XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 2144-C-bis
Onorevoli Colleghi! - Il Governo ha voluto
calendarizzare in Aula il 24 marzo la discussione del disegno
di legge n. 2144-B, recante la delega per la riforma del
sistema fiscale: Il Governo e la maggioranza si presenteranno
a quest'appuntamento senza proporre alcuna modifica al testo
trasmesso dal Senato. E' una posizione che l'opposizione
contrasta con la presentazione di alcuni emendamenti e con un
dissenso nel merito e nel metodo. Avevamo proposto di avere un
confronto di merito che desse luogo ad una esauriente analisi
del nuovo testo e della politica fiscale adottata dal Governo,
con una serie di apporti che chiedevamo venissero prospettati
dagli ordini professionali, dalle parti economiche e sociali,
dal mondo accademico, dagli istituti di ricerca.
Ci siamo trovati invece di fronte ad una vera e propria
forzatura politica, che in primo luogo ha costretto le
audizioni svolte dalla Commissione finanze in un lasso
temporale assolutamente insufficiente e parziale, in secondo
luogo ha impedito un confronto tra maggioranza ed opposizione
in sede di Commissione, e, da ultimo, ha impedito l'apporto
delle altre Commissioni parlamentari.
Eppure esistevano tutti i motivi per accogliere il metodo
di lavoro proposto dall'opposizione.
Il provvedimento licenziato in seconda lettura dal Senato,
secondo valutazioni presenti anche nelle stesse forze di
maggioranza, avrebbe richiesto un lavoro di ulteriore
approfondimento per colmare clamorosi vuoti (rapporti tra
fiscalità statale e fiscalità decentrata; fiscalità ecologica;
la cosiddetta Tobin-tax), per correggere evidenti
iniquità (aumento della tassazione sul trattamento di fine
rapporto e sui pensionati; riduzione ed eliminazione della
progressività; mortificazione della famiglia; casualità degli
incentivi alla ricerca ed all'innovazione); per correggere
clamorosi errori e contraddizioni; per definire norme più
lineari e trasparenti sulla copertura economica.
Esistevano anche i tempi politici per procedere a questo
confronto ed inserire queste modifiche, visto che i tempi
dell'attuazione della delega fiscale sono legati alla
approvazione della legge finanziaria per il 2004 e
seguenti.
Il Governo e la maggioranza non hanno voluto nessun
confronto.
Non crediamo che l'approvazione della delega sia stata
voluta dal Governo per essere utilizzata come elemento di
propaganda per la campagna elettorale delle amministrative
2003. Infatti i risultati dell'attuazione del primo modulo
della legge fiscale nella finanziaria 2003 sono in aperta
contraddizione con quanto annunciato da tutti i sottoscrittori
del cosiddetto Patto per l'Italia.
I primi due mesi di quest'anno registrano un aumento del
gettito, in particolare per le entrate IVA ed IRPEF, in una
situazione di stagnazione economica, con una persistente
caduta della produzione industriale. Eppure, se fossero state
vere le indicazioni della finanziaria 2003, ci sarebbe dovuta
essere già nel primo bimestre del corrente anno una robusta
diminuzione delle tasse a favore dei pensionati e dei
lavoratori a reddito fisso, come tra l'altro dimostra anche la
rapida scomparsa di un manifesto di Alleanza Nazionale,
diffuso in tutta Italia, che recitava: "Pensionati e
lavoratori: controllate la vostra pensione e la vostra busta
paga".
Non è stato così: non ci sono entrate fiscali maggiori
perché non si sono operate azioni di contrasto all'evasione
fiscale; non ci sono entrate fiscali maggiori perché c'è stata
una crescita del PIL. Le entrate fiscali sono aumentate perché
è aumentata la tassazione.
