XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 3196




        Onorevoli Colleghi! - Un provvedimento di indulto è necessario, urgente e ragionevole.
        Da molto tempo nelle carceri vanno crescendo la preoccupazione e il timore di eventi che sfuggano di mano. Un allarme che viene non solo dai detenuti, ma da tutto il mondo penitenziario e dal sistema della giustizia. Cresce l'urgenza di fare, di cambiare direzione. Si chiedono condizioni di dignità per chi nel carcere è recluso, per le loro famiglie e rispetto per quanti vi lavorano e vi operano. Condizioni di dignità e di rispetto che sono, infine, garanzia di sicurezza per i cittadini liberi.
        Un carcere che umilia e incattivisce sia i reclusi che gli operatori è un pessimo investimento per la società intera: un carcere dissennato, fatto di spregio di vite e spreco di risorse economiche. Negli ultimi trenta anni solo per l'edilizia penitenziaria sono stati stanziati oltre quattromila miliardi di lire. Quattromila miliardi per avere 15.000 detenuti in più di quanti le carceri possano contenerne; per avere reclusi ammucchiati uno sull'altro; per far dormire taluni in terra e condannare tutti all'inattività. In tali condizioni avvilenti, avvilente diviene il lavoro di agenti, educatori, magistrati e operatori del volontariato. Se c'è una cosa su cui tutti, ma proprio tutti, concordano è che l'attuale situazione di sovraffollamento rende ingestibili le strutture ed è concausa prima di rischio. Per non dire della generalizzata riduzione di risorse economiche a favore dell'intervento educativo e dell'investimento in professionalità e in specialisti del trattamento. A queste somme si aggiungono le altre cifre sociali del malessere e della disperazione dei poveri di libertà, del disagio degli operatori e del degrado delle strutture. Si devono proporre soluzioni e rimedi, adesso. Soluzioni che uniscano gli uomini e le donne di buona volontà; rimedi che sappiano garantire, allo stesso tempo, umanità e giustizia, concretezza e speranza, progettualità per il futuro e buon senso per l'immediato e per l'attuale emergenza. Questo non è impossibile, di questo noi crediamo sia capace il Paese, se correttamente informato. La proposta è semplice: la prima cura è ridurre la virulenza dell'infiammazione proprio come farebbe ogni medico di buon senso. Oggi vi sono 35.000 persone che scontano la pena fuori dal carcere, attraverso le misure alternative: semilibertà, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare. Altre 53.000 persone sono in carcere. E di queste, 28.298 sono i condannati definitivi. 13.930 di loro hanno da scontare meno di due anni di pena. Un indulto servirebbe a fare uscire questa fascia di persone che, comunque, sarebbe destinata a uscire entro poco tempo. Anticiparne l'uscita servirebbe intanto a mitigare la situazione nelle carceri dove hanno fatto ingresso, secondo i dati relativi al primo semestre 1999, 15.286 tossicodipendenti, altri 11.611 non tossicodipendenti, ma arrestati per reati di droga; 13.345 stranieri. Al 1^ luglio 1999, oltre la metà (14.608) dei 27.953 detenuti scontava una condanna sotto i cinque anni, dunque relativamente bassa; ben 9.879, sempre sui 27.953 definitivi, avevano una pena residua inferiore ad un anno. Cifre che dimostrano come la gran parte dei condannati sconti per intero le condanne, a dispetto delle ricorrenti polemiche sulla presunta ineffettività delle pene. In questa situazione, l'indulto non sarebbe resa o fallimento della giustizia, ma, all'opposto, precondizione necessaria per poter curare questo sistema, oggi così gravemente malato. Questo atto consentirebbe gli spazi di manovra per porre mano a nuove e più efficaci strategie di prevenzione dal crimine per il futuro. L'indulto viene subito revocato nel caso di recidiva: alla nuova pena si sommerebbe l'antica: ecco un deterrente certo e a costo zero.
        Con tale provvedimento, si consentirebbe alle recenti riforme e razionalizzazioni del sistema giudiziario di poter decollare. E, di conseguenza, si avrebbero ben altra efficacia e nuove certezze nella difesa dai reati. Non agendo, è invece facile prevedere che tali riforme non potranno funzionare e finiranno per dimostrare l'ingovernabilità del sistema nonché per incentivare la sfiducia e l'insicurezza dei cittadini.
        Di fronte all'ipertrofia del sistema penale (agli oltre 50.000 reclusi vanno sommati i quasi 30.000 in esecuzione penale esterna), risulta ancora più difficile ricordare che il carcere è un'istituzione relativamente recente. E, se non facilmente superabile, almeno è certamente ridimensionabile. Purché si abbia un po' di coraggio, politico e culturale, e non solo per sostenere un indulto in occasione dell'anno giubilare e del nuovo millennio, ma anche recuperando al riguardo un pensiero critico e radicale, come ha suggerito il Cardinale Martini: "invece di interrogarci soltanto sulle pene alternative al carcere, ricerchiamo un'alternativa alla pena". Bisogna, pur tuttavia, riconoscere la fondata ragionevolezza delle posizioni dubbiose, espresse anche da autorevolissimi uffici della procura della Repubblica, circa i limiti di un provvedimento clemenziale che, di per sé, certamente non risolve alla radice i problemi. Si è perfettamente d'accordo con queste preoccupazioni.
        Allo stesso tempo, però, lasciare le cose come stanno, non fare nulla perché astrattamente occorrerebbe fare di più e meglio, sarebbe sbagliato e pericoloso. Attendere sarebbe il peggiore dei mali.
        In conclusione non pare, oggi più di ieri, che ci sia alternativa ad un provvedimento generale che possa, con equilibrio e pragmatismo, sanare, o almeno sgravare, una situazione penitenziaria decisamente insostenibile e con tratti "feroci", come ha riconosciuto in questi giorni il massimo responsabile dell'amministrazione penitenziaria, Gian Carlo Caselli, che ha inoltre affermato l'urgenza di rimuovere il sovraffollamento, precisando che vi sono 15.000 reclusi in più di quanti il circuito carcerario possa contenerne.
        Per loro e con loro si rivolge questo appello agli uomini e alla politica per un provvedimento di indulto. Assieme, e necessariamente, per una diversa e più generale attenzione ai temi del carcere e della pena; un'attenzione capace di produrre, con tempi ovviamente diversi, sul territorio una rete di opportunità di integrazione sociale, abitativa e lavorativa. Solo questa rete, infatti, può costruire una risposta vera e di ampio respiro ai problemi della recidiva e della microcriminalità. In questo senso, il provvedimento di indulto che si auspica è la premessa, non la conclusione, di un discorso, per un carcere più umano e per pene diverse.




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