XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 3201 - 3200-bis-A-bis
Onorevoli Colleghi! - L'impianto complessivo della legge
finanziaria per il 2003 non è stato modificato nel corso del
passaggio in Commissione Bilancio: dobbiamo quindi ribadire il
nostro giudizio fortemente negativo sulla manovra di
bilancio.
Dopo "l'incidente" dell'approvazione dell'emendamento
fiscale presentato dal deputato Leo (2.31) di Alleanza
nazionale nel corso della prima seduta della Commissione
Bilancio dedicata al voto degli emendamenti, il Governo e la
maggioranza hanno annullato le richieste di voto sui loro
stessi emendamenti e hanno chiesto che fossero respinti
tecnicamente, praticamente in blocco, per l'Aula.
In questo modo i lavori della Commissione sono stati di
fatto svuotati di significato, con grave lesione delle
prerogative della Commissione stessa e del suo Presidente,
determinando una grave scorrettezza istituzionale sia nei
rapporti tra Esecutivo e Parlamento che in quelli tra
maggioranza ed opposizione. Questo modo di procedere è tanto
più preoccupante se lo si legge in parallelo con quanto
previsto dal decreto legge "blocca spese", che in pratica
svuota la funzione del Parlamento nella determinazione
fattuale del bilancio dello Stato spostando il potere
decisionale di ultima istanza nelle mani dell'Esecutivo, ed in
particolare del Ministro dell'economia.
Si preannuncia un maxi-emendamento per l'Aula da parte del
Governo. La Commissione ha dunque discusso di una finanziaria
"virtuale", destinata ad essere ampiamente rimaneggiata nel
seguito del suo iter. Di questa situazione intollerabile
ha dovuto prendere atto lo stesso Presidente della
Commissione, che ha dovuto ammettere "che è un fatto che il
Governo non è in grado di avere una posizione precisa e
definita su varie questioni a 24 giorni dalla presentazione
della finanziaria".
Un tale svuotamento del ruolo della Commissione Bilancio
nel corso dell'esame referente della legge finanziaria non si
era praticamente mai verificato in tutta la storia
repubblicana. E questo è il sintomo delle difficoltà che il
Governo e la maggioranza incontrano nel dovere difendere il
disegno di legge presentato, che ha fatto un pieno di critiche
da parte degli organismi istituzionali "terzi", delle
autonomie locali - senza distinzione di colore politico - e
delle parti sociali, incluse quelle firmatarie dello stesso
Patto per l'Italia.
Per questo motivo, le opposizioni, l'Ulivo e Rifondazione
comunista, pur avendo partecipato sino all'ultimo alla
discussione, hanno voluto fare un gesto significativo di
protesta, rinunciando alle dichiarazioni di voto e
abbandonando i lavori della Commissione. Voglio, tuttavia,
ribadire che questo nostro atto non è stato di natura
"aventiniana". Siamo e restiamo convinti che il confronto
parlamentare deve svilupparsi all'interno delle istituzioni e,
pertanto, ci impegniamo a operare per cercare di realizzare
reali modifiche della finanziaria in Aula. Questa è, del
resto, la sede principale che ha scelto il Governo, svilendo
la maggioranza e non noi dell'opposizione il dibattito in
Commissione. Lontano è da noi la volontà di disertare l'Aula
quando si decide la finanziaria, come invece fece il Polo
durante la legge che preparava l'Italia all'entrata nell'euro,
cosa che è avvenuta con successo e che resta un grandissimo
risultato, merito indiscusso del centrosinistra.
Una finanziaria inutile e dannosa
Presentata dal Governo come "finanziaria di rigore e
sviluppo", la manovra di finanza pubblica, in realtà, non
sembra rispondere ad alcuna logica e coerenza in materia di
politica economica e di bilancio: né ad una logica di rigore e
risanamento dei conti pubblici; né a quella di un sostegno
mirato allo sviluppo mediante una selettiva politica
dell'offerta puntando sulla qualità del nostro Sistema Paese;
né a quella di un effettivo sostegno alla domanda interna per
supplire al ristagno della domanda internazionale
(difficilmente le misure fiscali e le risorse previste per le
opere pubbliche, specialmente dopo l'entrata in vigore del
decreto "blocca-spese", potranno garantire una crescita della
domanda interna sufficiente a raggiungere il tasso di sviluppo
previsto per il 2003: + 2,3 per cento).
La "logica" di questa manovra è, evidentemente, "esterna"
a valutazioni di tale natura, ma tuttavia esiste: essa punta a
realizzare, sia pure del tutto parzialmente e per molti versi
solo apparentemente, le promesse elettorali della Casa delle
libertà, a rispettare, anche qui solo parzialmente, gli
impegni del Patto per l'Italia. E' una finanziaria volta a
mantenere il consenso, a preservare la divisione sindacale, a
prendere tempo in attesa di una improbabile rapida e
consistente ripresa economica internazionale, della quale non
si intravedono i presupposti.
Una finanziaria di forte impronta "mediatica" hanno
sostenuto, con qualche ragione, alcuni commentatori, per la
realizzazione della quale, a differenza dello scorso anno, il
Governo paga dei prezzi politici ben più consistenti e,
soprattutto, fa pagare al Paese un prezzo economico e sociale
rilevante.
Una finanziaria "subdola", possiamo aggiungere, in quanto
trasferisce alle regioni ed agli enti locali l'onere di
assumere le decisioni impopolari in termini di aumento dei
ticket, delle tariffe e dei tagli ai servizi, che le
disposizioni previste dalla manovra di bilancio rendono
inevitabili.
Una finanziaria antimeridionalista perché, dopo lo stop ai
crediti d'imposta per gli investimenti e le assunzioni per il
2002, i fondi aggiuntivi promessi in favore delle cosiddette
"aree sottoutilizzate" si concentrano alla fine del triennio
2003-2005, con il rischio di una paralisi dello sviluppo per
il prossimo triennio. Vi è un limitato accantonamento di
risorse in conto capitale, necessarie per
l'infrastrutturazione del territorio, si introducono forti
elementi di incertezza sull'ammontare e sulla effettiva
disponibilità dei contributi e dei "prestiti", con gravi
conseguenze sulla convenienza economica degli investimenti al
Sud e sull'ottima allocazione delle risorse.
Una finanziaria di rinvii e scommesse che non contiene
misure strutturali di contenimento della spesa, che quando le
prevede lo fa intaccando i principi del federalismo, tagliando
le spese sociali (scuola e sanità) e che comunque sovrastima i
risparmi, ricorre a misure una tantum, quali i condoni,
il blocco delle assunzioni, le anticipazioni di entrate, e che
scommette su una vigorosa ripresa per il 2003, di cui non si
scorge alcun sintomo all'orizzonte.
I rinvii caricano di problemi e di oneri gli esercizi
futuri. Le cartolarizzazioni e le dismissioni del patrimonio
immobiliare pubblico alle due nuove società, Patrimonio e
Infrastrutture, comportano peraltro oneri impliciti per lo
Stato superiori a quelli normalmente pagati sul debito
pubblico. I condoni fiscali distruggono la credibilità dello
Stato nella lotta all'evasione e vanificano anni di difficile
lavoro: lo si è visto e lo si vedrà anche a novembre, con gli
scarsissimi risultati ottenuti dall'autotassazione del luglio
scorso. Il blocco delle assunzioni indurrà molte
amministrazioni nel 2004 a recuperare le assunzioni non fatte
nel 2003 e ad anticipare assunzioni in previsione di nuovi
blocchi.
La creazione delle due società Patrimonio ed
Infrastrutture, l'unica fonte di denaro fresco, i condoni, la
proroga della sanatoria per i capitali esportati illegalmente
all'estero, oltre all'emanazione dei decreti "blocca spese" e
fiscale (n. 194 e
n. 209 del 2002) costituiscono il cuore della manovra per il
2003.
Non è vero, come ha sostenuto il Presidente di
Confindustria, che questa finanziaria non vada da nessuna
parte. In realtà, questa finanziaria ha una meta: propone un
modello di deresponsabilizzazione delle pubbliche
amministrazioni, di ridimensionamento del loro ruolo, di
salvaguardia degli interessi delle rendite, con il conseguente
degrado del nostro sistema produttivo, che può portare alla
lunga il nostro Paese fuori dalla competizione tra sistemi
economici avanzati. Essa non risponde all'esigenza primaria
del nostro sistema-Paese: quello della competitività basata
sulla qualità, il riequilibrio territoriale, l'equità e la
coesione sociale.
Un pieno di critiche
Il disegno di legge finanziaria ha suscitato un coro
generalizzato di critiche.
Particolarmente significativa l'audizione del Governatore
della Banca d'Italia, che ha messo in luce il gap di
competitività del nostro sistema industriale: a differenza
delle altre economie europee, quella italiana, ha sottolineato
il Governatore, è stata frenata dal calo delle esportazioni di
beni e servizi, con ciò evidenziando quanto continui, dunque,
a pesare la scarsa presenza dell'industria italiana nei
settori ad alta tecnologia e l'insoddisfacente aumento della
produttività.
Nei primi 9 mesi del 2002, il fabbisogno del settore
statale, al netto di regolazioni debitorie e dismissioni, è
stato pari a 41,3 miliardi (il Governo aveva previsto 26,3
miliardi per l'intero anno), superiore di 11,3 punti
percentuali al risultato del corrispondente periodo del 2001;
nei primi 8 mesi del 2002, il fabbisogno netto delle pubbliche
amministrazioni è stato pari a circa 34 miliardi di euro,
superiore di 13 al corrispondente periodo del 2001.
Ne risulta che, per conseguire l'obiettivo fissato dal
Governo lo scorso settembre riguardo all'indebitamento netto
per il 2002 (2,1 per cento), le recenti misure adottate
dovrebbero assicurare entro il 31 dicembre di quest'anno
maggiori introiti e minori spese per oltre mezzo punto
percentuale del prodotto.
La manovra per il 2003 è stata giudicata dal Governatore
del tutto insufficiente.
I benefici del sostegno al consumo, derivanti dalla
riduzione della pressione fiscale del primo modulo della
riforma fiscale, sono temporanei: uno sviluppo duraturo si
fonda su incrementi di produttività e su un recupero di
competitività di tutta l'economia che può essere conseguito
solo con maggiori investimenti e con interventi
strutturali.
Il rafforzamento dell'attività di investimento richiede
una progressiva e durevole riduzione del prelievo. Pur
prevedendone una diminuzione negli anni successivi,
l'imposizione sulle imprese, secondo le stime ufficiali, è
stata accresciuta rispetto al tendenziale per 3,4 miliardi nel
2003, come effetto netto dei provvedimenti dello scorso
settembre (i decreti-legge citati) e della manovra di
bilancio.
La recente revisione, a valere dall'anno in corso, delle
norme attinenti alle minusvalenze delle partecipazioni e ai
crediti d'imposta per le nuove assunzioni e per gli
investimenti nelle aree svantaggiate, su cui le imprese
avevano basato scelte non più modificabili, potrà scoraggiare
l'assunzione di rischi nell'attività imprenditoriale.
La revisione delle modalità di determinazione della DIT
riduce significativamente la redditività degli investimenti
finanziati con capitale proprio ed effettuati fino al
congelamento dell'agevolazione, a valere dal mese di luglio
dello scorso anno.
Negli anni successivi al 2003 si richiederanno interventi
che compensino il venir meno degli effetti delle misure
temporanee. Nel complesso, tenendo anche conto delle
operazioni di cartolarizzazione incluse nelle stime
tendenziali e degli effetti residui degli interventi decisi
per il 2002, l'impatto di tali misure temporanee è valutabile
in circa l'1,3 per cento del prodotto, pressoché stabile
rispetto al 2002. Mancano, secondo il responsabile di
Bankitalia, riforme strutturali che incidano, in prospettiva,
sulla dinamica della spesa primaria.
Anche il CNEL rileva come il quadro macroeconomico sia
pieno di incertezze e dunque diventi necessario un
monitoraggio puntuale dell'andamento reale dell'economia e
della finanza pubblica, onde evitare il ripetersi
dell'esperienza del 2002, con l'accavallarsi di continui
ridimensionamenti delle previsioni di crescita.
Anche il Consiglio mette in luce come le misure che
riguardano la fiscalità d'impresa non rispettino il criterio
essenziale della certezza del diritto e non forniscano
certezze su una riduzione reale del prelievo. Lo Statuto del
contribuente (legge n. 212 del 2000) prevede che le modifiche
al regime fiscale non possano riguardare i periodi di imposta
in corso e che sia fortemente limitato l'uso dei
decreti-legge. Andrebbe attentamente valutato il decreto legge
209, che anticipa, a valere dall'esercizio in corso, solo
alcune parti della riforma fiscale prevista nella legge
delega, con costi ingenti, anche sul piano amministrativo, per
il sistema delle imprese e con possibili effetti sin dai
bilanci del 2001.
Le critiche si focalizzano inoltre sui provvedimenti per
il Mezzogiorno.
Il Fondo unico (articolo 34), per entità e modulazione nel
triennio (tra l'altro, a suo carico il Governo dichiara di
voler prevedere anche il rifinanziamento del credito d'imposta
per l'occupazione), appare inadeguato. Inadeguato per il 2003
e soprattutto per il 2004, mentre è sopravvalutata la capacità
di spesa per il 2005.
La modifica dei meccanismi agevolativi (con la conseguente
nuova contrattazione in sede europea ed il rischio di
contenzioso con le regioni, titolari dei poteri in materia di
politica industriale), l'esiguità - in particolare per il
primo anno - delle nuove risorse stanziate per la legge n.
488, il venir meno di altri strumenti di agevolazione, per via
fiscale, delle attività produttive (credito d'imposta,
Tremonti-bis), lungi dal consentire la costruzione di
vantaggi localizzativi per gli investimenti produttivi nel
Mezzogiorno, creano un rischio assai grave di rallentamento
della spesa.
L'ISTAT fa parlare, per così dire, i numeri. Il
peggioramento del deficit per il 2002 è dovuto ad una
riduzione di 9 miliardi dal lato delle entrate e ad un aumento
di 3,4 miliardi dal lato delle uscite.
La revisione operata dal lato dei flussi attivi riguarda
soprattutto la previsione di un minor incremento delle entrate
fiscali in parte corrente, causata anche dalla proroga al 2003
della scadenza di provvedimenti per l'emersione della base
imponibile.
Le misure in materia fiscale operate con il decreto-legge
n. 209 del 2002, il cui effetto migliorativo sui saldi della
finanza pubblica è quantificabile in 4 miliardi di euro, hanno
solo in parte compensato la revisione al ribasso della
previsione delle entrate.
Riguardo alla revisione operata sul lato delle uscite, una
parte rilevante dell'aumento della spesa è attribuibile al
ridimensionamento delle previsioni degli introiti derivanti da
vendite di immobili effettuate sia nel corso dell'anno,
attraverso la prima cartolarizzazione, sia nell'ambito della
nuova operazione prevista per la fine dell'anno. Tra l'altro,
a seguito della decisione di Eurostat sulle cartolarizzazioni,
la prima operazione (fine 2001) non è stata contabilizzata
come vendita al momento della sua realizzazione, ma come
accensione di un prestito.
Più di un terzo della manovra per il 2003 si avvale di
misure una tantum, il cui effetto strutturale è di
difficile quantificazione. Anche ipotizzandolo pari al 50 per
cento dei provvedimenti una tantum, si otterrebbe comunque un
risultato permanente di riduzione dell'indebitamento netto
compreso tra 6 e 8 miliardi di euro, pari a circa 5-6 decimi
di punto percentuale di PIL.
Inoltre, mentre è prevista una riduzione della pressione
fiscale, la manovra potrebbe condurre ad un aumento
complessivo netto temporaneo, per effetto della
contabilizzazione delle maggiori imposte in conto capitale
derivanti dal concordato e dalla riedizione dello scudo
fiscale. Il risultato netto di queste misure è un aumento
della pressione fiscale, a parità di altre condizioni, per
circa 4
miliardi di euro nel 2003, pari a 3 decimi di punto
percentuale di PIL.
L'ISAE, solitamente molto vicino alle posizione del
Governo, non è convinto della bontà della manovra. Per
l'Istituto, una parte della manovra (circa 3,8 miliardi di
euro), la componente relativa alla trasformazione degli aiuti
a fondo perduto in prestiti alle imprese e quella riferita
all'ANAS riduce il deficit della pubblica
amministrazione, ma non il fabbisogno, e quindi non riduce il
debito pubblico.
Negli enti decentrati appare particolarmente difficile
conseguire risparmi ingenti; per essi le riduzioni di spesa
prospettate possono, in parte, trasformarsi in aumenti di
entrate locali, di compartecipazione alle spese o esiste il
rischio non remoto che si verifichino allungamenti o ritardi
nel pagamento di fornitori o dei creditori.
Il giudizio più duro, a livello istituzionale, è però
quello della Corte dei conti. Già il Documento di
programmazione economico-finanziaria del luglio scorso era
largamente indeterminato negli indirizzi programmatici e
opinabile nelle proiezioni delle grandezze dell'economia reale
e della finanza pubblica.
E' necessario, ora, valutare se la correzione dei conti
programmata sia o meno coerente con l'obiettivo di saldo
fissato per il 2003. Sarebbe essenziale disporre di un
aggiornamento del quadro tendenziale di finanza pubblica
elaborato secondo i criteri della legislazione vigente, ma
esso non figura più (nel DPEF luglio c'era) nella nota di
aggiornamento e nella relazione previsionale e programmatica
di settembre. Lacuna informativa che si manifesta ancora di
più se si volesse misurare la coerenza del percorso di
riequilibrio dei conti pubblici dal 2002 al 2006; non è dato
conoscere quali dovrebbero essere le dimensioni delle manovre
correttive che nel 2004 e negli anni seguenti consentirebbero
di raggiungere i traguardi programmatici fissati.
Il quadro tendenziale fornito dalla Corte dei conti è
diverso da quello fornito dal Governo riguardo
all'indebitamento netto, specialmente riguardo agli anni
successivi. Prevede anche una consistenza (pari a circa due
punti percentuali di PIL) massiccia per le manovre correttive
nel 2003 e 2004.
Il quadro tendenziale definito dalla Corte dei conti,
differente rispetto alle previsioni di DPEF e finanziaria,
deriva dalla ricostruzione "induttiva" delle informazioni
contenute nei documenti del Governo e prevede:
1) per il 2003: indebitamento netto pari al 2,5 per
cento del PIL, valore che crescerebbe al 3,1 nel 2004 e al 2,4
nel 2005;
2) nonostante l'allentamento dei vincoli posti dal Patto
di stabilità e di crescita, lo scostamento tra l'andamento
tendenziale e l'obiettivo programmatico, in termini di
indebitamento netto, sarebbe di circa 35 miliardi di euro (2,2
per cento del PIL) nel 2005;
3) le ulteriori manovre correttive da realizzare nel
biennio (2003 e 2004) sarebbero, quindi, assai consistenti,
dell'ordine di due punti percentuali di PIL in ciascuno dei
due anni.
La manovra di bilancio per il 2003 è caratterizzata dal
peso determinante che, ai fini dell'effettivo rispetto dei
saldi di finanza pubblica, viene ad assumere il gettito atteso
per il 2003 dalle sanatorie ivi previste. Tre, in particolare,
i punti critici: finanza regionale e locale, aiuti allo
sviluppo del Sud e concordato fiscale.
Da rilevare la progressiva erosione delle basi imponibili
regionali: gli abbattimenti in materia di IRAP riducono
infatti la base imponibile regionale, incidendo sullo sforzo
fiscale attivabile. La sospensione per gli aumenti delle
addizionali IRPEF deliberati dopo il 29 settembre e lo
slittamento della piena operatività del decreto legislativo n.
56 del 2000 rischiano di attenuare l'effetto degli sforzi
profusi in questi anni per rendere progressivamente più
stringenti i vincoli di bilancio territoriali. Assente anche
la definizione di una chiara responsabilità tra diversi
livelli di governo, che ha pesato finora nel ripetersi di
fenomeni di
superamento degli obiettivi programmatici soprattutto nel
comparto sanitario.
I vincoli stringenti ed il regime sanzionatorio, specie
nel caso degli enti locali, rischia di allungare i tempi di
pagamento degli acquisti o una significativa contrazione dei
servizi o forti incrementi tariffari.
L'obbligo di trasformare i contributi a fondo perduto alle
imprese in prestiti può comportare (come per il caso
nazionale) un forte rallentamento nell'operatività degli
strumenti di sostegno alle imprese. Ciò comporterà inoltre
anche l'esame e l'approvazione del nuovo tipo di aiuti in sede
comunitaria
Il concordato fiscale rientra nella categoria delle
sanatorie una tantum. La maggior parte del gettito
dovrebbe venire proprio da questa misura, la cui reale portata
rischia di essere molto più limitata del previsto, in
considerazione della presenza nel nostro ordinamento di una
serie di istituti - in particolare, accertamento con adesione
e ravvedimento operoso - che hanno già funzionato come
strumenti di adeguamento post-dichiarazione o si pongono ora
come opportunità offerte per rendere meno gravose le
conseguenze di un eventuale accertamento.
Dell'obiettiva aleatorieta' del dato di gettito previsto
dal concordato fiscale - osserva la Corte - si mostra
consapevole lo stesso Governo, che nella relazione tecnica
evidenzia una serie di cautele adottate ai fini della
quantificazione.
Il disincentivo al condono proviene da più elementi:
l'evoluzione del sistema sanzionatorio tributario conseguente
alla riforma del 1997 (nuova disciplina del cumulo giuridico e
nuove cause di esclusione della punibilità); la riforma del
penale tributario, che ha drasticamente sfrondato le ipotesi
di reato precedentemente previste; la depenalizzazione del
falso in bilancio; l'esclusione della responsabilità
illimitata degli amministratori di società.
