XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 1383




        Onorevoli Colleghi! - La discussione e l'approvazione del disegno di legge per la riforma della cooperazione allo sviluppo ha rappresentato un momento molto importante della scorsa legislatura, sintetizzando un confronto difficile tra tutti i soggetti coinvolti: ho deciso di ripresentare il testo approvato dal Senato della Repubblica con lo scopo di non disperdere il lavoro passato.
        La cooperazione internazionale allo sviluppo è oggi un indispensabile strumento di giustizia e di pace. Purtroppo, però il quadro mondiale in cui essa si inserisce non è confortante. E' un dato acquisito, infatti, che se il suo fine principale era quello di ridurre le distanze tra il Nord e il Sud del mondo e facilitare lo sviluppo dei Paesi più poveri, tale fine è rimasto in larghissima parte disatteso.
        Il mondo è diventato più polarizzato e l'abisso tra i poveri e i ricchi del pianeta si sta ampliando sempre più. Dei 23.000 miliardi di dollari del prodotto interno lordo (PIL) globale, 18.000 attengono ai Paesi industrializzati e solo 5.000 ai Paesi in via di sviluppo, pur rappresentando questi ultimi circa l'80 per cento della popolazione mondiale. L'80 per cento più povero della popolazione mondiale ha visto la propria quota di reddito globale declinare dal 2,3 per cento all'1,4 per cento nei passati trent'anni. Per contro, la quota di reddito globale del 20 per cento più ricco è salita dal 70 all'85 per cento. Tradotti in termini di vita quotidiana, questi numeri significano, tra l'altro, che nei Paesi in via di sviluppo un miliardo di persone non ha accesso alla sanità e all'educazione di base, all'acqua pulita e ad un'adeguata alimentazione. Significano anche che, per esempio, nell'Africa sub-sahariana la speranza di vita è di poco più di 50 anni.
        In questo quadro, le ragioni del fallimento di una parte rilevante della cooperazione internazionale vanno ricercate in una pratica che, a prescindere da qualsiasi formulazione teorica, ha visto poi nei fatti privilegiare l'intervento assistenzialistico sui progetti di sviluppo, il paternalismo e l'autoritarismo su forme di reale partenariato, l'utilizzo della cooperazione come strumento di pressione e di scambio in ordine a temi di politica estera o come strumento di penetrazione economica dei Paesi industrializzati, se non addirittura come una forma di competizione tra Paesi sviluppati.
        Di fronte a una realtà nella quale un crescente numero di persone nel nostro pianeta viene pericolosamente spinto verso la più totale esclusione dal tessuto economico e sociale, le soluzioni invocate ed in parte già sperimentate con successo, fanno inevitabilmente riferimento, in ciascuno dei campi esaminati, alla necessità di coordinare le azioni di cooperazione e gli interventi strutturali non più con progetti di carattere sporadico e assistenzialistico (insostenibili nel lungo periodo, e il cui effetto è comunque quello di accrescere la dipendenza degli assistiti), ma con interventi pensati e attuati in termini di co-sviluppo e di partenariato, verso un riordino dei rapporti economici e sociali tra il Nord e il Sud del mondo.
        Co-sviluppo e partenariato significano la ricerca attiva della partecipazione paritetica di tutti i soggetti della cooperazione ad ogni livello di scelta e di decisione, e quindi governi e società civile, associazionismo e produttori, donne e uomini dei Paesi donatori e dei Paesi beneficiari. Poiché la cooperazione non è un atto di bontà, ma un atto di intelligenza essa va a vantaggio sia dei donatori che dei beneficiati.
        Essa, cioè, non può risolvere il conflitto Nord-Sud. Questi sono temi di natura macropolitica ed economica che riguardano la complessità dei rapporti tra le Nazioni. La cooperazione, per esempio, non può risolvere il problema degli scambi disuguali tra Sud e Nord del mondo, né può risolvere i conflitti militari regionali o le rivalità delle grandi potenze. Può però aiutare a stabilire un clima di comunicazione e di pace: il suo compito principale è quello di indicare un percorso nuovo, sulla base di esperienze concrete, attraverso cioè la risoluzione innovativa di problemi economici, sociali, culturali, ambientali di piccola e media grandezza.
