XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 1174




        Onorevoli Colleghi! - La presente proposta di legge, che contiene norme dirette a migliorare le condizioni di vita nelle aree del "disagio insediativo", nasce come conseguenza immediata dell'approfondimento svolto sul tema nel recente convegno "Investire sul Bel Paese: i servizi territoriali diffusi per la competizione globale", promosso da Legambiente e Confcommercio. In quella sede le due organizzazioni, accomunate dalla consapevolezza delle grandi potenzialità delle aree in questione in termini di turismo, produzioni tipiche e risorse culturali e ambientali, quindi entrambe dedite alla valorizzazione di tale patrimonio, si sono impegnate a fornire proposte concrete, anzi, come ha affermato il presidente della Confcommercio, Sergio Billè, "a produrre proposte di soluzione che possano tradursi presto in decisioni operative". Analoghe iniziative sono state promosse su tutto il territorio nazionale da Legambiente e Confcommercio in collaborazione con la Federazione italiana parchi e riserve naturali, con la Confederazione italiana agricoltori, con la Coldiretti, con l'Unione delle province italiane e con l'Unione nazionale comuni comunità enti montani.
        L'armonica distribuzione della popolazione sul territorio è una ricchezza insediativa che rappresenta: una peculiarità e una garanzia del nostro sistema sociale e culturale; una certezza nella manutenzione del territorio; una opportunità di sviluppo economico. In Europa, Francia e Italia sono le nazioni dove la popolazione è maggiormente distribuita; nel nostro Paese 5.868 comuni hanno meno di 5 mila abitanti, pari al 72 per cento dei comuni italiani. Viviamo una ricchezza insediativa che il Cattaneo ha descritto come "l'opera di diffondere equabilmente la popolazione", "frutto di secoli" e di una "civiltà generale, piena e radicata" che ha favorito la distribuzione "generosamente su tutta la faccia del Paese".
        Ma lo spopolamento e l'impoverimento di vaste aree - soprattutto pedemontane, montane e insulari - hanno nel secondo dopoguerra assunto caratteri strutturali delineando un'Italia che possiamo definire del "disagio insediativo" che interessa tutto l'arco alpino, soprattutto ligure, piemontese, lombardo e friulano, si concentra lungo la dorsale appenninica ligure, tosco-emiliana e centro meridionale, nelle parti montuose e interne della Sardegna e della Sicilia; attecchisce nel robusto "piede d'appoggio" meridionale, risale gli Appennini dalla Calabria all'Abruzzo, interessando pesantemente la Basilicata, dove ben 97 comuni sono a rischio progressivo di estinzione, e si apre, affievolendosi, verso nord, secondo una biforcazione che tocca aree interne delle Marche e della Toscana meridionale.
        Tale spopolamento fa sì che l'Italia è diventata un Paese ad alto rischio geologico, afflitto quasi annualmente da gravi episodi di natura ambientale (terremoti, alluvioni ed eruzioni) ma in buona misura anche da consumo eccessivo di suolo (spesso abusivo), incuria e, naturalmente, abbandono. Quantitativamente il dissesto idrogeologico (frane e alluvioni) nel periodo 1918-1990 riguarda 373 comuni (quasi il 5 per cento del totale) (Fonte CNR). A questo dato vanno aggiunti 2.678 comuni colpiti da frane e 1.727 da alluvioni, per un totale di 4.405 comuni colpiti: oltre il 50 per cento dei comuni italiani è stato colpito negli ultimi sessanta anni da calamità "naturali". Secondo il Cresme (dati Progetto AVI del CNR) le regioni nelle quali sono state censite più frane sono la Campania (oltre 1.600), l'Abruzzo, la Liguria e la Lombardia, con oltre 1.300. Le alluvioni hanno interessato il Veneto con oltre 2.000 eventi, il Piemonte e l'Emilia-Romagna (bacino del Po), la Toscana (Arno) e il Friuli-Venezia Giulia, con oltre 1.000 eventi.
        Tale situazione scaturisce anche dalla mancanza di manutenzione, attività storicamente svolta dagli agricoltori ed oggi non più sviluppata adeguatamente.
        Sempre secondo il Cresme, si stimano costi annuali causati da catastrofi ambientali pari a circa 60-80 mila miliardi di lire; di questi circa 4 mila sono spesi per le sole "terapie intensive", per un totale di circa 200 mila miliardi di lire negli ultimi cinquanta anni. Quantificando i danni "derivanti dai soli eventi riferibili alla scarsa tutela e gestione del territorio", emerge un ticket annuale di circa 8 mila miliardi di lire.
        Un disagio che rischia di divenire profondo con la crescente rarefazione, dei servizi al cittadino: servizi pubblici accorpati per il contenimento dei costi (uffici postali, presìdi territoriali scolastici, sanità, eccetera); insufficiente manutenzione del territorio, esercizi commerciali privi di una domanda adeguata per la loro sopravvivenza. Dunque, come la questione sanità che rappresenta forse la prima preoccupazione per chi vive in contesti isolati, così i servizi territoriali e commerciali rappresentano una condizione di vivibilità essenziale, peraltro riconosciuta e supportata dalla stessa Unione europea.
