XIV LEGISLATURA
RELAZIONE - N. 2032-A-bis
Onorevoli Colleghi! - Il settore dei trasporti, delle
infrastrutture e della logistica italiana, gli enti, le
imprese, i lavoratori marittimi erano in attesa del
provvedimento al nostro esame, collegato alla manovra di
finanza pubblica per il 2002, recante "Disposizioni in materia
di infrastrutture e trasporti"; si tratta di un atto normativo
che ha acquisito una rilevanza politica del tutto anomala e
impropria, per responsabilità del Governo e della maggioranza,
per le loro esplicite e reiterate dichiarazioni e annunci,
volti a giustificare e coprire le evidenti carenze della
cornice programmatoria, nonché di scelte politiche organiche
contenute nella filiera normativa costituita dal Documento di
programmazione economico-finanziaria, dalla cosiddetta legge
obiettivo, dalla legge finanziaria, dalla delibera del CIPE e
dal disegno di legge collegato in materia di infrastrutture e
trasporti.
Fin dall'esame del DPEF, di fronte ai nostri preoccupati
rilievi riguardo alla totale assenza, in quel documento, non
solo di un organico approccio progettuale, ma persino di una
qualche menzione di molti aspetti strategici delle politiche
di settore. Un vuoto che giungeva fino ad ignorare
platealmente lo stesso Piano generale dei trasporti e della
logistica, approvato qualche mese prima, frutto di un lungo e
faticoso lavoro di concertazione, analisi e confronto. Ci fu
risposto, a più voci, in Commissione e in Assemblea, che un
approccio complessivo, generale, più articolato, l'avremmo
trovato nella cosiddetta legge obiettivo e nella legge
finanziaria.
Ambedue gli appuntamenti sono stati, da questo punto di
vista, mancati dal Governo e dalla maggioranza. Alle
osservazioni che abbiamo ripetuto, in occasione dell'esame di
tali provvedimenti, circa il permanere di una forte
insufficienza di spessore politico-programmatico in un campo
come questo, nel quale la sofisticata complessità delle idee
generali è la trama che tiene assieme e dà valore a interventi
settoriali che fra loro devono tenersi e interagire, e
relativamente al fatto che, se non si dà nozione delle idee
generali e complessive, di una "passione" effettivamente
innovatrice e modernizzatrice, non si comprendono le coerenze
delle singole iniziative politiche e legislative (ammesso che
ci siano), si è di nuovo risposto con un rinvio ad atti
successivi, in particolare a questo provvedimento.
Non è dunque irrispettosa ironia segnalare che fra di noi,
ma anche fra gli innumerevoli operatori di questo ampio,
articolato e strategico settore dell'economia di un Paese che
vuole dirsi moderno e avanzato, si era generata una certa
attesa per questo disegno di legge collegato, per
rintracciarvi dopo nove mesi di vita del Governo una qualche
idea organica delle politiche che intende perseguire, che sia
qualcosa di più dell'anelito velleitario all'accelerazione
delle cosiddette "Grandi Opere", che è, al momento, più un
moto dello spirito, peraltro condivisibile nella sua
genericità, che una vera e propria politica.
Ci troviamo invece ancora una volta di fronte ad una
delusione, a "pezzi e bocconi" di legislazione scoordinata,
raffazzonata e sconclusionata, a scelte frammentate, parziali,
talvolta incoerenti, la negazione di quella politica organica
dei trasporti che noi ci ostiniamo a proporre come un insieme
coordinato e coerente di indirizzi e risorse per il
progressivo sviluppo e miglioramento delle performance
delle diverse modalità, per il loro riequilibrio, per nuove,
più avanzate sinergie tra di loro, con obiettivi di maggior
competitività e liberalizzazione (peraltro scarsamente
visibili nell'iniziativa del Governo), ma anche di maggior
sicurezza e sostenibilità dei sistemi di mobilità delle
persone e delle merci (e voi tutti sapete quanto in questi
giorni questo tema sia presente e accentuato nella sensibilità
diffusa dell'opinione pubblica delle nostre città
irrespirabili), per l'apertura di ulteriori orizzonti e
condizioni volti a favorire la crescita della funzione
logistica, per l'integrazione dei nostri modelli organizzativi
e dei nostri legami strutturali con l'Europa, messi a rischio
dall'allarmante fragilità dei nostri valichi, nonché per il
riequilibrio territoriale fra il nord e il sud del Paese.