Si sono registrate maggiori entrate fiscali nel primo
bimestre semplicemente perché si è fatta una grande operazione
di raggiro, i pensionati ed i lavoratori dipendenti hanno
pagato di più, come del resto è testimoniato dalla
corrispondenza con cui i lettori hanno inondato i grandi
quotidiani del nord (cito, a titolo di esempio, due lettere
firmate pubblicate a pagina 29 del quotidiano La Stampa
del 17 marzo 2003, nelle quali si dice testualmente, nella
prima: "...vorrei anch'io far sentire la mia voce a proposito
della vergognosa riduzione fatta alle pensioni medio-basse.
Riduzione dovuta all'aumento dell'IRPEF, al raddoppio delle
addizionali regionali e comunali IRPEF rispetto al non lontano
2001. La mia pensione nell'anno 2003 rispetto al 2002 è
aumentata di due euro ...", e nella seconda: "...Nell'anno
2002 la mia pensione lorda ammontava a euro 1140,77, netta a
euro 959,00, Nel 2003 l'INPS applica un aumento del 2,4 pari a
euro 27,38, si arriva quindi ad un totale di euro 1168,15. Il
governo mi fa sapere che dal primo gennaio riduce l'aliquota
IRPEF, quindi la rata netta della mia pensione scende ad euro
958,00....". E cito un'altra lettera - anch'essa firmata -
pubblicata il 14 marzo dal quotidiano La Repubblica:
"Questa mattina ho ricevuto dall'INPS il prospetto informativo
della mia pensione per l'anno 2003. Con mia grande sorpresa e
rammarico ho appreso che la trattenuta IRPEF è aumentata di
28,66 euro al mese rispetto a quella dell'anno precedente (+ 7
circa). Meno male che la tanto sbandierata riforma fiscale
avrebbe portato benefici economici per tutti."). Insomma, con
una mano si è dato, con l'altra si è tolto con gli
interessi.
Né meglio stanno i lavoratori autonomi e le imprese a cui
è stata sospesa o ritardata la restituzione dei crediti di
imposta loro dovuti.
Ecco perché non vorremmo che l'approvazione in tutta
fretta della legge delega possa invece essere utilizzata per
fornire l'alibi di una ulteriore proroga alla vergognosa
operazione condono, che non riesce ancora a decollare a poco
meno di un mese dalla sua scadenza.
Tutto ciò premesso, vogliamo qui riepilogare i motivi
della nostra opposizione e riproporre con forza le nostre
proposte.
C'è una stridente contraddizione tra gli obiettivi di
riforma che si propone il Governo ed il comportamento concreto
avuto nei primi due anni della XIV legislatura.
La XIV legislatura è caratterizzata dalla interruzione
senza alcuna giustificazione del flusso dei dati sulle
entrate, che fino alla fine della XIII legislatura avveniva
mensilmente. C'è una sostanziale opacità nella comunicazione
dei dati sulle entrate fiscali; ne sono testimonianza molte
interrogazioni a risposta immediata rimaste senza risposta;
molte richieste di dati tecnici eluse o inevase; richieste
rimaste lettera morta anche se avanzate formalmente a nome di
tutta la Commissione finanze dal suo Presidente. Esempi
clamorosi sono rappresentati dal ritardo di nove mesi con il
quale sono stati comunicati i dati sulla Tremonti-bis
(la legge indicava il termine 30 giugno 2002, mentre la
relazione è stata inviata il 15 marzo 2003); l'insufficienza
cronica sui dati sul rientro dei capitali, sulla emersione dal
sommerso, e via dicendo.
E' un atteggiamento politico che rende più aspro il
confronto e che mortifica una amministrazione finanziaria
informatizzata ed efficiente che, come è stato riferito nel
corso di audizioni, è in grado di fornire ogni dato in tempo
reale e comunque entro i 15 giorni successivi al verificarsi
delle entrate.
L'attività legislativa nel campo economico ed in quello
fiscale si è caratterizzata per una vera e propria alluvione
di decreti-legge, che si sono susseguiti introducendo
correzioni su correzioni, proroghe su proroghe di cui non c'è
eco nella storia repubblicana.
E' venuta meno la certezza della norma e ci si è trovati
di fronte, su questioni delicate, a norme riscritte persino
più di sei volte (norme sulla emersione del lavoro nero;
credito d'imposta per l'occupazione e per gli investimenti;
incentivi; norme sull'IRAP per l'autotrasporto), introducendo
insicurezza ed instabilità nel sistema.
