XIV LEGISLATURA

RELAZIONE - N. 437-A-bis




        Onorevoli Colleghi! - Il centrosinistra affronta la discussione sulla proposta di istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta sulla vicenda Telekom Serbia esclusivamente con l'obiettivo della ricerca e dell'accertamento della verità.
        Le motivazioni ed i pregiudizi politici sembrano invece avere condizionato a tal punto l'attuale maggioranza da averle fatto completamente smarrire non solo ogni spirito bipartisan, che in questi casi dovrebbe animare la dialettica politica, ma anche il principio fondante della giustizia, ovvero l'accertamento della verità.
        Una verità senza pregiudizi e senza dogmi.
        Procediamo con ordine e partiamo dalla ricostruzione dei fatti così come documentata dagli atti normativi italiani ed europei.
        Nel giugno del 1997, allorché la STET acquisì una partecipazione in Telekom Serbia, non vi erano sanzioni in corso contro la Repubblica Federale Jugoslavia.
        A seguito degli Accordi di Dayton (21 novembre 1995), che, con il benestare di Belgrado, sancivano il nuovo assetto della Bosnia Erzegovina, Milosevic era tornato difatti ad essere interlocutore dell'Occidente.
        Sul piano giuridico, poi, il 1^ ottobre 1996 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva revocato le sanzioni economiche ed il provvedimento era stato recepito nell'ordinamento italiano e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 258 del 4 novembre 1996.
        Inoltre, il 27 aprile 1997, ossia tre mesi prima della firma del contratto Telecom, il Consiglio degli Affari Generali dell'Unione Europea aveva ripristinato nei confronti della Repubblica Federale Jugoslavia il regime delle preferenze commerciali generalizzate.
        Questo è l'assetto internazionale in cui vennero stipulati gli accordi. Da qui, e non da altro, dovrà prendere avvio l'inchiesta.
        Una inchiesta che dovrà accertare ogni eventuale responsabilità sulla vicenda e non dovrà in nessun caso trasformarsi in un giudizio politico sulla politica estera dei governi che si sono succeduti.
        La richiesta di istituzione della Commissione di inchiesta nasce con un pregiudizio di fondo, che si prefigura a partire dallo stesso titolo della proposta di legge n. 437, il quale recita infatti "Istituzione di una Commissione di inchiesta sull'affare Telekom Serbia e sulle responsabilità dei Governi durante la XIII Legislatura".
        Parlare di responsabilità dei governi vuol dire con tutta evidenza avere emesso una sentenza di condanna.
        Sentenza che viene poi esplicitata nella stessa relazione illustrativa del provvedimento, dalla quale cito testualmente: "l'Italia, guidata dalla maggioranza del centrosinistra, negli anni fra il 1996 ed il 2000 ha adottato il sistema del doppio binario: ufficialmente rispettava i patti con gli altri partner dell'Unione e della Nato, sottobanco favoriva invece il dittatore Milosevic" Quella presentata dal collega Selva non è una relazione per l'istituzione di una commissione di inchiesta, bensì la stesura di una sentenza di condanna. Sentenza scritta prima dell'inizio del processo, in sfregio ad ogni forma di garanzia.
        Chi scrive non può essere tacciato di posizioni ipergarantiste, dal momento che in passato, erroneamente, ha a volte ritenuto che legittimità e legalità fossero più importanti delle garanzie. Come è ovvio, invece, legalità e garanzie devono avere uguale peso e pari sostanza.
        Ma in questo caso l'intero sistema di garanzie viene calpestato da un pregiudizio certo ed ampiamente dimostrato. In pratica chi deve giudicare ha già espresso il giudizio.
        Di fatto, la maggioranza attuale chiede di istituire una commissione di inchiesta su atti della maggioranza precedente che essa ha sconfitto alle elezioni. Ma la precedente maggioranza è l'opposizione di oggi. Ne risulta che siamo in presenza, almeno a leggere il titolo e la relazione che accompagna la proposta in discussione, della richiesta di una maggioranza parlamentare di mettere sotto processo l'opposizione, con tutto quel che ne consegue in termini di mostruosità giuridica e politica.
        E' una vera e propria contraddizione in termini.
        Non si può infatti certo pensare che la maggioranza attuale possa formulare con obiettività un'accusa sulle azioni della maggioranza precedente che essa stessa ha sconfitto.
        Anche perché l'articolo 82 della Costituzione, che consente a ciascuna Camera di disporre inchieste su materie di pubblico interesse, non può infatti essere confuso con la possibilità di formulare atti inquisitori di natura politica. Va sempre e comunque garantito non solo l'accertamento imparziale della verità, ma anche la difesa della dignità delle persone, scongiurando il rischio di pronunciamenti anticipati ed immotivati.
        Una Commissione che nasce con questi pregiudizi non potrà verosimilmente rispondere a criteri di imparzialità.