Ci attendevamo la risposta a questioni importanti, non
prese in considerazione durante il dibattito sul disegno di
legge Finanziaria, vuoi perché respinte dalla maggioranza,
vuoi perché rinviate appunto a questa occasione. Alcune di
tali questioni sono state riprese e sollecitate anche da
importanti categorie imprenditoriali nelle audizioni svolte
durante l'esame in sede referente da parte delle Commissioni:
gli incentivi e gli sgravi all'economia marittima, lo sviluppo
delle autostrade del mare e del cabotaggio, la diffusione e il
potenziamento del trasporto pubblico urbano, la
riorganizzazione della mobilità nelle città, una risposta
straordinaria, all'altezza della sfida, al grande problema
della sostenibilità ambientale e dell'abnorme sviluppo del
trasporto su strada per le merci e le persone.
Troviamo invece silenzi preoccupanti, gravi omissioni,
imbarazzi evidenti e, qua e là, fughe in avanti o "ritorni al
passato" che sono avventurose forzature o indecenti
rianimazioni di scheletri nell'armadio, nel tentativo di
inseguire, da un lato, interessi forti, strutturati e
oligopolistici, dall'altro, sensibilità diffuse, ma grezze,
dell'opinione pubblica.
Nel novero dei silenzi preoccupanti c'è tutto il tema
dell'autotrasporto, un settore che sta correndo rischi
gravissimi per il dilettantismo e l'incapacità del Governo di
affrontare e avviare a soluzione i problemi acuti e cronici
che interessano il comparto.
L'Unione europea ha imposto alle imprese di autotrasporto
per conto terzi la restituzione del bonus, cioè degli
sgravi fiscali concessi dal Governo negli anni 1992-1994, una
somma che ammonta a 2.000 miliardi di lire. Il Ministro
Tremonti ha lasciato trascorrere otto mesi, trastullandosi e
illudendo gli interessati con ipotesi rivelatesi poi
impraticabili, quali la prescrizione della sanzione o
l'impossibilità tecnica del recupero da parte degli uffici
dell'Agenzia delle entrate del Ministero dell'economia e delle
finanze: in realtà, nel frattempo, predisponeva la circolare
per richiedere il pagamento e gli autotrasportatori rischiano
di vedersi improvvisamente recapitare le cartelle
esattoriali.
A ciò si aggiunge la proroga del sistema degli ecopunti
per il transito in Austria accettata dal Presidente del
Consiglio nel recente vertice europeo di Laeken, aggravata
dall'attuale situazione di difficoltà per il transito nei
valichi alpini.
Restano inoltre irrisolti i problemi dell'armonizzazione
delle accise, il superamento delle tariffe a forcella, le
questioni relative agli albi di settore, ai meccanismi di
autorizzazione e al completamento della riforma di tutto il
settore, in una ottica di maggior competitività a fronte degli
inevitabili processi di liberalizzazione, avviata dai Governi
del centrosinistra e ora rinviata a data da destinarsi. Di
tutto questo non c'è traccia nel provvedimento in esame.
Nel novero delle omissioni sta invece tutta l'incombente e
urgentissima questione della mobilità urbana, l'emergenza che
in queste settimane tocca molti milioni di cittadini in tutto
il Paese e che, rivestendo ormai un carattere non
straordinario ma ricorrente, richiede interventi strutturali
più profondi della domenicale chiusura al traffico dei centri
storici.
Nonostante le innumerevoli promesse e gli impegni assunti
in giro per l'Italia dal Ministro dell'ambiente, nonostante le
dichiarazione e le assunzioni di responsabilità reiterate in
relazione agli accordi di Kyoto, non c'è in questo collegato
nulla di rilevante, così come non c'era nulla nel disegno di
legge collegato in materia ambientale: questo è un fatto assai
grave.
E' necessario un piano straordinario che recuperi le
risorse previste per un arco di dieci anni nel Piano generale
dei trasporti e ne aggiunga altre, in modo tale che, per il
triennio 2002-2004, possano essere spesi almeno cinque
miliardi di euro per il trasporto rapido di massa (non
rifinanziato) e per il rinnovo del parco autobus a basso
inquinamento (i cui fondi sono diminuiti). E' altresì urgente
intervenire sui sistemi di distribuzione delle merci nelle
città, sugli incentivi agli enti pubblici per l'utilizzo di
mezzi alimentati con energie alternative, sulla diffusione
della rete di distribuzione del metano e infine per adottare
celermente il regolamento che consenta di far partire i piani
urbani della mobilità.