Completa il quadro delle posizioni critiche istituzionali
la levata di scudi da parte di tutte le autonomie, dai comuni
alle province fino alle regioni, senza distinzione di
schieramento politico, come daremo conto più avanti.
Riguardo alle parti sociali, oltre al giudizio severo
della CGIL, sia sull'impianto complessivo della manovra che
sulle singole disposizioni, riscontriamo come le stesse
organizzazioni firmatarie del Patto per l'Italia, a partire da
Confindustria, CISL, UIL e le rappresentanze del lavoro
autonomo, sono notevolmente critiche nei confronti della
manovra di bilancio, ed in particolare rispetto alle misure
per lo sviluppo ed il Mezzogiorno.
Secondo Confindustria, questa finanziaria genera un clima
di incertezza e di contraddittorietà: "l'emergenza di flussi
di cassa" (decreto-legge n. 209 del 2002) si è manifestata in
maniera "piuttosto improvvisa" ed ha finito per ribaltare sul
sistema delle imprese una serie di costi. La presa d'atto
dell'abbassamento del tasso di crescita è stata troppo tardiva
da parte del Governo.
Era prevedibile che il gettito IRPEG sarebbe stato molto
più modesto delle attese. Secondo i dati di Mediobanca, già
nel 2001 gli utili delle imprese erano calati del 43 per cento
rispetto al 2000. Si rileva una contraddittoria azione di
governo: la rassicurazione dei conti pubblici sotto controllo
e poi, nell'emergenza, l'introduzione improvvisa di costi
altissimi inseriti nei provvedimenti urgenti.
Tra decreto fiscale e finanziaria, cioè da settembre ad
oggi, sul sistema imprenditoriale finirà per gravare un costo
addizionale che la Confindustria stima tra gli 8,5 e i 10
miliardi di euro.
Il Patto per l'Italia prevedeva che la riduzione dell'IRAP
fosse "spalmata" su tutto il sistema delle imprese, evitando
di creare nuove soglie. La finanziaria, invece, introduce
nuove soglie di microimprese, contraddicendo tutta la logica
che doveva portare a evitare convenienze per le imprese a
rimanere piccole e disincentivi a crescere.
La competitività del nostro sistema rischia di essere
uguale a zero: azzerati i fondi per la ricerca, né vi sono
soldi per far fronte alle situazioni pregresse. Incoerenza
assoluta rispetto agli obiettivi di
sviluppo che vengono dichiarati dal Governo fondamentali di
questa manovra.
Notevoli i tagli ai finanziamenti
dell'internazionalizzazione delle imprese: alla SACE, alla
SIMEST, all'ICE, alla cooperazione allo sviluppo.
Le infrastrutture e le grandi opere non compaiono, in
attesa della liberazione di fondi dalla Infrastrutture SpA, di
cui però nessuno ha la più pallida cognizione.
Risultano troppo ottimisticamente stimati i dati di
crescita del 2003: Confindustria teme anzi un tasso al di
sotto del 2 per cento. Da considerare l'ipotesi dell'"effetto
domino" della crisi FIAT, che potrebbe peggiorare
ulteriormente conti e previsioni.
Riguardo al Mezzogiorno è particolarmente negativo il
giudizio sulla politica insita nelle misure della finanziaria.
La legge n. 488 rappresenta uno degli esempi migliori di
politiche di incentivazione fatte in Europa negli ultimi
decenni. Ora si ingenera confusione procedurale, incertezza,
disincentivazione agli investimenti che faticosamente avevano
accorciato il divario Nord-Sud in questi ultimi anni.
Particolarmente penalizzante il passaggio di quote di risorse
da conto capitale a prestiti: per raggiungere un equivalente
in termini di contributi in conto capitale attraverso la
corresponsione di contributi in conto interessi, bisognerebbe
dare talmente tanti soldi alle imprese che fanno investimenti
da finire col "drogare" il mercato, erogando risorse in
qualche caso in misura addirittura superiore alla stessa
quantità degli investimenti.
La manovra sul Mezzogiorno consiste solamente in un
lifting contabile.
Il cambiamento comporterà una paralisi totale del regime
degli investimenti almeno per i prossimi due anni.
Oltre ai già richiamati punti problematici relativi alle
agevolazioni alle imprese (denunciati anche dai tre
sindacati), vengono criticati da tutte le parti sociali le
politiche di investimento e di incentivazione per lo sviluppo
del Mezzogiorno, i mancati investimenti per lo sviluppo
dell'istruzione e della formazione, la assoluta insufficienza
delle risorse destinate ai diversi fondi per la ricerca e
l'innovazione, il mancato sostegno alla domanda interna.
Per il Mezzogiorno, in particolare, si rileva come le
risorse non siano sufficienti in quanto con le stesse risorse
del triennio precedente si debbono finanziare anche il credito
d'imposta per gli investimenti ed il bonus occupazione.
Inoltre, la ripartizione delle risorse del triennio è tutta
sbilanciata nel 2005, con forti carenze nel 2003 e 2004.
La CGIL,ˆâ2 in particolare, rileva come il solo
credito d'imposta, che non è rifinanziato, ha prodotto nel
2001 80.000 posti di lavoro al Sud e 87.000 al Nord; nel 2002,
solo nei primi cinque mesi, 124.000 al Sud e 82.000 al Nord.
Solo nel Mezzogiorno vi è il rischio di perdere oltre 150.000
nuovi occupati.
Si ribalta l'impostazione delle politiche di sostegno per
il Sud, che privilegiava la programmazione pluriennale e la
certezza delle risorse pubbliche a sostegno degli investimenti
a finalità predeterminata, e che ora si affida
all'indeterminatezza dei finanziamenti. Sarà il CIPE che
deciderà della destinazione alle singole leggi del complesso
delle risorse del Fondo.
Altri punti critici rilevati anche da CISL e UIL:
l'assenza di stanziamenti per il credito d'imposta sui nuovi
occupati; l'assenza di un impegno del cumulo nel Sud tra
credito d'imposta per gli investimenti e la Tremonti-bis
(non rifinanziata per il 2003); la prevista modifica del
meccanismo delle incentivazioni in conto capitale (50 per
cento a fondo perduto e 50 per cento in prestito decennale
allo 0,5 per cento), che determina una riduzione di 1,4
miliardi di euro dello stanziamenti diretto per gli incentivi
e rischia di penalizzare fortemente il sistema imprenditoriale
del sud, specialmente le piccole e medie imprese; infine
l'assenza di finanziamenti per la programmazione negoziata ed
i contratti di programma.
Anche per le organizzazioni dei commercianti non vi è
alcun attendibile riscontro, al momento, riguardo agli indici
di crescita che la manovra presuppone. L'anno in corso
difficilmente potrà chiudersi con un tasso di sviluppo
superiore
allo 0,4 per cento, inferiore a quello su cui fa perno la
manovra.
I correttivi, pur apprezzabili, volti al contenimento
della spesa sono tutti da verificare. Non si risolvono i
problemi strutturali né quelli più pressanti della finanza
locale. Per questo settore la finanziaria non solo elude la
sostanza del problema (funzioni trasferite, assenza di
risorse), ma non assume le necessarie precauzioni onde evitare
la sua drammatica implosione: vi è il rischio che gli enti
locali cerchino di recuperare risorse aumentando oltre misura
i costi dei servizi e le imposte di loro competenza, con il
risultato che buona parte degli oneri derivanti
dall'attuazione di questa riforma siano "pagati" da imprese e
famiglie.
Riguardo alle riduzioni fiscali: non risolve il problema
del rilancio dei consumi, in quanto i nuclei familiari che
potranno beneficiarne incidono solo per il 50 per cento dei
consumi. L'impatto macroeconomico di questa manovra fiscale
sarà, sotto il profilo dei consumi e dell'aumento del PIL,
quasi inesistente, appena qualche decimo di punto.
Fino a quando la riforma non raggiungerà anche quelle
fasce di reddito che vanno dai 25 mila ai 40 mila euro e che,
da sole, producono oggi più del 70 per cento dei consumi, il
mercato non potrà decollare.
Persistono meccanismi di imposta che restano assai
sperequativi per il sistema della piccola e media impresa (90
per cento dell'intero sistema imprenditoriale), sottoposto a
regimi fiscali che sono due, tre e anche cinque volte
superiori a quelli di cui può godere la grande impresa.
Patto di stabilità . . . e di crescita!
La decisione della Commissione europea di spostare di
tre anni (per l'Italia), al 2006, il raggiungimento del
pareggio di bilancio, permette al Governo di rinviare
interventi strutturali. Tale decisione, a ben vedere, rafforza
il ruolo dell'Unione europea nell'ambito della determinazione
delle politiche economiche e di bilancio, definendo i primi
passi per un'armonizzazione delle politiche dei diversi stati.
Essa ci deve fornire l'occasione, oltre che per un richiamo ad
un rispetto rigoroso dei criteri definiti dalla Commissione,
per una discussione sulle misure che possono dare concretezza
al secondo elemento che caratterizza il Patto, finalizzato
alla "stabilità" attraverso il perseguimento della
"crescita".
L'esame sia dei disavanzi che delle manovre correttive si
baserà ora sulla loro misurazione "strutturale" (depurata, da
un lato, dalle conseguenze degli andamenti ciclici
dell'economia e, dall'altro, dalle tante misure una tantum
o di finanza creativa) e sulla valutazione della qualità
delle misure previste.
Ogni paese dovrà, nei prossimi 4 anni, attuare un
aggiustamento strutturale annuale pari ad almeno lo 0,5 per
cento del PIL (la percentuale dovrà essere superiore per i
Paesi con alto deficit - come il Portogallo - e con alto
debito - qual'è l'Italia).
Viene rilanciato il valore del parametro dello stock
del debito sul PIL.
La Commissione prende atto della situazione, gioca
d'anticipo sui propositi di revisione del Patto emersi
soprattutto in ambienti di destra, tradizionalmente tiepidi
nei confronti della costruzione dell'Unione europea, e
rilancia chiedendo a tutti i paesi di operare con serietà sul
medio periodo, con un obiettivo più realistico, al fine di
conseguire anno dopo anno un piccolo progresso concreto e
"strutturale".
Ora le autorità comunitarie, Commissione ed Ecofin,
avranno più titolo ed autorevolezza per sindacare la qualità
degli interventi. Si aprono spazi per un maggiore
coordinamento delle politiche di bilancio. In pratica, si
tratta di un passo nella direzione, se non di una finanziaria
europea, per lo meno di un DPEF europeo, come proposto da
Amato.
Dovremmo ora rilanciare l'intuizione di Amato di un DPEF
continentale e le proposte di chi invita a definire in sede
europea, di comune accordo, sulla base di programmi
continentali (ad esempio quelli
ipotizzati dal Piano Delors ed anche quelli di attuazione
delle decisioni di Lisbona), le spese per investimenti,
innovazione, ricerca, formazione, da non computare per intero
nel calcolo dell'indebitamento delle pubbliche amministrazioni
di ogni singolo paese europeo. Lo scopo è quello di rafforzare
il coordinamento delle politiche europee, di recuperare
gradualmente il gap tecnologico ed infrastrutturale con
gli USA, e di porre sui giusti binari un'economia europea che
possa, anche per questa via, diventare una delle locomotive
della crescita economica su scala mondiale.
Riflessioni simili sono state espresse, recentemente,
anche da membri autorevoli della stessa Commissione europea,
come il Presidente Prodi ed il Commissario Solbes: l'Europa
della moneta unica non può permettersi di non avere un
coordinamento delle politiche economiche. Questo implica
"un'autorità di politica economica", un organismo che ponga
fine all'isolamento della Banca centrale europea e che deve
costituire un passo in avanti rispetto allo stesso Ecofin. Gli
investimenti pubblici nella ricerca, nella formazione lungo
l'arco della vita, nel risanamento ambientale, nella
costruzione di una rete europea integrata nei trasporti e
nelle telecomunicazioni devono essere considerati obiettivi
addizionali al Patto di stabilità e di crescita. L'ammontare
di questi interventi (o parte di esso), di conseguenza, va
sottratto dal calcolo del deficit.
Ovviamente, il nostro Paese dovrà impegnarsi a ridurre
celermente il debito pregresso come condizione contestuale
all'ottenimento dello scomputo di alcune spese per
investimenti, anche con un ampio programma di privatizzazione
(ENEL ed ENI), malgrado l'attuale fase negativa del mercato
borsistico, tramite opportuni strumenti finanziari per non
deprimerne troppo il valore.
Allo stato delle cose, per l'Italia, ad un maggiore spazio
di manovra per il deficit (relativo e, a ben vedere, di
sollievo solo per il 2003), si accoppia l'obbligo di un
rinnovato rigore sul debito che è tornato a crescere (109-110
per cento del PIL per il 2002!).
Il Governo, che aveva fatto - subito dopo il suo
insediamento - della riduzione del fabbisogno una sorta di
bandiera, in polemica con i precedenti governi di
centrosinistra, appare oggi assai insensibile alla questione
sempre più rilevante nel contesto europeo della riduzione
dello stock del debito rispetto alla sua incidenza sul
PIL.
La crisi e' più grave del previsto
La colpa che, fino a poco tempo fa, veniva immancabilmente
attribuita ai governi precedenti è da collegare adesso,
secondo Tremonti, all'andamento imprevedibile della
congiuntura economica mondiale ed alle previsioni troppo
ottimistiche degli organismi internazionali. In realtà, sin
dall'inizio del 2001, la situazione economica mondiale
consentiva a chiunque di prevedere gli andamenti che ora anche
il Governo è costretto a registrare. L'"ottimismo"
dell'Esecutivo era funzionale alla copertura "formale" di
misure altrimenti non finanziabili, a partire dalla
Tremonti-bis.
La Nota di aggiornamento del DPEF, pur registrando una
maggiore prudenza per quanto concerne l'anno 2002 (crescita
del Pil: +0,6 per cento; deficit: 2,1 per cento del PIL;
debito: 109,4 per cento), persegue nel volere proporre dati
ottimistici per il 2003, in maniera tale da poter iscrivere
nel bilancio maggiori entrate che puntualmente verranno
meno:
Crescita del PIL: + 2,3 per cento;
Deficit: 1,5 per cento;
Debito: 105,0 per cento.
Si continua dunque a sperare in una ripresa rapida e forte
mentre l'economia internazionale cresce, sì, ma a ritmi molto
blandi, rimanendo come sospesa in attesa delle conseguenze
della guerra contro
l'Irak, e le borse toccano minimi storici. I dati del terzo
trimestre per l'Italia non sembrano migliori di quelli dei
primi due trimestri del 2002 (+0,2 e -0,3 per cento), tenuto
conto dell'andamento fiacco dell'export, di una
produzione stagnante, della fiducia e degli acquisti delle
famiglie che si riducono, di ordini che migliorano appena da
parte delle aziende.
Prometeia prevede una crescita dello 0,5 per cento per il
2002 ed un incremento del PIL pari all'1,5 per cento per il
2003, mentre il rapporto deficit/PIL dovrebbe essere non
dell'1,5 per cento - come scritto nella Nota di aggiornamento
- bensì del 2,1 per cento. Queste previsioni sono state
confermate dall'ultimo rapporto di Dri-Wefa (+0,3 per cento di
crescita del PIL per il 2002 e +1,7 per cento per il 2003).
L'istituto bolognese prevede poi uno stock del
debito per il 2002 pari al 110,1 per cento del PIL e pari al
108,0 per cento nel 2003.
Le previsioni governative sui valori di questo rapporto
per il 2003 ed il 2004 rappresentano forse l'aspetto più
problematico: la Nota governativa prevede un rapporto pari al
105,0 per cento per il 2003 e pari a 100,4 per cento per il
2004.
In pratica, un decremento del debito accumulato di 5 punti
del PIL per ogni anno del biennio, una diminuzione annuale,
stante la sostanziale invarianza del PIL, pari a circa 128
mila miliardi di vecchie lire!
Un impegno del quale non v'è traccia alcuna nelle misure
della finanziaria e che non potrà essere mantenuto neanche con
una decisa accelerazione delle privatizzazioni dell'ENEL e di
quello che rimane di quote azionarie ENI in mano al Tesoro.
La Nota non precisa neppure il nuovo valore della
pressione fiscale alla luce della legge finanziaria per il
2003. Per il 2003 sono previste entrate tributarie pari a
341,7 miliardi di euro (26,2 per cento del Pil) contro i 323,8
miliardi di euro (25,8 per cento del PIL) del bilancio
assestato del 2002. In pratica, invece di diminuire la
pressione fiscale aumenterà!
La Commissione UE stima il deficit italiano per il
2002 pari al 2,3 per cento del PIL, due decimali in più
rispetto alla percentuale indicata nella Nota di
aggiornamento. Da quel che si sa, nutre soprattutto seri dubbi
sulle cifre della manovra di bilancio per il 2003 ed in
particolare sul deficit previsto all'1,5 per cento.
Gli ultimi dati sulla crescita zero hanno seppellito le
residue illusioni di chi si ostinava a dire che la crisi era
alle spalle e la ripresa dietro l'angolo, ripetendo questo
ritornello scaramantico per oltre 10 mesi.
La crisi è grave. Gli organi di governo dell'economia
globale e gli economisti finora avevano scelto di spostare
ogni mese l'ostacolo in avanti. La produzione cala, il PIL
rallenta, ma la crisi è congiunturale, si sosteneva, nei
prossimi mesi ci sarà il punto di svolta e la ripresa. Ora, i
banchieri dei Paesi del G10 prendono atto che l'agognata
ripresa slitta, intanto, al 2003. Non poteva essere
diversamente di fronte ad alcuni dati ed anzi non si sta
dicendo la verità fino in fondo: la crisi della produzione
industriale che ha investito le economie sviluppate è la più
profonda dell'ultimo decennio. Ciò vale certamente per
l'Italia: la produzione industriale è in diminuzione da ben 17
mesi (la crisi più profonda degli ultimi dieci anni, quella
del 93, era durata 14 mesi) ed in questo periodo la produzione
è scesa mediamente del 2,7 per cento con frequenti cadute
sotto il -5 per cento, poco sottolineate dalla stampa, ma che
spiegano le flessioni di occupazione nella grande industria ed
il sostanziale raddoppio della cassa integrazione.
E' vero che la crisi non è solo italiana. La produzione
industriale negli USA è in caduta libera dal febbraio 2001 (6
mesi prima dell'11 settembre). L'ultimo periodo di flessione
risale al 1989 e la guerra del Golfo scatenata dopo pochi mesi
aveva consentito una ripresa che si è protratta fino al 2000.
Negli ultimi 15 mesi la flessione media è stata superiore al 3
per cento; essa ha colpito pesantemente il settore siderurgico
ed è per questo che, con un provvedimento che contrasta con il
liberismo predicato, si sono introdotti dazi per impedire la
penetrazione di prodotti siderurgici a basso prezzo
dall'Asia. Le previsioni, sebbene rimangano ancora improntate
ad ottimismo, dicono che il PIL crescerà solo del 2,1 per
cento negli Usa, dell'1,2 per cento in Gran Bretagna, dell'1
per cento in Francia, resterà fermo in Italia e Germania,
scenderà di un punto in Giappone.
Le economie dei paesi sviluppati hanno vissuto fino agli
anni Settanta una fase di crescita alta nella quale quando il
tasso di crescita del PIL scendeva sotto il 5 per cento si
parlava di recessione; ad essa è seguita, dopo la crisi
petrolifera, una fase nella quale un tasso di crescita del 5
per cento veniva considerato un ottimo risultato; adesso, in
questa terza fase, il 3 per cento è diventato un miraggio da
inseguire. Parallelamente a questo processo, nella seconda
fase, sono emerse le economie asiatiche e qualcuna
sudamericana che, drogate dagli investimenti finanziari dei
paesi ricchi, hanno toccato i tassi di crescita prima tipici
dei paesi sviluppati. Adesso, mentre i paesi sviluppati
annaspano, le economie "emergenti", quando non implodono come
in Sud America, rallentano collocandosi a tassi di crescita
del 4 per cento (Malesia, Filippine, Tailandia, Singapore), ed
è l'economia cinese che cresce a tassi dell'8 per cento,
seguita dal Vietnam e dalla Corea del Sud col 6 per cento.
La recessione in atto non è "ordinaria", ma deriva da
processi che sono indotti dalle profonde modifiche dei
rapporti tra il Nord e il Sud del mondo, dai profondi
mutamenti dei mercati finanziari, dalle trasformazioni
economiche e dalle incessanti innovazioni tecnologiche e
scientifiche. Politica, finanza ed economia s'intrecciano in
un assetto che è ancora tutto da determinare. Da qui
un'instabilità che non è solo ciclica, ma anche strutturale.
La globalizzazione, come è spesso ripetuto, è un rischio ma è
anche una grande occasione. Queste profonde modificazioni
chiamano i paesi ad economia matura a interrogarsi sul loro
futuro ed a mettere in campo strategie innovative. Di fronte
alla complessità di questi problemi, che investono anche
l'Italia, si può misurare quanto sia fragile e di corto
respiro l'impostazione del Governo italiano, che si rivela
anche in questa finanziaria.
Il nostro sistema-paese rischia la retrocessione
La crisi FIAT, dopo la scomparsa dal nostro sistema
industriale del settore siderurgico, di quello chimico e del
comparto informatico a seguito della chiusura della Olivetti,
può rappresentare la fine di ogni seria presenza italiana nei
settori di punta. La carenza di finanziamenti al progetto
Eurofighter ridimensiona le nostre ambizioni nel ramo
delle alte tecnologie. Al programma, che coinvolge quattro
Paesi (1) europei, lavorano 100mila persone in Europa, di cui
20mila in Italia. Le difficoltà nei finanziamenti coinvolgono
però solo il nostro Paese.
