XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 3327
Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge
intende dare attuazione all'articolo 3 della Costituzione, il
quale sancisce, al primo comma, che "Tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza
distinzioni di (...) condizioni personali e sociali".
L'intento di questa proposta di legge è di aprire il 2003
contribuendo a tutelare le persone diversamente abili da forme
di discriminazione, più o meno latenti, di cui possano essere
oggetto, anche a livello verbale. Questo non va sottovalutato
in un'ottica di elevazione culturale dei cittadini italiani
perché è anche attraverso questa forma di assenza di rispetto
che vengono offese quotidianamente le persone diversamente
abili e i loro congiunti. L'espressione "handicappato" è stata
infatti nel tempo oggetto di abuso assumendo connotazione
dispregiativa nell'uso comune delle persone incivili. Anche la
stessa definizione di "dis-abilità" attraverso il suo prefisso
sembra porre l'accento su di un ipotetico "dis-valore", cioè
sull'assenza di abilità e non sulle potenzialità, intese a
"360 gradi", della persona. Anziché, vorrei affermare,
sottolineare i diritti delle persone a raggiungere i massimi
livelli di autonomia e di performance sia fisica che
intellettuale, nell'immaginario collettivo è passata l'idea
della presenza di un limite quasi invalicabile tra i disabili
e i presunti "normodotati". Ecco che quindi promuovere nella
società italiana, anche attraverso le norme di merito,
l'idem-sentire che "è possibile esprimere le proprie abilità
in modo diverso" può e deve avere un senso non solo da parte
dei presentatori di questa proposta, ma dell'intero
Parlamento.
Va preliminarmente affermato che la legge 5 febbraio 1992,
n. 104, recante "Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione
sociale ed i diritti delle persone handicappate" presenta, a
tutt'oggi, un connotato quasi paradossale: essa è stata
salutata fin dalla sua promulgazione, e si ritiene a pieno
titolo, come una delle leggi più avanzate che siano state
approntate anche nel contesto europeo; ciononostante essa
attualmente si caratterizza per un limite connesso alla
modalità di definizione dei soggetti beneficiari degli
interventi in essa previsti alla luce delle ultime
acquisizioni in materia.
Dal 17 al 20 aprile 2002 si è tenuta a Trieste la
conferenza dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS)
"To make a difference, measure difference with ICF",
promossa in collaborazione con il Ministero della salute.
L'obiettivo della conferenza è stato quello di promuovere
l'impegno del Ministero della salute e del Ministero del
lavoro e delle politiche sociali nell'utilizzo e
nell'applicazione dell'ICF, ovvero della International
Classification of Functioning, Disability and Health
(Classificazione internazionale del funzionamento, della
disabilità e della salute) il nuovo strumento predisposto
dall'OMS per descrivere e misurare lo stato di salute delle
persone. L'ICF rappresenta una rivoluzione culturale nella
definizione della salute e della disabilità e potrà divenire
un modello universale, con ricadute di grande portata sulle
politiche sociali e sanitarie. Alla sua stesura, elaborazione
e validazione hanno partecipato 65 Paesi, per un lavoro durato
sette anni. Particolarmente attivo è stato il ruolo
dell'Italia, che ha contribuito alla revisione della
classificazione tramite il Disability Italian
Network.
L'ICF è una classificazione della salute e degli stati ad
essa correlati, che tiene in considerazione anche il contesto
ambientale (familiare, sociale, economico e lavorativo) dei
soggetti interessati. Rispetto agli indicatori tradizionali,
l'ICF pone come centrale la "qualità della vita" delle persone
affette da patologie e da menomazioni, permettendo così di
evidenziare in che modo esse convivano con la loro condizione
e come sia possibile migliorarla.
I criteri ICF non si occupano della diagnosi medica dei
soggetti diversamente abili, che era stata già oggetto della
International Classification of Impairments, Disabilities
and Handicaps (ICIDH 1980), (Classificazione internazionale
delle minorazioni, disabilità e handicap) sempre a cura
dell'OMS.
In tale pubblicazione veniva posta l'importante
distinzione fra "menomazione" (impairment), definita
come "perdita o anormalità a carico di una struttura o di una
funzione psicologica, fisiologica o anatomica" e i termini
"disabilità" e "handicap". Il primo termine sta a
significare "qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a
menomazione) della capacità di compiere un'attività nel modo o
nell'ampiezza considerati normali per un essere umano", mentre
il secondo denota la "condizione di svantaggio conseguente a
una menomazione o a una disabilità che in un certo soggetto
limita o impedisce l'adempimento del ruolo normale per tale
soggetto in relazione all'età, al sesso e ai fattori
socioculturali".
