XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 402
Onorevoli Colleghi! - L'indagine sui consumi delle
famiglie condotta dall'Istituto nazionale di statistica nel
corso dell'anno 1998, che offre il riferimento per la
valutazione del fenomeno della povertà e della esclusione
sociale, ha indicato in 884 mila lire mensili la linea di
povertà relativa.
Le associazioni pensionati del lavoro autonomo in
agricoltura, facendo anche riferimento a tale indagine, hanno
richiamato l'attenzione sull'attuale importo pensionistico al
minimo per gli agricoltori, che è pari a 720.900 lire. I dati
statistici dimostrano in modo inequivocabile che il comparto
agricolo ha vissuto e tuttora vive una crisi strutturale che
non ha avuto e non ha uguali in nessun altro settore. Basti
evidenziare che nel 1946 gli addetti erano oltre il 40 per
cento della popolazione nazionale, mentre oggi i
professionali, occupati a tempo pieno, si riducono a poco più
del 4 per cento. A fare maggiormente le spese di tanta
rivoluzione sono stati principalmente i piccoli proprietari
coltivatori diretti, i mezzadri ed i coloni. Il
ridimensionamento e la ristrutturazione del settore agricolo
sono una conseguenza evolutiva che ha trasformato, dal
dopoguerra ad oggi, l'Italia da Paese ad economia povera,
prevalentemente agricola, a Paese avanzato, moderno e
industrializzato, annoverandolo fra i sette grandi del mondo.
Gli imprenditori rimasti fedeli alla terra hanno comunque
portato l'agricoltura italiana ai massimi livelli.
L'agricoltura, purtroppo, ha beneficiato in minima parte
dell'apporto di ricchezza conseguente alla industrializzazione
ed al boom economico degli scorsi decenni. La categoria
agricola, che ha fornito le braccia dei suoi giovani per la
crescente attività industriale, favorendone lo sviluppo, ha
però subìto la politica dell'industria che, infatti, per
favorire le sue esportazioni, spesso ha generato una anomala
concorrenza, penalizzando l'economia agricola, a causa di
produzioni agricole estere introdotte in Italia quale scambio
con i prodotti industriali. Infine, la globalizzazione
favorisce l'industria e penalizza l'agricoltura tradizionale
fino a quando, livellando i prezzi, non si livellano anche i
costi per quelle imprese, come quelle agricole, che, a
differenza di quelle industriali, non possono trasferire le
loro "fabbriche" nei Paesi sottosviluppati ove è basso il
costo della manodopera.
Ma cosa succederebbe se anche i nostri coltivatori, come
fanno molte industrie, potessero e decidessero di trasferire
le loro attività in altre parti del mondo, abbandonando le
loro aziende come fanno alcuni industriali che abbandonano le
loro fabbriche e licenziano gli operai scaricandone gli oneri
sociali sulla collettività? Le mura e le ciminiere delle
fabbriche abbandonate al degrado deturpano il paesaggio, ma
ben più grave ed irreversibile sarebbe il degrado
dell'ambiente e del paesaggio se i coltivatori abbandonassero
il territorio del quale sono da secoli gestori e custodi. Non
sempre la collettività e, di conseguenza, il mondo politico
riconoscono ai veri tutori dell'ambiente ed ai produttori
degli indispensabili salubri alimenti, il loro importante ed
insostituibile ruolo. E, per questo, non sempre le risposte
delle pubbliche istituzioni sono adeguate alle reali esigenze.
Ciò vale in tutti i campi, ad iniziare dalla difesa delle
tipicità delle nostre pregiate produzioni agricole e dei loro
prezzi i quali, detratti i costi sempre crescenti,
rappresentano la spesso inadeguata retribuzione dei lavoratori
dei campi.
I risultati della ricerca scientifica e l'applicazione
delle nuove tecnologie favoriscono la quantità e la qualità
delle produzioni agricole ed il conseguente migliore risultato
economico. Non sono sufficienti, però, nelle situazioni in cui
non è possibile ottimizzare le strutture aziendali per ridurre
i costi o riconvertire le produzioni al fine di adeguarsi alle
nuove esigenze di mercato e garantire la sopravvivenza alle
aziende stesse. I giovani, costretti ad abbandonare l'attività
agricola per l'inadeguato reddito, nonostante l'elevato tasso
di disoccupazione, trovano più facilmente occupazione in altri
settori, essendo disponibili a qualsiasi lavoro. Gli anziani,
che pure svolgono ancora una preziosa attività di presidio del
territorio, privi del reddito aziendale, dopo aver lavorato
una vita intera, servito il Paese, in guerra ed in pace,
versato decenni di contributi assicurativi, devono adattarsi a
sopravvivere, nella maggior parte dei casi, con una pensione
di 720 mila lire mensili, ben al di sotto del limite minimo di
sopravvivenza, e molto vicina alle 643.600 lire dell'assegno
sociale concesso a coloro che non hanno mai versato alcun tipo
di contributo assicurativo.