L'ingresso nella moneta unica non consente più alle nostre
imprese di giocare sul vantaggio competitivo che era
costituito dal cambio. Ma nel frattempo non c'è stata una
crescita del nostro sistema industriale. L'International
institute of management ci segnala che negli ultimi quattro
anni l'Italia è scivolata al trentaduesimo posto per
competitività. Prima del Portogallo e della Grecia, ma dopo
alcuni Paesi dell'Est europeo.
I fattori determinanti di tale regressione sono da
individuare:
a) nella mancata internazionalizzazione delle
nostre imprese, salvo poche eccezioni;
b) nel fatto che solo in pochi casi le
privatizzazioni sono state accompagnate da reali
liberalizzazioni ed hanno determinato la cessione del
controllo; peraltro, l'unica privatizzazione realizzata dal
governo in carica (2) ha realizzato entrate per 2.202 milioni
di euro contro i 10.853 milioni realizzati da Amato nel corso
dell'anno 2000;
(1) Al progetto, oltre all'Italia, collaborano Gran
Bretagna, Germania e Spagna.
(2) Vendita della Rete Gas della Snam (30 novembre
2001).
c) nella mancanza di investimenti in ricerca e
sviluppo, in innovazione, mentre si è preferito concentrarsi
sull'aumento della produttività per addetto.
Dieci anni di dismissioni
in milioni di euro
TESORO IRI TOTALE
1992 - 396 396
1993 - 2.000 2.000
1994 3.267 3.472 6.739
1995 4.596 3.085 7.681
1996 7.010 1.835 8.845
1997 19.685 1.445 21.130
1998 10.175 2.147 12.322
1999 18.609 5.723 24.332
2000 585 10.268 10.853
2001 2.926 508 3.434
TOTALE 66.853 30.879 97.732
In altri termini, il capitalismo italiano ha preferito il
controllo alla contendibilità, ha puntato sul mercato
nazionale invece di attrezzarsi adeguatamente per competere a
livello globale, non ha voluto o saputo partecipare alle sfida
della rivoluzione tecnologica.
Questo è dipeso - secondo l'opinione, ad esempio, di
Patrizio Bianchi - dal fatto che la grande impresa è sempre
stata o in mano pubblica o familiare, e dunque non scalabile.
Per cui, anche dopo le privatizzazioni sono poche le imprese
italiane che hanno dimensioni sufficienti a partecipare ai
processi di aggregazione a livello internazionale.
La difficoltà , per non dire la resistenza dell'industria
italiana a muoversi verso i settori high tech, nei quali
restano significative barriere d'entrata legate alla ricerca,
ha fatto sì che le esportazioni italiane in questo campo siano
rimaste bloccate al livello di dieci anni fa. In tutti i
settori innovativi, dall'informatica alla farmaceutica, siamo
fuori mercato (si veda la tabella seguente).
Quote percentuali di mercato settoriali dell'Italia nel
2001
... (omissis) ...
Nota: Il denominatore della quota è costituito, per
ogni settore, dalla somma delle esportazioni totali di 36
Paesi e dalle loro importazioni dal resto del mondo
FONTE: elaborazioni ICE su dati GTI
Emblematico il caso FIAT: nel 2001 il valore aggiunto per
addetto è stato di 82mila euro, superiore a quello di Ford
(71mila), di Daimler Chrysler (66mila) e Renault (58 mila
euro). Il problema non è dunque il costo del lavoro o la sua
produttività, ma la mancanza di investimenti nell'innovazione
di prodotto da parte dei principali azionisti e la scelta
conseguente, e catastrofica, di non competere nei mercati
ricchi a favore dei mercati più poveri.
Sta crescendo dunque l'esigenza di una politica
industriale che affronti con la necessaria forza la
costruzione di un modello di sviluppo nuovo e stimoli una
nuova fase di crescita: quella fondata sulla qualità
dell'industria e sull'industria della qualità della vita. Oggi
è possibile prefigurare
una riconversione industriale orientata a produzioni ad alto
contenuto tecnologico ed a un nuovo ciclo di benessere delle
persone, compatibile con la tutela dell'ambiente e della
salute, capace di creare nuovi posti di lavoro e compensare le
inevitabili perdite di occupazione dei settori saturi (basta
pensare alla crisi dell'auto). Investire risorse finanziarie
ed umane nella formazione, la ricerca, nei settori di punta
selezionando e rafforzando i nostri settori di eccellenza.
Produrre impianti di depurazione, apparecchiature per la
produzione diffusa di energia elettrica solare, eolica,
idrica, apparecchiature per il monitoraggio ambientale,
sviluppare l'industria della riqualificazione urbana,
prepararsi alla costruzione di nuovi mezzi di trasporto ad
energie rinnovabili.
Tutto ciò che fino a qualche anno fa sembrava il libro dei
sogni dei più fanatici tra gli ambientalisti oggi sono dietro
l'angolo. Anzi, come ricorda Rifkin nel suo ultimo libro,
Economia all'idrogeno, ormai molte aziende stanno
lavorando per collocarsi dentro questo nuovo modello
produttivo industriale. Recentemente, il CNR ha presentato un
rapporto che indica la possibilità di una prima diffusione
delle automobili alimentate con l'idrogeno tra 7-10 anni. Le
attività legate alla produzione di idrogeno possono creare da
subito oltre 100.000 nuovi posti di lavoro. Con un potenziale
produttivo di 7,1 milioni di tonnellate di idrogeno generate
da fonti rinnovabili, l'Italia può garantire benefici rapidi e
sicuri all'ambiente, all'occupazione e all'intero sistema
economico.
Questa dell'idrogeno è solo una delle possibili nuove
frontiere dello sviluppo e, se non sarà l'idrogeno, come si
prevede oggi, altre fonti di energia pulita sono destinate ad
emergere. Afferrare il mutamento scientifico e tecnologico è
la principale sfida per tutte le economie mature, come quella
italiana.
I conti pubblici non tornano
Il fabbisogno del settore statale continua a crescere
allontanando i coefficienti relativi ai conti pubblici dagli
obiettivi definiti dalla Nota di aggiornamento del DPEF. A
fine settembre il fabbisogno di cassa aveva raggiunto la quota
di 40,9 miliardi di euro, 11 miliardi in più rispetto allo
stesso periodo del 2001, ben lontana dal nuovo obiettivo di
32,6 miliardi per l'intero 2002, cui corrisponde il
deficit del 2,1 per cento appena rivisto al rialzo.
Negli ultimi tre mesi, per centrare questo obiettivo
relativo al fabbisogno occorrerebbe registrare un avanzo di
cassa di 8 miliardi di euro. Per capire la portata del
problema occorre considerare che nell'ultimo trimestre del
2001 il fabbisogno, anziché diminuire, aumentò di 4 miliardi
di euro. L'Esecutivo pone le sue speranze sul decreto "blocca
spese" e sul taglio delle agevolazioni fiscali alle
imprese.
La "stranezza" dei conti di Tremonti non finisce qui: il
debito pubblico (il fabbisogno di cassa concorre direttamente
a formare il debito) nel 2002 dovrebbe fermarsi a 1.371
miliardi di euro (109,4 per cento del PIL), con un incremento
di 22 miliardi rispetto al 2001, dieci in meno rispetto al
fabbisogno previsto dalla Nota (32,6 miliardi).
Nella Nota di aggiornamento si prevede poi un fabbisogno
per il 2003 pari a 36 miliardi di euro, mentre il DPEF per il
2003 prevedeva una somma pari a 30 miliardi. Aumenta di nuovo
dunque la forbice tra fabbisogno e deficit. La fin
troppo celebre polemica sul "buco" ereditato dal
centrosinistra si basava sull'argomento che l'aumento del
fabbisogno era inevitabilmente destinato a trasformarsi in
aumento del deficit. Ora evidentemente non si è più
dello stesso avviso.
Risulta, infine, del tutto enigmatico come si possa
ridurre il debito per lo stesso anno di quasi 5 punti di PIL (
4,4 punti, se si prende per buono il dato della Nota di
aggiornamento pari a 109,4, mentre è assai probabile che si
avvicinerà a 110 punti percentuali rispetto al Pil):
nell'ipotesi più ottimistica, si tratterebbe di colmare un
divario pari a 4,4 punti del PIL, pari a circa 57,4 miliardi
di euro.
Il Servizio Bilancio dello Stato della Camera, che prende
in considerazione la
sola finanziaria (si potrebbero aggiungere i circa 4 miliardi
di risparmi sulle agevolazioni alle imprese di cui al
decreto-legge n. 209 del 2002), cifra in 12,4 miliardi, al
netto delle maggiori spese, la correzione apportata dalla
manovra di finanza pubblica per il 2003. Prendendo per buona
la somma che si ricaverà dalle privatizzazioni pari a 20
miliardi, comunque di difficilissima realizzazione, restano da
trovare dai 23 ai 27 miliardi di euro.
Il Governo ha replicato che si potrà vendere anche parte
dello "sconfinato patrimonio pubblico di immobili",
dismissioni i proventi delle quali erano stati fin ora,
peraltro, finalizzati al finanziamento delle infrastrutture.
Forse sarebbe più saggio ammettere che tale obiettivo di
riduzione dello stock del debito non è raggiungibile.
Il deficit previsto per il 2003 è pari all'1,5 per cento,
mentre al netto delle misure una tantum supera il 3 per
cento.
Difficilmente si riusciranno ad ottenere i sedicimila
miliardi di vecchie lire previste dal concordato fiscale, così
come sarà oltremodo difficoltoso ottenere tagli delle spese
della pubblica amministrazione nella misura indicata.
Una manovra aleatoria
Lo stesso Servizio Bilancio dello Stato della Camera dei
deputati, nella sua Nota sulla manovra di bilancio, ha
espresso notevoli dubbi sull'efficacia, ai fini del
raggiungimento dei saldi di bilancio, delle misure contenute
nella finanziaria. Dubbi peraltro che si aggiungono a quelli
della Banca d'Italia, della Corte dei conti e di molti centri
studi.
I dubbi riguardano in particolare:
il cosiddetto primo modulo della riforma fiscale;
il concordato per gli anni pregressi;
la riapertura dei termini per la regolarizzazione dei
capitali illegalmente trasferiti all'estero (scudo
fiscale),
i risparmi di spesa per i beni ed i servizi nella
pubblica amministrazione;
il patto di stabilità degli enti territoriali, al quale
la relazione tecnica alla finanziaria iscriverebbe risparmi
non prudenziali.
La relazione segnala che, per quanto concerne le misure
fiscali relative ad IRPEF ed IRPEG, le stime esposte non
risultano corredate dei necessari elementi informativi: "tale
circostanza, che appare in contrasto con le norme che
disciplinano la procedura di controllo parlamentare sugli
effetti finanziari dei disegni di legge, non consente di
effettuare una verifica della congruità delle stime proposte"
dal Governo.
Per quanto concerne il concordato per gli anni pregressi
(circa 8 miliardi di euro), dopo avere rilevato che il Governo
per stimare il gettito relativo fa riferimento al modello già
applicato per il precedente concordato del 1994 - la
quantificazione del quale risultò sovrastimata di circa 3.000
miliardi di lire - il Servizio Bilancio dello Stato osserva
che questo stesso metodo determina un'ennesima sovrastima
delle entrate attese. Tanto più che l'ambito dell'attuale
concordato appare più circoscritto, almeno per quanto concerne
gli anni e le tipologie di imposta oggetto di adesione. Appare
del tutto sovrastimata anche la percentuale di adesione pari
al 50 per cento dei titolari di reddito di impresa e di lavoro
autonomo, se si considera che tali soggetti già rientrano in
larga misura nell'ambito applicativo degli studi di
settore.
La stima del gettito del cosiddetto scudo fiscale (2
miliardi di euro) non appare poi sufficientemente prudenziale:
essa, nonostante il maggior costo dell'emersione (4 per cento
invece del 2,5 per cento), sconta un tasso di adesione da
parte dei soggetti che non abbiano ancora provveduto alla
regolarizzazione pari a circa il 34 per cento delle attività
ancora detenute all'estero, a fronte di un tasso di adesione
realizzato in occasione del precedente intervento pari a circa
il 29 per cento.
Riguardo al Patto di stabilità per gli enti locali, la
nota fa presente che l'iscrizione nei saldi di risparmi (1.797
milioni di euro), che si realizzeranno solo qualora il
comparto degli enti territoriali raggiunga pienamente gli
obiettivi programmatici fissati dalle norme, "non appare
ispirata a criteri di prudenzialità"
Con queste premesse, una manovra correttiva a primavera
rappresenta un'eventualità concreta e probabile, perché
l'ipotesi di una crescita dell'economia del 2,3 per cento
sembra oramai davvero troppo ottimistica ed i concreti
risultati delle misure stabilite da questa legge finanziaria
sono assai aleatori.
Le misure correttive non sono infatti strutturali, mentre,
come ha ricordato il Commissario europeo Solbes, "in Italia,
oltre allo scostamento del deficit rispetto agli
obiettivi stabiliti, c'è anche l'interruzione apparente del
declino del livello del debito".
D'altronde, lo stesso Berlusconi, il 25 ottobre scorso,
per la prima volta, non ha escluso l'eventualità di una
manovra-bis. Ad aprile 2003, la trimestrale di cassa che
ogni anno fotografa la situazione al 31 marzo, secondo le
previsioni di molti, certificherà al Parlamento ed al Paese la
reale disastrosa situazione dei nostri conti pubblici.
LE CIFRE DELL'ECONOMIA 2002 2003
PIL - Previsioni Governo
DPEF (Luglio 2001) 3,1 3,2
Nota di aggiornamento (Ottobre 2001) 2,3 3
DPEF (Luglio 2002) 1,3 2,9
Nota di aggiornamento (Ottobre 2002) 0,6 2,3
Stime
Confindustria 0,6 2,2
Economist 0,8 2,4
Prometeia (Ottobre 2002) 0,5 1,5
Deficit/PIL - Previsioni Governo
DPEF (Luglio 2001) -0,5 0
Nota di aggiornamento (Ottobre 2001) -0,5 0
DPEF (Luglio 2002) -1,1 -0,8
Nota di aggiornamento (Ottobre 2002) -2,1 -1,5
Stime
Confindustria (Settembre 2002) -1,8 -1,4
Prometeia (Ottobre 2002) -2,2 -2,1
Debito / PIL - Previsioni Governo
DPEF (Luglio 2001) 103,2 100,6
Nota di aggiornamento (Ottobre 2001) 104,4 100,6
DPEF (Luglio 2002) 108,5 104,5
Nota di aggiornamento (Ottobre 2002) 109,4 105,0
Stime
Confindustria (Settembre 2002) 110,6 109,1
Prometeia (Ottobre 2002) 110,1 108,0
Inflazione programmata
DPEF (Luglio 2001) 1,70 1,30
DPEF (Luglio 2002) 1,70 1,40
Inflazione tendenziale
DPEF (Luglio 2001) 1,8 1,6
DPEF (Luglio 2002) 2,2 1,7
Istat (dati settembre 2002) 2,7
Prometeia (Ottobre 2002) 2,4 1,8
Non interessano la competitività e il sapere
Mancano gli interventi che possano favorire lo sviluppo in
settori strategici, per innescare un processo di crescita,
quali l'innovazione di prodotto, la scuola, l'università, la
ricerca, la formazione.
Un Governo che sosteneva di voler rilanciare gli
investimenti ha adottato tutte misure che vanno nel senso
opposto. Se il Governo intendeva invertire il ciclo negativo
doveva dare una spinta agli investimenti nel Mezzogiorno: fare
crescere il Sud rappresenta la risorsa strategica del nostro
Paese. Al contrario, dopo i provvedimenti sulla DIT e sui
crediti d'imposta, non si rinnovano le agevolazioni, pur
discutibili, della Tremonti-bis e si riducono almeno del
50 per cento i contributi automatici della legge n. 488.
Invece di dare certezza alle imprese, si rimodulano
continuamente gli incentivi, mentre dopo una partenza lenta le
agevolazioni predisposte dai governi di centrosinistra avevano
portato negli ultimi due anni il Sud a raggiungere tassi di
crescita e di occupazione superiori a quelli del resto del
Paese. Ora il bonus sull'occupazione è fermo da luglio,
quello sugli investimenti è di fatto bloccato.
Entro il 30 giugno il Governo doveva riferire alle Camere
in merito ai risultati ed alle minori entrate relative alle
misure di agevolazioni degli investimenti di cui alla
Tremonti-bis: siamo ancora, dopo 4 mesi, in attesa dei
dati. Quello che è certo è l'inefficacia della
Tremonti-bis, stante il calo degli investimenti.
Abbiamo, cioè, finanziato in pura perdita investimenti (in
parte peraltro assai discutibili, stante la possibilità di
definire tali gli oggetti di consumo durevole dei titolari
d'azienda o dei lavoratori autonomi) che ci sarebbero comunque
stati.
Il consuntivo dei primi nove mesi del 2002 segnala per
l'indice degli ordini di macchine utensili un calo complessivo
del 17 per cento rispetto allo stesso periodo del 2001. Lo
scorso trimestre gli ordini interni di macchine utensili sono
crollati (- 22,7 per cento) a causa della crisi
dell'automobile e delle aspettative deluse della
Tremonti-bis, un provvedimento, sostiene la stessa UCIMU
(l'associazione dei produttori di macchine utensili), sul
quale si erano concentrate grandi aspettative, disattese sia
dalla stagnazione della domanda sia dalle modalità
applicative: prima è stato annunciato, producendo una
slittamento degli ordini, poi ritardato nella operatività e
successivamente incerto nella proroga.
Dal 2000, in particolare nel 2001, la spesa per ricerca e
sviluppo delle aziende è aumentata con ritmi del 6-8 per cento
annui. Le ragioni sono il favorevole andamento dei mercati
alla fine degli anni Novanta e l'introduzione dell'euro, che
ha tolto alle aziende la possibilità di poter recuperare una
falsa competitività tramite la svalutazione.
Da qui il forte incremento dei progetti di ricerca ed
innovazione tecnologica presentati per ottenere i
finanziamenti previsti dalle leggi a sostegno delle attività
industriali di ricerca e sviluppo gestite dal Ministero
dell'istruzione, dell'università e della ricerca (MIUR) e dal
Ministero delle attività produttive (MAP).
Nelle linee guida della politica scientifica e
tecnologica, approvate nel maggio scorso dal CIPE e confermate
dal DPEF 2003-2006, sono stati stanziati 6.330 milioni di euro
a sostegno delle attività industriali di ricerca e sviluppo
tecnologico. Più dei 5.155 milioni di euro ipotizzati per la
ricerca di base.
Una proposta che poteva in parte almeno risolvere il grave
problema di disponibilità finanziaria per le leggi n. 297 del
1999 e n. 46 del 1982. Infatti, il citato forte incremento
delle domande da parte delle aziende a partire dal 2000 ha
creato una rilevante carenza di cassa. A fine settembre le
domande complessivamente giacenti nei vari fondi gestiti dal
MIUR erano complessivamente 1.469 e attendevano,
presumibilmente, erogazioni a fondo perduto per circa 4.200
milioni di euro.
Le attuali disponibilità per le aree del Centro-Nord,
escluse le aree depresse che godono di finanziamenti europei,
ammontano
a circa 800 milioni di euro, che non sono sufficienti neppure
a coprire le erogazioni per le domande presentate nel Fondo
per la ricerca applicata, circa 1.150 milioni di euro.
Complessivamente, mancano per il Centro-Nord circa 1.900
milioni di euro. Grave è anche la situazione del Fondo per
l'innovazione tecnologica (FIT). A fronte di 1.402 domande
pervenute dal novembre 2001 al 15 luglio 2002 per agevolazioni
e contributi a fondo perduto, stimabili in circa 3.530 milioni
di euro, vi era una disponibilità di 2.400 milioni di euro,
con un saldo negativo di oltre 1.100 milioni di euro. A causa
di ciò il Ministero delle attività produttive ha bloccato
l'istruttoria di tutte le domande presentate dopo il 17 marzo
2002.
Nonostante ciò, nella finanziaria le disponibilità per la
legge n. 297 del 1999 sono solo di 100 milioni di euro, mentre
nulla è stato assegnato al (FIT). Come si vede, siamo molto
lontani non solo da quanto previsto nelle linee guida della
politica scientifica o tecnologica, ma anche da quanto
strettamente necessario per coprire le attuali domande in
istruttoria nei vari fondi.
Quanto alle infrastrutture, di fronte al netto calo del
mercato delle opere pubbliche e alla evidente fase recessiva
del comparto dell'edilizia, del tutto inadeguata ed
inopportuna appare la risposta della finanziaria 2003.
Rispetto agli anni precedenti, e in particolare rispetto
al quinquennio 1996-2001, vi è infatti un consistente taglio
di risorse: secondo stime ANCE, nella tabella F, che
ricomprende le tabelle C e D, si registra un modesto
incremento in termini reali (lo 0,4 per cento) rispetto alle
risorse stanziate dalla finanziaria dello scorso anno, che
pure aveva ridotto gli stanziamenti dell'1,1 per cento (nel
periodo 1996-2001 la crescita media annua degli stanziamenti
in bilancio per opere pubbliche è stata del 10,6 per cento);
lo stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e
dei trasporti reca una diminuzione di 2 miliardi e 70 milioni
di euro; i finanziamenti all'ANAS subiscono una riduzione di
292 milioni di euro; l'articolo 33 (Finanziamenti degli
interventi per lo sviluppo) della finanziaria - senza disporre
risorse aggiuntive - sottrae il 3 per cento degli investimenti
per infrastrutture - per destinarli alla tutela dei beni e le
attività culturali (ci si chiede: quale rapporto di
sostituzione può esserci - in un paese come l'Italia - tra le
infrastrutture e i beni del patrimonio artistico e
culturale?). Senza dire che, considerando in un quadro
unitario la manovra 2003 e gli effetti del decreto n. 194 del
2002, cosiddetto "blocca spese", emerge una politica di tagli,
vincoli e controlli che riduce le risorse e limita i fondi
erogabili in una fase in cui occorre dare impulso a nuovi
investimenti e alla realizzazione di infrastrutture
economiche.