Uno dei fattori del declino del nostro sistema produttivo
è certamente dovuto alla impossibilità per un operatore di
poter programmare un investimento di fronte alla farraginosità
delle disposizioni fiscali. E' un pericoloso ritorno indietro
della legislazione fiscale: altro che codice unico delle norme
fiscali! Ci troviamo di fronte ad un numero di leggi,
regolamenti, circolari e decreti che in due anni ha superato
per numero e per contenuti tutto ciò che era stato prodotto -
e non era poco - nel corso di tutti gli anni Novanta!
E' oramai prassi costante quella secondo cui i testi
legislativi si traducono in circolari enciclopediche (sovente
sono composte da un minimo di centocinquanta pagine) che si
riproducono senza sosta in una infinita partenogenesi
normativa.
Lo Statuto dei diritti del contribuente, una legge di
grande civiltà che finalmente poneva l'Italia al livello delle
altre legislazioni europee, è stata in questi due anni
calpestata.
La retroattività delle norme fiscali è divenuta una prassi
costante. Sono state sistematicamente violate le norme sui
tempi necessari per la introduzione di nuove disposizioni;
sono stati significativamente violati i tempi previsti per la
restituzione dei crediti d'imposta e per la restituzione
dell'IVA.
Sono stati prorogati i termini per gli accertamenti dei
tributi locali (vedi ICI) e con la possibilità di fare gli
accertamenti non più sugli ultimi 5 anni, ma sugli ultimi
sette anni, si è dato un duro colpo alla autorevolezza
dell'Amministrazione finanziaria.
La nuova normativa sul condono ha letteralmente capovolto
i principi base dello Statuto del contribuente.
Non è più il cittadino onesto ad essere tutelato: la
normativa "condonistica" privilegia, con ridicole aliquote,
modeste sanzioni, anonimato, chi non è in regola con le
disposizioni fiscali. Insomma, dallo Statuto del contribuente
si è passati allo Statuto del condono.
La profonda trasformazione dell'Amministrazione
finanziaria e della Guardia di Finanza, operata nel corso
della XIII legislatura, che ha consentito di raggiungere
risultati di eccellenza agli inizi degli anni duemila, è stata
contraddetta da:
1. un ripensamento sull'autonomia delle Agenzie,
sottoposte nel processo di riorganizzazione con il ricorso
diffuso e spregiudicato dello spoil system e con il
vincolo dei controlli decisivi del Ministero;
2. una subordinazione continua dell'attività
dell'ex-Ministero delle Finanze a quella dell'ex-Ministero del
Tesoro (si è trattato non di una fusione, ma di una
annessione);
3. da una politica contrattuale che mortifica dal punto
di vista professionale e salariale, anche con il ricorso
continuo e massiccio a consulenze esterne, il ruolo di
impiegati, funzionari e dirigenti delle Agenzie;
4. da una mortificazione delle capacità investigative e
di contrasto all'evasione fiscale dell'Amministrazione
finanziaria e della Guardia di Finanza, con l'introduzione
dell'anonimato e con l'impossibilità di definire campagne
organiche di lotta all'evasione fiscale.
Insomma, si è, anche consapevolmente, a livello politico,
incoraggiato il riemergere di vecchie pratiche persecutorie
dure a morire in alcuni settori della pubblica amministrazione
a danno dei contribuenti ("chi non farà il condono stia
attento, perché sarà controllato in "modo spietato" dalla
pubblica amministrazione").
La delega fiscale, come le altre deleghe riferite ai
collegati alla legge finanziaria per il 2002, ha innovato
rispetto alle tradizionali modalità di copertura degli oneri,
introducendo il principio di una copertura che verrà definita
in base ai tempi della loro attuazione nelle finanziarie 2004
e successive.
