XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 2477




        Onorevoli Colleghi! - Il nuovo dimensionamento regionale dei beni e delle attività culturali rende improcrastinabile anche una divisione delle competenze, che tenga conto delle specificità delle singole zone.
        In vista della riduzione a due sole divisioni generali, con competenza l'una nel settore archeologico, l'altra nel settore storico, artistico, demo-antropologico, architettonico e del paesaggio, e della attivazione di una Soprintendenza regionale, per la regione Molise, si rende opportuna una divisione nei due settori menzionati, ponendoli l'uno con sede in Campobasso, l'altro (quello archeologico) con sede in Isernia.
        Le ricchezze culturali in genere, e archeologiche in particolare, della provincia di Isernia giustificano appieno la richiesta di questa zona del nostro Paese, forse non conosciuta appieno, ma la cui possibilità non è seconda a nessuno.
        Il patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, monumentale e ambientale della provincia di Isernia si presenta, già ad un rapido esame, come il più significativo della regione Molise e per alcuni aspetti è sicuramente unico, sia per l'importanza di determinati siti, sia per la peculiarità degli stessi.
        Quasi ogni paese della provincia di Isernia è interessato dalla presenza di uno o più beni culturali, circostanza questa di certo comune ad ogni città italiana, ma che nel territorio isernino assume un significato diverso, proprio perché molto spesso questi monumenti e queste testimonianze archeologiche assumono i tratti dell'unicità e della rarità.
        Nell'area della provincia di Isernia, infatti, esistono diverse realtà archeologiche incomparabili a livello nazionale e internazionale.
        Si tratta di un insieme di siti ognuno diverso dall'altro per epoca storica, per estensione territoriale, ma che nel complesso contribuiscono a delineare i contorni di una ben precisa entità culturale che parte dall'Homo Aeserniensis, passando dai Sanniti, ai monaci benedettini di San Vincenzo al Volturno, ai castelli e alle fortificazioni medievali, alle splendide chiese barocche, per poi giungere all'epoca moderna, si veda ad esempio il Santuario dell'Addolorata di Castelpetroso, opera del XIX secolo.
        Sito di rilevanza internazionale che la provincia ospita sul proprio territorio è il villaggio paleolitico inferiore nella vallata quaternaria della "Pineta", alla periferia della città di Isernia. La sensazionale scoperta avvenne nei primi anni settanta, durante la costruzione della superstrada Napoli-Vasto.
        Il giacimento paleolitico di Isernia ha permesso l'acquisizione di una documentazione ricca e complessa sull'organizzazione sociale e culturale del cosiddetto Homo Aeserniensis, vissuto circa 730.000 anni fa.
        Lo studio di tale documentazione, ancora in corso, ha posto l'accento sulle peculiarità di questo sito. I numerosi ritrovamenti hanno permesso la ricostruzione della struttura sociale nella quale questo uomo viveva ed operava, dalla tipologia dei reperti rinvenuti emerge una adeguata conoscenza e padronanza del territorio e avanzate competenze tecnologiche utili per la sussistenza.
        Da anni lo scavo rappresenta un polo di interesse primario per lo sviluppo della ricerca delle scienze antropologiche e paleontologiche, essendo ormai riconosciuta la sua importanza scientifica a livello mondiale.
        Diverse sono le università italiane e straniere che si sono interessate allo studio di questo sito, tra le più significative si ricordano le università di Ferrara, l'Institut de paleontologie humaine di Parigi, l'università di Bologna, di Milano, di Firenze.
        Una piccola area del giacimento paleolitico è stata ricostruita, a cura dell'università di Ferrara e collocata in una mostra presso il Museo archeologico di Santa Maria delle Monache ad Isernia.
        Di recente è stato inaugurato il Museo paleolitico, che sorge proprio nelle immediate vicinanze dell'area di scavo.
        Dal punto di visto storico-culturale, la matrice sannita costituisce forse il vero e proprio tratto distintivo dell'identità culturale della provincia di Isernia.
        L'antica Aesernia, conserva nel nome le radici della sua origine: essa, infatti, fu un abitato sannita, divenuta successivamente municipio romano, per poi trasformarsi in un insediamento medievale, destino questo comune ad altre città della provincia, come Venafrum.
        Abitanti dell'attuale provincia erano i Samnites e in particolare i Pentri, popolo che occupava il cuore del Sannio, attorno al Matese. La loro insistenza sul territorio, denominato Sannio, durò dal IV secolo avanti Cristo, quando fu data vita ad una lega sannitica volta a contrastare il crescente pericolo romano, al I secolo dopo Cristo, periodo in cui gli scontri tra Mario e Silla, contribuirono a sterminare la sannita.