Se a questo si aggiunge che anche la politica
dell'interportualità e delle piattaforme logistiche
strategiche per l'intermodalità del trasporto merci viene
consegnata da questo provvedimento a un destino di
residualità, poiché si preferisce tornare a privilegiare la
proliferazione degli interventi a pioggia, inseguendo le
molteplici clientele territoriali che la maggioranza ha
disseminato nel Paese, invece di concentrare gli interventi
verso obiettivi di completamento e di potenziamento selettivi,
il nostro giudizio non può che essere severo.
Nel corso lavoro delle Commissioni, come gruppi dell'Ulivo
e del centrosinistra, abbiamo cercato di proporre modifiche al
provvedimento utili al Paese, ai lavoratori, agli enti
decentrati, alle autonomie, alle regioni ed alle imprese
private e pubbliche.
In qualche caso, pochi casi purtroppo, sono stati accolti
emendamenti utili.
Ne cito alcuni:
l'estensione degli ammortizzatori sociali ai lavoratori
del trasporto aereo, settore che da tempo è in crisi e che il
Governo non ha mai voluto affrontare seriamente; (purtroppo
una norma in questo senso, che avevamo presentato in
Commissione e che le Commissioni riunite avevano approvato
all'unanimità è stata soppressa su impulso del Governo in
seguito al parere espresso dalla Commissione Bilancio: ci
auguriamo che nel corso della discussione in Assemblea si
possa porre rimedio a questo inaccettabile atteggiamento del
Governo);
alcune limitate modifiche nel settore dell'economia
marittima e armatoriale, per estendere alle navi iscritte nel
registro internazionale italiano la possibilità di effettuare
un limitato numero di viaggi per il cabotaggio nazionale;
un modesto finanziamento a favore della ricerca in
materia di sviluppo del cabotaggio marittimo, delle autostrade
del mare e della navigazione a corto raggio;
una semplice correzione formale del regime sanzionatorio
della legge n. 51 del 2001, correzione di un errore materiale
che è stato impossibile apportare, a causa dell'atteggiamento
della maggioranza e del Governo nel corso l'esame della legge
finanziaria per il 2002. Mi riferisco a tale questione
affinché resti testimoniato agli atti il clima di chiusura che
troppe volte il centro-destra mostra di fronte a proposte
serie, argomentate, nell'auspicio che il Governo e la
maggioranza vogliono collaborare a migliorare il testo al
nostro esame.
Cito solo qualche spunto sul quale lavorare per apportare
ulteriori correttivi al provvedimento.
L'armamento italiano ha conosciuto, nel periodo compreso
tra il 1996 ed il 2001, uno sviluppo importante, per decine di
imprese e migliaia di lavoratori.
Ciò è stato anche il frutto di politiche che questo
Parlamento ha assecondato, grazie alle quali sono rientrate in
Italia, dalle cosiddette "bandiere di comodo", oltre 200 navi;
sono state costruite, o sono in avanzato grado di costruzione,
oltre 50 navi cisterna per il trasporto dei prodotti
petroliferi. In pochi anni, gli armatori italiani, credendo
agli incentivi recati dalla legge n. 51 del 2001 per
l'eliminazione delle navi obsolete e a singolo scafo, hanno
fatto si che l'Italia possa contare tra breve su una flotta
cisterniera tra le più moderne del mondo.
Inoltre, in pochi anni i benefici di cui alla legge n. 522
del 1999, voluta dal centrosinistra, hanno consentito
un'elevata partecipazione della flotta nazionale ai traffici
di cabotaggio, grazie allo sgravio degli oneri contributivi
per il personale navigante fino all'80 per cento. Avremmo
voluto estendere anche agli anni successivi al 2002 tale
misura, inizialmente prevista per il triennio 1999-2001,
abbinandolo alla norma sulla tassazione forfettaria
(tonnage tax) del reddito delle imprese armatoriali. Il
Governo ha invece fatto enorme confusione in materia: con la
legge finanziaria per il 2002 ha ridotto gli sgravi al 43 per
cento, e li ha eliminati per la flotta pubblica (le società
Tirrenia, Adriatica, Toremar, Caremar, Siremar), introducendo
una discriminazione tra imprese che espone la norma alle
procedure d'infrazione alle norme comunitarie sulla
concorrenza. Tale norma (che noi abbiamo potuto solo
parzialmente migliorare), da un lato, risulta inapplicabile,
tanto che l'IPSEMA chiede a tutti gli armatori il pagamento
del 100 per cento degli oneri contributivi e previdenziali,
dall'altro, appare parziale, limitata ad un anno, e non potrà
entrare in vigore prima di alcuni mesi.