Questa singolare scelta è stata accompagnata, nell'ambito
dei provvedimenti fiscali che sono stati adottati con decreti
legge o con disegni di legge appositi, da coperture che hanno
avuto di solito le seguenti caratteristiche:
1. schede tecniche largamente incomplete, con previsioni
sottostimate o sovrastimate in modo eccessivo a seconda delle
esigenze del momento e non in maniera obiettiva (vedi gli
incentivi ecologici; emersione del lavoro sommerso; entrate
dal concordato);
2. utilizzo di somme accantonate per essere utilizzate
ad altre finalità (vedi fondo per l'assistenza, fondo per la
disoccupazione, multe inflitte dall'Antitrust);
3. l'arbitrarietà dei conti. Sintomatica e non veritiera
la scheda tecnica preparata per il condono: l'ammontare di
otto miliardi di euro è rimasto sostanzialmente invariato,
nonostante la relativa disciplina sia stata modificata
radicalmente tre volte: una prima all'atto della presentazione
della legge finanziaria alla Camera in prima lettura; una
seconda al Senato in seconda lettura; una terza con il decreto
sul condono.
E' censurabile la totale carenza di attenzione del disegno
di legge di riforma fiscale alle modifiche del Titolo V della
Costituzione ed agli stessi provvedimenti che il Governo
intende portare avanti come federalismo fiscale. Continua a
mancare il coinvolgimento della Conferenza Stato-regioni,
mentre il provvedimento incide sui tributi della finanza
locale con conseguenze maggiori sui bilanci delle regioni ma
non indifferenti anche su quelli delle province e dei comuni.
E' un errore privare le autonomie locali di fonti di entrata
senza prevedere contestualmente soluzioni alternative, con il
rischio che si configuri un vero e proprio attentato
all'autonomia impositiva e finanziaria delle stesse.
La trasformazione delle detrazioni in deduzioni comporterà
un abbattimento delle basi imponibili che, considerata la
platea dei contribuenti IRPEF, che vede una concentrazione
nelle aree metropolitane e nel nord dei redditi più alti,
rischia di incidere maggiormente sull'imponibile delle regioni
meridionali, le quali potrebbero essere costrette a prevedere
una addizionale maggiore a quella attuale.
Il previsto intervento per eliminare l'IRAP, imposta
fondamentale per la politica economica e finanziaria delle
regioni, oltre a contrastare con l'impianto dell'articolo 119
della Costituzione, reintroduce surrettiziamente lo strumento
dei trasferimenti, con una contraddizione evidente tra il
preannunciato decentramento del prelievo fiscale e tributario
e la logica di centralizzazione che caratterizza oramai quasi
tutti i provvedimenti del Governo Berlusconi.
Il clamoroso fallimento della de-tax o a-tax,
di cui non rimane alcuna traccia nell'attività e nelle
iniziative di politica estera del Governo, avrebbe consigliato
di sostituirla con la Tobin-tax, nei cui confronti si
sono già prodotte alcune significative iniziative, ad esempio
in Francia. Sarebbe stata una buona occasione per dare una
risposta ai crescenti problemi posti dalla globalizzazione ed
alla diffusa protesta a livello mondiale, attenuando le
evidenti disparità tra paesi poveri e paesi ricchi.
L'unica iniziativa "seria" in campo internazionale è stato
il rientro e la regolarizzazione dei capitali esportati
all'estero con la garanzia dell'anonimato (chiediamo alla
Svizzera di abolire il segreto bancario e poi lo
reintroduciamo noi nel nostro sistema!) con una sanzione in
percentuale ridicola (la Germania ha introdotto una sanzione
del 25, in Italia è stato previsto il 2,5).
E' significativo aggiungere che una norma tesa ad
agevolare i pensionati che hanno una pensione all'estero per
avervi lavorato da giovani come immigrati ed una norma per
evitare a lavoratori ed imprese italiane all'estero un
meccanismo persecutorio sono state sistematicamente respinte
nella oramai tradizionale allergia del Governo Berlusconi ad
avere un atteggiamento di apertura nei confronti di chi è
pensionato, lavoratore o imprenditore attento a rispettare le
leggi (per loro né condoni, né sanatorie, né anonimato).