La crisi del settore delle costruzioni potrebbe
ulteriormente aggravarsi se alla fine dell'anno non fossero
prorogate le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni
edilizie: dal 1998 ad oggi sono state utilizzate da un milione
e mezzo di famiglie, dando impulso sia alla crescita economica
ed occupazionale del settore sia all'emersione del lavoro
nero. La finanziaria 2003 non prevede la proroga di tali
agevolazioni: questo, tra l'altro, potrebbe determinare il
taglio di almeno 40 mila posti di lavoro. Senza finanziamenti
sono anche i programmi di riabilitazione urbana, strumenti
essenziali per riqualificare le città e le periferie
urbane.
La mini-proroga della detrazione del 36 per cento per le
spese di ristrutturazioni edilizie introdotta dalla
Commissione Bilancio non risolve la questione: oltre a scadere
il 30 giugno prossimo, riduce alla metà (a 40.000 euro) il
limite dell'ammontare complessivo delle spese per interventi
di recupero del patrimonio edilizio al quale si può riferire
la detrazione fiscale, mentre l'IVA sui materiali edili salirà
dal 10 al 20 per cento.
Chiediamo che sia data priorità agli investimenti per il
riequilibrio e la sicurezza del sistema dei trasporti, agli
interventi per la mobilità nelle aree urbane, all'adeguamento
delle reti idriche nel Sud, in pieno accordo con le regioni:
troppe iniziative del Governo infatti, invadono l'ambito
delle competenze regionali; è necessario invece garantire
principi uniformi sull'intero territorio nazionale per quanto
riguarda la regolazione del mercato dei lavori pubblici.
Con gli emendamenti al disegno di legge finanziaria,
chiediamo un incremento delle risorse destinate alle opere
pubbliche, pari almeno alla crescita media annua registrata
tra il '96 e il 2001 (+10,6 per cento). Per un'adeguata
"politica della casa" e per sostenere il settore delle
costruzioni, riteniamo necessario prorogare le agevolazioni
fiscali per le ristrutturazioni edilizie, sostenere i piani di
riqualificazione urbana, aumentare le risorse del "Fondo
sociale" per il sostegno alle famiglie a più basso reddito. In
opposizione alla manovra del Governo, che sottrae risorse alle
infrastrutture per destinarle ai beni e alle attività
culturali, chiediamo che gli stanziamenti per infrastrutture
non siano decurtati e destiniamo un finanziamento aggiuntivo
equivalente per le leggi relative all'amministrazione dei beni
culturali.
La finanziaria 2003 conferma l'attacco alla istituzioni
scolastiche ed universitarie pubbliche già avviato con la
finanziaria dello scorso anno.
Non si prevede alcuno stanziamento aggiuntivo per la legge
delega del Ministro Moratti, destinata evidentemente ad
autofinanziarsi con i tagli che saprà produrre nei prossimi
anni con il ritorno al maestro unico e la soppressione del
tempo pieno.
Complessivamente, nel triennio 2003 -2005, sono previsti
tagli allo stato di previsione della spesa del MIUR per 309,9
milioni di euro in conseguenza degli effetti dei commi 2, 3 e
5 dell'articolo 22 (accorpamento a 18 ore degli orari di
cattedra e riduzione personale ATA); a questi si devono
aggiungere gli effetti non quantificati dei commi 1, 4 e 6
dello stesso articolo 22 (riduzione docenti di sostegno e
licenziamento degli inidonei all'insegnamento), che, secondo
la relazione tecnica, devono servire a garantire il recupero
degli stanziamenti previsti dalla finanziaria 2002,
evidentemente non conseguiti con i tagli già effettuati
(articolo 16 comma 3 legge 448/2001 che indicava il taglio di
381,35 milioni di euro nel 2003 e di 726,75 milioni a
decorrere dal 2004).
Anche all'università ed alla ricerca l'attacco è grave e
si manifesta con il blocco e il controllo centralistico delle
assunzioni (articolo 22) e con il mancato adeguamento dei
fondi ordinari che non risultano sufficienti a far fronte agli
oneri per le retribuzioni e per il diritto allo studio che,
come hanno unanimemente segnalato i rettori, sono già operanti
per i bilanci delle università.
La gravità delle scelte governative contro la scuola
pubblica è confermata anche dal fatto che, nel 2002, il Fondo
speciale di parte corrente non è stato utilizzato se non in
una misura irrilevante, trasferendo così tra le economie oltre
160 milioni di euro! Non era mai accaduto nella scorsa
legislatura, quando i governi del centrosinistra hanno sempre
saputo riversare nei fondi di bilancio gli stanziamenti non
utilizzati per la copertura delle leggi.
Vengono ridotte le risorse per la ricerca, in particolare
quelle per l'ENEA (- 5,16 milioni di euro), per la ricerca
scientifica e tecnologica (- 51,27 milioni di euro); inoltre
il taglio del 10 per cento dei consumi intermedi equivale, ad
esempio, per il CNR a risorse pari a 487 milioni di euro
rispetto ai 543 del 2002, di fronte a un fabbisogno minimo
vitale - sostiene l'ente - di circa 600 milioni, di cui 410
per il solo costo del personale.
Sviluppo sostenibile: no grazie!
La politica economica delineata col Documento di
programmazione economico-finanziaria e la cui attuazione è
affidata alla legge finanziaria per il 2003 è ancora ostaggio
di una filosofia di sviluppo che non tiene conto dei costi
ambientali, i quali, non essendo quantificati nei documenti di
bilancio, vengono sconsideratamente ignorati da questo
governo. E' evidentemente una politica miope che, puntando ad
una riduzione dei costi nell'immediato, renderà più salato il
conto da pagare in futuro.
Ed è proprio questa impostazione di basso profilo a
rendere la manovra di bilancio completamente indifferente alla
politica ambientale e di tutela del territorio.
Vengono drasticamente ridimensionati i fondi necessari
alla salvaguardia del territorio ed alla difesa del suolo, con
una preoccupante inversione di rotta rispetto all'impostazione
data dai precedenti governi.
Gli innumerevoli disastri ambientali, causati spesso dalla
cattiva gestione del territorio e dalla mancanza di una
politica di manutenzione, hanno insegnato che è un errore
risparmiare pochi milioni di euro da destinare alla
prevenzione per spenderne miliardi per gestire l'emergenza. E
senza tener conto delle drammatiche conseguenze in termini di
vite umane. Anche la protezione civile, il cui ruolo è vitale
nell'affrontare le situazioni di emergenza causate da eventi
calamitosi, ha visto una riduzione degli stanziamenti. Per non
parlare delle aree protette, che rappresentano una solida
opportunità di integrazione tra sviluppo economico e tutela
del territorio, della fauna e della flora, anch'esse
fortemente penalizzate da una insensata politica di tagli.
Anche il processo di bonifica dei siti inquinati rischia
di subire un pericoloso rallentamento, atteso che i fondi
destinati alla bonifica sono stati tagliati, a fronte di un
aumento delle esigenze, in parte attribuibile proprio al
collegato ambientale 2002 - legge n. 179 del 2002 - con il
quale sono state aggiunte nove nuove aree senza alcuna
integrazione delle risorse.
La manovra economica per il 2003 dimostra la sostanziale
inadeguatezza della politica infrastrutturale del Governo. Il
programma delle opere pubbliche si presta a considerazioni
fortemente critiche sotto due profili: di merito e di metodo.
Sul piano dei contenuti appare evidente come la politica dei
trasporti - di cui non c'è traccia nei documenti programmatici
del governo, ma che è desumibile dalla tipologia di opere che
si intendono realizzare - sia ancora orientata su uno
squilibrio modale assolutamente inaccettabile a causa degli
elevati costi esterni (economici, sociali, ambientali e
sanitari) e dell'eccessivo consumo di territorio che comporta.
Sul piano del metodo appare altresì evidente come - nel
tentativo di ridurre l'onere a carico dello Stato del
finanziamento delle infrastrutture - si renda incerta non solo
la realizzazione delle infrastrutture, ma anche la semplice
gestione delle stesse, come risulta chiaro dai meccanismi
individuati all'articolo 39 per l'attività dell'ANAS SpA.
Sono pertanto necessari interventi che tengano conto delle
indicazioni del piano generale dei trasporti e del libro
bianco dell'Unione europea sui trasporti, che puntano al
riequilibrio modale per migliorare l'efficacia del sistema
trasportistico e ridurne l'impatto ambientale.
Deboli e inconsistenti appaiono inoltre le misure e gli
stanziamenti destinati alla riduzione dell'inquinamento nelle
aree urbane, in particolare per quanto concerne il settore
della mobilità urbana, la principale causa di emissioni
inquinanti nelle città. Sono necessari interventi e risorse
per lo sviluppo della mobilità sostenibile (trasporto rapido
di massa, acquisto mezzi di trasporto pubblico a basso impatto
ambientale, politiche di mobility-management, mobilità
ciclistica) nelle aree urbane; in tal modo sarebbe possibile
coniugare l'esigenza di miglioramento della qualità della vita
nelle aree urbane con il rispetto degli impegni del Protocollo
di Kyoto in materia di produzione di gas climalteranti - come
previsto peraltro dal Documento di programmazione
economico-finanziaria - ratificato proprio quest'anno dal
nostro Paese (legge n. 120 del 2002).
In materia di inquinamento atmosferico, appare piuttosto
singolare che venga completamente abbandonata ogni ipotesi di
ricorso alla tassazione delle emissioni di gas serra, così
come previsto dalla cosiddetta "carbon tax", che
andrebbe gradualmente reintrodotta in prospettiva, nel
rispetto dei citati impegni in sede internazionale e tenendo
conto dell'impatto sull'economia dell'andamento del prezzo del
petrolio.
E la politica indiscriminata dei tagli non ha risparmiato
altri importanti settori della tutela ambientale, come
l'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente e la
Commissione scientifica che si occupa della convenzione di
Washington.
Il centrosinistra ha disposto, nel 1999, una profonda
revisione del Ministero dell'ambiente che, trasformato in
"Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio",
doveva essere interamente riorganizzato e reso più efficiente
con l'applicazione del regolamento di attuazione del marzo
2001. Ad oggi, il Governo non ha attuato il dettato normativo
e la gestione attuale, palesemente illegittima, appare
contraddittoria e confusa. E mentre con la legge delega
ambientale, già approvata alla Camera, il Governo si prepara a
stravolgere tutta la legislazione ambientale costruita
nell'ultimo decennio, con la manovra di bilancio si riducono
drasticamente le risorse.
Mentre nel 2000 la spesa per la protezione dell'ambiente
rappresentava lo 0,5 per cento del bilancio dello Stato ed era
salita allo 0,6 per cento nel 2001 con l'ultima legge
finanziaria del centrosinistra, nel 2002 i finanziamenti sono
stati dimezzati (0,3 per cento) e diminuiranno ulteriormente
nel 2003 (0,2 per cento).
E' lungo l'elenco dei "tagli" operati dalla manovra 2003
alla spesa ambientale. Considerando le sole spese in conto
capitale:
lo stato di previsione del Ministero dell'ambiente (e
alcune voci riguardanti altri ministeri, come economia e
finanze e infrastrutture e trasporti) per l'anno 2003 reca
spese in conto capitale per complessivi 1.033,16 milioni di
euro, con un decremento, rispetto alle previsioni (sempre per
il 2003) formulate con la legge finanziaria dell'anno
precedente, di ben 184,118 milioni di euro (il 17,8 per cento
in meno);
vengono sostanzialmente diminuiti, perfino rispetto a
quanto era stato assegnato nel 2002, nonché rispetto alle
"promesse" contenute nella precedente legge finanziaria, i
finanziamenti relativi ai parchi naturali (-10 per cento)
(legge n. 549 del 1995);
allo stesso modo vengono diminuite le risorse previste
per le risorse idriche (di oltre il 20 per cento rispetto al
2003 e di ben il 57 per cento rispetto alle "promesse" della
finanziaria 2002) per l'attuazione della legge n. 36 del 1994
sul servizio idrico integrato;
un consistente taglio colpisce anche le risorse per il
"risparmio idrico" assegnate con la finanziaria 2000 (- 50 per
cento) (articolo141, comma 1, legge n. 388 del 2000);
anche alcune voci riguardanti la difesa del suolo
subiscono una decurtazione di ben 200 milioni di euro.
Gli emendamenti da noi presentati in materia ambientale
sono numerosi; alcuni, in particolare, sono destinati a
garantire l'efficienza operativa del Ministero dell'ambiente e
delle sue strutture.
Chiediamo modifiche alla legge finanziaria a tutela
dell'ambiente, con una serie di emendamenti che prevedono, tra
l'altro:
l'istituzione di un centro di ricerca e sperimentazione
in materia di bonifiche dei siti;
la proroga e l'estensione del credito di imposta,
istituito dal governo di centrosinistra, per le imprese che
fanno investimenti ambientali, e che chiedono la
certificazione di qualità ambientale Emas;
la riproposizione del "fondo per gli investimenti
ambientali" previsto dalla finanziaria del 2000;
il rafforzamento degli organici nei parchi nazionali con
le risorse già disponibili;
la reintroduzione degli incentivi all'acquisto di auto a
metano ed elettriche;
il trasferimento dei beni immobili di proprietà dello
Stato agli enti locali per la loro gestione e
valorizzazione;
incentivi all'utilizzo dei mezzi pubblici di trasporto,
mediante la detraibilità fiscale dei relativi oneri;
la detrazione fiscale per gli interventi finalizzati al
risparmio energetico, con particolare riguardo
all'installazione di impianti che impiegano fonti di energia
rinnovabile;
il rifinanziamento della legge sull'inquinamento da
campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici;
nuove risorse per il "fondo per incentivare le misure e
gli interventi di promozione dello sviluppo sostenibile"
previsto dalla legge finanziaria del 2000;
uno stanziamento per la legge di ratifica del Protocollo
di Kyoto;
il finanziamento dei piani di bacino dei fiumi Po ed
Arno previsti dalla legge sulla difesa del suolo (legge n. 183
del 1989);
la creazione di un "fondo unico per la mobilità
sostenibile nelle aree urbane";
l'istituzione di un "fondo per le bonifiche dei
cosiddetti siti orfani".
Altri emendamenti riguardano, invece, la struttura del
bilancio e le tabelle allegate al disegno di legge e tendono a
incrementare in maniera più sostanziosa, ovvero a rimodulare
gli stanziamenti già previsti da precedenti manovre
finanziarie, che si ritengono necessari per una politica di
sviluppo incentrata alla salvaguardia e al recupero dei beni
ambientali (tra cui quelli finalizzati alla difesa del suolo e
per il rischio idrogeologico, per le risorse idriche, i
Parchi, le bonifiche e la ricerca).
Tre decreti anticipano la manovra e riscrivono le
regole
Il decreto-legge n. 63 del 2002
Con il decreto legge 15 aprile 2002, n. 63, sono state
costituite due società per azioni, Patrimonio SpA e
Infrastrutture SpA. Il meccanismo complessivamente delineato
nel provvedimento prefigura un surrettizio trasferimento
all'esterno del bilancio pubblico di spese di rilevante entità
relative ad infrastrutture e grandi opere pubbliche non
facilmente finanziabili senza il ricorso all'indebitamento,
con la corrispettiva creazione di debito a carico in ultima
istanza del bilancio dello Stato. La costituzione di queste
società si presta peraltro ad operazioni di ingegneria
finanziaria che potrebbero far risultare nel bilancio dello
Stato entrate fittizie a fronte di un debito futuro certo,
anche se formalmente collocato presso un soggetto (le SpA)
esterno alla pubblica amministrazione. Inoltre, si affida alla
discrezionalità tecnica, caso per caso, dei Ministri
dell'economia e dei beni culturali il compito di decidere
quali "beni di particolare valore artistico e storico"
vendere. Si rischia dunque di svendere una parte del
patrimonio culturale del Paese per coprire le operazioni di
"finanza creativa" di Tremonti. Sull'argomento è intervenuto
il Capo dello Stato chiedendo garanzie al Governo. In
conclusione, lo scopo reale della costituzione di Patrimonio
SpA ed Infrastrutture SpA, sembra essere un altro: quello di
eludere i parametri del Patto di stabilità e di potere fare
ricorso all'indebitamento occulto fuori bilancio. Inoltre,
Infrastrutture SpA può intervenire con finanziamenti sotto
qualsiasi forma (anche azioni) finalizzati a investimenti per
lo sviluppo economico senza ulteriori specificazioni: il
pericolo è che si ricrei una struttura assai simile alla
vecchia IRI, con uno spettro amplissimo di intervento.
Il decreto-legge "blocca spese" (n. 194 del 2002)
Il decreto detta norme di carattere ordinamentale, in
quanto interviene a modificare le norme di contabilità
generale dello Stato in materia di bilancio di cui alla legge
n. 468 del 1978 e successive modificazioni.
Il decreto presenta diversi rilievi di costituzionalità da
noi già messi in evidenza
con ben 4 pregiudiziali ed è stato modificato solo per
aspetti secondari.
L'aspetto più problematico concerne la disposizione che di
fatto prevede la possibilità di modificare il bilancio dello
Stato con atto amministrativo. Viene così messo in discussione
uno dei fondamenti della democrazia rappresentativa: il potere
del Parlamento di determinare gli equilibri di bilancio. La
norma consentirebbe di alterare, mediante provvedimenti
amministrativi, il bilancio già discusso e approvato dal
Parlamento. In passato interventi con le medesime finalità
sono stati realizzati nel rispetto dell'equilibrio dei poteri,
senza incidere sulla potestà legislativa del Parlamento.
Sono altresì evidenti i rischi connessi all'affidamento di
poteri di sospensione della spesa nei confronti degli enti
territoriali.
Si prevede che, ai fini del controllo degli andamenti
della finanza pubblica, il Ministro dell'economia possa
disporre, in presenza di uno scostamento rilevante dagli
obiettivi, la limitazione dell'assunzione di impegni di spesa,
su proposta della Ragioneria generale dello Stato e "sentito
in conformità il Consiglio dei Ministri", fatta eccezione per
alcune categorie di spesa (pagamento stipendi, pensioni e in
generale spese obbligatorie).
L'attribuzione al Ministero dell'economia e delle finanze
del potere di disporre con propri decreti la limitazione
all'assunzione di impegni di spesa o all'emissione di titoli
di pagamento a carico del bilancio dello Stato, sia pure con
l'esclusione di alcune tipologie di spesa, in presenza di uno
scostamento rilevante, e non meglio specificato, da obiettivi
generali di politica macroeconomica, sembra ledere, in uno con
la riserva di legge di cui all'articolo 81, comma 1, della
Costituzione, l'equilibrio costituzionalmente sancito tra i
poteri di Governo e Parlamento in materia di politica di
bilancio.
Più in generale, l'applicazione di questa norma priva il
Parlamento della possibilità di assumere le sue decisioni in
ordine ad un bilancio determinato e determinabile delegando
tali poteri al Ministro dell'economia e delle finanze.
Infine, si stabilisce che le risorse stanziate per spese
in conto capitale non impegnate alla chiusura dell'esercizio
possano essere mantenute in bilancio, quali residui, dopo la
modifica apportata dal Parlamento, non oltre i due esercizi
successivi a quello a cui si riferiscono, o al più, per un
altro anno, se tali somme sono stanziamenti relativi a leggi
entrate in vigore nell'ultimo quadrimestre dell'esercizio
precedente.
Prima di tale norma, ricordiamo che i residui relativi
alle spese in conto capitale potevano essere mantenuti in
bilancio per tre esercizi successivi a quello in cui è stato
iscritto il corrispondente stanziamento, e che il
decreto-legge, nel suo testo originario, prevedeva la
perenzione delle somme dopo un solo successivo esercizio.
Le implicazioni delle disposizioni in materia di
perenzione dei residui in conto capitale disposte dal
decreto-legge n. 194 del 2002 sono molto rilevanti: secondo
l'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici sono necessari, in
media, 904 giorni per impegnare le risorse destinate ad
un'opera pubblica, per passare, in sostanza, dalla
programmazione all'apertura dei cantieri (l'impegno scatta nel
momento in cui l'appalto viene aggiudicato ad un'impresa).
Anche se la P.A. riuscisse ad incrementare in misura
significativa la propria efficienza, migliorando l'indice di
realizzazione della spesa in conto capitale, la norma
introdotta dall'articolo 194 rischiava (e rischia tuttora,
anche dopo la modifica che ha elevato a due anni il termine)
di bloccare gran parte dei lavori pubblici programmati e di
rendere, di fatto, non utilizzabili, gran parte degli
stanziamenti già previsti.
L'articolo 1, commi 1 e 3 del decreto-legge n. 194 del
2002, nel disporre limitazioni di spesa con meri atti
amministrativi, non esclude i trasferimenti alle regioni ed
agli enti locali neppure per far fronte agli impegni riferiti
alle materie nelle quali il titolo V della Costituzione
attribuisce loro competenza legislativa esclusiva o
concorrente, ovvero funzioni amministrative
proprie, in palese violazione dell'articolo 119, primo comma,
della Costituzione, che garantisce l'autonomia finanziaria
degli enti territoriali.
