nazionale, del segmento educativo costituito dalla scuola dell'infanzia prevedendo l'obbligatorietà dell'ultimo anno frequentato già da circa il 90 per cento dei bambini che accederanno, nell'anno successivo, alla scuola elementare. E' una scelta che rafforza l'unitarietà del sistema e consente di valorizzare un'esperienza educativa che pone il nostro paese all'avanguardia nei confronti internazionali. L'ultimo anno della scuola dell'infanzia diventa il primo anno di espletamento dell'obbligo. E' una scelta ormai matura che avrebbe il significato di valorizzare questo segmento del sistema in cui l'esperienza italiana ha dimostrato di eccellere, salvaguardandone la specificità, senza alcuna forzatura rispetto ai ritmi evolutivi delle bambine e dei bambini. La scuola pubblica dell'infanzia, statale e degli enti locali, ha rappresentato in questi anni uno dei punti di eccellenza del sistema scolastico italiano ed il suo inserimento a pieno titolo nel sistema scolastico è per noi un punto irrinunciabile. Per questo abbiamo proposto che il testo della legge contenga una sanzione formale di questo principio attraverso il riconoscimento del ruolo che la scuola dell'infanzia è chiamata a svolgere nel contesto unitario del curricolo del primo ciclo di istruzione. Deve essere un dovere inderogabile per la Repubblica assicurare a tutti i bambini e a tutte le bambine l'accesso al servizio attraverso la sua generalizzazione. D'altro canto, nel momento in cui si ridefiniscono le finalità e l'assetto organizzativo di questo segmento, occorrerebbe partire da un consolidamento delle esperienza più avanzate che in questo campo si sono realizzate.
        L'eliminazione di ogni ambiguità nel rapporto tra istituzione e formazione. Pensiamo a questo proposito che la formazione per il lavoro non possa avere carattere di percorso separato da quello scolastico e che sia necessario prevedere criteri generali per il riconoscimento dei titoli derivanti dalla formazione regionale. Riteniamo che non possa esserci vera preparazione al lavoro senza una adeguata formazione sia culturale che tecnico-professionale, di alto livello, che solo la scuola pubblica può garantire. L'inserimento, quindi, della possibile scelta verso la formazione solo dopo un due anni di scuola superiore, caratterizzata da un biennio unico.
        Infine, l'inserimento degli asili nido nel sistema di istruzione nazionale, l'introduzione di una seconda lingua già dalle elementari (oltre quella madre), l'introduzione della seconda lingua comunitaria nelle medie.
        Don Milani diceva: un modello di scuola per un modello di società. E' evidente che il disegno di legge delega in materia di istruzione esprime molto chiaramente il progetto di questa maggioranza per quanto concerne il ruolo di uno dei settori più strategici per lo sviluppo sociale, economico, culturale e civile del nostro paese: la scuola, la scuola pubblica.
        Di fronte a questa politica di impoverimento e di dequalificazione della scuola Rifondazione comunista ribadisce il valore di una scuola finalizzata al massimo sviluppo della persona, all'affermazione del valore universale del concetto di diritto allo studio, affinché sia garantito a tutti e tutte l'accesso al sapere, nei suoi punti più alti e per tutto l'arco della vita.
        Per tutte queste ragioni, non propongo un testo alternativo ma la soppressione di tutti gli articoli del provvedimento.

Titti DE SIMONE,

Relatore di minoranza.



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