Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità concernente il deputato Roberto Menia, con riferimento ad un procedimento civile pendente nei suoi confronti presso il tribunale di Trieste a seguito di un atto di citazione depositato dal signor Oskar Piskulic.
La vicenda trae origine da due articoli apparsi sul «Piccolo» di Trieste del 12 ottobre 2001 dal titolo, rispettivamente, il primo: «La Corte: colpevole di un omicidio su tre... - Foibe: per Piskulic assoluzione e amnistia» e il secondo: «La rabbia di Menia: "Meritava di venir condannato come boia, alla stregua di Priebke"». In particolare in tale ultimo articolo, a firma di Silvio Maranzana, per come le parole gli vengono attribuite nell'atto di citazione, l'onorevole Menia avrebbe affermato: «È una notizia che mi rattrista profondamente - ha dichiarato a caldo - tutta la gente dell'esodo conosceva il famigerato "Zuti" (significa "biondo" ed era il soprannome di Piskulic, ndr) si tratta di un boia a tutti gli effetti che andava condannato come giustamente è stato fatto anche con Priebke. Quando però si tratta di condannare un comunista, nella fattispecie è anche un genocida degli italiani, la giustizia italiana non ha il coraggio di farlo. È ridicola la motivazione che non sono state trovate prove della partecipazione diretta agli omicidi perché "Zuti" decideva, pianificava e ordinava le esecuzioni».
La Giunta ha esaminato il caso nella seduta del 12 febbraio 2002.
Posto che sicuramente, nel fatto in questione, si tratta dell'espressione di una valutazione, in particolare di un provvedimento giudiziario, può ritenersi acquisito che si versa nel concetto di «opinione espressa» di cui all'articolo 68, primo comma, della Costituzione.
Quanto poi al nesso funzionale con l'espletamento del mandato parlamentare, si osserva quel che segue.
Nel corso dell'esame è risultato evidente che le parole attribuite all'onorevole Menia rientrano nel contesto della perdurante polemica storico-politica inerente agli ultimi anni del secondo conflitto mondiale nella Venezia Giulia e nelle regioni dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia cedute alla Jugoslavia ed oggi ricomprese nella Slovenia e nella Croazia.
Le stragi delle foibe ebbero luogo in due distinti momenti: nel settembre-ottobre 1943 soprattutto in Istria e dopo il 1o maggio 1945 (occupazione jugoslava di Trieste) in tutta la zona giuliano-dalmata. Nelle foibe (pozzi naturali che sprofondano per centinaia di metri nel terreno carsico) furono gettati dai partigiani jugoslavi migliaia di italiani chi per vendetta perché ritenuto «collaborazionista» dei tedeschi (che avevano stabilito da Trieste alla Dalmazia la «Zona d'occupazione Litorale Adriatico»), chi per appartenenza a forze armate o istituzioni italiane, chi semplicemente per appartenenza nazionale o per la lingua che parlava.
La Giunta non è entrata nel merito della questione storica evocata dall'onorevole Menia, giacché ciò sarebbe ricaduto al di fuori dei suoi compiti. Essa, invece, è pervenuta alla conclusione che le frasi in questione abbiano un indubbio connotato parlamentare.
Già nel maggio 1996 l'onorevole Menia presentò al Presidente del Consiglio un'interrogazione a risposta scritta (la n. 4-00623 della XIII legislatura) volta - in buona sostanza - a conoscere le valutazioni del governo circa una decisione del GIP di Roma di declinare la propria giurisdizione circa le accuse a Oskar Piskulic e quindi di denegare l'arresto cautelare chiesto dal giudice Pititto nei riguardi di questi. Nel luglio 1996, lo stesso deputato Menia presentò un'interpellanza (la n. 2-00131) con cui poneva la questione della reiezione da parte del tribunale del riesame dell'impugnazione del diniego all'arresto chiesto per il signor Piskulic - come accennato - dal medesimo dottor Pititto. Il motivo per cui il giudice del riesame non aveva accolto le doglianza della pubblica accusa stava nell'età dell'indagato (allora, 76 anni).
Inoltre, solo un mese dopo, l'onorevole Gustavo Selva depositò una nuova interpellanza (la n. 2-00165) - che l'onorevole Menia sottoscrisse - con cui si chiedeva l'estradizione di Piskulic. Nella seduta del 23 ottobre 1997, il sottosegretario Mirone, rispondendo all'interpellanza, dichiarò che non era possibile chiedere l'estradizione di una persona nei cui confronti non erano stati pronunziati provvedimenti giudiziari. In replica intervenne proprio l'onorevole Menia, rammaricandosi della sinteticità della risposta del governo e ricordando i fatti posti a base delle accuse nei confronti di Oskar Piskulic. Nel corso della XIII legislatura, peraltro, vi furono altre iniziative di sindacato ispettivo sul medesimo tema, cui l'onorevole Menia aggiunse la sua firma.
In conclusione, le dichiarazioni qui in esame non solo sembrano costituire espressione di un diritto di critica di un membro della Camera in ordine a questioni di indubbio rilievo storico-politico; ma sono certamente un momento di proiezione esterna di contenuti di atti tipici dell'attività parlamentare del deputato Menia. Sicché, secondo i parametri offerti dalla Corte costituzionale nella sua consolidata giurisprudenza, si tratta di affermazioni sottratte al sindacato giudiziale. Per questo, la Giunta all'unanimità propone all'Assemblea di deliberare nel senso che i fatti oggetto del procedimento concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.
Sergio COLA, relatore.
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