Il Parlamento ha comunque attuato una corposa riscrittura
del testo. Gli esiti appaiono tuttavia diversi per i tre
profili principali presi in considerazione dal
decreto-legge:
il lavoro parlamentare ha consentito di recuperare
maggiore organicità nellasoluzione delle questioni relative
alla copertura delle leggi di spesa, ridimensionando il ruolo
dell'accertamento tecnico della Ragioneria generale e
riportandolo al circuito decisionale Governo-Parlamento con
una soluzione che appare, nonostante qualche residua
perplessità, maggiormente in linea con i principi del nostro
ordinamento. Fermo restando, naturalmente, che la reale
efficacia delle innovazioni introdotte ai fini del controllo
dei conti pubblici (comunque di portata limitata) potrà essere
valutata solo alla luce dei comportamenti effettivi degli
attori in gioco, e in particolare del Governo , della
maggioranza e (per gli aspetti tecnici) della Ragioneria;
quanto al potere di ridurre, nel corso dell'esercizio,
le disponibilità di bilancio limitando la possibilità di
impegnare i fondi o di emettere titoli di spesa, resta aperto,
nonostante i tentativi di migliorare per più versi la
disciplina originaria, il punto più delicato, quello cioè di
sottrarre alla decisione parlamentare materie di sua
spettanza;
i residui relativi alle spese in conto capitale
decadranno dopo due esercizi successivi a quello a cui si
riferiscono.
Il decreto-legge fiscale (n. 209 del 2002)
I principali interventi sulle imprese, in termini di
gettito, non sono nella finanziaria 2003, ma nel decreto-legge
n. 209 del 2002, che ha di fatto anticipato la finanziaria di
qualche giorno.
Con questo provvedimento il Governo intendeva recuperare
gettito per quattro miliardi di euro (almeno il doppio secondo
le associazioni di categoria) con effetti retroattivi ed in
deroga allo statuto del contribuente. Nonostante i tentativi
di correzioni in corsa con modalità a dir poco sorprendenti
(si vedano gli interventi sulla DIT e sulla imprese di
assicurazioni), il decreto-legge dimostra ancora una volta la
impreparazione del Ministro dell'economia, costretto a
correggere se stesso più volte nell'arco di poco tempo.
Il Governo motiva poi l'intervento con la necessità di
fare fronte all'imprevedibile andamento dei saldi di finanza
pubblica ed al "buco" di gettito. In realtà, il Governo ha
ignorato i dati disponibili, perché la situazione attuale
nasce dall'incapacità di gestione e dalla tarda reazione
dimostrata dal governo nel corso dell'intero anno.
L'obiettivo di recuperare gettito non può mettere in crisi
la coerenza interna dell'ordinamento. Il Governo ha infatti
emanato un provvedimento che retroagisce all'inizio dell'anno,
cioè cambia all'improvviso le regole del gioco alla fine
dell'esercizio - addossando alle imprese il costo degli errori
di valutazione del governo.
Con il decreto, inoltre, viene ipotecata anche la riforma
fiscale isolando ed anticipando le sole "parti" della riforma
che possono portare gettito.
Il decreto n. 209 taglia di circa due terzi gli attuali
benefici della DIT con effetti retroattivi dal gennaio 2002,
si elimina il "moltiplicatore" DIT e si dimezza il
coefficiente di remunerazione ordinaria del capitale. Dopo le
modifiche apportate nel corso dell'iter parlamentare tale
riduzione è stata in parte attenuata consentendo alle imprese
di scegliere tra due versioni della DIT, comunque entrambe
meno favorevoli rispetto alla normativa precedente. Nel
contempo è stato anche attenuato il prelievo sulle
assicurazioni istituendo peraltro una nuova tassa, una sorta
di imposta patrimoniale!
A decorrere dal 2002, diventano indeducibili le
svalutazioni delle partecipazioni in società non quotate,
derivanti da distribuzioni
di utili, o da costi ed oneri non fiscalmente riconosciuti
della partecipata. Le nuove disposizioni sono in pratica
inapplicabili. Chi ha una partecipazione, anche minima, in una
società non quotata, dovrebbe essere in grado di leggere le
dichiarazioni fiscali della partecipata per rispettare il
decreto fiscale, cosa che chiaramente non sempre è possibile.
Per non parlare delle modalità previste di rideterminazione
dei valori in caso di imprese estere e dalla difficoltà di
definire con precisione quali siano i "costi ed oneri di
qualsiasi natura" citati nel decreto.
Il decreto fiscale dispone che - a partire dall'inizio
dell'anno - siano indeducibili fiscalmente quelle stesse
operazioni di svalutazione che, appena pochi mesi fa,
l'amministrazione finanziaria ha ritenuto legittime e
deducibili (Agenzia delle entrate, risoluzione n. 146/E del 15
maggio 2002).
A soli quattro mesi di distanza, il governo ha deciso di
colpire, retroattivamente, quei contribuenti che nel 2002
hanno fatto affidamento sulle norme in vigore e sull'esplicita
presa di posizione dell'amministrazione finanziaria.
Tra le misure una di quelle che portano maggiore gettito
per l'erario è quella che rateizza su cinque anni la
deducibilità delle minusvalenze iscritte sulle partecipazioni
in società non quotate (2.640 milioni di euro come maggiore
gettito di competenza per il 2002). Si tratta di una
disposizione che non ha altro significato, se non quello di
fare cassa per l'anno in corso. Ed anche in questo caso la
norma ha effetto retroattivo: nel giro di pochi giorni i
contribuenti sono chiamati a rifare tutti i calcoli delle
imposte dovute, e a trovare i soldi per pagare il maggiore
acconto a novembre 2002.
Se si tratta invece di minusvalenze realizzate (non
iscritte in bilancio, ma realizzare a seguito di cessioni),
oltre la soglia di 10 milioni di euro, il decreto fiscale
prevede una sorta di monitoraggio. Le operazioni devono cioè
essere comunicate all'Agenzia delle entrate, per accertare la
loro natura non elusiva, ed in caso contrario non possono
essere dedotte fiscalmente.
Un articolo del decreto legge è dedicato alla vicenda del
credito d'imposta per le nuove assunzioni, l'incentivo
introdotto con la finanziaria 2001 dal governo Amato, che si è
rivelato estremamente efficace per il rilancio
dell'occupazione, in particolare nel Mezzogiorno.
Il governo Berlusconi ha bloccato il credito d'imposta per
le assunzioni l'8 luglio scorso. Secondo il governo, il blocco
è avvenuto in conseguenza del nuovo meccanismo di monitoraggio
sui crediti d'imposta introdotto prima dell'estate.
Tralasciamo in questa sede le considerazioni sul monitoraggio
che, per definizione, blocca gli incentivi che funzionano e
sono effettivamente usati dagli operatori economici (senza
peraltro applicarsi a strumenti come, ad esempio, la
Tremonti-bis, che pone gli stessi problemi di controllo
sulle risorse impiegate).
Il blocco dei crediti d'imposta doveva avvenire in corso
d'anno, in caso di esaurimento dei fondi stanziati. Nel caso
del credito d'imposta sulle assunzioni un decreto di agosto
(piena estate) ha prima ridotto l'importo delle risorse
disponibili, e poi dichiarato la sospensione dell'incentivo
per l'avvenuto esaurimento dei fondi. Anche qui,
evidentemente, con effetti retroattivi. Danneggiando cioè
tutti i datori di lavoro che avevano assunto personale facendo
affidamento sulla spettanza del credito, che all'improvviso si
sono visti privare di un contributo mensile per ogni
lavoratore assunto pari a 413 euro (o 620 euro per il
Mezzogiorno) che doveva spettare fino al dicembre 2003.
Il decreto fiscale n. 209 interviene ora per limitare i
danni dell'operato estivo del governo, anche se l'intervento è
tardivo e insufficiente. Il decreto prevede che le assunzioni
effettuate entro il 7 luglio 2002 godranno del credito
d'imposta fino al 31 dicembre 2002. Le assunzioni effettuate
dall'8 luglio al 31 dicembre 2002 rilevano solo se
l'incremento non supera il tetto del 7 luglio. Il beneficio
finanziario sarà peraltro riconosciuto solo a partire dal
gennaio 2003, in tre quote distinte.
Resta da chiarire cosa succede al credito d'imposta per il
2003, sia per le assunzioni già effettuate, sia per le nuove
assunzioni 2003 che - in caso di cancellazione del credito
d'imposta - potrebbe subire una significativa contrazione.
Il blocco della crescita del Mezzogiorno
1. Le cifre del Mezzogiorno
L'impegno del Centrosinistra a sostegno del Mezzogiorno
ha prodotto, in questi anni, alcuni significativi risultati:
occorre consolidare in tempi brevi questi risultati per
valorizzare e rilanciare i fattori strutturali di crescita
delle aree meridionali. La dinamica dell'occupazione,
particolarmente positiva fino alla prima metà del 2001 con
tassi tendenziali (trimestre su corrispondente trimestre
dell'anno precedente) di crescita dell'occupazione vicini o
pari al 3 per cento, si è drasticamente ridotta toccando nella
prima metà del 2002 valori sensibilmente inferiori al 2 per
cento.
In rapporto all'evoluzione nazionale, la fase
particolarmente positiva registrata nel Mezzogiorno nella
prima parte del 2001, sembra ormai definitivamente superata.
L'occupazione cresce, ma solo marginalmente più della media
nazionale ed il tasso di disoccupazione decresce ma, rispetto
alla media nazionale, a ritmi inferiori a quelli prevalenti
nella fase finale della passata legislatura.
Per gli anni 2002 e 2003, Prometeia prevede che il
differenziale nel tasso di disoccupazione rimanga inalterato
rispetto ad oggi e si attesti fra il 9,4 ed il 9,2 per cento.
Molti però sono ancora i segnali che destano preoccupazione.
Il numero di persone povere nel mezzogiorno è pressoché
stabile in rapporto alla popolazione; il numero di persone il
cui reddito si colloca sui livelli di sussistenza (poveri in
termini assoluti) continua ad aumentare, sia in termini
assoluti che relativi: il 75 per cento dei poveri vive oggi
nel Mezzogiorno. Questo significa, con evidenza, che il
mezzogiorno non può aspettare.
Nei documenti ufficiali del Ministero dell'economia, il
Governo Berlusconi prevede che questo stato di cose si
protragga fino al 2004-2005. Solo allora infatti - secondo la
modulazione degli stanziamenti previsti nella finanziaria di
quest'anno - il Mezzogiorno potrebbe avere risorse per
crescere significativamente più della media nazionale. Ma già
oggi, le previsioni dei principali istituti di ricerca ci
dicono che i sia pur modestissimi impegni assunti dal Governo
per l'anno 2002 (e cioè una crescita del Mezzogiorno di oltre
mezzo punto percentuale superiore alla media nazionale) molto
probabilmente non saranno mantenuti.
Occupazione e disoccupazione
... (omissis) ...
2. La legge finanziaria per il 2003
Il Mezzogiorno rappresenta uno degli aspetti più critici
di una legge finanziaria che segue ad alcuni interventi
pesantemente punitivi già realizzati con il cosiddetto
"decreto omnibus" che, si ricorda, prevedeva:
una profonda revisione della normativa sul credito
d'imposta per i nuovi investimenti (legge n. 388 del 2000,
articolo 8) intesa a fissare un tetto di spesa, introdurre un
pesante sistema di autorizzazioni e definire un sistema di
prenotazioni per l'utilizzo della agevolazione; le 12 mila
domande pervenute nel giro di poche ore hanno esaurito
l'intero ammontare dei fondi disponibili fino a tutto il
2006;
una improvvisa sospensione del credito d'imposta per la
nuova occupazione a tempo indeterminato (l. n. 388 del 2000,
articolo 7) con effetto in alcuni casi retroattivi, cui è
stato (tardivamente) posto parziale rimedio nel decreto
fiscale attualmente all'esame del Parlamento.
Nel complesso, le vecchie e nuove risorse assegnate -
nel triennio di riferimento della finanziaria - dalla Tabella
F ai provvedimenti di interesse per il Mezzogiorno sono pari,
nel triennio 2003-2005, a ca. 44,8 miliardi. di euro con un
aumento del 25 per cento circa rispetto alla finanziaria 2002
e del 14 per cento circa rispetto alla finanziaria 2001
(l'ultima della passata legislatura). Peraltro, in termini
reali, e quindi tenendo conto dell'inflazione, il volume di
risorse dedicate al Mezzogiorno rispetto alla finanziaria 2001
si dimezza e risulta pari al 7 per cento circa. Infine, in
rapporto al PIL del primo anno del triennio di ciascuna legge
finanziaria, il volume di risorse dedicato al Mezzogiorno
passa dal 3,23 della legge finanziaria 2001 al 2,87 della
legge finanziaria 2002 al 3,43 della legge finanziaria
2003.
Quindi, solo un incremento marginale rispetto alla
finanziaria 2001 che si annulla pressoché interamente nel
momento in cui si tiene conto del fatto che la finanziaria
2003 colloca poco meno della metà del volume complessivo di
risorse disponibili nel terzo anno del triennio (laddove la
finanziaria 2001 allocava solo un terzo delle risorse
complessive nel terzo anno). Detto in altri termini,
l'incremento di risorse, se c'è, è completamente virtuale.
Fra le principali innovazioni previste nella finanziaria
spicca il Fondo per le aree sottoutilizzate (articolo 34) che
- oltre ad inaugurare la via lessicale allo sviluppo
promuovendo, con un tratto di penna, il Mezzogiorno da area
"depressa" ad area "sottoutilizzata" - dovrebbe garantire una
maggiore flessibilità delle risorse che vi confluiscono e cioè
delle risorse originariamente assegnate a:
l. 64/86 (intervento straordinario nel Mezzogiorno)
l. 208/98 (intese istituzionali e accordi di
programma, incentivi alle imprese ed altri interventi)
l. 488/99 (imprenditoria giovanile)
l. 388/00 (crediti d'imposta per i nuovi investimenti
e per la nuova occupazione a tempo indeterminato).
Rimangono invece escluse dal Fondo (ma non dalla
possibilità di riallocazione delle risorse assegnata al CIPE
dall'articolo 33) le risorse relative al funzionamento della
l. 488/92. Le principali conseguenze di questo riassetto
istituzionale sono così sintetizzabili: si ritorna al
famigerato schema del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno
e quindi ad un uso strettamente politico delle risorse.
Tabella F: Interventi nel Mezzogiorno. Sintesi
... (omissis) ...
si assegna al Fondo la copertura dei crediti già
maturati dalle imprese in virtù dell'applicazione
dell'articolo 7 della l. 388/00 (crediti d'imposta per la
nuova occupazione) e di quelli che matureranno nel 2003;
trattandosi di circa 1,2 miliardi. di euro e non essendo
quindi questi crediti coperti dallo stanziamento aggiuntivo
previsto dall'articolo 34 per il 2003 (e pari a 400 ml. di
euro) è evidente che il meccanismo del Fondo servirà a deviare
sul credito d'imposta
per la nuova occupazione risorse sempre destinate al
Mezzogiorno ma originariamente previste per altri interventi
allo stato non indicati;
detto in altre parole il bonus per l'occupazione
potrebbe essere pagato, sempre dai meridionali, per esempio
con meno sviluppo locale, meno infrastrutture o rendendo più
difficile l'imprenditoria giovanile.
3. La legge finanziaria per il 2003 e il Patto per
l'Italia.
La legge finanziaria richiama esplicitamente nella
relazione all'articolo 34 la volontà del Governo di rispettare
gli impegni assunti con le parti sociali firmatarie nel Patto
per l'Italia. In quella sede venivano indicate le seguenti
priorità per quanto riguarda il Mezzogiorno: a) diminuzione
sostanziale del gap infrastrutturale, b) attrazione
degli investimenti nell'area (attraverso l'utilizzo di
contratti di programma e un piano pluriennale per l'attrazione
degli investimenti da affidare a Sviluppo Italia), c)
potenziamento e semplificazione dei sistemi di
incentivazione.
Nei fatti, a queste "priorità" solennemente annunciate fanno
seguito comportamenti che in modo evidente le
contraddicono.
Qualche esempio:
dopo alcuni mesi di intense discussioni centrate solo ed
esclusivamente sui nuovi vertici di Sviluppo Italia,
l'attività di quest'ultima società è praticamente nulla; la
Direzione per l'attrazione degli investimenti che aveva
finalmente operato nella prima metà del 2001 è stata
smantellata; gli interventi sul credito d'imposta per i nuovi
investimenti hanno privato tale struttura del principale
strumento di azione;
l'idea che il Governo Berlusconi si muova per un
"potenziamento ed una semplificazione" degli incentivi è
semplicemente esilarante dopo quanto accaduto ai crediti
d'imposta; a molti è sfuggito, ad esempio, che l'unico effetto
della norma sul credito d'imposta sui nuovi investimenti è
stato quello di indurre molti professionisti a "prenotare" le
risorse disponibili creando società ad hoc la cui unica
attività era quella di "prenotare" un credito d'imposta per
poi rivenderlo ad imprenditori effettivamente interessati ad
investire ad un "prezzo" vicino al 10 per cento del valore
dell'investimento; per "potenziare e semplificare i sistemi di
incentivazione" si è così creato un mercato secondario delle
agevolazioni stesse tassando le imprese;
Al di là delle petizioni di principio, il Patto contiene
alcune indicazioni rispetto alle quali una valutazione
puntuale è già possibile:
Risorse aggiuntive. Il Patto prevede che si
mantenga il flusso di nuove risorse (L. finanziaria, Tab. D)
in quota del PIL almeno pari alla media degli ultimi anni. Se
si fa riferimento al volume complessivo dei finanziamenti
previsti (in Tabella F o nella legge finanziaria) si è già
visto come in termini reali e tenendo conto della collocazione
temporale delle risorse non vi sia stato alcun incremento
rispetto, per esempio, alla finanziaria 2001. Se, invece, si
fa riferimento alle risorse aggiuntive previste in Tabella D
e, per esempio, per la l. 488/00, queste si riducono a 100 ml.
di euro nel 2003 e nel 2004 e toccano i 500 ml. di euro nel
2005; nella l. finanziaria per il 2001 le stesse cifre erano
pari a 350 ml. di euro per il 2001, 400 ml. per il 2002 e 475
per il 2003. Se, infine, si fa riferimento, più in generale, a
tutte le nuove risorse per il Mezzogiorno, queste - come
calcolate da Confindustria - assommano a 15 miliardi. di euro
nella finanziaria 2003 contro i 18 miliardi di euro
previsti dalla finanziaria 2001.
Spesa in conto capitale. Si conferma l'obiettivo di
destinare il 45 per cento del totale della spesa 2002-2008 al
Mezzogiorno. Si conferma il proposito di destinare almeno il
30 per cento del totale della spesa del settore pubblico
allargato (che include FS, Anas, eccetera) al Mezzogiorno.
Per il momento si tratta puramente e semplicemente di nobili
propositi.
Programmazione negoziata. Si conferma il finanziamento
degli 11 patti residui e la regionalizzazione dello strumento.
I fondi corrispondenti sono collocati dalla finanziaria 2003
nel Fondo per le aree sottoutilizzate. Le risorse appostate
nel Fondo per questa finalità potrebbero però - data
l'esiguità delle somme rispetto al fabbisogno complessivo -
essere assorbite dal credito d'imposta per nuova
occupazione.
Incentivi. Si prevede la cumulabilità del credito
d'imposta per i nuovi investimenti con la Tremonti-bis.
Si prevedono risorse finanziarie per la incentivazione della
autoimprenditorialità e dell'autoimpiego (l. 488/92 e l.
181/89). Com'è noto, l'agevolazione implicita nel credito
d'imposta per i nuovi investimenti era stata con il decreto
omnibus ridotta del 15 per cento a fronte di una sua
cumulabilità con la Tremonti-bis "per un congruo periodo
di tempo". La Tremonti-bis non è stata peraltro
prorogata. Ne segue che per i nuovi investimenti nel
Mezzogiorno, mentre i governi di centrosinistra avevano
previsto il credito d'imposta (con una agevolazione implicita
non lontana in molti casi dal 50 per cento del valore
dell'investimento) cumulabile con la super-Dit, il Governo
Berlusconi prevede un credito d'imposta di portata ridotta
(con una agevolazione implicita vicina al 40 per cento del
valore dell'investimento) e basta.
Infrastrutture. Entro il 2005, "disponibilità degli
interventi" su: a) sistema integrato dei trasporti nelle città
di Napoli, Bari, Catania e Palermo; b) assi autostradali
Salerno-Reggio Calabria, Palermo-Messina,
Catania-Siracusa-Gela, c) schemi idrici, d) snodi portuali ed
interportuali previsti nella delibera CIPE del 21 dicembre
2001. Avvio, entro luglio 2005, della "costruzione" del Ponte
di Messina. Anche qui, chi vivrà vedrà.
4. Gli incentivi alle imprese.
La vicenda dei crediti d'imposta è non solo un episodio
della "nuova" intermediazione politica e burocratica ma anche
un esempio significativo di un rapporto fra Stato ed imprese
caratterizzato dalla incertezza delle regole e dalla
discrezionalità dei comportamenti. Chi investe in queste
condizioni? E chi investe nel Mezzogiorno dove il quadro di
"incertezze sistemiche" è di per sé già più alto della media
nazionale? A rendere ancora più pesante questa situazione di
continuo mutamento normativo e di incertezza "ambientale"
interviene l'articolo 37 della finanziaria 2003 che prevede
che almeno il 50 per cento dei trasferimenti alle imprese per
contributi alla produzione e agli investimenti prenda la forma
di prestiti a tasso agevolato di durata al massimo decennale.