Il Governo sta dunque determinando insicurezza nelle
imprese armatoriali e sfiducia nella sua politica economica,
tanto che, come ci è stato ampiamente dimostrato nelle
audizioni delle Confitarma e dei responsabili della portualità
italiana, alcuni armatori stanno trasferendo le proprie sedi
d'armamento all'estero, in altri paesi comunitari.
Perché non ascoltate l'accorato appello che viene dal
mondo imprenditoriale e sindacale del settore?
Noi abbiamo proposto alcuni emendamenti che vanno nella
giusta direzione dello sviluppo, della crescita,
dell'occupazione, della formazione professionale, del
contributo alla demolizione delle cosiddette carrette del
mare.
Un analogo contributo emendativo abbiamo predisposto sulla
portualità.
Il piano di potenziamento e ammodernamento del sistema
portuale italiano, avviato con la legge n. 84 del 1994,
sviluppato con l'articolo 9 della legge n. 413 del 1998, ha
dato risultati ampiamente positivi.
Il sistema portuale italiano ha recuperato gran parte del
differenziale di competitività e di infrastrutture che lo
divideva dai principali sistemi portuali europei. Nei porti
principali, sede di autorità portuale, sono in corso lavori
imponenti, in attuazione del programma elaborato dal Ministero
delle infrastrutture e dei trasporti, sul quale è stata
raggiunta l'intesa con le regioni, con le autorità portuali e
sul quale si sono espresse le Commissioni parlamentari di
Camera e Senato.
Occorre proseguire nell'attuazione del programma. Invece,
con l'articolo 26 del disegno di legge, così come formulato,
si interrompe un circolo virtuoso. Si accentrano nuovamente le
competenze in materia unicamente sul Ministero, sminuendo la
funzione del Parlamento, e modificando la competenza delle
autorità portuali, ed il ruolo delle regioni, che verrebbero
completamente esautorate, in piena violazione delle norme del
Titolo V della Costituzione. Inoltre, si interrompe il piano
di ammodernamento dei porti, laddove è necessario che i lavori
proseguano per realizzare l'ulteriore fase di avvicinamento
alle potenzialità degli altri porti europei.
Mentre è necessario e urgente proseguire nel potenziamento
dei due corridoi litoranei, il corridoio Adriatico e il
corridoio Tirrenico, consentendone l'uso come autostrade del
mare, in sintonia con le linee strategiche del Piano generale
dei trasporti e della logistica, con l'articolo 26 si blocca
un procedimento in corsa: si tratta di una scelta pericolosa e
foriera di guai per la portualità italiana e per il Paese.
Per evitare tale esito abbiamo presentato limitati
emendamenti di cui sollecitiamo l'approvazione.
Un riferimento infine all'articolo 28, sullo sviluppo del
trasporto ferroviario di merci. Già nel corso dell'esame da
parte delle Commissioni, il testo dell'articolo è stato
parzialmente modificato, ma restano ancora alcune incongruità.
A parte il fatto che nella definizione di trasporto combinato
non si tiene conto del fatto che il tragitto può essere
compiuto anche per nave, resta il problema della copertura
degli oneri, che nel testo del Governo sembrava avere una
soluzione assai originale. Inoltre, si usano finanziamenti
previsti per il solo 2002 nel triennio 2002-2004, si tolgono
risorse già assegnate a Ferrovie dello Stato SpA, Società
Cargo, in ottemperanza del contratto di programma e di
servizio stipulato tra lo Stato e le stesse FS SpA, incidendo
in tal modo sul piano di impresa di tale società.
Dal momento che si tolgono risorse a Cargo per destinarle
ad altre imprese ferroviarie, cosa dovranno fare Cargo e FS
per assicurare il loro equilibrio economico? Sospendere il
trasporto merci con la Sardegna e la Sicilia? Ridurre
ulteriormente il traffico merci e, ovviamente, ridurre i
tratti più rischiosi economicamente, cioè quelli riguardanti
il meridione e le zone meno accessibili del Paese? Non a caso
la Commissione Bilancio ha chiesto la soppressione dei commi 5
e 6, in quanto si toglievano finanziamenti già appostati in
Bilancio presso specifici capitoli di spesa.
