XIV LEGISLATURA

PROGETTO DI LEGGE - N. 685




        Onorevoli Colleghi! - Si intende ripresentare la proposta di legge, già presentata nella scorsa legislatura.
        L'argomento che tratta e le soluzioni che propone sono ancora oggi pienamente attuali e, pertanto, la riproponiamo nella integralità dell'articolato e della relazione.
        A tutti è noto il persistente fenomeno dello spopolamento della montagna, e più di una volta attraverso la televisione abbiamo potuto vedere immagini di deliziosi paesini, o agglomerati, a media e alta quota, dove, nelle strade ormai deserte, appariva solamente qualche raro anziano.
        Sono paesi che stanno fisiologicamente morendo, nonostante da parte dello Stato si sia cercato di arrestare il fenomeno, a cominciare dalla legge 25 luglio 1952, n. 991, con la quale furono previste erogazioni di mutui per miglioramenti agricoli e per l'artigianato.
        Si prevedevano inoltre sussidi da parte dello Stato per migliorie agricole, contributi per la gestione dei patrimoni silvoculturali, ed altri interventi impegnativi come opere di bonifica nell'ambito di un piano generale per la montagna.
        A questa legge fece seguito l'altra del 3 dicembre 1971, n. 1102 (tanto per citare quelle fondamentali), che creò le comunità montane, dettò le norme sulle "comunioni familiari", e previde agevolazioni fiscali per i passaggi di proprietà dei fondi rustici, la legge 23 marzo 1981, n. 93, sui finanziamenti delle comunità montane, nonché la legge 31 gennaio 1994, n. 97, recante nuove disposizioni per le zone montane.
        Nonostante questo indubbio e protratto intervento dello Stato, la montagna si spopola.
        Già nella passata legislatura avevo ricevuto una memoria della comunità montana delle Valli Borbea e Spinti, che è un grido di allarme, se non anche di angoscia, che non può essere disatteso e che riporto nelle sue parti fondamentali.
        "Nella parte medio-alta (di queste valli) da parecchio tempo si sta registrando il grave fenomeno dello spopolamento perché è una montagna povera dove non si riesce a far confluire investimenti.
        L'economia è andata via via degradando, così che i giovani hanno dovuto cercare in massa il lavoro a fondo valle o in altre zone. Sono rimasti gli anziani, per la maggior parte pensionati.
        Paesi e piccoli borghi, che avevano nel dopoguerra decine e decine e centinaia di abitanti, sono ormai al collasso: alcuni sono già completamente disabitati, altri ospitano ancora poche unità o qualche decina di pensionati".
        In questa situazione, denuncia la comunità, si sono inserite, con tutto il loro peso, disposizioni fiscali, tali che "i negozi, le trattorie, che ancora rimangono come ultimo presidio di una qualche attività economica, sono costretti a chiudere per la gravosità della pressione fiscale, troppe tasse, troppi contributi per chi ha entrate misere che permettono a stento una vita di mera sussistenza.
        Meglio la pensione, se le persone sono anziane; meglio l'emigrazione se si è ancora nell'età per cercare altrove lavoro".
        E l'esposto prosegue, osservando che: "molto frequentemente televisioni e giornali riportano pronunciamenti di forze politiche e di personaggi importanti sulla necessità di salvare la montagna, affinché rimanga almeno un presidio umano a conservare un ambiente così bello, così caratteristico, così salubre, che deve comunque essere salvaguardato dal degrado dell'incuria e dell'abbandono.
        Si sostiene apertamente che è assolutamente prioritario agevolare in tutti i modi l'attività dei montanari". E qui l'esposto diventa amaro: "Nella realtà, poi le cose marciano in modo molto diverso. E' il caso dei registratori di cassa, giusta soluzione per cercare di raggiungere una equa parità fiscale, ma che sono stati installati in piccoli esercizi, quasi insignificanti, ai quali a volte occorrono anni di lavoro per ammortizzarne il costo di acquisto e di gestione, senza tenere nel debito conto il trauma psicologico prodotto in persone prevalentemente anziane".
        E la comunità montana non può non porre in rilievo che: "così, giorno dopo giorno, negozi e trattorie si dissolvono nei paesi della nostra comunità. Potremmo elencarne molti (circa 40), ma ci rincresce soprattutto constatare che piccolissimi borghi, con poche decine di abitanti, in prevalenza pensionati, debbono restare privi di un servizio così necessario come quello della vendita dei generi alimentari".
        Poi, quasi un senso di disperata impotenza, ma non ultimo anche un filo di speranza. "E tutto questo rigore fiscale nei confronti di gente così svantaggiata risalta maggiormente di fronte a notizie eclatanti di evasione fiscale, che in questi ultimi anni hanno riempito le pagine dei giornali ... La nostra gente prima di cedere di fronte ad una così cruda realtà, ricerca l'aiuto ... Aiutateci a pagare tasse e contributi, e noi terremo aperti i nostri negozi, continueremo ad offrire un servizio ai pochi pensionati che ancora sopravvivono nei nostri borghi".
        Già nella scorsa legislatura ho, quindi, ritenuto doveroso presentare questa proposta di legge che, senza creare "carrozzoni", senza incentivare uffici già pletorici, senza proporre nuovi enti di gestione miracolistici, intende aiutare il singolo che ancora, con la sua attività, mantiene vivo il necessario lavoro per la sopravvivenza di quei paesi, e ancora più necessaria appare oggi la sua ripresentazione.
        Si propone, perciò, che tasse e imposte erariali, comunali, e gli altri oneri che in quelle località gravano sulle attività commerciali, artigiane e produttive in genere, siano ridotti alla metà, e nello stesso tempo siano ridotte del 50 per cento le tariffe dei servizi (luce, acqua ed altro) che servono per lo svolgimento di queste attività.




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