Un altro vuoto drammatico della delega fiscale richiesta
dal Governo è rappresentata dalla sordità ad affrontare i
problemi dello sviluppo compatibile e ad utilizzare il fisco
ai fini della difesa e della valorizzazione dell'ambiente.
Proprio in questi tempi, ove anche la Commissione europea
indica come obiettivo fondamentale ed irrinunciabile per tutti
gli Stati dell'Unione l'integrazione delle politiche
ambientali nell'ambito delle singole politiche settoriali, il
Governo si mostra del tutto insensibile alla tematica dello
sviluppo sostenibile e, in tale ambito, all'utilizzo della
leva fiscale per sollecitare la modifica dei comportamenti dei
produttori e dei consumatori in senso favorevole all'ambiente
e alla salute. La fiscalità ecologica rappresenta invece, a
ben vedere, lo strumento più avanzato rimasto in capo agli
Stati nazionali per garantire un futuro prospero dell'umana
società a fronte del degrado ambientale e delle sempre più
marcate ed evidenti alterazioni degli ecosistemi, con le
conseguenze che ne derivano per la salute e la stessa qualità
della vita. Non è un caso, infatti, che nelle democrazie
avanzate si assista, in questi ultimi anni, ad un crescente
interesse nei confronti dell'utilizzo della leva fiscale a
finalità ambientali: molti paesi hanno introdotto o sono in
procinto di introdurre articolati sistemi di incentivi,
agevolazioni e disincentivi diretti a strutturare un nuovo
tipo di imposizione capace di tenere conto del valore, anche
economico, delle risorse naturali. In tale prospettiva, la
fiscalità ecologica - grande assente nel disegno di legge -
viene considerata dalla teoria economica come uno tra gli
strumenti maggiormente apprezzabili, sia sul piano
dell'efficacia ambientale sia su quello dell'efficienza
economica, ciò in quanto consente, attraverso
l'internalizzazione del danno ambientale nei prezzi di
mercato, di ridurre l'entità dell'inquinamento prodotto (con
conseguente riduzione dei costi economici), correggendo
altresì le distorsioni esistenti sul mercato per l'uso
eccessivo delle risorse ambientali; su un altro piano, la
fiscalità ecologica tende a minimizzare il rapporto
costi-benefici nel senso del raggiungimento di obiettivi
ambientali al minor costo possibile, cioè con una perdita di
benessere per la collettività inferiore, a parità di benefici,
rispetto ad altri strumenti di tutela ambientale.
Sempre sotto un profilo economico, inoltre, la fissazione
di obiettivi di politica ambientale non rende affatto meno
competitivo il sistema delle imprese, come da alcuni
sostenuto; è semmai vero il contrario, posto che si è
dimostrato come nel medio periodo sia risultata maggiore la
competitività delle imprese in quei sistemi con maggiori e più
severi vincoli ecologici.
Ciò premesso, occorre rimarcare come il disegno di legge
in esame rappresenti una occasione perduta per un Paese, come
l'Italia, il quale avrebbe più che mai bisogno di un sistema
di incentivazione fiscale diretto a favorire i processi di
riconversione industriale, l'adozione di tecnologie pulite e
gli investimenti a carattere ambientale diretti all'adozione
di cicli industriali a basso consumo energetico e a basse
emissioni di gas serra, ciò anche in vista dei severi impegni
assunti in relazione all'attuazione del Protocollo di
Kyoto.
Ancora, la nuova disciplina sulle accise non contiene
alcun indirizzo sufficientemente chiaro e vincolante in ordine
all'esigenza di introdurre un regime fiscale uniforme per
tutti i prodotti energetici in funzione del loro potenziale
inquinante, nonostante gli indirizzi in tal senso pervenuti
dalla Commissione europea, ed analogamente la riforma dell'IVA
e la nuova imposta sui servizi non contemplano alcun criterio
direttivo diretto a favorire lo sviluppo di attività
produttive di beni e servizi ecologicamente compatibili.