Noi ci auguriamo che nell'esame di molti emendamenti su
questi temi, che le Commissioni riunite hanno rinviato
all'Aula ci sia meno sordità da parte della maggioranza e del
Governo nell'ascoltare le buone ragioni, non tanto
dell'opposizione, ma di tutti coloro che hanno a cuore la
reale modernizzazione e civilizzazione del nostro Paese.
Sotto la voce imbarazzi palesi vanno poi annoverati tutti
i temi che riguardano l'economia marittima, che questo
provvedimento sostanzialmente elude.
L'imbarazzo è reso più marcato dal fatto che non sono
mancate sollecitazioni, anche clamorose, nel corso delle
audizioni presso le Commissioni e sulla stampa (voglio citare,
per tutte, le dichiarazioni di fuoco rilasciate
all'Espresso del 14 febbraio scorso dal nuovo presidente
di Confitarma) e del fatto che, nel corso dell'esame, presso
la IX Commissione Trasporti, dei documenti di bilancio, il
Governo ha accolto un ordine del giorno che impegnava il
Governo a prevedere nella legge finanziaria i finanziamenti
necessari per:
1) la conferma nel prossimo triennio delle misure di
sgravio per il cabotaggio marittimo, in misura almeno pari
all'80 per cento degli oneri contributivi, applicabili
all'intera marineria senza discriminazioni tra imprese
pubbliche e private, in attesa dell'introduzione della
tonnage tax;
2) il finanziamento dei corsi professionali per la gente
di mare e per i radiotelegrafisti;
3) il rifinanziamento della legge n. 51 del 2001;
4) il proseguimento del programma di potenziamento dei
porti, delle autostrade del mare, nonché l'attuazione della
delega già conferita al Governo per assicurare l'autonomia
finanziaria delle autorità portuali.
Di tutto questo non c'è traccia nella legge finanziaria,
ma c'è pochissima traccia anche nel provvedimento collegato al
nostro esame: in questo modo si mette a repentaglio la
competitività del nostro sistema economico e dell'impresa
marittima, bloccando così, nonostante i solenni impegni presi
nei giorni scorsi a Livorno dal ministro Lunardi, lo sviluppo
del cabotaggio e delle autostrade del mare.
Per quanto riguarda poi le fughe in avanti di questo
provvedimento, l'esempio migliore è dato dall'articolo 6, con
il quale si pretende addirittura di riscrivere parti
fondamentali della legge n. 109 del 1994 (cosiddetta legge
Merloni), in un percorso estremamente frazionato e confuso,
iniziato con la cosiddetta legge obiettivo, proseguito con
questo collegato e destinato a concludersi con la
preannunciata legge di riforma della stessa legge n. 109
(cosiddetta Merloni-quater).
Su questa scelta politica così frammentaria e scoordinata,
che risponde più a un esigenza comunicativa e propagandistica
che a una reale volontà di procedere concretamente e in tempi
rapidi ad una nuova legge organica che si collochi
all'incrocio con il nuovo Titolo V della Costituzione e con le
prossime direttive della UE in materia, noi abbiamo dichiarato
fin dall'inizio la nostra contrarietà.
Anche noi siamo convinti che sulla legge n. 109 occorra
intervenire, ma non in questo modo.
Bisogna mettere insieme e confrontare le migliori
esperienze fatte in questi anni, gli esiti degli strumenti
innovativi messi in campo, le conferenze e gli accordi di
programma, le conferenze di servizio e i procedimenti
unificati, tutti gli elementi della negoziazione regolata con
le novità che arriveranno con la nuova Direttiva europea e che
sono già state determinate dall'attribuzione di nuovi poteri
alle regioni. Solo così si possono riscrivere, insieme alle
categorie, nuove regole finalizzate al fare, ma accompagnate
dal costante rigore per le garanzie della trasparenza e della
concorrenza.