        In particolare la cooperazione allo sviluppo deve intervenire particolarmente là dove le fasce sociali più deboli sono spinte verso l'esclusione economica e sociale, con programmi che aiutino a ricostruire il tessuto sociale e culturale attraverso il reinserimento nel mondo della produzione e verso l'autosufficienza. Essa deve altresì intervenire per sostenere attività preventive del disfacimento sociale e rafforzare delle strutture di produzione esistenti.
        E' nostra convinzione che la cooperazione internazionale si sviluppa come parte della politica estera, ma il suo compito non si esaurisce all'interno di questa. Essa non può essere adoperata come uno strumento di pressione internazionale, ma deve rispondere alla sua finalità primaria: essere uno strumento di pace, di sviluppo e di democrazia. La cooperazione internazionale, quindi, oltre alla politica estera coinvolge altri aspetti di responsabilità governativa quali gli affari sociali, la tutela dell'ambiente, l'immigrazione, le politiche economiche, le politiche comunitarie, il commercio internazionale. Una politica di cooperazione deve quindi basarsi sul coordinamento delle responsabilità governative che in essa confluiscono.
        Da questo punto di vista, l'attuazione delle politiche di cooperazione realizzate dall'Italia lascia molto a desiderare. La nostra collocazione geografica, storica, economica e culturale ci pone a metà tra il Nord e il Sud del mondo. In altre parole, noi dovremmo poter dialogare sia con il Nord sia con il Sud del mondo, dovremmo cioè essere in grado di offrire delle soluzioni per uscire dal conflitto tra il Nord e il Sud. Ma si tratta di un potenziale in buona parte inutilizzato, spesso abbiamo fatto cooperazione come se le politiche di sviluppo nei confronti del nostro stesso Sud non ci avessero insegnato nulla. Siamo quindi andati a ripetere nei Paesi in via di sviluppo gli stessi errori che abbiamo commesso nel nostro Mezzogiorno, con gli stessi risultati. Abbiamo spesso costruito cattedrali nel deserto, abbiamo costruito costosissime opere pubbliche tanto enormi quanto inutilizzabili, abbiamo fatto arricchire e diventare potenti gruppi affaristico-politici.
        Nello specifico italiano, la nostra cooperazione è stata, inoltre, caratterizzata da un connubio tra inefficienza e pratiche illegali, che ha dato luogo alla nascita della famosa "mala-cooperazione", che ha causato la malversazione o lo sperpero di centinaia e centinaia di miliardi tradendo le speranze di milioni di persone dei Paesi in via di sviluppo e ingenerando sfiducia nella cooperazione italiana sia in patria sia all'estero.
        Sarà difficile, infine, quali che siano le condizioni economiche del nostro Paese, ottenere per la nostra cooperazione quello 0,7 per cento del PIL che dovrebbe esserle assegnato in base agli accordi internazionali fino a quando non sarà stabilita una nuova credibilità. Senza l'adozione di chiari criteri di co-sviluppo e di partenariato con i Paesi beneficiati, senza l'adozione di chiari criteri di coordinamento con la comunità dei Paesi donatori, senza la separazione tra responsabilità politiche, responsabilità di controllo e responsabilità di gestione della nostra cooperazione allo sviluppo sarà difficile ottenere quella nuova credibilità. Senza tale separazione non vi può essere certezza né di efficienza, né di legalità.
        Nel futuro assetto della cooperazione italiana il Ministero degli affari esteri sarà quindi chiamato ad esercitare il fondamentale ruolo di definizione degli indirizzi politici della cooperazione, nell'ambito del Consiglio dei ministri. Ma, per quanto riguarda la gestione amministrativa, essa, proprio in rispetto a quei principi di diritto amministrativo di cui parlavamo prima, non potrà essere affidata allo stesso Ministero.
        Quanto, infine, al controllo è utile ricordare che già da tempo si parla in Parlamento della necessità di rafforzare il controllo e la vigilanza attraverso un peso e una struttura che lo renda possibile.
        La presente proposta di legge riafferma innanzi tutto le finalità della cooperazione allo sviluppo che, in coerenza con i princìpi sanciti dalla Costituzione in materia di politica estera dell'Italia ed in armonia con le direttive dell'Unione europea, sono individuate nella promozione della pace, della solidarietà e della giustizia tra i popoli e nella piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà democratiche, in uno sviluppo umano attento ai bisogni prioritari delle popolazioni svantaggiate e dei gruppi a maggior rischio.
