Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità concernente il deputato Vittorio SGARBI con riferimento ad un procedimento penale pendente nei suoi confronti presso la corte d'appello di Bologna in seguito ad una querela sporta dal dottor Domenico Manzione, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Lucca.
Il procedimento trae origine dalle puntate della trasmissione «Sgarbi quotidiani» del 29 gennaio e 13 marzo 1996, occasioni nelle quali l'onorevole Sgarbi, per come i fatti gli vengono attribuiti nel capo d'imputazione, offese l'onore e la reputazione del predetto magistrato.
Dalla trascrizione della trasmissione del 29 gennaio 1996 risulta che l'onorevole Sgarbi ebbe ad affermare - tra l'altro - "Mi tolgo la vita perché sono innocente". Doveva scontare otto anni di carcere. Si è ucciso con un cocktail di farmaci e insulina. Era stato accusato di essere l'esattore delle bische clandestine. Si è ucciso e ha scritto a me: "Il mio sacrificio per fermare questa giustizia ingiusta". Questa è la lettera che Enrico Pigliafreddo ha scritto prima di uccidersi e l'ha indirizzata all'onorevole Vittorio Sgarbi al quale l'uomo racconta la sua esperienza di condannato che non ha mai smesso di proclamare la sua innocenza. La notizia del giorno, dice La Nazione di ieri e per me è stata una notizia angosciosa. Ero arrivato a Milano per presentare l'ultimo libro di Francesco Alberoni "Ti amo". Un argomento che mi predisponeva a una condizione di serenità, di divertimento, di battute, di confronto anche con la serietà dell'autore rispetto al divertimento che io attribuisco ad alcuni di questi temi. L'amore è, può anche essere un piacere della mente. Mentre sono seduto al tavolo dei relatori arriva una telefonata urgente: è un giornalista di Repubblica che mi chiede di commentare quello che io ancora non so. Dice: "Oggi, sulla Nazione, è stata pubblicata una lettera indirizzata a lei di un uomo che si è ucciso. Perché l'ha scritta a lei?" Io, sconcertato, dico: non so nulla. La Nazione poteva anche, prima di pubblicare la lettera, farmelo sapere. In realtà, la lettera è arrivata al mio ufficio forse il giorno prima. La lettera è questa. Questa è la lettera dell'uomo che si è ucciso. Eccola: "Non chiedo giustizia - mi scrive Enrico Pigliafreddo - perché so di non poterne avere. Spero solo che sia possibile indagare e fermare questi cultori della violenza che anziché fare giustizia giustiziano le persone anche se innocenti. Pur di arrivare ai loro scopi, coprire i loro abusi e i loro coinvolgimenti non esitano a rovinare decine di persone e le loro famiglie. Se il mio sacrificio può servire a fermare questi mostri, ben venga. In ogni caso sto facendo ciò che ritengo giusto e cioè decidere di pagare con la mia vita affinché si parli di come la giustizia viene amministrata da alcuni giudici e magistrati"».
Dalla trascrizione della trasmissione del 13 marzo 1996 risulta che l'onorevole Sgarbi ebbe ad affermare - tra l'altro - «Ero chiamato come Vittorio Sgarbi da un giovane che si è suicidato non sopportando una cosa ingiusta e ha ritenuto opportuno farlo sapere a me prima di uccidersi e poi ha mandato al giornale della sua regione, La Nazione, la lettera che io non avevo ancora letto. Ricorderò il nome di questo martire Enrico Pigliafreddo: "Mi tolgo la vita perché sono innocente. Il mio sacrificio per salvare questa ingiustizia ingiusta". Lettera che Enrico Pigliafreddo ha scritto prima di uccidersi e l'ha indirizzata all'onorevole Vittorio Sgarbi al quale l'uomo racconta la sua esperienza di condannato, che non ha mai smesso di proclamare la propria innocenza. "Dopo due giorni di carcere ho subito un interrogatorio dove mi venivano rivolte domande a cui non potevo dare risposta perché non conoscevo i fatti. Io ero un biscazziere in un circolo, secondo i pubblici ministeri, estorto da una banda mafiosa. Per forza di cose dovevo sapere, quindi o collaboravo e parlavo con i magistrati, o ero colpevole. Era inutile continuare a proclamarsi innocente. I loro teoremi, i teoremi dei pubblici ministeri necessitavano di conferme e di colpevoli. Tranquillo della mia innocenza sono arrivato a processo a cuor leggero dove diversi testi mi hanno scagionato, compresi alcuni pentiti, ma il pubblico ministero Manzione ha portato due pentiti certi Paolo Bertolone e Ludovico Tancredi che, facendo parte della banda avversa a cui io sarei stato partecipe, hanno recitato la poesia che gli aveva insegnato il dottor Manzione senza alcun riscontro sono stati creduti e io sono stato condannato a otto anni confermati in appello e resi esecutivi il 19 di questo mese - era gennaio - dalla Corte di cassazione. Io denuncio il pubblico ministero Manzione di essere un falso - e la mia voce è quella di Enrico Pigliafreddo - io parlo dalla parte della morte. Io denuncio il pubblico ministero Manzione di essere un falso e di avere costruito prove a mio carico su due pentiti perché mi accusino. La situazione che si è creata mi ha rovinato sia finanziariamente che moralmente e fisicamente. All'epoca dell'arresto essendo io diabetico mi curavo con due compresse di Glibenef oggi mi trovo a fare trenta unità di insulina per due volte al giorno che ho smesso immediatamente di fare il 19 gennaio, giorno di conferma delle condanne da parte della Corte di cassazione. Io, Enrico Pigliafreddo mi sono autocondannato a morte ma io il mio carnefice rimane il pubblico ministero Manzione. Non chiedo giustizia perché so di non poterne avere, spero solo che sia possibile indagare e fermare questi cultori della violenza che, anziché fare giustizia, giustiziano le persone anche se innocenti. Pur di arrivare ai loro scopi, coprire i loro abusi, i loro coinvolgimenti non esitano di rovinare decine di persone e le loro famiglie. Se il mio sacrificio potrà servire a fermare questi mostri, ben venga: in ogni caso sto facendo quello che ritengo giusto e cioè decidere di pagare con la mia vita affinché si parli di come la giustizia viene amministrata da alcuni giudici e magistrati"».