Non è questo il modo con cui si approccia al problema
l'articolo 6 di questo provvedimento, un articolo
sconclusionato e confuso, che mette insieme le più diverse
sollecitazioni allo stato grezzo, rendendo sospette, in un
quadro così raffazzonato, anche norme e modifiche che in un
contesto più serio potrebbero godere anche da parte nostra di
positiva considerazione; un articolo che contiene peraltro
anche alcune norme sbagliate che abbassano le soglie di
legalità e trasparenza.
Se si vuole un'altra prova della confusione in cui si
dibatte in questo campo la politica del Governo, è sufficiente
considerare il contenuto dell'articolo 17 di questo disegno di
legge collegato e dell'articolo 25 della legge finanziaria: il
primo introduce i cosiddetti programmi di riabilitazione
urbana senza prevedere alcuna risorsa finanziaria, il secondo
finanzia i programmi di riqualificazione urbana con uno
stanziamento di 103 milioni di euro, appostati tuttavia presso
lo stato di previsione del Ministero dell'interno.
Anche in questo caso i buoni propositi vengono vanificati
dalla confusione, dall'improvvisazione e dalla sovrapposizione
di responsabilità: peccato! La frenesia del pennarello ha
fatto altre vittime.
Confusione, improvvisazione e sovrapposizione che vengono
peraltro rilevate con nettezza anche dai rilievi di diverse
Commissioni e in particolare dal Comitato per la legislazione,
che segnala una carenza di clausole di coordinamento con la
normativa vigente, uno spiccato carattere di disomogeneità,
denuncia le numerose modifiche ad atti legislativi anche assai
recenti, adottati nel corso di questa legislatura, indice
questo di una insufficiente progettazione degli atti medesimi,
e sottolinea infine che la transitorietà di norme che
prefigurano interventi di riforma di ampio respiro, ai quali
si fa rinvio, genera aspettative e incertezze nei destinatari
delle disposizioni in questione.
Clamoroso, per altro, si è rivelato lo scollegamento tra
il Ministero delle infrastrutture ed il Ministero
dell'economia, manifestatosi nella falcidia che ha subito il
testo del provvedimento, come modificato dagli emendamenti
approvati dalle Commissioni, da parte della Commissione
Bilancio.
Anche per quanto riguarda il seguito normativo e
finanziario della cosiddetta legge obiettivo, ci aspettavamo
che la politica degli annunci, in parte condivisibili, benché
un pò ossessivi e monotematici, sulla necessità di accelerare,
snellire le procedure e realizzare le grandi infrastrutture
strategiche per il futuro del Paese, passasse dalle parole ai
fatti, fosse coerentemente perseguita con una rigorosa
selettività degli interventi e fortemente sostenuta da risorse
adeguate, si passasse insomma dalla propaganda buona per le
discussioni al bar ai fatti che derivano dagli obblighi di
serietà e di responsabilità che sempre devono accompagnare chi
ha funzioni di governo.
E di nuovo, anche su questo, non possiamo che manifestare
la nostra profonda delusione: da un lato una delibera CIPE che
è una specie di enciclopedia dei bisogni e dei "bisognini"
infrastrutturali del Paese, contenente centinaia di opere e
"operette", fra loro incommensurabili, senza alcuna priorità,
con un costo complessivo di 126 miliardi di euro, dall'altro
uno striminzito stanziamento di 2,7 miliardi, meno delle
risorse stanziate nell'ultimo anno del precedente Governo; ed
è assolutamente inaccettabile l'idea che qui si palesa di
tentare di sopperire alla carenza di risorse mutando
geneticamente e in modo indebito le funzioni delle Fondazioni
bancarie.
Ne viene confermata la sensazione, che abbiamo più volte
espresso, che tutta questa storia della cosiddetta legge
obiettivo si rivelerà presto un flop, buona solo a
moltiplicare progetti su progetti, ma inefficace ad aprire
nuovi cantieri in tempi accettabili: l'impressione, non solo
nostra ma anche di autorevoli voci dell'opinione pubblica e
della stampa specializzata, non certo sospetta di simpatie per
l'opposizione, è che gli unici cantieri che si apriranno
saranno quelli già predisposti dal precedente governo e che il
tutto sarà un "operoso pantano".
Ciò dimostra che non di politiche straordinarie ed
eccezionali c'è bisogno, ma di pazienti, ordinarie e pervicaci
politiche volte al perseguimento del risultato.