        La specificità della politica di cooperazione emerge chiaramente dagli obiettivi e dalle finalità esposte nel primo articolo della proposta e dai criteri per la sua attuazione delineati negli articoli successivi, che in sintesi non configurano la cooperazione allo sviluppo come semplice strumento della politica estera: seppure in armonia con gli altri specifici aspetti e finalità della politica estera, la cooperazione non può essere in alcun modo subordinata ad essi. In tal senso, la proposta ne evidenzia l'assoluta indipendenza da ogni logica di promozione commerciale e la sua netta distinzione da interventi che abbiano una esclusiva finalità di sostegno ad operazioni militari o di polizia, anche se definiti umanitari e decisi in ambito internazionale.
        Per lo svolgimento dell'attività di cooperazione in attuazione degli indirizzi stabiliti dal Consiglio dei ministri è istituita un'unica Agenzia specializzata, di natura giuridica pubblica e, naturalmente, con piena capacità di diritto privato (articolo 12). E' all'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo che è affidato dunque il compito di promuovere e coordinare il complesso delle attività di cooperazione, curandone la programmazione sul piano bilaterale, multilaterale e multibilaterale.
        La gestione dell'attività di cooperazione deve essere unitaria in alternativa a ipotesi che prevedano strutture distinte secondo gli strumenti finanziari da utilizzare (a dono o a credito di aiuto). Si consente così di definire in modo integrato, unitario, assieme ai beneficiari, il programma-Paese e quindi le iniziative, scegliendo lo strumento finanziario più appropriato sulla base delle caratteristiche specifiche e della redditività finanziaria dei singoli programmi. La gestione unitaria permette di affrontare la programmazione in funzione delle priorità locali e delle finalità della cooperazione evitando competizioni tra organismi distinti eppure tutti italiani. L'attribuzione delle decisioni circa la finanziabilità delle iniziative ad un unico organismo, la cui missione coincide in maniera esclusiva con le finalità della cooperazione, evita che le decisioni possano essere influenzate da finalità diverse, proprie di organismi alieni alla cultura di cooperazione allo sviluppo.
        In questo senso, d'altra parte, nell'indicare alcuni criteri organizzativi e funzionali dell'Agenzia, è stato posto particolare accento sulla peculiarità e la necessaria professionalità a supporto dell'azione di cooperazione, che si riflette nella competenza della direzione e del personale dell'Agenzia.
        Dalle caratteristiche proprie dell'attività di cooperazione, legate alla indispensabile pianificazione dello sviluppo sul lungo periodo ed ai conseguenti impegni internazionali, deriva la necessità di poter assicurare una programmazione nell'uso delle risorse ad essa destinate su base certa e pluriennale. Esigenze di trasparenza oltre che di semplificazione amministrativa obbligano altresì a ricondurre ad unità le risorse oggi disperse su molteplici capitoli del bilancio dello Stato. Per rispondere a queste due esigenze la presente proposta prevede la costituzione di un Fondo unico per la cooperazione allo sviluppo (articolo 11) articolato in tre conti: a) crediti di aiuto, b) doni, c) aiuti alimentari. Il Fondo unico è alimentato, in particolare, attraverso gli stanziamenti destinati alla cooperazione allo sviluppo indicati dalla legge finanziaria. In questo modo la decisione circa la ripartizione delle risorse non è più vincolata alla rigidità dei capitoli di bilancio ed alla loro diversa modalità di funzionamento (che ha condizionato una crescente disponibilità di risorse a disposizione delle operazioni a credito di aiuto, a fronte dell'esaurimento delle disponibilità sui capitoli per il finanziamento delle iniziative a dono) e l'uso delle risorse può dunque tornare ad essere determinato dall'indirizzo politico e, su quella base, da una programmazione attenta ai bisogni ed alle finalità della cooperazione allo sviluppo. D'altra parte, la confluenza delle risorse finanziarie già disponibili alla data di entrata in vigore della legge permetterà di contare fin dall'inizio su disponibilità certe per la programmazione del primo periodo, assicurando, grazie ai previsti rientri, una crescita seppure lenta del nostro aiuto pubblico allo sviluppo anche in costanza - o solo a fronte di un modesto incremento - degli stanziamenti che ogni anno il Parlamento destina alla cooperazione. Il meccanismo per cui il Fondo unico è alimentato annualmente con lo stanziamento e il trasferimento delle risorse finanziarie aggiuntive necessarie al programma previsto garantisce l'effettuazione delle attività previste ed il rispetto degli impegni presi internazionalmente.