        E non è sufficiente accogliere gli emendamenti, modificativi del titolo e delle parti del testo più palesemente faziose, presentati dall'opposizione (ed ammettere con ciò implicitamente la sussistenza del pregiudizio) per sanare la contraddizione.
        Chiunque ha qualche nozione di diritto sa bene che anche il meno capace degli avvocati, di fronte ad un giudice parziale o animato da pregiudizio, ne chiederebbe la ricusazione. Ed anche se il giudice dovesse scusarsi per il manifestato pregiudizio e chiedesse di non considerarlo, verrebbe lo stesso allontanato dal processo.
        E' ovvio che la maggioranza parlamentare non potrà evidentemente mai essere ricusata. Il problema quindi resta in tutta la sua evidenza.
        Questo modus agendi svilisce la ratio stessa delle commissioni di inchiesta, e può creare un pericoloso precedente. Si provi ad immaginare se l'Ulivo, quando era al Governo, avesse richiesto l'istituzione di commissioni di inchiesta su casi, sui quali tra l'altro doveva pronunciarsi la magistratura, quali la distribuzione delle frequenze, le tangenti alla Guardia di finanza, ed altre ancora.
        Le commissioni di inchiesta non possono e non devono mai trasformarsi in uno strumento di vendetta della maggioranza nei confronti dell'opposizione.
        Qualcuno obietterà che è ovvio che le maggioranze alla fine assumano le decisioni. E' vero. Infatti il difetto dell'attuale proposta sta nel fatto che essa è stata avanzata dalla maggioranza ed invece le commissioni di inchiesta vengono proposte normalmente dalle opposizioni, per consentire a queste di accertare la verità qualora vi fosse il sospetto che il Governo la volesse occultare o non avesse comunque interesse a farla venire fuori.
        Le maggioranze hanno da parte loro altri strumenti, più che idonei ed adeguati, per cercare di accertare la verità se solo intendono raggiungere questo obiettivo. La maggioranza controlla il Ministero degli esteri, il Ministero degli interni, i servizi segreti. In queste sedi vi è la possibilità concreta di operare per l'accertamento della verità.
        L'unica cosa che ci conforta è che la grande disponibilità e celerità dimostrata dalla maggioranza nel voler istituire commissioni di inchiesta da essa stessa richieste, verrà accompagnata di certo dalla stessa disponibilità ad accogliere ogni richiesta di istituire commissioni di inchiesta da parte dell'opposizione. In caso contrario davvero sarebbe dimostrata l'esistenza di una enorme parzialità di giudizio.
        Onorevoli Colleghi! Qualcuno ha ventilato il sospetto che la vera motivazione dell'istituzione di commissioni di inchiesta da parte della maggioranza fosse quello di mettere in difficoltà gli avversari politici - o peggio - usare il passato come arma di scontro politico o di pressione per ammorbidire in qualche modo l'opposizione.
        Non vogliamo credere che sia così. In ogni modo è utile che si sappia che l'Ulivo vuole l'accertamento delle verità e non subirà mai un simile ricatto.
        Il centrosinistra rifiuta le strumentalizzazioni maldestre costruite da chi vorrebbe costruire una sorta di "verità di Stato".
        Non va dimenticato peraltro che sulla vicenda Telekom, - Serbia sta indagando la magistratura torinese e che l'inchiesta parallela condotta dalla Commissione, se inficiata da pregiudizio, non potrà che intralciare quella condotta dalla magistratura.
        A questo punto, dimostrato ed ammesso il pregiudizio attraverso l'accoglimento degli emendamenti, è evidente che è necessaria una fortissima assunzione di responsabilità da parte dei Presidenti delle due Camere. Occorrerà un surplus di obiettività, e gli stessi Presidenti delle due Camere dovranno vigilare affinché la sostanza del dettato costituzionale non venga lesa e la stessa dialettica maggioranza-opposizione non venga calpestata.
        Ed è per consentire alla maggioranza di dimostrare che non vi sono obiettivi predeterminati e sottaciuti, ma soltanto l'intento di accertare la verità, che proponiamo l'approvazione di un emendamento che esplicita con chiarezza che "non rientra tra i compiti della Commissione la valutazione politica degli atti di politica estera compiuti dai governi in carica all'epoca dei fatti".
        Quando l'onorevole Berlusconi si è presentato alle Camere per chiedere la fiducia ha affermato che "il confronto tra maggioranza ed opposizione si sarebbe svolto in un clima di serenità e correttezza istituzionale, senza ambiguità, senza sospetti ed ombre".
        Non ci sembra che, almeno sulla questione che stiamo affrontando, questo sia avvenuto, ma confidiamo che, nel dibattito e nel voto, la maggioranza voglia dare prova di correttezza istituzionale e rispetto della dialettica democratica, assumendo fino in fondo le obiezioni qui avanzate.

Rino PISCITELLO,
Relatore di minoranza
per la III Commissione.




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