Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità concernente il deputato Cesare Previti, con riferimento a un procedimento civile da lui promosso presso il tribunale di Roma. I fatti all'origine del procedimento consistono nella pubblicazione di un articolo su «La Repubblica» del 7 settembre 2002, a firma di Giuseppe D'Avanzo, intitolato, in prima pagina, «La mafia voleva uccidere due deputati» e, nel seguito del medesimo articolo alle pagine 2 e 3, «Previti e Dell'Utri nel mirino della mafia». Nell'atto di citazione del deputato Previti ci si duole del contenuto di tale articolo per i seguenti motivi: a) il cronista avrebbe rivelato segreti di Stato, dal momento che avrebbe riportato il contenuto di un rapporto riservato del SISDE, secondo il quale la mafia siciliana avrebbe avuto l'intenzione di porre in essere un atto di forte impatto destabilizzante nei confronti di due deputati vicini al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (gli onorevoli Previti e Dell'Utri), in modo da richiamare l'attuale maggioranza politica a una maggiore attenzione verso le attese delle organizzazioni criminali, in particolare mediante l'approvazione di taluni provvedimenti legislativi da queste ritenuti vantaggiosi; b) il cronista avrebbe altresì violato il suo dovere relativo al segreto d'ufficio, anche qui per avere indebitamente rivelato il contenuto di un rapporto riservato; c) egli avrebbe altresì violato la riservatezza dell'onorevole Previti, giacché l'aver reso noto il contenuto del rapporto dei Servizi d'informazione avrebbe scosso e turbato la tranquillità sua e della sua famiglia; d) l'articolo infine avrebbe un evidente carattere diffamatorio, giacché colloca l'attore nel novero dei soggetti un attentato nei confronti dei quali avrebbe avuto - sempre secondo la versione del D'Avanzo, che riferisce del rapporto del SISDE - un effetto destabilizzante senza aver colpito «icone della lotta alla mafia».
Per tali affermazioni il deputato Previti ha chiesto la condanna in solido del gruppo editoriale «L'Espresso», del direttore responsabile Ezio Mauro e del giornalista Giuseppe D'Avanzo al pagamento della somma di 3 milioni di euro a titolo di risarcimento del danno.
Nel costituirsi in giudizio, i convenuti hanno depositato domanda riconvenzionale contro l'onorevole Previti ai sensi dell'articolo 167, comma 2, del codice di procedura civile. In tale domanda i convenuti si dolgono di un comunicato stampa diffuso dal deputato Previti nella stessa data del 7 settembre 2002 con cui egli - per come la riconvenzionale gliele attribuisce - avrebbe usato le seguenti espressioni: «Se la mafia non aveva pensato a questa idea, D'Avanzo ha fornito ad essa l'ispirazione. E temo adesso per me, per la mia famiglia per tutte le persone che mi sono vicine. Ho letto sul quotidiano «La Repubblica», in un fulgido e lampante esempio di pubblicazione di notizie coperte da segreto, che io sarei divenuto un obiettivo della mafia. Il giornalista, che di mafia se ne intende, sembra avere tratto dalla stessa mafia il linguaggio ambiguo, gli intenti intimidatori e l'abitudine a delegittimare moralmente la vittima prima ancora di ucciderla fisicamente. E così scrive e insinua circa miei rapporti con la mafia non solo inesistenti, ma neanche lontanamente ipotizzabili dalle sopraffine menti di chi da anni sta cercando di distruggermi. Evidentemente, non riuscendo ad abbattermi attraverso un processo ingiusto, nel quale io cerco disperatamente di difendermi contro gli abusi di un gruppo di magistrati, si cerca un'altra e ben più drammatica via, suggerendo a chi non ci avesse pensato una soluzione diversa, drammatica e definitiva. Accostarmi alla mafia non solo è falso, ma è criminale. Ormai i professionisti del giustizialismo non si accontentano più del tintinnar di manette: se non riescono nell'obiettivo di abbattere il nemico per via giudiziaria, auspicano la sua morte. Quando leggo che i mafiosi avrebbero deciso di colpire uomini delle istituzioni perché infuriati per l'accelerazione impressa al disegno di legge Cirami e per la mancata attuazione di norme favorevoli alle cosche, il primo istinto è quello di provare pietà per chi ha il coraggio di scrivere simili assurde falsità. Ma è tutto drammaticamente serio, grave, messo nero su bianco da un giornalista di uno dei quotidiani più diffusi d'Italia [così] da farmi capire che se la mafia non aveva pensato a questa idea, D'Avanzo ha fornito ad essa l'ispirazione».
Nella domanda riconvenzionale queste affermazioni sono state ritenute gravemente offensive per la reputazione professionale e la dignità dei convenuti che hanno pertanto chiesto non solo che il giudice rigetti la domanda principale del Previti, ma altresì la condanna di quest'ultimo al risarcimento di un milione di euro ciascuno in favore del direttore responsabile Mauro e del cronista D'Avanzo nonché di due milioni di euro in favore del gruppo editoriale.
La Giunta ha esaminato il caso nella seduta del 20 marzo 2003.
Durante l'esame è emerso che la vicenda prende le mosse dalla condotta parlamentare del deputato Previti: nell'ipotesi informativa dei Servizi tutta peraltro da verificare, infatti, egli potrebbe essere stato oggetto di un progetto criminale in virtù della sua inerzia nel sostenere in Parlamento iniziative legislative volte a conseguire effetti favorevoli per quanti sono stati condannati o processati per delitti di mafia. Quest'aspetto risulta per tabulas dallo stesso articolo del quotidiano romano del 7 settembre 2002. Esso, infatti, è significativamente intitolato «La mafia voleva uccidere due deputati» dove il vocabolo «deputati» non sta genericamente a indicare le persone che rivestono anche tale carica, ma vuole significare proprio che - secondo il SISDE - le due persone di cui si tratta potrebbero essere entrate nel mirino della mafia proprio per la funzione parlamentare che svolgevano. Del resto, nel comunicato stampa di cui il deputato Previti è chiamato a rispondere egli ha affermato: «Quando leggo che i mafiosi avrebbero deciso di colpire uomini delle istituzioni perché infuriati per l'accelerazione impressa al disegno di legge Cirami e per la mancata attuazione di norme favorevoli alle cosche, il primo istinto è quello di provare pietà per chi ha il coraggio di scrivere simili assurde falsità». Si tratta, come è evidente, di una difesa del proprio operato parlamentare, legato all'esame di precisi provvedimenti presso la Camera dei deputati e non di un gratuito attacco personale ai convenuti.
In seno alla maggioranza della Giunta è pertanto maturata la convinzione che il comunicato stampa di cui si tratta, non solo si qualifica come un moto di autodifesa e come espressione del diritto di critica politica in relazione a temi di attualità e interesse pubblico, ma è anche intimamente connesso con l'espletamento del mandato parlamentare del deputato Previti.
La Giunta a maggioranza ha dunque ritenuto che le frasi attribuite all'onorevole Previti costituiscono un momento di esercizio delle sue funzioni parlamentari e pertanto propone all'Assemblea di deliberarne l'insindacabilità.
Carolina LUSSANA, relatore
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