E' quindi proprio sul fronte della fiscalità ambientale
che il disegno di legge in oggetto testimonia
inequivocabilmente l'arretratezza culturale, la mancanza di
una strategia lungimirante di politica fiscale ed industriale
e, in definitiva, la miopia politica del Governo di centro
destra.
Passando ad un altro aspetto, la realizzazione anticipata
del primo modulo della riforma fiscale con la finanziaria per
il 2003 ha confermato tutte le critiche dell'opposizione.
Le stesse parti sociali che hanno sottoscritto il Patto
per l'Italia hanno espresso forti rilievi e domandato robuste
correzioni. Vediamone i motivi.
In primo luogo non è stata assicurata la progressività;
sono stati esclusi da ogni beneficio i non capienti; è rimasta
fortemente penalizzata la famiglia, in particolare quella
monoreddito; le deduzioni più basse per i pensionati rispetto
ai lavoratori dipendenti hanno portato al risultato
paradossale che molti di essi hanno una pensione più bassa, al
netto delle imposte, rispetto a quella dell'inizio del 2002; è
stata inoltre aumentata la tassazione del trattamento di fine
rapporto, portando il primo scaglione dal 18 al 23.
In secondo luogo, il meccanismo di salvaguardia (secondo
cui nessuno deve rimetterci rispetto alla situazione
pre-esistente) riguarda una platea decisamente molto più ampia
rispetto a quella prevista (forse tre milioni di
contribuenti).
In terzo luogo, la riduzione operata sull'IRPEF viene
compensata dall'aumento a regime delle addizionali regionali e
comunali, con una concentrazione soprattutto al Nord nelle
regioni Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria, e nell'Italia
Centrale, con particolare riferimento al Lazio.
In quarto luogo, sono state fortemente ridimensionate le
risorse stanziate per azzerare entro il 2005 il credito
vantato dai contribuenti che hanno pagato più tasse (28.000
miliardi delle vecchie lire) ed è stato ripristinato a sfavore
delle imprese, il tetto per le compensazioni di imposta.
In quinto luogo, non è stata fatta nessuna seria
operazione per un intervento equitativo dal punto di vista
fiscale a favore delle categorie dei disabili, dei settori più
deboli della società (pensionati, aree di povertà), e a favore
delle politiche di assistenza (fondo sociale per gli affitti,
reddito minimo di inserimento):
In questo scenario hanno invece preso consistenza misure
di carattere fiscale che:
1. hanno favorito solo alcuni attori ristretti della
società, senza nessun beneficio per l'economia del Paese
(eliminazione della tassa sulle successioni e sulle
donazioni);
2. non hanno contribuito alla ripresa degli investimenti
ma anzi hanno dato un duro colpo all'industria dell'auto
(Tremonti-bis);
3. hanno permesso una ingente regolarizzazione dei
capitali all'estero, senza che si rendessero disponibili
risorse nuove per il rilancio degli investimenti nelle
infrastrutture;
4. hanno determinato una spregiudicata ed incontrollata
svendita del patrimonio dello Stato sul mercato;
5. hanno generalizzato forme di condono che creeranno
una situazione di evasione ed evasione fiscale salvaguardata e
protetta.
Tutto ciò renderebbe beffarda l'attuazione della delega,
se nel secondo modulo di attuazione si dovesse arrivare alla
aliquota unica del 23. Si tratterebbe, dopo il condono, che ha
sancito la rinuncia ad acquisire 100.000 miliardi di vecchie
lire evase, di una seconda gigantesca operazione di riduzione
delle tasse a favore di una ristretta area di contribuenti.
L'operazione propagandistica per l'eliminazione dell'IRAP
sta rivelando tutta la sua ambiguità.
La legge finanziaria 2003 ha proceduto ad una prima
riduzione (500 miliardi di vecchie lire su 50.000 miliardi
circa di gettito: è come se qualcuno volesse svuotare il mare
con un cucchiaio). E' stata anche di molto vanificata la
modifica dell'IRAP, tenendo conto in modo molto ridotto
dell'incidenza del costo del lavoro sulla base imponibile.