L'incentivazione alle imprese diventerebbe così mista,
sommando il contributo in conto capitale a quello in conto
interessi.
Se è chiaro il vantaggio per i conti dello Stato, che non
registrerebbero più l'intero valore del contributo nell'anno
di competenza ma solo la quota in conto interessi spalmata su
un decennio, è però altrettanto chiaro che le imprese si
troveranno ad operare in un quadro di incertezze con benefici
sensibilmente ridotti. In breve:
Se l'articolo 37 non viene opportunamente emendato, il
sostegno per le imprese si riduce in misura significativa: ad
esempio, per un investimento di 1 ml. di euro finanziato
attraverso la l. 488/92, si passerebbe da un contributo (in
conto capitale) pari, nella media, a circa 300 mila euro (il
30 per cento) ad un contributo (in conto capitale ed in conto
interessi) pari, nella migliore delle ipotesi, a circa 180-200
mila euro con una riduzione secca del beneficio di oltre un
terzo.
Se l'articolo 37 viene emendato nel senso di allungare
il periodo di rimborso da 10 a 20 anni, le cose cambiano ma
solo in parte: si passa, infatti, ad un contributo (in conto
capitale ed in conto interessi) pari, nel migliore dei casi, a
ca. 200-230 mila euro con una riduzione secca del beneficio di
oltre un quarto.
Per ottenere risultati simili a quelli improvvidamente
citati dal Governo per
bocca del Viceministro Baldassarri ("il beneficio per le
imprese rimane invariato in quanto viene aumentata l'entità
del contributo in conto interessi") sarebbe necessario
raddoppiare se non addirittura triplicare l'entità del
prestito agevolato; in altre parole, per il solito
investimento pari ad 1 ml. di euro, sarebbe necessario
concedere un contributo a fondo perduto pari a 150 mila euro
ed un prestito agevolato pari a 450 mila euro (a fronte
dell'attuale contributo a fondo perduto pari a 300 mila euro);
ne segue che, con ogni probabilità l'articolo 37 rappresenta
comunque una riduzione netta di benefici per le imprese che
investono nel Mezzogiorno.
Infine, pensare, come fa il Ministro Marzano, di far
contrarre i mutui allo Stato piuttosto che all'impresa in
maniera da lasciare inalterata la situazione dell'impresa
disegna come meglio non si potrebbe lo stato confusionale del
Governo. E' impensabile, infatti, che rivolgendosi al sistema
bancario lo Stato possa spuntare condizioni migliori a quelle
che spunta oggi sul mercato dei titoli di Stato nel momento in
cui emette debito. Lo Stato pagherebbe quindi un differenziale
al sistema bancario, causando un danno all'erario, pur di
compiere una operazione puramente contabile.
5. L'utilizzo dei fondi comunitari.
Contrariamente a quanto affermato (e scritto nel DPEF
2003-2006) dal Governo, la "nuova programmazione" versione
Miccichè è cosa diversa da quella immaginata da Ciampi e dal
centrosinistra. Se quella poggiava su una responsabilizzazione
delle amministrazioni centrali e regionali, questa invece ha
abbandonato il decentramento e lo sviluppo locale e punta
decisamente sull'accentramento delle competenze in un'unica
amministrazione centrale: il Ministero dell'economia e delle
finanze. Le norme sulle grandi opere, la società
Infrastrutture, il Fondo unico per le aree sottoutilizzate
sono tutte modalità di riaccentramento delle competenze in
un'unica amministrazione indotte anche dalle crescenti
difficoltà incontrate nell'intera operazione di spesa dei
fondi comunitari. Si sommano così gli svantaggi
dell'accentramento con i limiti della pubblica
amministrazione.
E i risultati si vedono. La finanziaria 2003 contiene una
significativa rimodulazione delle risorse assegnate al Fondo
di rotazione per le politiche comunitarie, in buona parte
destinate al cofinanziamento dei programmi finanziati con i
fondi strutturali. In particolare, si segnala la
concentrazione delle risorse nell'anno 2005 e la rilevante
riduzione nell'anno 2004 (in Tabella F le risorse relative
alla l. n. 183 del 1987 passano infatti, per l'anno 2004, da
6.714 a 4.050 miliardi di euro), a conferma delle difficoltà
delle amministrazioni centrali e regionali nella spesa dei
fondi comunitari del QCS 2000-2006.
Tali difficoltà hanno fatto sì che, a fine marzo 2002, sia
stato rendicontato appena il 4,8 per cento delle risorse del
QCS 2000-2006 a fronte di un obiettivo pari al 6,2 per
cento.
Emergono, in altre parole, problemi per quanto riguarda
l'efficienza delle amministrazioni responsabili e, più in
generale, seri dubbi circa l'intero disegno amministrativo
relativo alla spesa dei fondi comunitari. Incapace di
valorizzare l'esperienza del precedente Quadro comunitario di
Sostegno e le competenze acquisite dalle amministrazioni
decentrate, il Governo Berlusconi, privo di qualsiasi
"strategia" coerente per incrementare e rendere più semplice
l'utilizzo dei fondi, rischia di trasformare il QCS 2000-2006
in un banale sostegno alla domanda nel Mezzogiorno.
Il conto lo pagano gli enti locali e territoriali (e
dunque i cittadini)
La legge finanziaria 2003 è la prima legge finanziaria che
viene predisposta dopo le modifiche costituzionali del Titolo
V. Pur intervenendo in una situazione economica che presenta
problemi derivanti dalla mancata ripresa della congiuntura
internazionale, essa doveva rappresentare per le regioni e
gli enti locali un passaggio fondamentale per avviare a
soluzione le questioni finanziarie pendenti. Viceversa, essa
rischia di mettere in crisi gli equilibri finanziari delle
autonomie e di incrinare il loro rapporto istituzionale con il
Governo centrale.
Diversamente da quanto previsto dall'accordo
interistituzionale del 20 giugno scorso, tra Governo, regioni,
province, comuni e comunità montane, che prevedeva un
confronto per la costruzione di un sistema coerente di
federalismo fiscale, la finanziaria attiva unilateralmente la
riforma per la parte statale (revisione delle aliquote IRPEF),
mentre si rinvia ad un nuovo accordo ex-post da definire tra
le istituzioni sui meccanismi strutturali del federalismo
fiscale.
Alla richiesta dunque delle autonomie locali di stabilire
insieme meccanismi di responsabilizzazione nella gestione
della finanza locale, la risposta della finanziaria è in gran
parte contenuta in misure di limitazione dell'autonomia degli
enti o in tagli alla spesa, vincoli, tetti e controlli nei
confronti dei comuni, accusati ingiustamente di non contenere
la spesa entro i limiti del patto di stabilità.
E' necessario invece ricordare che i comuni hanno
contribuito, già negli anni scorsi, in modo assai rilevante al
risanamento della finanza pubblica, accettando e condividendo
obiettivi di scelte rigorose, coraggiose e restrittive
nell'interesse generale del Paese.
La Corte dei conti, nella sua relazione ai bilanci dei
comuni dell'anno 2000, evidenzia come le voci di spesa di
maggiore impatto siano sotto controllo o addirittura in
diminuzione e che nella parte dei pagamenti di competenza vi
sia una risposta positiva dei comuni alle politiche nazionali
"di cassa", disposte in attuazione del patto di stabilità
europeo.
La finanziaria 2003, penalizzando i comuni, inciderà per
forza di cose sulla vita quotidiana di tutti i cittadini che
riconoscono nel comune l'istituzione di riferimento, più
vicina ai bisogni, in grado di offrire risposte immediate alle
domande delle famiglie e delle imprese. Il 50 per cento del
bilancio di un comune è dedicato alla voce servizi per i
cittadini. Ridurre risorse ai comuni corrisponde
automaticamente ad una decurtazione del servizio offerto al
cittadino.
Si tenta di risolvere i problemi del federalismo fiscale
con delle fughe in avanti, fatte di proclami ed enunciazioni
di principi, per nascondere il fatto che vengono prese misure
centralistiche.
Il federalismo fiscale esiste già: è quello previsto
dall'articolo 119, comma 1, della Costituzione; ora occorre
procedere alla sua attuazione, applicando l'intesa
istituzionale firmata nel giugno scorso che prevede tra
l'altro una perequazione fiscale e anche un meccanismo
premiale, un fondo a cui possono accedere i comuni in base a
parametri di efficacia e di efficienza senza oneri per lo
Stato.
Gli Enti locali, in buona sostanza, per il 2003, non
chiedono risorse straordinarie di parte corrente, ma il
riconoscimento delle stesse risorse ricevute nel 2002 con un
incremento pari al tasso di inflazione e con l'utilizzo dei
risparmi realizzati nell'ambito della finanza locale. E
qualora la ridefinizione delle aliquote IRPEF prevista dalla
riforma produca minor gettito per i comuni, chiedono che lo
Stato provveda a compensare tale perdita.
Si rileva, da parte degli enti locali, l'urgenza di una
legge di attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, che
stabilisca i principi fondamentali di coordinamento della
finanza pubblica e del sistema tributario con
l'identificazione chiara della fiscalità statale, delle
compartecipazioni erariali dovute alle autonomie, del fondo
perequativo, dei tributi propri di comuni, province e
regioni.
In accordo con le richieste degli enti locali, per
contrastare il disegno "centralista" del Governo, abbiamo
presentato numerosi emendamenti.
In tema di federalismo fiscale, si chiede che la
Commissione tecnica per la spesa pubblica, trasformata in
Osservatorio tecnico per la finanza pubblica e integrata con
tecnici designati dalla Consulta dei Presidenti delle regioni,
dall'Anci e dall'Upi,
provveda a monitorare anche l'andamento della finanza
decentrata, compreso il patto di stabilità, e ad avanzare alla
Conferenza Unificata proposte per la definizione e gestione
del patto di stabilità interno. Chiediamo di rendere stabile
la compartecipazione all'IRPEF, ancorandola all'andamento
dell'economia, e di compensare la diminuzione di gettito
frutto delle politiche fiscali nazionali.
In merito alle regole per il patto di stabilità, si chiede
la soppressione del blocco alle spese per l'acquisto di beni e
servizi e di escludere dal calcolo del disavanzo ai fini del
patto di stabilità la spesa per il personale conseguente
all'"accordo Frattini" e la spesa per i servizi affidati a
terzi.
Si propone l'abrogazione del blocco degli aumenti
dell'addizionale IRPEF disposto dal Governo: tale blocco,
oltre a limitare seriamente la potestà impositiva dei comuni -
già riconosciuta dal disposto del nuovo articolo119
nell'ambito del Titolo V della Costituzione - rappresenta una
evidente disparità di trattamento tra enti che hanno già
deliberato tale aumento e enti che, in base alla finanziaria,
non possono più applicare incrementi dell'addizionale.
Con un emendamento alla norma che detta disposizioni sul
Fondo per lo sviluppo degli investimenti si è cercato di
consolidare le risorse disponibili assegnate nel 2002, e sono
state attribuite le economie realizzate su tale Fondo nel 2003
(per metà al Fondo ordinario di parte corrente dei comuni e
per metà ai comuni sottodotati). Quando si darà attuazione
all'articolo 119 della Costituzione, le economie che si
produrranno dall'anno di avvio della riforma potranno essere
usate secondo criteri perequativi determinati dalla riforma
stessa.
Si chiede inoltre il ripristino dei fondi per il ristoro
dell'IVA sui servizi affidati a terzi e sul trasporto pubblico
locale nonché la restituzione ai comuni delle economie
derivanti dall'estinzione dei mutui, da impiegare per avviare
meccanismi di premialità per i comuni virtuosi.
Negli ultimi anni, i comuni hanno contribuito in misura
significativa al contenimento della spesa per il personale del
settore pubblico: per questo, in opposizione al blocco
integrale delle assunzioni e del turn-over voluto dal
Governo, proponiamo di prendere a riferimento come unico
parametro per valutare le economie la spesa dell'intero
comparto, eliminando i vincoli procedurali (rideterminazione
dotazioni organiche) e il blocco delle assunzioni.
Per i piccoli comuni, sono state richieste risorse
aggiuntive e la soppressione del blocco delle assunzioni,
insostenibile per le piccole amministrazioni locali. E' stato
inoltre richiesto che siano incrementati e resi stabili i
fondi di parte corrente per la gestione associata di funzioni
e servizi delle Unioni dei comuni.
In considerazione delle particolari esigenze dei comuni
del Sud, è stata proposta la costituzione di un fondo
perequativo per la promozione dello sviluppo economico, la
coesione e la solidarietà sociale e per rimuovere gli
squilibri sociali ed economici; questo fondo dovrebbe
contribuire a colmare il divario territoriale anche in termini
di servizi - e quindi di benessere sociale - tra i comuni più
ricchi e i comuni più poveri del mezzogiorno.
Questo fondo ha l'obiettivo di contrastare i processi di
spopolamento e di dissesto del territorio, disponendo risorse
per creare condizioni più favorevoli per i nuclei familiari,
per le attività commerciali e agricole e per il recupero e la
valorizzazione del patrimonio culturale, artistico e
paesaggistico. Dovrebbe inoltre contribuire a migliorare nelle
realtà locali più disagiate la viabilità e i trasporti, ma
anche i servizi alla persona come l'assistenza agli anziani e
ai disabili, e i servizi alle famiglie come gli asili nido, le
scuole materne che, spesso, rappresentano un costo non
sostenibile per i piccoli e singoli Enti. Si è inoltre
proposto di destinare altre risorse (100 milioni di euro) al
Fondo per la riqualificazione urbana dei comuni.
Quanto alle regioni, la manovra draconiana del Governo
interviene in una situazione in cui le regioni stanno già
pagando
i tagli previsti dalla finanziaria 2002 (legge n. 448 del
2001), la quale ha disposto la riduzione dei contributi dell'1
per cento, del 2 per cento e del 3 per cento, rispettivamente
per gli anni 2002, 2003 e 2004. L'Eurispes ha calcolato che se
il Governo non aumentasse l'aliquota di compartecipazione ai
tributi erariali (Irpef, Iva, eccetera) per compensare la
riduzione dei trasferimenti, le regioni saranno costrette ad
aumentare la pressione fiscale regionale del 4,9 per cento
entro il 2004 "in media": questo significa che i cittadini
calabresi potrebbero ritrovarsi con un carico fiscale più
pesante del 21,3 per cento. L'istituzione di fondi
centralizzati, poi, è in aperto contrasto con l'autonomia
regionale in materia di interventi relativi allo sviluppo dei
propri territori.
Nell'incontro tra Stato e regioni del 24 ottobre scorso si
è verificata una rottura che ha coinvolti i Presidenti di
tutte le regioni, di destra e di centrosinistra. Con l'accordo
dell'8 agosto il Governo aveva assicurato un finanziamento del
Fondo sanitario per il 2002 di 146mila miliardi di vecchie
lire, mentre adesso si decurtano le risorse disponibili di 450
miliardi di lire. Inoltre, i fondi 2003 sono sottostimati per
almeno 3 miliardi di euro, poco meno di seimila miliardi di
lire.
Raccogliendo le istanze delle regioni, i nostri
emendamenti chiedono, tra l'altro:
l'estensione delle esenzioni fiscali alle operazioni di
trasformazione di enti e di valorizzazione del patrimonio;
finanziamenti per l'edilizia residenziale pubblica, in
misura pari alla media dei finanziamenti assicurati al settore
dallo Stato prima del trasferimento alle regioni della
relativa competenza;
il recupero integrale della quota Iva sui trasporti
attribuita alle regioni;
risorse compensative della riduzione del gettito
dell'accisa sulla benzina a partire dal 2001 ;
risorse a copertura degli oneri del rinnovo del
contratto degli autoferrotranvieri;
finanziamenti per l'attuazione del decentramento
amministrativo ai sensi della legge n. 59 del 1997 e del
decreto legislativo n. 112 del 1998: occorre infatti prevedere
congrue risorse per l'esercizio delle funzioni delegate (le
regioni calcolano che siano necessari almeno 3.200 milioni di
euro di cui una quota rilevante per l'edilizia residenziale
pubblica (1.100 milioni di euro);
modifiche al regime fiscale dell'Iva sulla sanità (Iva
sugli acquisti non deducibile).
I tagli alle spese sociali
Per quanto concerne la spesa sanitaria, il Governo non ha
dato garanzie sufficienti alle regioni per il ripiano del
deficit pregresso. Mentre le risorse per il 2003
appaiono inadeguate a garantire il rispetto dei livelli
essenziali di assistenza. Lo sforamento rispetto alle
previsioni, accertato per il 2001, è di circa 4.500 milioni di
euro, cui se ne aggiungeranno altrettanti a consuntivo del
2002.
Pesante la manovra sulla sanità nella finanziaria, con un
insieme di incrementi tariffari, di misure di contenimento di
prestazioni e costi di gestione, ma soprattutto di vincoli,
appesantimenti burocratici e norme capestro per le regioni che
non solo non sciolgono il nodo della sottostima delle risorse
per il Fondo sanitario nazionale, ma determineranno una
sostanziale, sensibile riduzione delle risorse per la
sanità.
Viene abrogata la norma della finanziaria 2001 che
eliminava i tickets su esami diagnostici e visite
specialistiche: vale a dire, 1.115 milioni di euro trasferiti
a carico dei malati, cui si aggiungono i 250 milioni di euro
previsti a fine 2002 quale gettito del ticket sui
farmaci. Secondo i calcoli del CENSIS, è di oltre 129 milioni
di euro il costo che una parte degli italiani ha dovuto
sostenere per poter comperare i farmaci: a tanto ammonta la
cifra che una parte dei cittadini, quella che vive in regioni
amministrate dal centro destra, è stata costretta a spendere
nei primi sette
mesi del 2002, tra ticket ed aumenti delle varie
imposte, come l'addizionale IRPEF o l'imposta di circolazione.
Una cifra che è pari all'1,7 per cento della stessa spesa
farmaceutica lorda.
La riclassificazione dei farmaci in due fasce, gratuita ed
a pagamento, la restrizione nell'immissione di nuove
specialità potrebbero sortire l'effetto di limitare le
possibilità di cura soprattutto per i meno abbienti.
Con l'insieme di queste norme il governo si propone di
risparmiare 1.956 milioni di euro, cifra relativamente modesta
che non compensa l'insufficiente dotazione del fondo. Non
vengono reintegrati i 210 milioni di euro per il piano
straordinario per la riqualificazione dell'assistenza
sanitaria nei grandi centri urbani, né sono previste risorse
per la ristrutturazione edilizia e l'ammodernamento
tecnologico.
In queste condizioni risulterà impossibile sostenere tanto
i servizi esistenti, quanto il necessario sviluppo,
l'innovazione tecnologica, il riequilibrio per le realtà
meridionali.
La finanziaria prevede il raddoppio della misura della
partecipazione alla spesa per le cure termali da parte degli
utenti - dagli attuali euro 36.15 a 70 - e prevede l'obbligo
del pagamento della franchigia così incrementata anche a
carico dei soggetti attualmente esenti, in particolare gli
anziani ed i bambini. La spesa termale a carico del SSN è da
lungo tempo sotto controllo e stabilizzata e nel 2001 si è
attestata su valori più bassi di quelli attesi: 195 miliardi
di vecchie lire rispetto ai 200 miliardi preventivati, con
un'incidenza sulla spesa sanitaria pubblica complessiva pari
allo 0,13 per cento. Tale spesa determina, tra l'altro, circa
3,6 miliardi di euro di indotto attraverso le attività
direttamente o indirettamente connesse al termalismo.
Una ricerca voluta e condotta dal Ministero della salute
ha attestato l'efficacia di questo presidio sanitario,
valutandolo in relazione alla diminuzione - rivelatasi in
percentuali varie ma tutte significative - del numero dei
ricoveri ospedalieri, del numero medio delle giornate di
degenza, delle assenze dal lavoro, dell'uso di farmaci.
Gli effetti della riduzione sulla spesa sanitaria sono
irrilevanti, pari a circa 31 milioni di euro (dopo la
riduzione del ticket questa cifra si è ulteriormente
ridotta), che rischiano di essere vanificati e "bruciati"
dall'accrescimento degli oneri sanitari e sociali che le cure
termali contribuiscono a contenere.
Sarebbero pesanti le ricadute sul piano occupazionale -
pari a oltre 65.000 unità lavorative la cui riqualificazione
risulterebbe estremamente difficoltosa - e sul piano
economico, a causa del repentino blocco degli investimenti
programmati e del crollo pressoché immediato e verticale del
gettito delle imposte collegato all'indotto.
In sede di Commissione è stato raggiunto, grazie alla
mobilitazione degli enti locali interessati ed
dell'opposizione, un primo risultato sia pure insufficiente:
la riduzione del ticket da 70 a 50 euro.
Se il problema del monitoraggio delle spese sanitarie è
reale, come hanno dimostrato gli stessi interventi messi in
opera dal centrosinistra, la via scelta dal Governo è la
peggiore per la frammentarietà delle misure assunte, per
l'iniquità che caratterizza molti dei suoi interventi, per
l'assenza di un disegno complessivo che tenda comunque a
valorizzare le caratteristiche pubbliche dei servizi resi. La
nostra opposizione nasce, innanzi tutto, dal sospetto che il
Governo miri a controllare le spese sanitarie pubbliche non
tanto allo scopo di razionalizzare il settore, che è vitale
per la qualità della vita dei cittadini, ma soprattutto per
far emergere l'esigenza di ampliare lo spazio della sanità
privata, anche con la diffusione di un sistema misto
pubblico-privato fondato sulla distribuzione di "bonus".