Secondo tale impostazione, sulla quale non è possibile in
questa sede riferire dettagliatamente, un unico tipo di
menomazione può essere correlata a più tipi di disabilità
nonché a diversi handicap.
Analogamente, un certo tipo di handicap può essere
collegato a diverse disabilità che a loro volta possono
derivare da più tipi di menomazione. Mentre per un individuo
la menomazione ha carattere permanente, la disabilità dipende
dall'attività che egli deve esercitare e l'handicap
esprime lo svantaggio che ha nei riguardi di altri individui
(i cosiddetti "normodotati"). Un paraplegico avrà, ad esempio,
certamente un handicap quando si tratti di giocare al
calcio, ma non ne avrà praticamente nessuno nel far uso di un
personal computer.
L'aspetto significativo del primo documento OMS è stato
quello di associare lo stato di individuo non solo a funzioni
ed apparati del corpo umano, ma anche ad attività a livello
individuale o di partecipazione nella vita sociale.
Il secondo documento OMS, il già citato ICF<JCIDH-2>, è
indicativo di un cambiamento sostanziale nel fornire un quadro
di riferimento e un linguaggio unificato per descrivere lo
stato di salute di una persona.
Non ci si riferisce più a un disturbo, strutturale o
funzionale, ma, come abbiamo già sottolineato, ad una sua
contestualizzazione in uno stato considerato di "salute".
Il nuovo documento sostituisce alle parole impairment
e handicap, altri termini: le "funzioni corporee" (le
funzioni fisiologiche dei sistemi corporei, incluse quelle
psicologiche); le "strutture corporee" (ovverosia le parti
anatomiche del corpo); le "attività" (o l'esecuzione di un
compito o di un'azione da parte di un individuo); la
"partecipazione" (ovvero il coinvolgimento di un individuo in
una situazione di vita); i "fattori ambientali" (o le
caratteristiche del mondo fisico, sociale e degli
atteggiamenti, che possono avere impatto sulle prestazioni di
un individuo in un determinato contesto).
Il documento OMS prevede pertanto una valutazione a più
livelli che sono, a loro volta, estendibili ad ulteriori
sottoclassificazioni. Ad ogni livello di classificazione è
associata una sigla.
Tale classificazione, altresì menzionata come "positiva",
ha il vantaggio, rispetto a quella precedente, di non aver
l'obbligo di dover specificare le cause di una menomazione o
disabilità, ma solo di indicarne gli effetti. E' da notare
poi, e questo è un aspetto che merita di essere sottolineato
in relazione alla proposta di legge, il fatto che il termine
handicap sia stato abbandonato, estendendo il termine
disabilità a ricoprire sia la restrizione di attività che la
limitazione di partecipazione.
Dalla citata conferenza di Trieste è partita una
rivoluzione culturale che, come ha recentemente evidenziato
anche il Ministro della salute, modifica le conclusioni che
l'OMS aveva codificato nel 1980 con il tentativo di uniformare
e sistematizzare il concetto di handicap. Tale
classificazione si basava su una concezione squisitamente
medica a cui si era adeguato l'intero corpus normativo a
tutela dei disabili ed in particolare la citata legge n. 104
del 1992.
Le critiche a questo modo di concepire le classificazioni
hanno spinto l'OMS ad emanare una nuova certificazione, la
quale, come si è visto, non adotta più il termine di
handicap. In tal modo viene evidenziata non l'incapacità
in sé del cittadino, ma le sue possibilità concrete di poter
fruire, ove possibile, di un progetto di vita indipendente.
Si tratta del superamento della visione esclusivamente
sanitaria che ha finora caratterizzato la definizione della
disabilità, tramite l'utilizzo di una valutazione integrata
delle potenzialità del soggetto e delle sue necessità sul
piano socio-sanitario.
Questa nuova modalità di classificazione dei deficit
dovrà, a parere dei proponenti, integrarsi con una crescita
culturale della nostra società, tesa a favorire una corretta
valorizzazione di tutti i cittadini diversamente abili. La
presente proposta di legge, che non presenta oneri aggiuntivi
per il bilancio dello Stato, vuole rappresentare un
significativo passo avanti in questa direzione ed è per questo
che si chiedono un'urgente discussione ed approvazione, quale
riconoscimento di questo Parlamento del valore della
persona.