Vedete, cari colleghi, noi non siamo felici di un
eventuale fallimento delle politiche di infrastrutturazione
del Paese; sentiamo anche noi l'esigenza di semplificare,
accelerare, realizzare le opere; sentiamo che su questo
occorre uno sforzo vero e serio del Paese, in tutte le sue
articolazioni istituzionali, economiche e finanziarie, uno
sforzo che vada oltre i limiti e le insufficienze di cultura
dell'innovazione del sistema politico, del sistema
istituzionale e del sistema delle imprese che hanno
caratterizzato l'ultimo ventennio della storia italiana e che
hanno talvolta frenato anche le migliori intenzioni delle
diverse esperienze di governo.
Ma proprio questa consapevolezza, questa riflessione anche
autocritica, dà forza e credibilità ad una proposta e ad una
cultura di governo che vuole essere diversa, perché migliore
della vostra.
Perché quei limiti e quelle insufficienze non stanno, come
qualcuno, anzi molti, fra voi, sembra credere, nelle giuste
preoccupazioni rispetto alla sostenibilità e alla qualità
degli interventi, né in quelle relative alla trasparenza, alla
correttezza, alla democraticità partecipata dei percorsi di
scelta e decisione. Anzi, la nostra critica più ferma a questo
provvedimento e, più in generale, alle politiche del settore
della mobilità, dei trasporti, della logistica e delle
infrastrutture che fino ad oggi ci avete proposto, se, per un
verso, si appunta sul "monotematismo cantieristico", sulla
eccessiva "unilateralità stradista", sull'ossessione
infrastrutturale, che trascurano gli elementi più sofisticati,
organizzativi e logistici, di una moderna politica del settore
e che erano invece contenuti in quel Piano generale dei
trasporti e della logistica, adottato con il decreto del
Presidente della Repubblica del 14 marzo 2001, cioè meno di un
anno fa, considerato da questo Governo troppo ingombrante,
citato il meno possibile, preso in esame in questo disegno di
legge collegato solo per stanziare risorse al fine di
variarlo, per l'altro verso stigmatizza con grande severità il
fatto che, dietro la presunta "nobiltà" delle intenzioni di
semplificare, accelerare, saltare procedure, ripristinare
vecchi contratti, si intravedono, con manifesta spudoratezza,
ignobili tentazioni e comportamenti indecenti che ci riportano
a fatti, tempi, modalità, liasons, che pensavamo
superati per sempre e per tutti.
Li pensavamo superati, ma ci illudevamo: io sono fra
quelli che non si sottraggono ad una seria riflessione sugli
anni novanta, anche sui cosiddetti eccessi di un approccio
giustizialista al quale anche molti che oggi guidano la nuova
maggioranza non hanno fatto mancare il loro apporto, anche con
manifestazioni di cattivo gusto in quest'Aula e nelle piazze,
ma non avrei mai immaginato che l'assillo revisionista potesse
spingersi fino al punto di riabilitare e ridare corso a
comportamenti, fatti e vicende come quelle degli appalti della
TAV, una delle pagine più nere della storia dei lavori
pubblici italiani, sulla quale meglio sarebbe continuare a
stendere il velo pietoso dell'oblio.
Ma evidentemente non c'è limite alla sfrontatezza e
all'ebbrezza del riconquistato potere di questa maggioranza e
di questo Governo, che non si ferma neppure davanti al
contrasto palese con gli orientamenti e le direttive europee
in materia di concorrenza, né di fronte alla formale e
tempestiva segnalazione dell'Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato che, in data 12 febbraio 2002, ha
fatto pervenire al Presidente della Camera precise e formali
osservazioni "in ordine agli effetti distorsivi della
concorrenza che potrebbero derivare dall'articolo 6 del
disegno di legge" in discussione oggi, poiché "non appare
coerente con le direttive comunitarie dettate in materia di
appalti pubblici" e "risulta incompatibile con i principi
generali posti a tutela della concorrenza".
Aggiunge l'Autorità che, anche qualora la discrezionalità
del legislatore si spingesse fino a conservare un impianto
concessorio, stante la complessità delle opere da attuare, "è
indispensabile che l'affidamento in concessione, o la connessa
individuazione dei general contractor, costituisca
l'esito di una selezione competitiva".
Come rispondono il Governo e la maggioranza a questi
rilievi autorevolmente espressi? Con un'alzata di spalle e con
la consueta noncuranza delle regole e delle leggi che è
normalmente propria di un regime cesarista.