        Un aspetto qualificante nel funzionamento del Fondo unico è costituito infine dalla possibilità che attraverso la sua gestione finanziaria possa essere promossa la cosiddetta "finanza etica". E' stato altresì posto l'accento sulla promozione della cultura di cooperazione e di una più diffusa e qualificata competenza in materia, anche prevedendo specifici ambiti per l'attività di formazione, ricerca e informazione, ed un vasto coinvolgimento del patrimonio di istituzioni ed organizzazioni di elevata competenza esistenti nel nostro Paese. Affidando anche la responsabilità di questo ambito di attività all'Agenzia, si è voluto peraltro sottolineare l'inscindibilità tra l'azione di formazione e quella operativa. Per la stessa ragione non si troverà uno specifico articolo dedicato all'intervento di formazione nei Paesi beneficiari dell'aiuto pubblico allo sviluppo, costituendo formazione e aggiornamento elementi irrinunciabili di ogni iniziativa di cooperazione; si commetterebbe dunque un grave errore nel promuovere la differenziazione dell'azione di formazione e della sua programmazione, rispetto al contesto più generale dell'intervento.
        Particolare rilievo è stato dato alla partecipazione sociale nella definizione degli indirizzi, così come in ogni fase dell'attività di cooperazione allo sviluppo, promuovendone, mediante appositi strumenti di consultazione, coordinamento e informazione, la più ampia e responsabile partecipazione attraverso il coinvolgimento attivo delle regioni, degli enti locali, delle istituzioni e delle organizzazioni della società civile.
        E' altresì affermato il principio della promozione del coinvolgimento delle popolazioni dei Paesi destinatari delle attività di cooperazione allo sviluppo in ogni fase di tali attività, a cominciare dalla definizione del programma-Paese o di specifici piani di intervento, attraverso le istituzioni e le organizzazioni della società civile.
        Il ruolo della cooperazione non governativa viene fortemente rilanciato attraverso la valorizzazione del volontariato in quanto esperienza di solidarietà e occasione di servizio professionale. In questo senso la proposta prevede che il volontariato possa essere realizzato con i benefici di legge anche solo per periodi limitati di tempo e comunque indipendentemente dalla origine dei finanziamenti delle iniziative in cui i volontari si inseriscono.
        Per quanto concerne il ruolo promotore delle organizzazioni non governative, la proposta prevede che tutte le organizzazioni della società civile che non perseguono fini di lucro e che possiedono i necessari requisiti possano accedere a cofinanziamenti pubblici per la realizzazione di iniziative da loro individuate, valorizzandone la specificità in rapporto ai loro peculiari campi di intervento, alle loro competenze ed esperienze. L'accesso ai contributi verrà così ad essere condizionato solo dalla qualità delle iniziative proposte e dall'esistenza dei presupposti per una loro effettiva realizzazione, prevedendo in tale senso l'adozione di meccanismi analoghi a quelli in vigore presso l'Unione europea, tra cui l'accesso rapido a fondi per mini-progetti sul modello block grant per le organizzazioni dall'esperienza consolidata. E' stato comunque considerato opportuno prevedere l'iscrizione delle organizzazioni non governative ad apposito Albo presso l'Agenzia, ciò anche al fine di permettere a quelle stesse organizzazioni di beneficiare delle previste esenzioni ed incentivazioni fiscali (articolo 22).
        La proposta attribuisce poi un ruolo rilevante alle iniziative di cooperazione decentrata, riconoscendo un autonomo ruolo promotore e coordinatore a regioni ed enti locali, riservando il ruolo di protagonista alle comunità locali attraverso la partecipazione organizzata e coordinata dei soggetti attivi sul territorio (articolo 19).
        Sono infine identificati i meccanismi e le scadenze atti a garantire la necessaria continuità dell'azione di cooperazione nel processo di transizione dalle vecchie alle nuove modalità di gestione e di completamento della transizione entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge. In tale senso il Sottosegretario di Stato agli affari esteri delegato per la cooperazione vigila sul progressivo passaggio alla nuova gestione (articolo 24).




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