        Pietrabbondante costituisce il luogo più suggestivo della cultura e della civiltà sannita. Sul Monte Saraceno si trova la fortificazione di un'altura, una necropoli con sepolture di età sannitica ed una serie di edifici di culto.
        Il tetro santuario di questa città è il luogo nel quale i Sanniti consacravano i loro bottini di guerra, come testimonia una grande quantità di armi, le spolia hostium, che i Sanniti sottraevano ai nemici. Le indagini archeologiche in questa area iniziarono sotto la direzione della Soprintendenza di L'Aquila, alla fine degli anni Cinquanta.
        Un ritrovamento eccezionale è costituito dalla cosiddetta Tavola di Agnone, una piccola lastra di bronzo (28x16,9 centimetri), trovata nel secolo scorso nel territorio di Capracotta, la quale reca nelle due facce una serie di riti e di cerimonie di culto praticate dai Sanniti. Oggi la Tavola di Agnone è custodita nel British Museum di Londra.
        Altro sito che presenta caratteri di unicità a livello regionale e naturalmente europeo è il monastero di San Vincenzo al Volturno, una delle più importanti istituzioni di età monastiche di eta carolingia.
        L'intensa attività di scavo che dai primi anni ottanta, ai giorni nostri ha permesso di portare alla luce una considerevole superficie archeologica, è stata portata avanti grazie al contributo e alle competenze di diverse università straniere e italiane, come la British School at Rome, l'Istituto Universitario Suor Ursola Benincasa di Napoli, l'università di Siena, Venezia, Chieti, Cassino, Utrecht in Olanda, Sheffield in Gran Bretagna, Copenaghen, e l'ENEA-Unità tutela patrimonio artistico.
        Gli scavi sono partiti da una serie di saggi presso la cripta detta dell'abate Epifanio, datata al IX secolo, per poi coprire oggi un'estensione di circa sei ettari.
          La chiesa principale, quella costruita dall'abate Giosuè (792-817), chiamata San Vincenzo Maggiore, poteva rivaleggiare per dimensioni e per forme con San Giovanni in Laterano a Roma e con la stessa basilica di San Pietro al Vaticano.
        Le indagini archeologiche hanno portato alla luce una serie di ambienti utilizzati dalla comunità monastica, come alcune chiese cimiteriali, un refettorio, il complesso abbaziale, cortili e loggiati, tutti recanti le tracce dell'attacco saraceno dell'881.
        Importantissimo è stato il ritrovamento delle officine per la produzione di laterizi, per la manifattura del vetro, per la lavorazione dei metalli e l'intaglio di avorio e di ossa.
        Tale ritrovamento ha permesso di mettere a punto una ricca e complessa documentazione sull'organizzazione del lavoro nella bottega altomedievale e sui processi della lavorazione di metalli, vetro e laterizi del IX secolo.
        Fino ad ora l'attività di scavo ha permesso di recuperare numeroso materiale lapideo classico e tardoantico che era stato riutilizzato per la costruzione dell'abbazia e che proveniva da Capua e anche dalla vicina Venafro. Tuttavia emergono anche reperti scultorei, teste a tutto tondo, iscrizioni lapidee, inerenti il IX secolo. Stupefacente è inoltre la numerosa quantità di affreschi che lo scavo restituisce continuamente. Tutti gli ambienti del monastero dovevano essere decorati con affreschi, il repertorio decorativo geometrico, floreale e figurativo, di questi affreschi è senz'altro unico in tutto l'occidente europeo.
        Alla luce di quanto sommariamente esposto è naturale che il sito di San Vincenzo al Volturno sia stato ribattezzato come una "Pompei monastica" e si spiega dunque il motivo per cui San Vincenzo sia dagli studiosi considerato come il bacino inestimabile di conoscenze per la storia, l'arte e la cultura del IX secolo a livello europeo.
        Diversi sono i soggetti pubblici e privati che hanno competenze in questa area archeologica, in primis l'Abbazia di Montecassino, il comune di Rocchetta al Volturno e quello di Castel San Vincenzo. Solo attraverso una sinergia tra queste diverse forze sarà possibile, in futuro, dare a questa area archeologica la giusta visibilità.
        Un altro aspetto ancora non sufficientemente valorizzato e conosciuto della regione Molise, in particolare della provincia di Isernia, è costituito dalla ricca presenza di castelli, borghi fortificati, dimore signorili, risalenti principalmente al medioevo, ma che recano i segni delle trasformazioni succedutesi nel corso dei secoli.