Non sono indicate le misure sostitutive che dovrebbero
mantenere alle regioni il gettito che verrebbe meno con
l'eliminazione dell'IRAP.
La delega rimane assolutamente generica riguardo ai temi
dell'IVA, delle accise e dei tributi locali, essendo incapace
di indicare un realistico quadro di riforma. Non è previsto un
piano graduale per superare la doppia tassazione (vedi lo
scandaloso mix IVA + accisa sui prodotti petroliferi,
nelle bollette per il consumo dei prodotti energetici), come
suggerito dall'Autorità per l'Energia. Manca anche un
approfondimento relativamente a forme di prelievo medioevale,
quali il meccanismo della tassazione nel campo assicurativo
(vedi la tassa sulla RC auto o la tassa sulle assicurazioni
contro gli incendi al 20) o le imposte di trascrizione, che
servono, in modo distorto, a garantire entrate agli enti
decentrati.
Manca, insomma, una volontà riformatrice vera, capace di
razionalizzare il nostro sistema fiscale in un rapporto
trasparente con le autonomie locali.
Con riferimento alla tassazione dei redditi finanziari, la
critica che rivolgiamo alla delega è che l'aliquota unica al
12,50 per cento è troppo bassa, anche in confronto con quelle
in vigore nel resto dei Paesi europei, dove in media sono
intorno al 20 per cento.
L'adozione da parte del centrosinistra di una aliquota del
12,50 per alcune rendite finanziarie costituiva un passaggio
transitorio verso una aliquota unica a un livello intermedio.
L'adozione dell'aliquota più bassa per tutte le rendite
finanziarie è un ulteriore esempio di iniquità della riforma e
un ulteriore regalo ai contribuenti più ricchi. L'elevata
riduzione dell'aliquota sui redditi finanziari, infatti,
aumenta ulteriormente lo squilibrio tra il livello
d'imposizione che colpisce i cosiddetti redditi mobili e
quello che grava sui redditi da lavoro.
Gli slogans che all'inizio hanno accompagnato tale
scelta sono stati abbandonati in fretta. La riduzione
dell'aliquota al 12,5 per cento, presentata come una riduzione
delle imposte sui depositi a risparmio delle persone meno
ricche, è una favola che non ha retto per molto tempo, anche
perché il Governo non ha saputo tutelare i risparmiatori nella
vicenda Argentina o in occasione di emissioni obbligazionarie
per le quali è stato dichiarato il default, come nel
caso Cirio. Né sta in piedi l'altra giustificazione, secondo
cui un'aliquota bassa avrebbe, da un lato, attirato capitali
esteri nel nostro Paese e, dall'altro, impedito la fuga
all'estero dei capitali residenti nel nostro Paese. E' noto,
infatti, che a livello comunitario sta per entrare in vigore
una direttiva che consente a ciascuno Stato di inseguire e
tassare fiscalmente, con le aliquote in vigore nel proprio
Paese, le rendite finanziarie trasferite all'estero.
Si è voluto insomma fare un regalo sostanzioso alle classi
più abbienti del Paese, pari a circa 3,5 milioni di euro,
trasferendo loro risorse che si sarebbero potute utilizzare
per scopi sociali diversi.
Se proprio si doveva intervenire sui redditi finanziari,
se si voleva rendere più dinamico e competitivo il comparto
finanziario, sarebbe stato più opportuno, a nostro giudizio,
prevedere un'aliquota d'imposta intorno al 20 per cento, che
ci avrebbe messo in linea con i comportamenti di gran parte
dei Paesi comunitari e consentito di avere a disposizione più
risorse per l'attuazione del programma di riduzione della
pressione fiscale sulle imprese e sui contribuenti con reddito
medio-basso.