Oggi non sono pochi gli anziani che, nell'intento di
integrare la loro modestissima pensione, continuano a
condurre, spesso con metodi superati ed irrazionali,
appezzamenti di terreno in proprietà ed in affitto. Si tratta
di una situazione che non facilita l'ampliamento ed il
consolidamento di nuove imprese, economicamente valide,
gestite da giovani secondo gli indirizzi indicati dall'Unione
europea e dal Governo italiano e favoriti dal regolamento
99/1257/CE del Consiglio, del 17 maggio 1999, e dalla legge 15
dicembre 1998, n. 441. Una pensione più alta consentirebbe
agli anziani pensionati di rimanere a presidio del territorio
e a salvaguardia di un grande patrimonio di cultura e di
tradizioni senza essere costretti ancora a svolgere l'attività
agricola per integrare l'inadeguata pensione. Creare le
condizioni migliori per l'insediamento dei giovani in
agricoltura, rendendo disponibile parte del terreno ancora
trattenuto dagli anziani, è quanto mai opportuno
nell'interesse generale del Paese, tenendo conto della ormai
consolidata inversione di tendenza che vede i giovani migliori
fare la scelta di non abbandonare l'agricoltura, quando ne
riscontrano condizioni economiche accettabili. L'intervento
nei confronti degli anziani deve essere quindi inteso, come
prevede il citato regolamento 99/1257/CE, non solo come un
intervento di carattere sociale, ma, soprattutto, come stimolo
alla riconversione, all'ammodernamento ed al ringiovanimento
della nostra agricoltura per renderla competitiva e
concorrenziale sui mercati mondiali.
Per le considerazioni in premessa, ma anche per un giusto
riconoscimento dovuto a cittadini anziani meritevoli della
massima considerazione per il loro vissuto di lavoro e di
esperienza e quali portatori di autentici valori, le
associazioni di categoria e in particolare la Federpensionati
Coldiretti ed il Sindacato Pensionati Confagricoltura hanno
sollecitato la presentazione di una proposta di legge che
tende, limitatamente ai trattamenti pensionistici in essere ed
a quelli futuri fino al riordino definitivo del sistema, ad
attribuire loro un assegno mensile pari ad un terzo del
trattamento minimo. Il Parlamento europeo e la Commissione
dell'Unione europea, a conclusione dell'"Anno europeo delle
persone anziane e della solidarietà", hanno raccomandato ai
Paesi membri l'introduzione di un reddito minimo garantito al
fine di evitare agli anziani forme di esclusione sociale.
Per quanto riguarda l'onere, si deve intanto rimarcare che
se il settore agricolo, soggetto a crisi strutturale, che ha
espulso in meno di cinquanta anni il 90 per cento dei suoi
addetti, avesse potuto usufruire degli ammortizzatori sociali,
come il comparto industriale, quali la cassa integrazione, gli
assegni di disoccupazione e il prepensionamento, la
collettività si sarebbe dovuta fare carico di svariate
centinaia di miliardi di lire. Oggi la gestione previdenziale
dei coltivatori diretti, coloni e mezzadri, è caratterizzata
da un rapporto negativo tra numero dei pensionati, pari a
2.077.500, e iscritti, pari a 701.533. In questa ottica si è
calcolato che per portare tali pensionati al di sopra della
soglia di povertà la spesa totale a carico dello Stato è
stimata in circa 400 miliardi di lire. E' opportuno, inoltre,
rilevare che la gestione coltivatori diretti dell'Istituto
nazionale della previdenza sociale, ovviamente passiva per il
forte calo della popolazione rurale che genera l'anomalo
rapporto di tre pensionati per ogni attivo, essendo l'età
media dei titolari di pensione di vecchiaia di 76 anni, tende
a migliorare per ovvie cause fisiologiche e per l'inserimento
di nuove unità attive sostitutive, per cui è possibile, almeno
in parte, assorbire i maggiori oneri dei risparmi di
gestione.
Siamo consapevoli della necessità di alleggerire l'onere
del "sistema pensione" in Italia, ma evidenziamo che se l'età
media degli attuali pensionati delle altre categorie fosse al
livello dei coltivatori diretti, la situazione finanziaria
sarebbe ben diversa.
La presente proposta di legge si compone di quattro
articoli: l'articolo 1 stabilisce l'ambito di applicazione,
l'articolo 2 reca disposizioni sull'assegno integrativo di cui
all'articolo 1, l'articolo 3 stabilisce la decorrenza del
beneficio ed, infine, l'articolo 4 reca la copertura
finanziaria.