Quest'ultima via non farebbe che accrescere gli oneri per la
sanità, già oggi elevati e in aumento per la rivoluzione
demografica in corso, come dimostra l'esperienza americana e
in prospettiva potrebbe limitare il principio della copertura
universale per tutti coloro che vivono nel nostro Paese, senza
alcuna distinzione. La difesa della sanità pubblica
e la tutela della salute restano, quindi, principi essenziali
che il centrosinistra ha sempre fatto propri contro ogni
tentazione di "liberismo selvaggio" nel settore.
Per il Fondo nazionale per le politiche sociali, nella
finanziaria 2003, all'articolo 28, si prevede l'eliminazione
del vincolo di destinazione delle risorse assegnate alle
singole leggi di settore: le risorse saranno ripartite, ogni
anno, con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche
sociali.
Anche se la norma prevede che sarà assicurata
"prioritariamente l'integrale finanziamento degli interventi
che costituiscono diritti soggettivi" vi è il rischio concreto
che molte leggi di rilievo sociale, o singole norme
all'interno di esse (che magari tutelano non diritti
soggettivi, ma interessi legittimi comunque riconosciuti per
legge), restino prive delle necessarie risorse - ad esse
attribuite dal Parlamento con legge formale - sulla base di un
semplice decreto ministeriale. Si prevede inoltre che i
finanziamenti attribuiti e non utilizzati entro il 30 giugno
dell'anno successivo all'assegnazione siano revocati per
essere ripartiti l'anno successivo tra tutti i soggetti
interessati: tale revoca, oltre ad essere del tutto arbitraria
(cosa si intende per "utilizzati"?), rischia di sottrarre
risorse ad interventi importanti, ma complessi, che magari
coinvolgono più soggetti, privati ed istituzionali e che
richiedono più tempo per essere avviati. Alla fine, le risorse
del Fondo potrebbero essere interamente attribuite a regioni e
comuni del Centro-Nord, che, come noto, sono più rapidi ed
efficienti nell'utilizzo delle risorse loro assegnate (a
discapito degli enti locali e territoriali del mezzogiorno che
hanno un'immediata necessità di interventi sociali,
soprattutto per l'infanzia e l'adolescenza).
La definizione dei livelli essenziali dipenderà dalle
compatibilità finanziarie che, a seguito della compressione
della finanza locale, comporteranno tagli alle tutele ed alle
prestazioni.
La mancanza di ogni riferimento alla legge 328/2000 di
riforma dell'assistenza, nonché il mancato incremento del
Fondo - sostanzialmente fermo a 1.522 milioni di euro per il
secondo anno consecutivo - conferma l'idea che il governo
intenda rinunciare a perseguire le finalità della riforma. Tra
le misure adottate, spicca l'abolizione di fatto del reddito
minimo d'inserimento: rimaniamo, dunque, l'unico Paese in
Europa, insieme alla Grecia, a non disporre di una politica di
lotta alla povertà e all'esclusione sociale.
Se si considerano i tagli pesanti ai trasferimenti agli
enti locali, il risultato non potrà che essere un
indebolimento della rete dei servizi, il trasferimento di
ulteriori costi sulle famiglie, un arretramento
dell'intervento pubblico con il blocco del processo di
costruzione del welfare locale.
Il Governo viene, altresì, meno all'impegno assunto, e più
volte confermato alle associazioni dei disabili e delle loro
famiglie, di riconoscere a tutti i pensionati invalidi civili,
ciechi e sordomuti il milione al mese di pensione sociale,
come anche di rivedere l'importo delle indennità assistenziali
per i disabili gravi.
Analogamente, non dà corso all'adeguamento dell'indennità
speciale di comunicazione per le persone sorde e per i ciechi
- impegno assunto formalmente da diversi ministri fin dallo
scorso anno - limitandosi ad una generica menzione in un
lunghissimo elenco nella relazione alla legge relativo ad un
ridotto stanziamento per il Ministero dell'economia in Tabella
A. Se si considera, inoltre, la riduzione del numero degli
insegnanti di sostegno ed il mancato finanziamento della legge
68 sul collocamento obbligatorio è facile prevedere una forte
reazione delle associazioni del settore.
Manca ogni riferimento al Fondo per misure per affrontare
la non autosufficienza degli anziani: dopo la girandola delle
proposte estive, tutto pare rinviato a dopo la legge
finanziaria. Si presume che le conclusioni del gruppo di
lavoro promosso dai ministri Sirchia e Maroni finiranno
anch'esse nell'ormai voluminoso libro bianco.
Le pensioni minime ad un milione di lire non saranno
adeguate al costo della vita, né il tetto di reddito familiare
sarà portato a 26 milioni di lire, né la platea dei
beneficiari (rimangono esclusi dal beneficio
milioni di pensionati) sarà ampliata. Inoltre i soldi non
impegnati per il 2003 (quelli del 2002 devono evidentemente
essere considerati persi), pari, secondo il Governo a 516
milioni di euro, saranno impiegati per un altro scopo.
L'impegno elettorale del Polo di portare tutte le pensioni ad
un milione al mese, copre dunque, a conti fatti, non più di un
quinto dei soggetti ai quali tale beneficio era stato
promesso.
L'aumento dell'indennità di disoccupazione, come stabilito
nel Patto per l'Italia, non figura nell'articolato, ma solo
come accantonamento, relativo al Ministero del lavoro, di 782
milioni di euro annui. Non sono previste risorse per la
riforma degli ammortizzatori sociali, per estendere le
garanzie sociali innanzitutto ai lavoratori parasubordinati
più esposti al rischio disoccupazione.
Pari opportunità e politiche di conciliazione
Alcuni emendamenti presentati dall'Ulivo hanno l'obiettivo
di sostenere le politiche per le pari opportunità, il lavoro
di cura e i servizi alle famiglie per i figli minori.
Abbiamo proposto, tramite la presentazione di specifici
emendamenti:
1. l'attribuzione di risorse aggiuntive, pari a 100
milioni di euro, da destinare in misura pari all'80 per cento
alla realizzazione degli interventi e delle azioni di cui alla
legge 28 agosto 1997, n. 285 (Disposizioni per la promozione
di diritti e di opportunità per l'infanzia e
l'adolescenza), in misura pari al 10 per cento per le
finalità di cui alla legge 19 luglio 1991, n.216 (Primi
interventi in favore dei minori soggetti a rischio di
coinvolgimento in attività criminose), e in misura pari al
10 per cento per le finalità di cui alla legge 3 agosto 1998,
n. 269 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione,
della pornografia del turismo sessuale in danno dei minori,
quali nuove forme di riduzione in schiavitù);
2. la soppressione della norma che prevede
l'eliminazione del vincolo di destinazione;
3. il ripristino delle modalità di ripartizione del
Fondo a cura del Ministro del lavoro e delle politiche
sociali, con le modalità di cui al comma 18 della legge 23
dicembre 2000, n. 388;
4. la soppressione della prevista revoca entro il 30
giugno dell'anno successivo all'assegnazione;
5. un altro emendamento all'articolo 28, in ottemperanza
a quanto richiesto dalla Commissione europea in tema di
disponibilità di servizi all'infanzia e di agevolazioni
all'accesso di tali servizi in considerazione delle condizioni
delle madri e delle famiglie, prevede che l'attribuzione delle
risorse ai comuni per gli asili nido sia effettuata tenendo
conto del tasso demografico 0-2 anni, del tasso di occupazione
e disoccupazione femminile e del fabbisogno secondo il
criterio delle liste di attesa;
6. con un emendamento all'articolo 2, la deducibilità
fiscale dalle imposte sui redditi in favore dei genitori e dei
datori per le spese di partecipazione alla gestione dei
micro-nidi e dei nidi nei luoghi di lavoro prevista
dall'articolo 70 della finanziaria 2002 è estesa anche alle
spese relative alla gestione di asili nido territoriali in
misura non superiore ad una somma di 2000 euro per ogni figlio
ospitato nei medesimi.
Abbiamo poi richiesto due specifici interventi a sostegno
della maternità. La legislazione in vigore prevede che durante
il periodo di congedo (per le lavoratrici dipendenti formato
da un primo periodo di congedo di cinque mesi che beneficia di
un'indennità pari all'80 per cento della retribuzione e da un
secondo periodo facoltativo di sei mesi con un'indennità pari
al 30 per cento della retribuzione) si ha diritto
all'indennità del 30 per cento prevista per il secondo periodo
di congedo solo se il congedo viene fruito entro il terzo anno
di vita del bambino; se il congedo viene fruito tra i tre e
gli otto anni non è prevista alcuna indennità (a meno che il
reddito sia particolarmente basso) e vi è solo una parziale
copertura figurativa dei periodi contributivi.
Con il primo emendamento si garantisce l'indennità di
maternità per il periodo in questione e la copertura
figurativa.
Con il secondo emendamento si prevede, per tutti i
lavoratori dipendenti, un'indennità incrementata dal 30 all'80
per cento per i primi 30 giorni del periodo di congedo
"facoltativo", ovvero per i primi 60 giorni se l'altro
genitore è disoccupato (questo dovrebbe sollecitare i padri a
richiedere il congedo di paternità, quando la mamma è
disoccupata o casalinga: se l'indennità è al 30 per cento è
infatti difficile che un padre chieda il congedo è più
probabile che lo chieda per i primi 60 giorni se l'indennità è
all'80 per cento)
In tema di pari opportunità sul mercato del lavoro abbiamo
proposto, tra l'altro, l'istituzione di un "prestito d'onore"
specifico per l'avviamento al lavoro autonomo delle donne (si
prevede una "riserva" specificatamente destinata ad iniziative
realizzate da donne all'interno del plafond di risorse
già assegnate al prestito d'onore).
Il prestito d'onore si è infatti rivelato da tempo come
una politica del lavoro particolarmente utile a sostenere i
segmenti più deboli dell'offerta di lavoro - gli inoccupati,
prevalentemente giovani e donne - con criteri fortemente
selettivi delle domande di incentivo.
Pubblico impiego sotto tiro
Per il 2003 è previsto il blocco delle assunzioni
(articolo 21) di personale a tempo indeterminato per le
amministrazioni dello Stato, comprese le Forze armate ed i
Corpi di polizia, le università, gli enti di ricerca, gli enti
pubblici non economici. I risparmi attesi nel triennio sono
pari a 2.110 milioni di euro. Misure specifiche sono poi
previste per il personale della scuola (si veda
supra).
Nella finanziaria malgrado le promesse del Ministro
Frattini, non sono previste risorse aggiuntive necessarie per
rinnovare i contratti pubblici tenendo nel dovuto conto la
salvaguardia del potere d'acquisto dei salari. La CGIL stima
che oltre agli aumenti calcolati sulla base dell'inflazione
programmata (1,7 per cento per il 2002 e l'1,4 per cento per
il 2003) sia necessario un adeguamento perlomeno di un punto
percentuale: circa 700 milioni di euro.
Vengono inoltre "congelate" (articolo 23) rispetto
all'incremento del costo della vita i trattamenti accessori,
le indennità ed i compensi vari, con un risparmio nel triennio
pari a 330 milioni di euro.
Le pensioni non si toccano?
Un punto implicito del Patto per l'Italia concerneva le
pensioni, che non dovevano essere "toccate" in alcun modo.
Ora, come era facilmente prevedibile, la musica cambia, ed il
Presidente del Consiglio, dopo aver affermato che l'iniziativa
di riforma delle pensioni sarebbe maturata in sede europea,
afferma che la riforma è "ineludibile".
Intanto, il Ministro Maroni ha già pronto il Piano
italiano sul sistema pensionistico che verrà presentato all'UE
il 23 ottobre prossimo, nel quale si prevede l'innalzamento
dell'età pensionabile anche con il ricorso a disincentivi,
cioè a riduzioni dei trattamenti previdenziali.
Le pensioni minime ad un milione di lire non saranno
adeguate al costo della vita, né il tetto di reddito familiare
sarà portato a 26 milioni di lire, né la platea dei
beneficiari (rimangono fuori dal beneficio milioni di
pensionati) sarà ampliata. Inoltre i soldi non impegnati per
il 2003 (quelli del 2002 devono evidentemente essere
considerati persi), pari, secondo il Governo, a 516 milioni di
euro, saranno impiegati per un altro scopo (articolo 25, comma
2), altrettanto nobile (per il pensionamento dei lavoratori
esposti all'amianto), ma riducendo così definitivamente la
platea dei soggetti beneficiari dai 2 milioni e duecentomila
previsti dalla finanziaria 2002 a 1.600-1.800mila. L'impegno
elettorale della Casa delle Libertà di portare tutte le
pensioni ad un milione al mese copre dunque, a conti fatti,
non più di un quinto dei soggetti ai quali tale beneficio era
stato promesso (si veda la seguente tabella).
Effetto complessivo degli aumenti previsti dall'articolo
38 della legge n. 448/2001
(legge finanziaria 2002)
... (omissis) ...
Chi ha tagliato di più le tasse?
L'affermazione di Berlusconi che quella disposta con la
finanziaria 2003 sia "la più importante riduzione di imposte
mai fatta in Italia", è una pura e semplice bugia.
Ricordiamo i dati:
dopo lo sforzo sostenuto con le finanziarie per il 1997
ed il 1998, già con la finanziaria 1999 si ridussero le
imposte per complessivi 6mila miliardi di vecchie lire (3,2
miliardi di euro), di cui 3.000 miliardi di lire (1,6 miliardi
di euro) sulla casa e sui redditi dei pensionati, e altri
3.000 miliardi di lire (1,6 miliardi euro) di restituzione del
60 per cento della cosiddetta "eurotassa" pagata nel 1997;
nella finanziaria per il 2000: riduzioni di imposte per
complessivi 10.300 miliardi di lire (5,320 miliardi euro), di
cui 7.000 miliardi di lire (3,615 miliardi euro) sull'IRPEF
(attraverso la riduzione dell'aliquota dal 27 al 26 per cento
e l'aumento delle detrazioni per familiari, redditi da lavoro,
casa di abitazione, eccetera), e 3.300 miliardi di lire (1,7
miliardi di euro) di IVA, crediti di imposta, trasferimenti di
proprietà;
nella finanziaria per il 2001 (Governo Amato): riduzioni
di imposte per complessivi 20.000 miliardi di lire (10,330
miliardi euro), di cui 16.000 miliardi di lire (8,265 miliardi
euro ) di IRPEF (circa metà dei quali a valere sul 2000) e
4.000 miliardi di lire (2,065 miliardi euro) di riduzioni
IRPEG (taglio dell'aliquota) e IRAP;
nella finanziaria per il 2003 del Governo Berlusconi:
riduzioni di imposte per complessivi 7,5 miliardi di euro, di
cui 5,5 miliardi di euro sull'IRPEF e 2 miliardi di euro su
IRAP e IRPEG. In realtà la cifra è minore: la riduzione
dell'IRPEF avviene solo per un corrispettivo di 4.065 milioni
di euro (in termini di competenza per il 2003 e comprensivo
della minore addizionale regionale). La perdita di gettito
relativa alla riduzione dell'IRPEG è pari, sempre in termini
di competenza, a 1.290 milioni; infine, la perdita di gettito
di competenza, calcolando tutte le misure relative all'IRAP, è
pari a 520,7 milioni, mentre la sola riduzione dell'imposta
collegata al numero di dipendenti per le piccole imprese è
pari a 396 milioni di euro. Complessivamente la riduzione
fiscale per il 2003, in termini di competenza, è pari a
5.875,7 milioni di euro: rispetto agli impegni sanciti dal
Patto per l'Italia, sono 1.624 milioni di euro in meno, in
particolare per quanto concerne l'Irpef il Governo si è fatto
uno sconto di 1.435 milioni di euro. L'Esecutivo si giustifica
spiegando che per il 2003 il Governo Amato aveva già previsto
una riduzione dell'IRPEF ed allocate le relative coperture.
Per l'appunto, non si tratta di risorse aggiuntive.
I tagli dell'Ulivo e della Casa delle Libertà
(in milioni di euro)
1999 2000 2001 2002 2003
finanziaria 1999 3.200
finanziaria 2000 5.320
finanziaria 2001 10.330*
finanziaria 2002
finanziaria 2003 5.876
* circa 4.000 milioni di euro di riduzione Irpef erano
retroattivi e relativi al 2000.
Le riduzioni fiscali relative all'Irpef (articolo 2) per
il 2003 pur intervenendo sui redditi bassi presentano diversi
aspetti problematici, i cui principali sono i seguenti:
viene fatta una promessa di riduzione di 200 euro l'anno
mediamente, quando i tagli che si fanno agli enti locali
faranno si' che i cittadini italiani siano costretti a pagare
in termini di aumento delle tariffe pubbliche e dei servizi
assistenziali molto di più (290 euro a famiglia, ha calcolato
il comune di Roma);
si tratta di un primo modulo della riforma fiscale di
Tremonti, la cui filosofia non è propriamente quella di Robin
Hood, malgrado ciò che sostiene l'ineffabile Buttiglione, dato
che, a regime, l'80 per cento della riduzione favorirà il 20
per cento dei contribuenti più ricchi, ed il 50 per cento sarà
a favore del 2 per cento dei contribuenti più ricchi;
la sua copertura non avviene con un'accelerazione della
lotta all'elusione ed all'evasione fiscale ma a spese delle
risorse a disposizione delle autonomie territoriali, dei fondi
per la scuola, le università, la sanità, delle misure per lo
sviluppo;
non diminuirà la povertà in quanto sono esclusi dai
benefici i cosiddetti "incapienti", i 4 milioni di cittadini
cioè il cui reddito è talmente basso da non potere usufruire
di alcun vantaggio fiscale e per i quali il centrosinistra
aveva cominciato a prevedere "bonus" nell'ottica
dell'istituzione di un'imposta "positiva" a loro favore;
il passaggio dalle detrazioni alle deduzioni che
decrescono al crescere del reddito fino ad annullarsi per i
redditi superiori ai 26mila euro; la rimodulazione degli
scaglioni e delle aliquote, comporta un incremento dell'Irpef
su alcune fattispecie di redditi medio-alti, che la clausola
di garanzia, valida solo per il 2003, non è sufficiente a
garantire per gli anni futuri; intanto, oltre a dover
affrontare la maggiore complessità delle dichiarazioni dei
redditi che ne deriverà, alcuni contribuenti (forse
addirittura 1 milione) con reddito medio-alto dovranno pagare
un'imposta maggiore, e la restituzione avverrà nel 2004;
Tremonti punta dunque a fare cassa subito: si prevede infatti
un costo per la clausola di salvaguardia pari a 431 milioni di
euro;
contravvenendo ai criteri di semplificazione, il calcolo
delle deduzioni è di una grande complessità (prevede
differenziazioni per categorie ed un'equazione), mentre
diventano due le basi imponibili: una per l'Irpef statale che
viene decurtata dalle deduzioni, una per l'Irpef locale (le
addizionali) senza le deduzioni; chi ritiene di avere pagato
di più rispetto al vecchio sistema dovrà fare due volte il
calcolo dell'Irpef, con i nuovi ed i vecchi criteri: la
dichiarazione dei redditi ritorna "lunare" (3);
(3) L'attuale Ministro dell'Economia intende dar forza
alla sua battaglia per la semplificazione delle norme di
legge. Conseguentemente, ora che è Ministro, nella relazione
che accompagna e illustra la sua legge finanziaria, ha voluto
semplificare la vita dei contribuenti (e dei commercialisti)
spiegando le deduzioni introdotte nel nuovo regime IRPEF con
le seguenti parole:
"A tal fine, il comma 5, contiene le regole di
determinazione dell'entità della deduzione di cui ai commi
precedenti effettivamente fruibile, stabilendo che l'ammontare
della deduzione complessivamente spettante ai sensi
dell'articolo 10-bis è riconosciuta per la parte desumibile
dal seguente rapporto:
(26.000 euro + OD + DT - RC - CI): 26.000 euro
dove: 26.000 euro = ammontare predefinito di riferimento
per l'anno 2003; RC = Reddito complessivo; CI = credito di
imposta di cui all'articolo 14; OD = oneri deducibili di cui
all'articolo 10; DT = deduzioni teoriche di cui all'articolo
10-bis, commi 1, 2, 3 e 4. Dal predetto rapporto scaturisce un
quoziente che, considerato in termini percentuali, deve essere
moltiplicato per l'ammontare delle deduzioni teoricamente
spettante al fine di ottenere l'ammontare della deduzione
effettivamente fruibile".
Considerando che, dopo aver eseguito queste semplici
istruzioni, il risparmio medio che i contribuenti otterranno
dalla nuova Irpef è, secondo i calcoli del ministero
dell'Economia, dell'ordine dei 18,83 euro al mese, e che si
potrà evitare il rischio (che in molti corrono) di pagare di
più rispetto al vecchio regime soltanto comiplando due
dichiarazioni dei redditi (una con il vecchio regime e una con
il nuovo: poi si sceglie quella che conviene di più), si può
capire la portata "storica" (come il governo ha detto) della
riforma Tremonti.
Il meccanismo della "no tax area", rischia anche
di amplificare le disparità di trattamento tra famiglie
monoreddito e bireddito, come nell'esempio elaborato dal
Centro studi CGIA di Mestre, confrontando l'imposta per una
stessa famiglia il cui reddito sia pari a 30.000 euro:
Irpef 2002 Irpef 2003 Risparmio
Monoreddito 6.856,81 6.775,61 81,20
Bireddito 4.875,94 4.445,19 430,75
dei 5,5 miliardi di euro necessari per questa
rimodulazione dell'Irpef ben 7.000 miliardi di vecchie lire
derivano dal mancato recupero del drenaggio fiscale (dovuto
per legge) relativo agli anni 2001 e 2002, recupero
obbligatorio e sancito da un'apposita norma legislativa mai
abrogata, malgrado ciò che ne dica Tremonti, quando la
crescita dell'inflazione superi il 2 per cento; altri tremila
miliardi di lire circa provengono dalle riduzioni delle
aliquote per il 2003 già definite (e coperte) nella
finanziaria per il 2001-2003 varata dal Governo Amato.