A noi pare un atteggiamento assai censurabile dal punto di
vista etico e politico, ma anche improvvido dal punto di vista
degli obiettivi che la nuova norma dichiara di voler
perseguire: tutta questa arrogante superficialità, questo
sberleffo alle regole e alle norme apre infatti la strada a
infiniti contenziosi e a lunghe possibili impasse nella
realizzazione delle opere, conseguendo così il risultato
inverso a quello che viene proclamato.
E' bene dunque che i cittadini sappiano che queste norme
si introducono non per accelerare le procedure di
realizzazione dell'Alta Velocità, che anzi rischiano di subire
nuovi contraccolpi, ma, con tutta evidenza, per motivi più
inconfessabili, che, nel migliore dei casi, rispondono al
gusto sadico di distruggere tutto ciò che i precedenti governi
avevano fatto, nel peggiore, alla volontà di ricostruire
vecchie clientele oligopolistiche.
La questione è di straordinaria gravità e richiede da
parte di tutti, in quest'Aula, un'assunzione di responsabilità
che non può essere ristretta dentro gli angusti confini della
disciplina di schieramento.
Voglio tuttavia tornare ancora sui limiti e le
insufficienze delle politiche infrastrutturali, sulle cause
che hanno impedito di rendere più celeri le procedure e le
realizzazioni, perché c'è un altro pericoloso pregiudizio che
qua e là fa minacciosamente capolino nello spirito, e,
purtroppo, anche nella lettera, di questo e di altri
provvedimenti: è l'idea, un po' semplicistica e un po'
gaglioffa, che si debba addebitare al processo democratico di
formazione delle decisioni, al protagonismo ritenuto eccessivo
delle istituzioni locali e regionali, alle interferenze
parlamentari, il rallentamento delle realizzazioni e delle
cantierizzazioni
E', a nostro parere, un grave errore, una distorsione di
prospettiva pericolosa e illusoria, la stessa che il Governo
sta compiendo in molti altri settori della vita pubblica,
nella convinzione che l'efficacia e la celerità della
decisione contrastino con la ricerca preventiva del consenso,
della concertazione con le parti sociali e con i vari livelli
istituzionali.
E' per noi assolutamente inaccettabile l'idea che si
faccia più in fretta e si raggiungano più velocemente
risultati buoni e duraturi tagliando di netto il nodo gordiano
della fatica democratica di formazione delle decisioni e
saltando il confronto con i rappresentanti dei bisogni e degli
interessi del territorio.
L'esperienza insegna a tutti noi che il più delle volte il
tempo che si guadagna saltando i passaggi essenziali per la
costruzione del consenso intorno agli obiettivi che si
perseguono si perde poi successivamente, in misura talvolta
ben più rilevante, poiché ostilità e avversioni, conflitti e
contrasti, hanno mille modi, talvolta anche duri ed
esasperati, per riemergere, esprimersi e ostacolare
l'iniziativa del decisore pubblico o del realizzatore
privato.
E' dunque non solo politicamente e istituzionalmente
scorretto, ma anche utilitaristicamente sbagliato e
controproducente il tentativo, che anche in questo
provvedimento si compie, di esautorare ed espropriare il
Parlamento, con un eccessivo, minuzioso ricorso allo strumento
della delega, e di conculcare il più possibile il ruolo di
regioni ed enti locali, invece di valorizzarli all'interno di
una procedura aperta, che sappia unire la capacità di decidere
in fretta con la capacità di decidere bene, in sintonia con il
territorio e la popolazione.
Il Governo introduce in questo provvedimento un
emendamento alla cosiddetta legge obiettivo che ripristina un
minimo di ruolo delle Regioni nella codecisione in merito
all'individuazione delle opere strategiche ed al controllo
delle risorse finanziarie necessarie per realizzarle: è un
atto opportuno e giusto; peccato che venga assunto solo sotto
la minaccia e l'incalzare del ricorso delle regioni alla Corte
Costituzionale e non per autonomo ravvedimento, e dopo che le
decisioni sono già state prese.
Più restii sono stati finora il Governo e la sua
maggioranza a considerare favorevolmente gli emendamenti tesi
a ripristinare un minimo di controllo e di influenza del
Parlamento sulle disposizioni attuative di questo
provvedimento.
Noi ci auguriamo che anche su questo ci sia nel corso
della discussione in Assemblea un operoso ravvedimento.
Gabriele ALBONETTI,
relatore di minoranza.