Con riferimento alla tassazione delle società, la critica
non riguarda tanto l'introduzione di un sistema impositivo
basato sul consolidato di gruppo, in gran parte condivisibile,
quanto la mancanza di elasticità del sistema prefigurato ed il
fatto che la pressione fiscale per la gran parte delle imprese
aumenta. Il provvedimento, così come strutturato, disegna il
sistema capitalistico italiano come strutturato esclusivamente
per holding, laddove invece esso è per gran parte
costituito da piccole e medie imprese che non hanno la
necessità di usare il consolidato. Insomma, le richieste del
mondo imprenditoriale di vedere ridotta la pressione fiscale
sono state tradotte in modo errato, incompleto e senza il
confronto e l'ascolto delle grandi e delle piccole imprese.
Non si comprendono le ragioni per le quali si vuole
procedere all'abolizione totale della Dual income tax,
che applicava un'aliquota del 19 sulla quota di redditi
imputabili a finanziamenti con capitale proprio. La
compatibilità della tassazione di gruppo prevista dalla
riforma con la DIT era possibile, come conferma uno studio
dell'Università Bocconi di Milano, e sarebbe andata incontro
alle esigenze di gran parte delle società, di quelle che nel
frattempo l'hanno utilizzata e di quelle che erano in procinto
di utilizzarla. E' fuori dubbio che le società maggiormente
dinamiche e produttive, e quelle che fanno ricorso al capitale
proprio piuttosto che a quello di indebitamento, ne escono con
un aggravio d'imposta. A conferma della scarsa credibilità
della riforma e dell'aggravio d'imposta per le imprese ci
vengono in aiuto gli eventi di questi ultimi mesi.
Ci riferiamo in particolare al decreto-legge 24 settembre
2002, n.209, che ha anticipato l'applicazione di una parte
della riforma fiscale riguardante la fiscalità d'impresa. Le
norme contenute nel decreto legge hanno bloccato, in vista
della riforma, le operazioni di Tax planning delle
imprese, finalizzate ad attenuare i costi del passaggio al
nuovo sistema fiscale. Nel provvedimento si sono anticipati
gli effetti di una parte della riforma fiscale per le imprese,
quella che ha un costo, che si riassume nel blocco della
deducibilità fiscale delle svalutazioni e nello smantellamento
della DIT, mentre si è rinviato ad un futuro indeterminato il
vantaggio corrispettivo della non tassabilità delle
plusvalenze. In sostanza, l'impatto complessivo del
provvedimento è stato di 3,2 miliardi di euro per il solo
2002, di 3,4 miliardi di euro per il 2003 e di 2,6 miliardi di
euro per il 2004. L'abbassamento delle aliquote IRPEG al 34
per cento e la modesta attenuazione dell'IRAP operate con la
finanziaria 2003 non hanno compensano tali cifre. Alla luce di
questi eventi, ci chiediamo, a maggior ragione in questa fase
di crisi economica, a cosa serve questo cambiamento di regime
fiscale e a cosa serve l'aumento della pressione fiscale
permanente sulle imprese per i prossimi anni. Le forti
polemiche alimentate da Confindustria confermano il fallimento
delle promesse di sgravi fiscali fatte dal Governo e
avvalorano le tesi dell'opposizione sull'incapacità
dell'attuale maggioranza a realizzare provvedimenti seri ed
utili al Paese.
La delega fiscale, così come è stata formulata dal
Governo, appare sempre più come un ferro vecchio
nell'armamentario ideologico della destra.
E' non solo un inganno, una sorta di fata Morgana che si
offre ai contribuenti ed al Paese, ma rappresenta uno
strumento vecchio e obsoleto di politica fiscale.
E' il rigurgito di una visione autoritaria, sprezzante e
centralizzatrice dello Stato. Una politica fiscale, questa
indicata dal Governo, che rappresenta una camicia di Nesso per
la vitalità della nostra economia, per la valorizzazione delle
capacità professionali e di impresa, per le pari opportunità
sociali.
Una legge che respingiamo perché ingiusta, sbagliata,
vecchia; incapace, insomma, di sostenere quella spinta allo
sviluppo del nostro Paese in un clima di solidarietà e di
coesione sociale capace di favorire la competitività e lo
sviluppo in una Europa che si allarga ed in un mondo ove quei
valori trovano sempre più forza e rispondenza.
Giorgio BENVENUTO,
Relatore di minoranza