Per tali affermazioni il deputato Sgarbi è stato querelato dal dottor Domenico Manzione. In seguito al processo, celebratosi innanzi al tribunale di Bologna, in composizione monocratica, è stata emessa, il 4 maggio 2001, una sentenza di condanna a 8 mesi con la condizionale.
Nella sentenza si legge, tra l'altro, «La soggettiva convinzione del Pigliafreddo, di essere stato oggetto di un atteggiamento persecutorio, viene fagocitata acriticamente dal conduttore; nonostante che il suicida, pur nel suo vibrante desiderio di accusa e di vendetta, non avesse esplicitato alcuna particolare condotta od alcun motivo, inquadrabili eventualmente su di un piano personale, che potessero dare un principio di spiegazione all'abuso dei poteri del magistrato al fine di recare volontariamente un danno proprio a lui, personaggio di rilievo minore in una indagine che ha condotto a numerose e ben più gravi condanne.
L'accusa del Pigliafreddo è rappresentata con notevole, voluto, impatto emotivo dal conduttore; con rito evocativo non ignoto alla cultura classica, prestando la sua voce a quella del defunto, parlando "dalla parte della morte". Che, nella fattispecie, è posizione dialetticamente scomoda solo in apparenza. Nel ruolo che lo Sgarbi si era ritagliato di difensore dei deboli si attingono i vertici più alti, non potendosi immaginare posizione più disperata e meritevole di difesa di quelle di colui che è costretto a suicidarsi per avere subito una ingiustizia. Da sempre il portavoce è legittimato a farsi scudo dell'inquadramento in categorie caratterizzate dalla irresponsabilità. Anche l'ambasciatore non porta pena non tanto per corporativistica tradizione diplomatica, quanto per la sua strutturale subalternità alla autorevolezza della voce che porta. La traslazione è anodina, ricalcata pedissequamente sull'originale. Il commento, l'apporto intellettuale individuale, non è nemmeno concepibile per il ruolo meramente araldico del portatore. Qui invece la figura dell'onorevole Sgarbi giganteggia, si staglia perentoria e sdegnata in uno sfondo tetro appositamente creato, animata da una enfasi che scuote e commuove per quello che dice e per come lo dice; trascendendo la tragedia individuale che, come nelle grandi opere classiche, vive ormai più nella sua rappresentazione che nella sua realtà. Occorre anche osservare che, rispetto alla rigidità comunicativa dello scritto, le opinioni espresse con il mezzo televisivo attivano canoni di ermeneutica più variegati e complessi; ove i toni, gli sguardi, le pause, i gesti, le ostensioni, si integrano con le parole, determinando quella summa pan-comunicativa che costituisce l'oggetto e l'offerta finale del messaggio".
La Giunta ha esaminato la questione nelle sedute del 25 luglio e del 26 settembre 2001.
Dall'analisi dei fatti, è apparso alla maggior parte dei componenti la Giunta espressisi sul punto che le affermazioni dell'onorevole Sgarbi si inseriscono nel contesto della perdurante polemica politica nel nostro Paese inerente al modo di procedere della magistratura e in particolare nella forte critica politica manifestata dal deputato Sgarbi nei confronti dell'operato di taluni magistrati, critica che in molte precedenti occasioni l'Assemblea ha ritenuto insindacabili ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione (si vedano per esempio - tra i più recenti - i doc. IV-quater nn. 155, 157, 161, 162, 168 e 170 della XIII legislatura).
Nel caso specifico, occorre tener presente che la vicenda del detenuto Pigliafreddo ebbe una significativa risonanza sulla stampa locale e risulta invero impressionante: un condannato che si lascia morire, rinunciando ad assumere i farmaci che gli sono necessari per combattere il diabete, e - poco prima di morire - scrive a un parlamentare per denunciare quelli che gli paiono degli abusi. Al riguardo, è di rilievo che nel quadro dell'attività di controllo parlamentare sull'amministrazione della giustizia la tematica della formazione della prova e l'utilizzo dei c.d. pentiti è stato terreno d'elezione non solo di dibattito e di polemica politica, sia in Parlamento che fuori, ma anche di attività legislativa vera e propria. Basterà solo ricordare al proposito il dibattito che ha condotto alla riforma dell'articolo 513 del codice di procedura penale prima e alla modifica dell'articolo 111 della Costituzione poi. È dunque in questo contesto che devono essere collocate le affermazioni del deputato Sgarbi qui in esame.
Per il complesso delle ragioni sopra evidenziate, la Giunta - a maggioranza - propone all'Assemblea di dichiarare che i fatti per i quali è in corso il procedimento concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.
Erminia MAZZONI, relatore
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