        Fenomeni di disagio si ripetono in numerose nazioni dell'Unione europea che hanno già avviato politiche locali e generali di intervento per riportare le popolazioni nei piccoli comuni, per avviare una nuova fase di sviluppo ed arginare preoccupanti fenomeni come quelli della desertificazione. Le azioni, pur nella loro diversità, muovono da una comune convinzione, ovvero che lo "sviluppo locale passa per il rafforzamento della più importante delle ricchezze che è la risorsa umana".
        I tentativi sono avviati con più o meno successo ma con la consapevolezza che gli interventi vanno mirati con modalità diverse a seconda del Paese e dei territori interessati. Alcuni esempi: in Svezia all'inizio degli anni novanta è stata lanciata una campagna nazionale ("Hela Sveriga Ska leva/Tutta la Svezia deve vivere") in cui si invitano tutti i cittadini a prendere iniziativa ed attivarsi nell'organizzazione della vita e dei servizi sociali all'interno dei villaggi. Dopo quasi un decennio 3.500 sono i gruppi locali attivatisi che si occupano dello sviluppo di servizi alla popolazione e gestiscono numerosi investimenti, migliaia di posti di lavoro e centri di telelavoro.
        In Irlanda l'esperienza dell'azione di una associazione come la Rural Resettlement Ireland ha ispirato l'attuazione negli anni novanta di un programma pilota cofinanziato dall'Unione europea.
        In Finlandia non esiste una politica nazionale specifica ma alcune iniziative locali tendono ad invogliare le famiglie a trasferirsi dai centri più grandi in campagna.
        In Spagna, ed, in particolare, in Aragona, sono state attivate con successo politiche di accoglienza anche di lavoratori provenienti dall'Argentina, offrendo loro casa e lavoro.
        In Francia sono stati avviati un ampio dibattito e numerose sperimentazioni sulle politiche di accoglienza nei centri minori e in special modo in Limousine si tentano e si premiano soluzioni innovative e progetti di inserimento.
        Mentre in Italia, sostanzialmente, oltre agli interventi previsti all'interno della legge 31 gennaio 1994, n. 97 (cosiddetta legge sulla montagna) non si intravedono altri strumenti di sistema a sostegno e sviluppo di politiche di accoglienza nei piccoli comuni. Fatta eccezione per le possibilità che il progetto "Appennino parco d'Europa" (APE), ideato da Legambiente e regione Abruzzo e avviato in collaborazione con il Servizio conservazione della natura dell'allora Ministero dell'ambiente e già finanziato per progetti infrastrutturali a valenza nazionale, dischiude alla volontà di enti locali e territoriali di praticare concretamente e sviluppare queste politiche di salvaguardia e di valorizzazione nei territori della dorsale appenninica che attraversa e unisce l'Italia dal nord al sud fino alla Sicilia.
        Con APE emerge una immagine dell'Appennino quale grande sistema ambientale e territoriale di valore europeo e internazionale, fortemente connotato dalla presenza di aree protette e nel quale, proprio per questo, è possibile sperimentare l'avvio di politiche di conservazione e di sviluppo sostenibile.
        Con la proposta di legge si vogliono mettere in rete una serie di iniziative in grado di fare "sistema" nelle aree interne maggiormente disagiate per far sì che divenga conveniente abitare, ad, esempio, in un piccolo comune della Basilicata, della Calabria o dell'Appennino tosco-emiliano. Si vogliono delineare concrete misure per il sostegno ai piccoli comuni e alle attività economiche, agricole, commerciali e artigianali, secondo forme coerenti con le peculiarità dei territori dei piccoli comuni, che potranno rappresentare un investimento per il rilancio sociale ed economico, e per la valorizzazione del patrimonio ambientale e storico-culturale di queste aree. Agevolazioni sull'affitto, il mantenimento delle strutture scolastiche e dei presìdi sanitari, delle stesse caserme dell'Arma dei carabinieri, la possibilità di pagare le bollette negli esercizi commerciali recuperando la figura dei vecchi "empori", la garanzia di avere un distributore di benzina, sono le condizioni essenziali per invertire un trend che rischia di creare solamente disagi al nostro Paese.
        Nella competitività territoriale non esistono aree sciaguratamente deboli, ma soltanto aree non messe in condizione di competere e dunque costrette a tenere "sotterrati i propri talenti". Per trasformare un problema in opportunità, impedendo che una "grande fetta" della superficie del Paese resti marginalizzata e non letta quale opportunità di crescita economica e di riequilibrio territoriale, è necessario creare le precondizioni per lo sviluppo e, sinteticamente, nelle aree fragili del nostro Paese queste si chiamano "servizi territoriali", che evitino le politiche di generalizzato sostegno del secondo dopoguerra e che siano mirate e selettive, attuate secondo forme di partnership
tra pubblico e privato, capaci di esprimere un positivo bilancio economico, ambientale e intergenerazionale.
        Il mantenimento di un'adeguata rete di servizi territoriali e di esercizi commerciali nei territori dei piccoli comuni costituisce una delle condizioni per una loro rivitalizzazione economica.
        Lo sviluppo imprenditoriale e agricolo, si avvale di incentivi e di nuove opportunità, anche di piccole dimensioni caratterizzandosi in micro-attività puntuali e diffuse, che saranno comunque in grado di attivare circoli economici virtuosi, capaci di arrecare sicuri benefìci ambientali soprattutto applicando l'innovazione tecnologica. Sarà inoltre possibile recuperare, attraverso tali attività, anche molte forme di manualità storicamente presenti nelle esperienze lavorative degli addetti locali.




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