XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 1575




        Onorevoli Colleghi! - L'abrogazione della norma della Costituzione che vieta l'ingresso in Italia agli eredi maschi di Umberto di Savoia è un atto dovuto non soltanto nei confronti di ogni logica giuridica degna di uno Stato democratico di diritto, ma anche della ratio stessa della norma da abrogare, che fu inserita dal Costituente tra le disposizioni transitorie e finali proprio nella previsione di una sua naturale abrogazione nel momento in cui fossero venute meno le ragioni cautelari che l'avevano ispirata. Tale norma, cioè, non intendeva erogare una sorta di pena eccezionale a carico dei figli e dei nipoti dei Re d'Italia, evidentemente tanto più inimputabili delle responsabilità degli avi quanto più lontani dal loro tempo, ma, piuttosto, preservare l'istituto repubblicano da tentazione revansciste che, ai tempi della Costituente, erano più che concrete, stante l'ampiezza di una base di consensi nel Paese alla monarchia che perfino il referendum del Ministro Romita aveva documentato e stante il rifiuto - visti i molti e forse non infondati dubbi sulle operazioni di scrutinio e di calcolo finale dei voti del 2 giugno 1946 - di riconoscere la legittimità della Repubblica, da parte di Umberto II (che pure ebbe l'innegabile merito storico di evitare agli italiani un nuovo, devastante, bagno di sangue, preferendo la strada amara dell'esilio ad una tragica prova di forza in cui pure non è detto che gli sarebbero mancate le risorse per prevalere, soprattutto considerato che da Roma in giù la prevalenza monarchica era schiacciante). Il non abrogare oggi, dopo cinquantacinque anni di democrazia repubblicana, quella norma eccezionale, equivarrebbe di fatto o a cambiarne lo spirito e quindi a tradire nella sostanza la volontà del Costituente, o a riconoscere che non sarebbero ancora venute meno le ragioni contingenti che la ispirarono: quasi una sorta di ammissione di fallimento da parte degli eredi dei vincitori, veri o presunti, di quello storico referendum.
        A ciò si aggiunga che attribuire ai figli le responsabilità storiche e politiche dei padri equivale a restituire validità, nel caso in questione addirittura valenza giuridica, a quel principio dinastico sul rigetto del quale pure si fonda la fede repubblicana, dando paradossalmente ragione a quella monarchica.
        Ma vi è un'altra ragione molto più alta che impone questo elementare atto di giustizia, ed è il rispetto dovuto alla storia dell'Italia, che per quasi cento anni è stata indissolubilmente congiunta, nel bene e nel male, a quella dinastia che aveva voluto farsi carico delle ragioni della nostra unità, della nostra libertà e della nostra indipendenza, e che prezzi altissimi, di sangue e di dolore, ha pagato alla sua scelta di identificarsi con la causa italiana. Dall'esilio di Carlo Alberto all'assassinio di Umberto I, dall'esilio di Vittorio Emanuele III a quello di Umberto II, dal sacrificio della Principessa Mafalda nell'orrore di Buchenvald a quello del Duca d'Aosta nella prigionia di Nairobi, tutto si può dire tranne che i Savoia non abbiano condiviso il destino del proprio Paese, così, come nessuno può decentemente accusare di viltà una Casa usa a partecipare in prima linea, da San Martino a Villafranca, dal Piave e da Peschiera al fronte di Cassino, alle guerre che dichiarava.
        L'abrogazione dell'ingiusto esilio dei Savoia è, infine, e forse soprattutto, un atto dovuto nei confronti della stragrande maggioranza degli italiani di quel tempo, che hanno amato e rispettato i loro sovrani accettando anche il supremo sacrificio nel loro nome, fino ai tanti monarchici che hanno valorosamente militato nella Resistenza contro il nazismo ed alla quasi metà degli italiani che comunque il 2 giugno 1946 votarono per la continuità della monarchia, ed il cui civismo nell'accettare l'esito pur controverso di quella votazione meriterebbe di essere ricordato come una delle prove più alte di dedizione concreta al metodo democratico ed ai supremi interessi della Patria comune.
        Ce lo chiedono, in questi giorni di settembre, gli eroi di Porta San Paolo e di Cefalonia, che combatterono e morirono per il Re, identificazione suprema della Patria e dell'onore. E che forse proprio per questo sono stati tanto a lungo dimenticati, prima che il Presidente Ciampi li restituisse nella luce che meritano alla nostra memoria migliore.




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