L'apporto aggiuntivo per la riduzione dell'Irpef si riduce
dunque a circa 1.000 miliardi di lire, 0,5 miliardi di
euro.
Dopo avere proclamato ai quattro venti che la riduzione
dell'aliquota dell'Irpeg (costo 1,5 miliardi di euro) era di
due punti (dal 36 per cento al 34 per cento), nella stesura
della legge finanziaria ( articolo 4) si deve ammettere che la
riduzione è in realtà di un punto solo perché il
centrosinistra aveva già provveduto ad abbassare a partire dal
2003 l'aliquota al 35 per cento. Ovviamente questa riduzione
va letta e valutata unitamente a tutte le disposizioni
introdotte dai decreti 138 e 209 del 2002, pesantemente
punitivi nei confronti della realtà imprenditoriale.
Per quanto concerne la riduzione dell'IRAP (costo 0,5
miliardi di euro) si sono adottati (articolo 5), ma con
un'entità molto più modesta, i criteri suggeriti da tempo
dall'Ulivo (vedi il Programma elettorale e gli emendamenti
presentati alla finanziaria 2002), cioè quelli relativi al
numero dei dipendenti: ai piccoli imprenditori con fatturato
fino a 400mila euro viene riconosciuta una deduzione da
duemila euro a dipendente fino ad un massimo di 5 dipendenti.
Anche l'altra modifica all'IRAP riprende le politiche
dell'Ulivo, visto che aumenta il tetto massimo della deduzione
spettante a chi ha una base imponibile inferiore a circa
180.750 euro, introdotta dal governo Amato a fine 2000.
Tuttavia, l'effetto finale di queste modifiche IRAP è
praticamente irrilevante. Si tratta di un effetto medio in
termini di risparmio d'imposta, nell'intero anno, di appena
117 euro per contribuente.
Il Governo ripropone il concordato per gli anni pregressi,
per le imprese e i lavoratori autonomi con ricavi fino a 10
milioni di euro. Si è già fatto capire che, nel corso
dell'esame parlamentare, questo concordato potrà trasformarsi
nell'ennesimo condono tombale. La misura serve al Governo per
recuperare gettito, tanto che si stimano addirittura 8
miliardi di euro di entrare derivanti dal concordato.
Bisognerà vedere se una stima tanto favorevole per l'erario
potrà essere davvero rispettata.
Non è previsto che il condono abbia effetti penali, visto
anche che per prevedere un'amnistia occorre la maggioranza
parlamentare dei due terzi nell'approvazione della norma. La
maggioranza potrebbe ripiegare sulla non punibilità dei reati
che hanno rilevanza penale.
Il ricorso a concordati di massa che premiano l'evasione e
l'elusione fiscale
perpetua la cultura dell'illegalità e della
deresponsabilizzazione civica. Peraltro, nell'impossibilità di
ottenere da tale misura gli 8 miliardi di euro previsti sarà
inevitabile trasformare il concordato in condono tombale, così
come sarà inevitabile allargare la proroga dello scudo fiscale
alle società i cui capitali siano depositati nei Paesi della
lista dei paradisi fiscali dell'OCSE.
Prevista anche la possibilità di chiudere le liti fiscali
di importo fino a 20mila euro, pendenti alla data del 30
settembre 2002. Per chiudere bisognerà pagare 150 euro, se il
valore della lite è fino a 2.000 euro, oppure il 10 per cento
del valore. Il gettito stimato è 91 milioni di euro.
Il concordato triennale preventivo permette, per le
società di persone, imprese individuali e lavoratori autonomi
con ricavi fino a 5 milioni di euro, di stabilire in via
preventiva e per un triennio la base imponibile Irpef e IRAP
del contribuente.
Una misura simile era stata prevista anche dai governi di
centro sinistra nell'ambito della politica degli studi di
settore.
Vengono riprese le disposizioni per il rientro dei
capitali contenute nel decreto-legge n. 350 del 2001, al fine
di fare emergere ulteriormente le attività detenute
all'estero. Le operazioni di rimpatrio e regolarizzazione
dovranno essere effettuate tra il 1^ gennaio 2003 ed il 30
giugno 2003. L'aliquota dell'imposta sostitutiva è pari al 4
per cento (nella precedente versione era del 2,5 per
cento).
Prevedendo un "rientro" di 50 miliardi di euro, si
iscrivono alla voce entrate 2 miliardi di euro per l'anno
2003.
Non così evidente, dopo il "successo" del precedente
provvedimento, è l'esistenza di una tale mole di capitali
disponibili al rientro o ad essere regolarizzati. E' probabile
che nel corso dell'iter parlamentare si voglia da parte della
maggioranza estendere tale disposizione anche alle società ed
agli enti commerciali. In questo caso sarebbe vanificato ogni
controllo e repressione nei confronti del riciclaggio di
denaro sporco derivante dalle attività criminali.
Le nostre proposte per la finanziaria
Fin dai primi provvedimenti di natura economica e
finanziaria dell'Esecutivo, l'Ulivo ha indicato i pericoli, le
mancate coperture, la probabile inefficacia, oltre che in
alcuni casi l'iniquità, delle misure adottate. In particolare
abbiamo messo in luce la mancata copertura di disposizioni
come quella della Tremonti-bis e le previsioni macroeconomiche
superottimistiche del Governo. Avevamo dunque pienamente
ragione ad essere preoccupati.
Oltre a dissestare i conti pubblici, questa politica ha
fatto perdere al Paese oltre un anno e mezzo.
Abbiamo sempre fatto proposte alternative rimaste
inascoltate e fondate su una impostazione di politica
economica che mirava all'equità sociale, al miglioramento
della competitività del nostro sistema-Paese, al
consolidamento dei conti pubblici visto come dato
imprescindibile per un rilancio della nostra economia su basi
solide.
Le proposte principali, da attuare nel corso della
legislatura con la necessaria gradualità, sono state riassunte
per sommi capi nella risoluzione che l'Ulivo ha presentato in
sede di discussione del DPEF 2003-2006, ed alla quale
rinviamo. Esse si muovono lungo 4 direttrici:
1) politiche per innalzare la competitività del nostro
sistema economico per uno sviluppo significativo e duraturo
del prodotto potenziale;
2) politiche per uno sviluppo del Mezzogiorno,
considerato come condizione per la crescita dell'intero
Paese;
3) politiche redistributive che stimolino anche una
crescita della domanda interna attraverso un adeguato
incremento dei salari ed una significativa tutela dei
cittadini fiscalmente incapienti, dei ceti con redditi bassi e
medi, che rischiano di essere presi nella morsa: controriforma
fiscale Tremonti - riduzioni delle prestazioni dello stato
sociale - aumento della pressione del fisco locale;
4) attuazione del federalismo, con la definizione dei
livelli di compartecipazione ai tributi erariali e la
costituzione di un equo fondo perequativo, evitando il doppio
fenomeno del trasferimento di funzioni senza il corrispettivo
trasferimento di risorse da un lato, e, dall'altro, la
riduzione della pressione fiscale statale che si traduce in
aumento di quella regionale e locale.
Abbiamo voluto anche indicare le modifiche che era
possibile apportare in questa finanziaria e che sono state
tradotte in appositi emendamenti, che per comodità espositiva
raggruppiamo per grandi capitoli.
Competitività e sapere
Stanziare 200 milioni di euro per ciascuno degli anni
dal 2003 al 2005 al Fondo rotativo per l'innovazione
tecnologica, in aggiunta agli stanziamenti previsti per il
Fondo unico per gli incentivi alle imprese;
rifinanziare con 400 milioni di euro per ogni anno il
credito d'imposta a favore delle imprese industriali che
investono in ricerca e sviluppo;
aumentare gli stanziamenti destinati al Fondo per
l'ampliamento dell'offerta formativa (126 milioni di euro nel
2003, 135 milioni nel 2004, 152 nel 2005).
incremento del 10 per cento delle risorse destinate alle
infrastrutture;
aumentare la spesa per la ricerca scientifica, vera
priorità nazionale, per raggiungere l'1 per cento del PIL nel
2005;
escludere dal blocco delle assunzioni l'università e gli
enti di ricerca;
istituire un Fondo per consentire l'assunzione nel
triennio di 5.000 giovani ricercatori, in aggiunta al naturale
turn-over;
rifinanziare i bandi per la ricerca da parte delle
imprese private promossi dai governi dell'Ulivo;
rendere vincolante, secondo un percorso graduale e
analogo a quello seguito per l'istituzione della moneta unica,
l'obiettivo, indicato dal Vertice europeo di Lisbona, di
investire il 3 per cento del PIL nelle attività di ricerca e
formazione.
Mezzogiorno
Ripristinare e rifinanziare adeguatamente i crediti
d'imposta per gli investimenti nelle aree svantaggiate (Visco
Sud) e per le assunzioni; semplificare le procedure e rendere
automatico l'accesso al credito per gli investimenti;
prorogare il credito per le assunzioni fino al 31 dicembre
2005;
rifinanziare la legge 488 (+400 milioni di euro),
ripristinando per l'intera agevolazione il contributo in conto
capitale (abrogazione del prestito pari al 50 per cento del
beneficio);
rifinanziare il Fondo per l'imprenditoria giovanile ed
in particolare il prestito d'onore;
finanziare i patti territoriali, i contratti d'area e i
contratti di programma;
abrogare il Fondo unico per il Sud e concentrare le
risorse aggiuntive nel 2003 e nel 2004, anziché nel 2005;
riduzione fin dal 2003 dell'aliquota IRPEG per le
imprese meridionale al 33 per cento;
istituzione del Fondo di capitale di rischio per
iniziative imprenditoriali di alto contenuto tecnologico nelle
aree depresse; istituzione del Fondo per gli incubatori di
impresa; istituzione di un Fondo per il microcredito;
credito d'imposta per la creazione di banche di credito
cooperativo nel Sud;
istituzione di un credito d'imposta per incentivare le
aggregazioni tra imprese, per promuovere gli investimenti in
laboratori di ricerca effettuati da consorzi tra 5 o più
imprese, sia per l'attività di ricerca fondamentale che
industriale e per attività di sviluppo precompetitivo;
istituzione di un Fondo speciale destinato a finanziare
l'adeguamento e la qualità dei servizi sanitari nel
Mezzogiorno;
prevedere risorse per proseguire l'esperimento del
Reddito minimo d'inserimento ed estenderlo a tutto il
Mezzogiorno;
incremento del 10 per cento degli stanziamenti
complessivi a livello nazionale per le infrastrutture, e,
particolare riguardo per le opere pubbliche nel Mezzogiorno
relative:
al completamento e modernizzazione della rete
ferroviaria;
alla ristrutturazione dell'autostrada Salerno - Reggio
Calabria;
alle reti idriche;
al completamento della metanizzazione;
finanziamenti adeguati per i Patti per la sicurezza;
esclusione delle Forze di Polizia dal blocco delle
assunzioni per l'anno 2003.
Politiche sociali e per il lavoro
Salvaguardare i principi del Servizio sanitario
nazionale ed attuarli pienamente in un sistema sanitario
pubblico, moderno, efficace e sostenibile;
realizzare le condizioni affinché tutti possano
usufruire dei servizi e delle cure di cui si ha bisogno nel
luogo in cui si vive e si lavora, garantendo in ogni caso
l'assistenza, indipendentemente dalla regione in cui, anche
occasionalmente, ci si trova;
adeguare le risorse destinate al Fondo sanitario
nazionale per un progressivo allineamento alla media degli
altri Paesi europei, pari al 7 per cento del PIL;
istituire un Fondo speciale destinato a finanziare
l'adeguamento e la qualità dei servizi sanitari nel
Mezzogiorno;
completare l'applicazione dei livelli essenziali di
assistenza (LEA);
prevedere risorse per proseguire l'esperimento del
reddito minimo d'inserimento ed estenderlo;
incrementare le risorse a disposizione del Fondo per le
politiche sociali;
incrementare le risorse per il Fondo sociale per le
politiche abitative;
istituire il Fondo per finanziare le misure per
affrontare la non autosufficienza degli anziani;
estendere la platea dei beneficiari dell'aumento ad un
milione di lire delle pensioni minime attraverso
l'allargamento dei criteri d'accesso (età, reddito,
invalidità, eccetera);
sgravi fiscali anche per i cittadini a bassissimo
reddito incapienti per il fisco (tramite erogazione di un
bonus);
incremento a 250 euro per l'anno 2003 del bonus per i
pensionati "incapienti" (attualmente pari a circa 150
euro);
prevedere adeguate risorse per la riforma complessiva
degli ammortizzatori sociali;
decontribuzione tramite una quota capitaria ridotta per
le qualifiche basse al fine di favorirne l'assunzione e
l'emersione;
aumento dell'indennità di disoccupazione e sua
estensione ai lavoratori parasubordinati.
Federalismo
attuare la riforma federalista della Costituzione
approvata nella scorsa legislatura;
garantire il coinvolgimento pieno di regioni ed enti
locali nella definizione delle misure finanziarie e degli
interventi che hanno conseguenze immediate sull'attività
amministrativa e sulla gestione del territorio;
trasferire alle autonomie locali oltre alle nuove
competenze le relative risorse oggi previste nel bilancio
dello Stato;
sopprimere il blocco della spesa per beni e servizi
degli enti locali;
escludere gli oneri per i rinnovi contrattuali dal
calcolo del disavanzo degli Enti locali ai fini del patto di
stabilità;
restituzione IVA per servizi esternalizzati e per il
trasporto locale;
rendere permanente la compartecipazione dei comuni al
gettito dell'IRPEF;
definire un livello complessivo della pressione fiscale
per evitare che alla riduzione delle tasse nazionali
corrisponda l'aumento di quelle locali;
nell'ambito del livello di pressione fiscale complessivo
stabilito, dare piena autonomia fiscale alle regioni ed agli
enti locali;
costituire un Fondo perequativo per la promozione dello
sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale con
una dotazione finanziaria di 150 milioni di euro nel 2003, 175
nel 2004, 200 nel 2005;
aumentare di 100 milioni di euro il Fondo per la
riqualificazione urbana;
incrementare le risorse a disposizione del Fondo
nazionale per il sostegno alle locazioni da parte delle
famiglie a basso reddito.
Onorevoli colleghi ! Dopo solo un anno e mezzo di Governo
la maggioranza di centrodestra è riuscita a mettere a rischio
i conti pubblici. Non ha saputo, non diciamo realizzare il
promesso "secondo miracolo economico italiano", ma neanche
porre in essere le necessarie politiche per contrastare almeno
in parte gli effetti del ciclo. E' riuscita nella rara impresa
di deludere i settori sociali che più ne avevano caldeggiato
la vittoria elettorale suscitando un'unanimità di critiche
alla manovra proposta, fino ad essere costretta ad una
rincorsa affannosa dei problemi che questa finanziaria ha
acuito ed esasperato. La maggioranza ha dovuto "blindare" la
legge finanziaria, per evitare il suo sfarinamento, già nel
corso del suo esame da parte della Commissione Bilancio,
avvilendo così il ruolo del Parlamento. Le imprese vengono
salassate anche a ritroso nel tempo. E' diventato drammatico
il problema della competitività del nostro sistema-Paese, ben
esemplificato dalla crisi FIAT, senza che si proponesse uno
straccio di politica industriale. Il Mezzogiorno è ritornato
ad essere la Cenerentola della politica economica del nostro
Paese mentre ne rappresenta la risorsa strategica. Il sapere,
la scuola, l'università, la ricerca, l'innovazione, non
rappresentano più le priorità sancite al vertice europeo di
Lisbona, ma impegni opzionali lasciati per lo più alla libera
e scarsa iniziativa dei privati, mentre le relative risorse
pubbliche sono oggetto di misure restrittive e di tagli
insensati.
La grande maggioranza dei pensionati al minimo aspettano
ancora la realizzazione delle promesse fatte loro, e, mentre i
disoccupati, i lavoratori precari, aspettano invano la riforma
degli ammortizzatori sociali, si prospetta loro la riduzione
delle garanzie contro i licenziamenti. Le scarsissime risorse
per la sanità pubblica mettono in pericolo i livelli
essenziali di assistenza, mentre ritornano i tickets. Si
anticipa la parte "buona" della riforma fiscale di Tremonti,
che dà "uno", con alcune misure, peraltro di entità
assai contenuta se rapportata alle riduzioni già stabilite
dall'ultima finanziaria approvata dal centro sinistra, e
toglie "due", in termini di tagli ai servizi sociali
conseguenti alla riduzione delle risorse a disposizione degli
enti locali. Il secondo tempo della riforma dell'IRPEF prevede
invece cospicue riduzioni fiscali solo per i redditi alti ed
altissimi.
Si ledono l'autonomia e le capacità operative delle
regioni e degli enti locali, malgrado tutti i proclami sulla
cosiddetta devolution.
Il quadro politico, nel quale si colloca questa
finanziaria, non è certo tale da ispirare fiducia. Faccio solo
due esempi che riguardano due campi fondamentali: la giustizia
e la politica estera. Ci preoccupa il degrado della giustizia
che le iniziative legislative portate avanti da questa
maggioranza, ad esclusivo beneficio di alcuni suoi
maggiorenti, hanno prodotto, minando la certezza del diritto e
del principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Ci preoccupa l'assenza di una risposta italiana alla dottrina
degli interventi militari preventivi decisa
dell'amministrazione Bush, che indebolisce la coesione che
deve esserci da parte di tutti nella lotta al terrorismo,
pericolo gravissimo come hanno dimostrato la tragedia di New
York e quella più recente di Mosca. Il Governo italiano,
neppure in politica estera, riesce ad avere una linea coerente
e costante che contribuisca agli sforzi dell'Unione europea e
dell'Onu per la costruzione di una pace giusta nella
sicurezza.
Si è molto discusso sul modo in cui deve avvenire il
confronto tra il Governo e l'opposizione. Per quanto riguarda
la legge finanziaria, ci siamo presentati, come Ulivo, in
Commissione Bilancio con un insieme di proposte nella
convinzione che si dovesse aprire un confronto costruttivo
perché abbiamo innanzi tutto a cuore l'interesse generale del
Paese.
Noi, quindi, abbiamo raccolto un insieme di proposte che
nascono innanzi tutto dalle esigenze espresse dalle autonomie
locali e regionali, dalle parti sociali e dalle associazioni
che tutelano interessi deboli, dal mondo delle donne. Dietro a
ciascuna nostra proposta, c'è un esigenza, c'è un interesse,
c'è un'aspirazione, che consideriamo giusti e che il Governo
ha sottovalutato o peggio non ha affatto considerato. L'Ulivo
vuole rappresentare in Parlamento non solo i cittadini che lo
hanno votato alle ultime elezioni, ma anche quelli che la Casa
delle Libertà ha deluso con promesse che non riesce a
mantenere o che ha mantenuto solo in minima parte. Man mano
che la maggioranza perde consensi e simpatie, noi cresceremo
come forza alternativa di governo. Noi non vogliamo
presentarci ai cittadini solo come coloro che hanno governato
bene nella scorsa legislatura, completando l'opera di
risanamento iniziata dal primo governo Amato, portando
l'Italia nell'euro, introducendo modifiche di grande rilevanza
nel nostro paese. Ora, con un'azione e con iniziative incerte
e contraddittorie, il Polo sta smontando pezzo per pezzo
l'opera di risanamento che il centrosinistra ha portato
avanti: irride al rigore che ha caratterizzato i governi del
centrosinistra. Ebbene, la maggioranza deve fare attenzione:
la sua "finanza allegra" arriva come un messaggio triste ai
cittadini perché non sa governare: colpisce a caso il Sud, le
autonomie, la scuola e la ricerca, senza avere alcun disegno
organico di riforma. Noi non vogliamo vivere sugli allori del
passato perché sappiamo bene, per esperienza, che gli elettori
e le elettrici guardano essenzialmente al futuro. Vogliamo
presentarci come una coalizione dotata di un grande spirito
innovativo, di grande capacità riformista e di grande impegno
sui temi dello sviluppo, della tutela dell'ambiente e della
qualità della vita. E' vero, noi oggi abbiamo ancora alcuni
limiti. Ma la Casa delle Libertà, che oggi governa l'Italia,
deve stare attenta: mentre la sua situazione peggiora, noi
stiamo molto migliorando per essere capaci di essere pronti a
governare l'Italia. La nostra ferma contrarietà alla legge
finanziaria per l'anno 2003 non nasce, quindi, solo dal fatto
che siamo l'opposizione e in quanto opposizione siamo per
definizione alternativi al governo in carica. Nasce
soprattutto dalla
convinzione che questa finanziaria non solo non risolverà i
problemi del Paese, ma aggraverà la condizione generale dei
conti pubblici e non darà alcun incentivo allo sviluppo. Il
nostro "no" è, quindi, convinto, radicale e deciso. Sarà
difficile governare l'Italia che la Casa delle Libertà ci farà
ereditare, se gli elettori ci daranno la maggioranza, ma sono
convinto che ci riusciremo, nonostante i guasti che il Governo
sta combinando: no, quindi, no netto alla finanziaria
presentata dal Governo.
Michele VENTURA, relatore di minoranza, MORGANDO, RIZZO,
VILLETTI, PECORARO SCANIO, CUSUMANO