        Nel X secolo, per via dell'articolazione del potere politico in piccole signorie, i castra assumono sempre più un considerevole ruolo per la difesa del territorio. Tutta la Valle del Volturno in questo periodo fu interessata dal fenomeno dell'incastellamento. Sorgono una serie di piccoli villaggi arroccati sulle sommità collinari per rispondere al bisogno di protezione delle popolazioni. Solo tra l'XI e il XII secolo, a seguito della venuta dei Normanni, si può parlare del diffondersi di una edilizia militare. Successivamente i castelli che non subirono distruzioni a seguito del decreto De novis aedificiis diruendi, emanato da Federico II, si trasformarono in dimore gentilizie e palazzi signorili.
        Tra i monumenti più significativi della provincia possono essere annoverati il centro fortificato di Roccapipirozzi, il castello Pandone di Venafro, il borgo fortificato di Santa Maria Oliveto, la rocca medievale di Mennella, in agro di Filignano, i castelli di Cerro al Volturno e Rocchetta al Volturno, i borghi fortificati di Scapoli, Fornelli, Pesche, Vastogirardi, il castello di Longano, il castello D'Alessandro di Pescolanciano, i castelli di Monteroduni, Carpinone e Macchia d'Isernia e Roccamandolfi.
        Molte di queste costruzioni oggi si presentano allo stato di rudere o inglobate nel sistema edilizio urbano. Molti altri, invece, necessitano di urgenti lavori di restauro per far fronte ad uno stato di fatiscenza che perdura ormai da diversi decenni.
La maggior parte di questi palazzi e castelli ha il pregio di essere inserita in un contesto paesaggistico e ambientale di notevole bellezza; è il caso di Pescolanciano, sito a guardia del braccio del tratturello Pescolanciano-Sprondasino e nei pressi della riserva ambientale MAB, di Collemeluccio con boschi di abete bianco e cerri, protetta dall'UNESCO. Alcuni locali del castello, attualmente di proprietà della famiglia D'Alessandro, sono stati acquistati nel 1998 dalla provincia di Isernia.
        Il patrimonio costituito dai castelli e dalle fortificazioni della provincia di Isernia rimane dunque da tempo abbandonato a se stesso. Tale risorsa culturale può essere valorizzata attraverso una politica volta all'inserimento di tali beni in un circuito turistico integrato nel quale interagiscano diverse forze: privati proprietari, amministrazioni pubbliche e associazioni di volontariato che collaborino per far conoscere e visitare luoghi che ai più sono sconosciuti.
        Queste, in breve, sono le caratteristiche distintive del patrimonio dei beni culturali della provincia di Isernia.
        Esse si diversificano l'una dall'altra in quanto riguardano settori molto differenti come l'archeologia, la paleontologia, l'antropologia, l'architettura.
        Si tratta molto spesso di beni culturali sconosciuti al grande pubblico perché esclusi dai flussi turistici di ogni tipo. Sono dunque complessi monumentali e archeologici (senza contare tutto il patrimonio immobile di cui non si è parlato), che aspettano da decenni di essere portati alla luce.
        Necessari ed imminenti sono gli interventi di restauro, soprattutto per i castelli, palazzi e fortificazioni; le aree archeologiche hanno bisogno di essere maggiormente controllate sia dal punto di vista della sicurezza sia da quello della conservazione dei reperti in siti. Altra priorità è quella di organizzare tutta una rete di servizi aggiuntivi, capillarmente diffusa a livello provinciale, al fine di consentire un'agevole fruizione di tale patrimonio storico artistico e culturale.
        Va inoltre ricordato che la presente proposta di legge ricalca una vecchia proposta del senatore Remo Sammartino, fatta all'indomani della nascita della provincia di Isernia a testimonianza del fatto che la istituzione della Sopraintendenza archeologica in Isernia rappresenta un sentire antico e diffuso nella popolazione di questa giovane provincia.
        Occorre infine sottolineare come già esista in Isernia una sezione della Soprintendenza, ubicata nel prestigioso complesso monumentale di Santa Maria delle Monache, dotata di idoneo personale e strutture, sicché il bilancio dello Stato non sarebbe appesantito dalla istituzione proposta determinata peraltro dal recente sdoppiamento della Soprintendenza regionale. Un atto reso necessario dal giusto riconoscimento della grande ricchezza storico-culturale della privincia di Isernia, dalla dotazione di un complesso monumentale così importante come quello di Santa Maria delle Monache, e, non ultimo, dalla certa economia per le casse dello Stato.




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